lunedì 15 giugno 2026

Tiki - taka al (Capo) verde

Il bello del pallone è che ognuno può dire quello che vuole. Nella stessa trasmissione Tardelli: "Olanda - Giappone partita noiosa, non mi sono divertito" e Stramaccioni: "grande partita, molto divertente". Inutile dire a chi do maggiore credito.

Giappone onestamente inguardabile, tutto indietro, corsa e disciplina senza mezzo lampo, vabbè qualche buon tocco quel Nakamura, due gol trovati per deviazioni. Non condivido assolutamente l'entusiasmo  per quello, lo dico da antico apprezzatore del calcio difensivo ben fatto e anche del sano catenaccio, che è vero anticalcio. Olanda da rivedere, al solito tanti buoni giocatori, ma manca il fuoriclasse e poi la scelta di mettere dentro un difensore... ma che fai, Rambo?  

Nel frattempo la Germania ha regolato Curacao con una goleada d'antan, mentre la Svezia ha impressionato battendo 5-1 la Tunisia.

Poco fa la invincibile armada spagnola si è arenata contro Capo Verde... temo sia un segno che non è l'anno buono. Magnifica la difesa all'ultimo sangue degli africani, alla fine hanno avuto anche la palla per vincere, ci hanno ricordato quali storie può regalare il mondiale.

Aspettiamo stasera il caro Uruguay.


domenica 14 giugno 2026

A Carlo servirà la calma del forti. Il mondiale dei ventenni?

Come prevedibile, il Brasile ha faticato all'esordio con il Marocco. Primi dieci minuti in apnea, il primo tempo male, con un solo gol preso (da polli) perchè gli africani non hanno infierito. Ma è bastato un numero di Vini per rimettere in pari la partita.

Nella ripresa con i cambi le cose si sono un po' sistemate, con tre attaccanti forse la difesa va protetta di più con centrocampisti muscolari. Alla fine poteva anche vincere

Non parlerei di difficoltà, il Marocco è una delle squadre più ostiche e chi parte troppo forte non arriva in fondo. Per Carlo già dalla prossima bisogna migliorare alcune cose, anche se un centravanti da Brasile non si inventa: Igor Thiago a me ha fatto ricordare Sergino del 1982. Importante è mantenere la calma, credo proprio che Ancelotti non cadrà nel drammatico loop dei mister che perdono la lucidità al mondiale. Onestamente la squadra non sembra da vittoria, vediamo se il nostro si inventa qualcosa e soprattutto se Vini prende in mano il suo destino dimostrando finalmente di essere un numero 1.

Nel Marocco oltre ad Hakimi che è da top 11, si è segnalato Boauddi, centrocampista universale e molto forte. E' un 2007, chissà che non sia il mondiale dei ventenni.

Nell'altra partita del girone, che non ho visto, la Scozia ha battuto solo 1-0 Haiti, segno che non si tratta della squadra materasso che si pensava.

Infine l'Australia stende  2-0 la Turchia, che pure ha creato molto. I socceroos sono un po' l'Udinese del mondiale, alti, grossi e fastidiosi. Montella può riprovarci, con quei trequartisti non può andare sempre male.

sabato 13 giugno 2026

Mauricio stars and stripes

Dopo un'imbarazzante esibizione del Canada, che a stento ha conquistato il suo primo punto alla settima partita mondiale (certo che pareggiare con la Bosnia...), convincente prova di USA, che parte alla grande con una prova convincente e capace di mettere in mostra i diversi buoni giocatori che ha.

Hanno sempre corso tantissimo, ma senza avere la qualità per competere con le squadre del livello superiore. Stavolta sono un po' meglio del solito, non credo andrà alla fine molto diversamente, anche perchè sono partiti un pelino troppo forte, mi sa.

Il Paraguay da rivedere, forse il turno lo può passare.

Improponibile, non a livello calcistico ma di look, Pochettino vestito come per andare ad un cocktail party a Malibu. Si vede che si è proprio ambientato bene in California.


Stasera Brasile Marocco, finalmente una partita da mondiale.

venerdì 12 giugno 2026

Si parte all'insegna della mediocrità

Partita inaugurale, Messico Sudafrica, risultato a dir poco scontato.

Il Messico è una garanzia, sempre squadre buone e difficili da affrontare, magari non grandi campioni ma solidità e qualche giocatore talentuoso, e poi gioca in casa. Ha anche il ragazzino, Gilberto Mora, è un 2008

Il Sudafrica conferma l'involuzione delle squadre africane, che denunciano un livello che non è quello della manifestazione. Con tanta pochezza è suicida che l'allenatore imponga una partenza dal basso da cui ben presto scaturiscono occasioni e il gol per il Messico.

Nonostante il tanto divario la partita non si chiude, e dopo la prima espulsione sembra addirittura in bilico, fino al gol dello Gimenez che non ti aspetti a chiuderla.

Il Messico andrà avanti, il Sudafrica lo vedo male.

Infantino prosegue nel suo record di gaffe e idiozie, dopo aver sorvolato sull'espulsione dell'arbitro somalo oggi sfotte la nazionale italiana. Quando ce ne libereremo sarà sempre troppo tardi.

mercoledì 10 giugno 2026

Ci avete rotto tutto

Iniziano i mondiali trumpiani, fanculo al calcio e ai veri tifosi, let's do a lot of money.


Non lo riconosco più, lo sport che amo fin dal mio primo ricordo in assoluto, papà che dice "Ci sono gli europei, ci guardiamo un sacco di partite" (Italia 80, 8 squadre, 14 partite in tutto).

Mondiale a 48 squadre, suddiviso in 3 nazioni ospitanti, giocano Capo Verde e Curacao. Noi non ci siamo, è un discorso a parte, una terribile delusione per i ragazzi, non siamo stati capaci di battere la Bosnia.

Leggo che i biglietti della finale sono da 4000 dollari in su: potranno comprarseli sono emiri, oligarchi russi, panzoni americani con fabbrichetta e qualche poveraccio idiota che vende la casa. I veri appassionati si fottano. Lo sport del popolo venduto per 4 soldi, che finiranno nelle tasche di pochi loschi figuri, regole vecchie di anni sacrificate all'americanata di turno, show nell'intervallo compreso.

Certo, domani si inizia a giocare e saremo tutti incollati alla tv. Lo spettacolo probabilmente sarà grande, lo guarderò anche io tifando per gli scalcinati e per quelli che giocano contro la Francia. 

Ma che tristezza, vederti così.


Ci han concesso solo una vita

Adesso dimmi come è andata?
com'è stato?
il viaggio di una vita lì con te.
Io spero tutto bene, tutto come
progettavate voi da piccole

Mi passa la vita davanti, mentre ascolto Liga che rispolvera i vecchi pezzi, in una serata a Bibione in cui Giove Pluvio si fa inaspettatamente generoso e ci risparmia il previsto acquazzone.

Penso che ho ricevuto quale inaspettato regalo dei 17 anni "Ligabue - Lambrusco Coltelli Rose E Popcorn", allora usava il vinile. Ero al primo anno di università quando ho consumato il cd di "Buon Compleanno Elvis". Appena iniziato a lavorare mi sono comprato "Miss Mondo", appena sposato canticchiavo "Fuori come va?". Quando è arrivato Ciccio sentivo che "L'amore conta" e che era il mio "Happy Hour" (Nomi e Cognomi. Nell'estate 2010, in preda ad un "Colpo all'anima", sentivo che il "Meglio deve ancora venire" (Arrivederci Mostro). E così via.

Suonano le vecchie canzoni in cui Luciano ci ha raccontato un po' i cazzi di una rockstar che va su e giù da un palco, un po' quelli nostri, quelli dei mediani, di quelli che giravano i calendari chiedendosi se stavano prendendo abbastanza, di quelli che si vedevano con una del loro stesso giro. Suonano soprattutto i pezzi rock, raccolti per album, e infatti quello più recente è del 2005. 

Luciano offre uno spettacolo gradito perchè propone i brani più noti, è raro trovarsi ad un concerto in cui si conoscono praticamente tutte le canzoni; e mi chiedo se concede questo ai fan perchè non riesce a dare altro, la grinta, l'adrenalina, la voglia di fare un po' di rumore. Sembra stanco, non sorride mai, parla poco, persino il momento pacifista sembra fatto per dovere di firma.

Canta che ti passa, anche il magone per quella vita che ci han concesso, qua non rimborsano mai, e che ti accorgi è già un bel po' in là, quasi si vede la fine.

Io non lo so
quanto tempo abbiamo
quanto ne rimane
io non lo so
che cosa ci può stare
io non lo so
chi c'è dall'altra parte
non lo so per certo
so che ogni nuvola è diversa
so che nessuna è come te

domenica 7 giugno 2026

Monte Musi, Cima est da Sella Carnizza

Tra le cime da non perdere ho puntato il Monte Musi, quota bassa ma dislivello importante,  vista la guida credo sia fattibile l'opzione da Sella Carnizza (mt 1086=, che raggiungiamo via Resia dopo un lungo percorso.

Ci inoltriamo nel bosco, seguendo dopo poco dei segnavia rossi che indicano dei sentieri che costeggiano il bosco in quota... forse un po' troppo.

Strada sbagliata in partenza, perdiamo quasi un'ora. recuperiamo nel bel bosco di faggio, che finisce a quota 1400 circa. Altra lunga variante in quota, fino ad una breve risalita che porta ad un  insolito paesaggio, in cui una frana ha raccolto giganteschi massi (alti anche 7-8 metri), ambiente quasi lunare. La salita nella roccia è parecchia, finche si apre la vista della sella, lassù. Sembra vicina, ma l'ultimo tratto è particolarmente ripido, devo ridiscendere per prendere lo zaino del mio compagno di escursione. Per lui la salita è finita, siamo quasi in vetta e al solito io non voglio perdermela. Dalla cima est si apre la vista, purtroppo velata, della pianura, in basso il bivacco Brollo domina da una posizione veramente inviadiabile.

Dall'altra parte il Canin e il Montasio, leit motivi delle ultime tre escursioni. L'ho visto prima da ovest, di taglio, poi da sotto la gigantesca parete nord, ora, lo osservo da lontano, nel suo vestito migliore, la parte sud che dà sui Piani. Tanta fatica, ma la vera bellezza non è lontana.

Lunghissima la strada del ritorno, ci aspetta una bibita fresca in uno dei due ristori vicino alla sella.





mercoledì 3 giugno 2026

La Repubblica e l'orgoglio

E' per circostanza casuale, a Riccardo viene consegnata copia della Costituzione, che per la prima volta partecipo alla celebrazione del 2 giugno.

Nei discorsi ed in interventi la cui preparazione ha richiesto lavoro e cura meritori si parla di Costituzione, di diritti, parecchio dell'importanza della partecipazione femminile, molto impegno dedicando all'intento di trasmettere certi concetti e certi valori ai giovani.

Giusta preoccupazione. Mi chiedo però quanto essi siano riconosciuti e rispettati anche da quelli che giovani non sono più.

La consapevolezza di cosa sia la Repubblica non c'è. Si parla di Italia, spesso per autodenigrazione, qualche volta con orgoglio acritico, mai si considera che sempre Italia poteva essere, ma non la Repubblica che dovremmo riconoscere ed amare, ma regime autoritario, oppure Repubblica popolare.

Ne parlo con i ragazzi. Quello che si celebra il 2 giugno è il fatto che i nostri nonni ci hanno dato un regime politico, sicuramente perfettibile, in cui la libertà ed i diritti hanno ancora un valore.

Io credo possiamo esserne orgogliosi.



domenica 31 maggio 2026

Febbre a 90'

di Nick Hornby

L'Arsenal ha vinto la Premier e poi si è giocato, perdendola giusto ieri, la finale di Champions. 

Non l'ho mai avuto in simpatia, men che mai da quando l'ha preso in mano Arteta. Tuttavia mi è parso indicato rendergli omaggio leggendo finalmente "Febbre a 90'"

In questo libro molto noto Hornby parla della sua ossessione per il calcio e per l'Arsenal in particolare, collegandola in vari modi alla sua vita personale che però sempre cede di fronte all'Arsenal.

Molte cose fanno di quest'opera un libro superato: fu scritto prima della formidabile stagione di Wenger che ha certamente mutato pelle al Boring Arsenal e probabilmente alla percezione che i tifosi hanno del club, e prima della nascita della Premier League, tanto che suona beffardo quel passaggio in cui si invidiano... gli stadi della Serie A!.

Molte altre però ne fanno un classico, capace di dare dignità ad una categoria, quelli che lui chiama gli ossessionati (trovandone anche qualcuno che lo è più di lui), che un mio amico definì i "malati di calcio", e per i quali io ho talvolta usato l'espressione "grande tifoso (dell'Udinese)".

Me ne vengono in mente almeno 4-5, tra i miei conoscenti.

Noi che quando ritroviamo quell'altro, conosciuto al liceo o giù di lì, ci mettiamo a parlare dell'ultima partita come se ci fossimo visti l'altro ieri e non cinque anni fa.

Noi che quando ci preannunciano una cerimonia familiare, guardiamo terrorizzati il calendario.

Noi che quando perdiamo, siamo incazzati fino al mercoledì.

Noi che ci mandiamo i messaggi per commentare quello che ha detto il mister Giacomini il lunedì sera. 

Noi che dopo una bella vittoria, ci svegliamo l'indomani stringendo ancora i pugni.

Noi che possiamo parlare per mezzora delle conseguenze dell'espulsione del povero Genaux. (Juventus - Udinese 0-3, e fu solo l'inizio)

Noi che non ci perdoniamo, quando manchiamo una partita di Coppa Italia, martedì alle 17.30.

Noi che è finito il campionato da una settimana, e tra 4-5 giorni cominceremo a sbuffare perchè non è ancora uscita la campagna abbonamenti.

Noi che uno di loro fa l'assicuratore. Una volta nel suo ufficio voleva vendermi qualche nuova polizza, alla mia resistenza fece una sensata domanda: "Ma tu, di cosa hai paura veramente?". Ed io: "Ma è chiaro, della retrocessione".  

Ah già, l'Arsenal. Il libro con scelta felice è organizzato quale commento a singole partite, con qualche rara vittoria, sopra tutte lo scudetto del 1989 in cui c'è il famoso paragone con l'orgasmo, e molte grigie partite ancor più delle prime capaci di costruire un legame unico e inscindibile tra il "grande tifoso" ed il club.

In molti passaggi mi sono divertito, in altri riconosciuto (quello che lui immagina come ipotesi, di sfottere un futuro figlio del Tottenham, io l'ho provato facendo piangere Francesco con una sfrenata esultanza durante una finale Juventus - Lazio, gol di Cataldi), altri mi hanno fatto riflettere nel momento in cui già trentanni fa intravedevano come un pericolo la perdita del legame con gli strati popolari e lo strapotere delle TV. Bisognerà ammettere che tutta questa crisi non c'è, a livello globale, lasciamo stare lo stato orribile della Serie A.

Hornby usa parole appropriate per descrivere perchè il calcio è uno sport bellissimo, perchè il ruolo del tifoso che guarda è anche quello di uno che lo spettacolo lo fa; racconta quella strana gelosia che ci coglie quando qualche neofita del tifo appena arrivato partecipa ad una vittoria come noi che la aspettavamo da tanti anni; come i tifosi assomigliano alle caratteristiche del club come i cani ai loro padroni.   

Datato, sì, ma con tutte le stimmate di un classico.

Anello dello Iof di Somdogna

Il progetto di una sera in bivacco viene abbandonato per via del tempo, sostituito da una escursione breve. Mi gioco lo Iof di Somdogna, che ritengo idonea a testare i ragazzi.

Dopo l'interminabile strada che porta alla Sella, ci muoviamo dalle 9, in rapida ascesa, per quanto la parte iniziale sia piuttosto ripida, e raggiungiamo in un volgere relativamente breve la panoramica cima. Siamo di fronte alla colossale parete nord del Montasio, mentre la vista spazia sulla val Dogna da una parte, sulle più importanti cime delle Giulie dall'altra.

Sono felice di condividere la vera bellezza con Riccardo e i suoi amici.

Scartiamo l'alternativa di una ridiscesa sullo stesso itinerario, per intraprendere l'anello, sperabilmente nella versione più breve. Alla quota prevista di 1610, però non riesco ad identificare il sentiero che deve condurci al Grego, probabilmente sommerso da un po' di neve residua. Procediamo quindi in costa fino a portarci a pochi metri dal bivacco Stuparich, che a questo punto visitiamo con promessa di tornare. 

Tornati al bivio per il 611 iniziamo una ripida discesa, che precorro quantificando di quanto dovrò risalire. Quanto il sentiero si inoltra nel bosco, in effetti, incontriamo due o tre strappi non particolarmente graditi, ma che superiamo di buona lena.

Alle 13.45 siamo al Grego, ci aspetta un buon pranzo servito con incredibile velocità, di fronte alla vista difficilmente comparabile che offre questo rifugio. Una breve sosta a guardare le grandi cime, ed anche il fronte di un temporale che avanza rapidamente, inducendoci a guadagnare tramite la pista di servizio l'auto.

    



martedì 26 maggio 2026

E adesso?

Ogni volta che finisce il campionato mi sovviene quella volta che Giovanni, in un mesto lunedì, mi disse: E adesso che cazzo facciamo fino a settembre?

Monte Schenone

Si riparte all'improvvisata, punto l'obbiettivo sullo Iof di Dogna. 

L'anello proposto dalla guida è parecchio lungo, penso di accorciarlo con un rientro diretto dopo aver doppiato le due cime.

Partenza alle ore 9 da Malga Poccet, raggiunta dopo una lunga percorrenza della rotabile da Pietratagliata. Ambiente magnifico e suggestivo. Abbandonata ben presto la mulattiera dopo il ricovero Jeluz, ci inerpichiamo sul sentiero che conduce ad una forcellina. Nel corso dell'ascesa ho una piccola contrattura, che non  mi impedisce di proseguire.

Il panorama è mirabile. Da un lato i monti di Pontebba, dall'altra la sagoma del Montasio in una inconsueta visuale "di taglio". Segeuendo la traccia a destra ci spostiamo, poco sotto la cresta, verso il Monte Schenone, che raggiungiamo soffermandoci accanto alla croce ad ammirare la vista, a quota 1950. 

Abbandoniamo la vetta perchè vogliamo dirigerci verso lo Iof di Dogna, con un po' di fatica individuiamo una traccia che scende nell'erba, fino a farci trovare un'esile sentiero marchiato 602, e finalmente risalire, non senza superare l'intralcio di fitti mughi. Siamo quasi arrivati, alla volta di una nuova forcelletta, suberntra la decisione di fermarci.

Non grande idea quella di rientrare con una variante: per evitare la ripida risalita sull'erba ci incamminiamo su un lungo tracciato in quota che ci porta ad un vistoso allungamento del percorso. Non senza fatica riguadagniamo la prima forcella. Le ascese sono finite, possiamo riguadagnare la macchina con il percorso dell'andata.

Quest'anno sono fortunato, in posti misconosciuti trovo sempre la vera bellezza.




 

giovedì 21 maggio 2026

L'archetipo italiano della libertà

Ricorrono oggi dieci anni dalla scomparsa di Marco Pannella

Con una formula bella e importante Francesco Merlo ha definito Marco "l’archetipo italiano della libertà, proprio come Garibaldi è l’archetipo dell’uomo d’azione, Berlinguer della moralità, Gramsci del pensiero profondo e Papa Giovanni della bontà". Archetipo della libertà. Bella definizione. E' la trovata dell'articolo nel quale la magnifica prosa di Merlo indulge nel ricordare episodi vecchi ed arcinoti (ma forse solo a me), regalando tuttavia diverse chicche e soprattutto rievocando la profezia che compose con Marco, quand'era prossimo alla fine, che da morto i suoi meriti sarebbero stati riconosciuti da quelli che da vivo lo disprezzavano e, soprattutto, non lo votavano.

L'articolo di Merlo triangola con il ricordo di Mattarella ed i tanti interventi degli amici: la cultura, le istituzioni, la sua gente, tutti uniti a rendere omaggio a Marco, tanti con un leit motiv comune che è "mi ha cambiato la vita".

Il triangolo ha al suo centro la gente comune, i carcerati, gli obbiettori, gli sconfitti, ai diritti dei quali Pannella ha dedicato la sua vita.

Giusto riportare le parole del Presidente della Repubblica: "Pannella ha legato il suo nome a campagne referendarie che hanno rappresentato svolte nella vita sociale, con l’uso dei referendum popolari come leva dell’azione politica. Il tema dei diritti civili, come espansione delle libertà costituzionali, ha costituito il filo che nel tempo ha legato le sue molteplici esperienze e alleanze.

Il leader radicale fu uomo del dialogo, come nel caso delle decisioni che portarono a interventi straordinari della Repubblica per combattere la fame nel mondo, oltre che protagonista in passaggi delicati della vita delle istituzioni.
Europeista tenace e convinto, coerente sostenitore dello Stato di diritto, irriducibile avversario della pena di morte, difensore della dignità dei detenuti, lascia un’eredità che riserva valori anche a chi non ha condiviso tutte le sue battaglie"

Da uomo delle istituzioni, è stato doveroso il ricordo in un convegno in Parlamento, con Rutelli, Letta, Casini, Martelli

I mille aneddoti si alternano nelle interviste, negli interventi alla maratona oratoria con il sincero rimpianto, come quello commosso di Ilaria Cucchi, non certo l'unica a rendere grato omaggio a quello che è considerato un maestro, che insegnava non in cattedra ma in strada, tra la gente. Ricorda Ilaria:  di Marco Pannella rimane molto, Marco Pannella è stato un esempio e un po' per tutti noi che ci occupiamo del tema dei diritti ed in particolare delle carceri. Personalmente io non potrò mai dimenticare quando Ilaria Cucchi, pochi giorni dopo la morte di suo fratello incontrò Marco Pannella, ed entrò a far parte del mondo dei radicali. Io credo che Marco Pannella sia stato, resterà per sempre l'esempio di cosa vuol dire fare politica e quella politica vera, quella politica alla quale io mi sono ispirata, che continua ad essere parte della del mio modo parte fondamentale del mio modo di lavorare,  la politica fatta per la gente, in mezzo alla gente... Non dimentichiamo mai tutto ciò che ha fatto per la realtà delle carceri, per i detenuti. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare quanta strada ha fatto sul piano dei diritti, grazie al suo instancabile impegno, ricordiamo tra tutti quanto si è speso per l'aborto, per esempio, per il divorzio e per tutte le battaglie legate ai diritti, e quindi, se è vero che oramai sono 10 anni che non è più tra noi, è altrettanto vero che se si semina qualcosa come ha fatto lui alla fine si rimane sempre senta. ...Ma la targa di Pannella ce lo portiamo tutti dentro io, per prima me la porto dentro si è sentito con me, come faceva notare dalle mie parole emozionate di prima, ed è un'emozione vera pura, perché ribadisco quello il modo di fare politica, Pannella è una targa che ci sarà per sempre e che ciascuno di noi nel suo piccolo si porta dentro e che continua a far crescere. La Cucchi parla di un legame, quello personale che Marco sapeva creare, per innata capacità di empatia e per sincero tratto umanista, con chiunque incontrava, e che riusciva a rendere un tutt'uno con un'iniziativa politica che interessava la persona che aveva di fronte, nella sua vita vera. Anche Folli parla della sua lezione, diventata un metodo che è la vera eredità: "Ravvivare ogni giorno la democrazia con le battaglie civili, il garantismo, la difesa non retorica dello Stato di diritto. Senza fossilizzarsi negli ideologismi che diventano incrostazioni burocratiche, non fare del sistema dei partiti un blocco corporativo. Senza dimenticare che dietro le idee ci sono gli uomini che le rappresentano". 

Persino il Principe, in una lontana intervista, si sbilanciò, parlando di "un amico": Pannella è una delle persone che amo di più.

Nei 10 anni dalla sua scomparsa se ne sono andati tanti altri: Massimo, Spadaccia, Cicciomessere, l'altro giorno Olivier Dupuis, i radicali non ci sono più e non sono nemmeno d'accordo su commemorazioni e sui muri cui appendere una targa. Ha detto Taradash che l'erede non c'è, un po' perchè impossibile, un po' perchè ancora vive: ed è stato bello un mese fa intitolare il convegno organizzato da Rovasio "10 anni di compresenza del nostro agire politico", in cui tra i tanti interventi c'è stato anche quello di un Vittorio Feltri in lacrime.
I giornali non si sono certo sprecati nelle commemorazioni. Al solito si è distinto il Foglio, che domenica ha dedicato la foliazione centrale ad una raccolta di scritti, interviste e discorsi originali del  leader radicale.
La lettura desta al tempo stesso piacere e nostalgia, la scelta operata dal giornale felicemente sintetizza alcuni elementi centrali del pensiero-azione di Marco.

La citatissima prefazione di Underground, oltre motivo per riproporre la famosa parte con le "beatitudini" (che non mi trattengo dal riproporre: Io amo invece gli obiettori, i fuori-legge del matrimonio, i capelloni sottoproletari  anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i nonviolenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste 
disperazione. Amo speranze antiche, come la donna e l’uomo; ideali politici vecchi  quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della  Destra storica. Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di  rafforzamento, anche solo contingente, dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni  sacrificio, morte o assassinio, soprattutto se “rivoluzionario”. Credo alla parola che si  ascolta e che si dice, ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuol essere onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive, ai testi più o meno sacri e alle ideologie. Credo sopra ad ogni altra cosa al dialogo, e non solo a quello “spirituale”: alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente d’evasione o individualistici – e tanto più “privati” mi  appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m’ingegno che siano  riconosciuti) diviene occasione per ricordare quella che fu "La ridefinizione di fascismo e antifascismo secondo Pannella". Nel proporre la sua ferma critica (politica, ma anche antropologica) al manicheismo rivoluzionario e alla lotta di classe, Marco attaccaTu che hai “compreso”, ti sei sentito “compagno” di Notarnicola (e hai fatto bene); che hai vissuto almeno quanto me fra sottoproletari, paria, emarginati, come puoi non comprendere il fascismo di questo antifascismo? Come puoi, ancora, sopportare l’inadeguatezza dell’ingiuria, dell’insulto, del disprezzo, del manicheismo dozzinale, classista, non laico, fariseo, nello scontro di classe che cerchiamo di vivere e di sostenere, nel viver diverso e nuovo che presuppone e che genera? Perché, anche tu, fra fucile, antifascismo e poteri-al popolo-a-pugno-chiuso, continui a vivere di quella vecchia nuova-sinistra che così puntualmente e efficacemente denunci nel libro? E poi... In tutta questa vostra storia antifascista non so dove sia il guasto maggiore: se nel recupero e nella maledizione d’una cultura violenta, antilaica, clericale, classista, terroristica e barbara per cui l’avversario deve essere ucciso o esorcizzato come il demonio, come incarnazione del male; o se nell’indiretto, immenso servizio pratico che rende allo Stato d’oggi e ai suoi padroni, scaricando sui loro sicari e su altre loro vittime la forza libertaria, democratica, alternativa e socialista dell’antifascismo vero. Il fascismo è cosa più grave, seria e importante, con cui non di rado abbiamo un rapporto di intimità. Con parole tanto semplici quanto ispirate il rifiuto della violenza trova la sua ragione politica: La violenza dell’oppresso, certo, mi pare morale; la controviolenza “rivoluzionaria”, l’odio (“maschio” o sartrianamente torbido che sia) dello sfruttato sono profondamente naturali, o tali, almeno, m’appaiono. Ma di morale non m’occupo, se non per difendere la concreta moralità di ciascuno, o il suo diritto ad affermarsi finché non si traduca in violenza contro altri; e quanto alla natura penso che compito della persona, dell’umano, sia non tanto quello di contemplarla o di descriverla quanto di trasformarla secondo le proprie speranze. Insomma, quel che vive, quel che è nuovo è sempre, in qualche misura, innaturale. Perciò non m’interessa molto che la vostra violenza rivoluzionaria, il vostro fucile, siano probabilmente morali e naturali, mentre mi riguarda profondamente il fatto che siano armi suicide per chi speri ragionevolmente di poter edificare una società (un po’ più) libertaria, di prefigurarla rivoluzionando se stesso, i propri meccanismi, il proprio ambiente e senza usar mezzi, metodi idee che rafforzano le ragioni stesse dell’avversario, la validità delle sue proposte politiche, per il mero piacere di abbatterlo, distruggerlo o possederlo nella sua fisicità.

La celebre intervista a Playboy, in un momento in Pannella era il personaggio del momento, contiene oltre a cenni biografici una miniera di spunti interessanti, il principale dei quali è la rivelazione per la quale Il mio manifesto, il manifesto dei radicali, ci viene da un grande poeta, Rimbaud: 'Le raisonnable dérèglement des sens', il ragionevole sregolamento dei sensi. Un politico che cita Rimbaud come canone di ispirazione etica e politica, questo era Pannella.

Il discorso tenuto in Parlamento il giorno della negata autorizzazione a procedere a Craxi, oscurato dalla grandezza del discorso di Bettino, ben evidenzia cosa era quel luogo, cosa la politica, prima che il ciclone di mani pulite li distruggesse, come puntualmente previsto da Pannella, che nondimeno restò coerente con i propri principi e votò per l'autorizzazione. Principi, pensiero, proposta politica coerente, tutto quanto è ormai impossibile trovare assieme oggi . 
 
L'intervento ad un convegno del 2011 fu l'occasione per riproporre la sua analisi sui nefasti effetti dell'obbligatorietà dell'azione penale, del suo essere fatto genetico di amnistia strisciante, clandestina e discrezionale posta nelle mani di ogni PM, chiaramente impossibilitato a gestire un numero  improponibile di processi: Questo è un lascito post-rivoluzionario napoleonico che la monarchia ha subito raccolto, per amministrare la giustizia come una giustizia di Stato, funzionariale, con il giudice,
una parte dei giudici che sono funzionari di Stato, non importa se del Re o della Repubblica. Dopo il fascismo si è stabilito il principio dell’obbligatorietà anche perché continuasse a inverarsi socialmente, sociologicamente, culturalmente questa concezione della giustizia come realtà statuale, statalista, burocratica nel senso migliore della parola; e insieme ad essa il problema di garantire l’indipendenza, problema che si pone con tanta maggiore enfasi soprattutto quando e dove ci sono la realtà di dipendenza oggettiva. Allora si spiega perché poi in Francia si siano un po’ meno preoccupati della indipendenza da garantire, fedeli a quel principio per il quale nemmeno la giustizia deve ritenersi un momento di discendenza divina e sacrale e deve anche essa essere in qualche misura sottoposta al principio democratico e alla concezione dello Stato di diritto, con tutti i guai piccoli o grandi che accadono.

Nell'intervista titolata Sinistra e pacifismo Pannella ha modo di esporre la nota critica al pacifismo in nome della nonviolenza:  “Perché i giovani sappiano, i vecchi ricordino e si cessi di ingannarli: il pacifismo in questo secolo ha prodotto effetti catastrofici, convergenti con quelli del nazismo e del comunismo. Se il comunismo e il nazismo sono messi al bando, il pacifismo merita di accompagnarli....Non violenza e democrazia politica devono vivere quasi come sinonimi. Da un secolo non vi sono guerre tra democrazie, diritto e libertà sono la prima garanzia. E il pacifismo storico, nei fatti, lo ha sempre ignorato”." 

Di estremo interesse e attualità il concetto esposto Al Parlamento europeo nel 2001:  «Voi conoscete l’uomo e la donna arabi e palestinesi solo se incontrano una pallottola israeliana; allora gli date  almeno l’ onore della sepoltura, l’onore del riconoscimento. Dinanzi ai cittadini palestinesi, arabi, del Medio Oriente, che quotidianamente muoiono, assassinati dai loro regimi - sauditi, basisti di destra, di sinistra - dall’alleanza storica, forte degli sceicchi e del potere mediorientale, alleato delle grandi
multinazionali del petrolio e di voi, sinistra più o meno comunista; dinanzi alla realtà curda, che non è solo quella turca, ma anche quella irachena e degli altri; dinanzi alla concreta vita delle donne e degli uomini sauditi, palestinesi, voi ve ne occupate solo se accade che la parte israeliana si scontri, a volte con gravi errori nei loro confronti. Vi accorgete dell’esistenza dell’umanità palestinese solo quando vi serve per denunciare il vostro continuo nemico di oggi, si chiami Stati Uniti d’America, si chiami  Israele... dove sta scritto che l’Unione europea si rende garante degli Stati nazionali, della loro indipendenza e della loro conquista? Non esiste in nessun posto, oggi, scritto nei cuori e nella cultura, il diritto allo Stato nazionale ottocentesco: esiste quello dei diritti civili, politici, umani, nei confronti di qualsiasi autorità statale, centrale o centralizzata, e di questo non avete nessuna nozione!»

Mi piace ricordarlo con le parole che gli dedicò, dieci anni fa Ferrara, soprattutto il saluto finale già allora denso della mancanza che da allora abbiamo provato: Teramano, carico di onorificenze sul campo, guru di una setta luccicante di vita, fu il più clericale dei mangiapreti e uno degli uomini più squisiti, dolci, teneri che la vita italiana pubblica e privata ci abbia dato il privilegio di sfiorare con le nostre infinite rozzezze. Ciao un cazzo, caro Pannella, addio piuttosto.

Con un canestro di parole nuove, calpestare nuove aiuole



martedì 12 maggio 2026

La repubblica di Weimar

 di Gunter Mai


Temo di aver sbagliato acquisto.

Questo agile libretto è incentrato sulle dinamiche politiche della Germania tra il primo dopoguerra e la presa del potere da parte dei nazisti, mentre io ero interessato agli aspetti sociali e culturali della Repubblica. 


sabato 9 maggio 2026

Ringraziare, non dimenticare, avere un groppo in gola

Sono tecnicamente uno scampato alla furia del terremoto. Dormivo in culla nella casa dei miei nonni, a Gemona. Mia madre racconta che riuscì ad arrivare alla culla la piano di sopra, non a riportarmi di sotto, i 59 secondi li trascorse nel pianerottolo della casa che poi risultò semidistrutta. Non ho ricordi, ovviamente, di quanto accadde mentre avevo solo 18 mesi. Ricordo invece negli anni successivi la vita nelle krivaje, le messe nella baracca, i cantieri ovunque e la malta, talmente invitante che ero tentato di mangiarla. Il nonno intendo alla ricostruzione con un paio di muratori telefonava trafelato alla ditta Forgiarini ordinando un sacco di cemento alla volta, meglio essere prudenti. Ricordo nel 1986 la visita del Presidente Cossiga: veniva a constatare che la ricostruzione era completata, dopo 10 anni.


  

Il terremoto del 76. Un anno fa dissi ad una collega di fuori: vedrai nel 2026, anniversario dei cinquanta anni , che celebrazioni in grande stile.

Un sisma di mezzo secolo fa è un fatto storico, al più produttivo come ogni altro di conseguenze, di cui due generazioni portano la responsabilità ben più di quell'evento genetico. E, fuori dal Friuli, di quel che accadde nel 1976 non vi sarebbe comprensibilmente memoria, se non ci tenessimo noi così tanto.

Non è facile trasmettere l’importanza che il terremoto riveste quale fattore identitario di una comunità, di un popolo. Ogni 6 maggio, e quest’anno di più per la rotondità della ricorrenza, si ravviva un crogiolo di emozioni in cui il ricordo delle persone scomparse in quella che fu una tragedia di dimensioni immani si incontra con la gratitudine per la eccezionale solidarietà ricevuta, e poi con l’orgoglio di aver reagito con le nostre prerogative, compostezza determinazione e spirito di sacrificio, portando alfine a termine una ricostruzione che è stata materiale e morale, financo trasformata in occasione di sviluppo.

Per molti, come quelli della mia età, per fatto anagrafico, non si tratta di un ricordo, ma della scoperta di quello che siamo, o almeno di quello che vorremmo pensare di essere, per tutti è un'emozione che ogni volta è impossibile trattenere. 

In passato mi è capitato di chiedermi se nella narrazione incentrata sul “modello Friuli” non vi fosse eccesso autocelebrativo, contrastante la modestia e l’understatement che ci contraddistinguono, e anche ci piacciono.  Che la risposta debba essere negativa ho cominciato a pensarlo quando ascoltai una frase buttata li da Bordin durante una rassegna stampa; se Massimo diceva, di fatto riproducendo la famosa ellittica frase di Zamberletti, che oltre al modello c'erano i friulani, forse del vero c'era.

Nei giorni scorsi, durante le celebrazioni che l'Amministrazione ha organizzato senza risparmio, questo è stato ribadito dalle più alte cariche dello Stato intervenute a Gemona con significativi discorsi, rendendo il merito che a questo punto ci prendiamo. 

Dobbiamo ringraziare la Presidente Meloni, per le sue frasi molto belle. Non ha dimenticato di citare le importanti scelte operate dalla stato, la nomina di Zamberletti e la nascita della Protezione civile, la ricostruzione fedele, l'autonomia ed il ruolo dei sindaci. Eravamo pronti a fare dibessoi, ma abbiamo avuto grande aiuto (da tutta Italia dice la Presidente, da tutto il mondo aggiungo io). Lo abbiamo evocato e meritato con l'impegno e la serietà, costruendo un esempio che è importante ricordare e porre a base della quotidiana attività. Il pudore mi trattiene dal ricordare quanto la Presidente ha detto quale giudizio complessivo sulla ricostruzione. 

Dobbiamo ringraziare il Presidente Mattarella, che ha ripetuto al consiglio regionale straordinario, dall'altissimo scranno che occupa, queste parole: "A quella stagione, a quegli anni, a quel contesto di desolazione e di preoccupazione, le dirigenze dell’epoca, le popolazioni – come è stato già sottolineato da chi è intervenuto: dal Presidente del Consiglio, dal Presidente della Regione, dal Sindaco, dal Presidente del Consiglio regionale – hanno opposto determinazione e grande energia, quella di una volontà di vita che ricomincia, attingendo al seme della cultura e del carattere della gente friulana.  Viene da pensare che il concetto di resilienza trovi qui, in questa terra, la sua radice.

Friuli, Italia: Il nostro Paese conserva formidabili risorse morali di umanità e senso di unità, che sa esprimere nei momenti più difficili, prezioso patrimonio sociale e civile.

Dopo aver ricordato, oltre a Zamberletti, Comelli e Biasutti, Mattarella ha ricordato che " il futuro dipende da noi, che l’esito della storia non è mai scontato ma è affidato alla responsabilità e alle scelte di persone e comunità. Un insegnamento qui manifestato, in Friuli, che vale sempre.  Anche oggi, di fronte alle guerre, agli squilibri crescenti nel mondo, alle volontà di sopraffazione."

L'impegno a mantenere i nostri valori, a operare senza dare per scontati diritti e le istituzioni, pur migliorabili, grazie ai quali viviamo in pace e relativa prosperità, ricorre sempre nei discorsi del Presidente: Nell’ottantesimo anniversario del voto che volle la Repubblica e diede origine alla sua Costituzione, oggi qui a Gemona, nella solenne cornice del Consiglio regionale, insieme agli amministratori locali, insieme ai rappresentanti delle istituzioni, del volontariato, in una terra e di fronte a un popolo capace di affrontare le avversità, di rialzarsi, ribadiamo - in un momento di memoria e di impegno - il Patto di non lasciarci fuorviare nel cammino di progresso, nell’affermazione dei valori di solidarietà e di coesione, che qui sono stati, in maniera esemplare, vissuti e realizzati.

Il modello Friuli dunque.  E' che siamo talmente abituati (indotti?) a vedere ovunque inconcludenza burocratica, malaffare, disonestà, che ci troviamo spiazzati quando le cose sono semplicemente andate come dovevano andare. Parlo non dei friulani, ma dello Stato, che da subito fu presente, investì ingenti risorse, fece le scelte giuste in campo organizzativo, confidò nella maniera appropriata nell’autonomia e nella responsabilità delle comunità colpite, che risposero al tanto ricevuto facendo la propria onesta parte, sapendo essere comunità, declinando il principio di sussidiarietà in concreto, prima ancora che venisse concettualizzato.

Deve questo essere un modello, e non la normalità? Vorrei (voglio) non crederlo.

Quanto alla parte che vi abbiamo avuto noi (i miei nonni, i miei genitori), che siano gli altri ad indicarla. Noi continueremo a ringraziare e non dimenticare, mentre ascoltiamo le vecchie storie, i vecchi racconti, i vecchi slogan, ogni volta con quel groppo alla gola.



domenica 3 maggio 2026

Riccardino

Caro Riccardino, mi ero preparato giusto due parole, nel caso fossero necessarie.

Volevo anche cantare "Father and son", per dirti che la maggiore età non è solo una festa, arriva il momento della responsabilità e delle scelte; si apre quella dinamica in cui i vecchi danno consigli che traggono inevitabilmente dalla loro esperienza, i giovani non li ascoltano, perchè credono di essere diversi, ed hanno ragione a crederlo, perchè lo sono, ogni persona è unica. Il Magna non è venuto ed il duetto che avevo immaginato è saltato, e poi non c'era Francesco.

Alla fine è saltato anche il discorso, tra il timore di esagerare e la volontà di non prendermi un palcoscenico che non era il mio.

Auguri Riccardino.

Intorno al tuo diminutivo si sprecano i commenti, in realtà esso non allude nè alla statura nè all'età: è intriso della gratitudine che proviamo perchè con la tua presenza hai reso migliori tutti i nostri giorni, in questi 18 anni.

Una volta una maestra ad un colloquio disse a tua madre: "Riccardo è il vero bambino: sereno, capace di sorprendersi, arrabbiarsi, gioire, senza troppe fisime e complicazioni". E tu sei così, buono, gentile  elemento di equilibrio tra tutti, capace di sopportare le angherie di Francesco, di dire una buona parola ai nonni, di adattarti agli umori dei genitori, vigile a come si veste Margherita alle feste. A me, mi accompagni allo stadio, in trasferta, mi porti anche in montagna, rendendomi felice.

E' una fortuna tua e delle persone che ti stanno e ti staranno accanto questa attenzione agli altri: hai preso il cuore buono del nonno, solo declinandolo in salsa settentrionale. 

E nonostante questo, quando c'è bisogno, Riccardo non resta un'acqua cheta, è capace di mettere in campo personalità e impegno, e tutto il resto che serve.

Insomma, Riccardo, te lo devo dire: sei il figlio che tutti vorrebbero.

E allora sono fortunato, perchè c'è Margherita, la figlia che tutti vorrebbero, e Ciccio, il nostro Ciccio, il figlio maggiore che tutti vorrebbero.

Caro Riccardino, cari ragazzi, grazie per quello che siete. Saremo sempre dalla vostra parte.

sabato 2 maggio 2026

Ci hai fatto piangere ancora

Quando ti abbiamo visto la prima volta senza le gambe.

Tutte le volte che ti abbiamo ascoltato, sorridente, dare messaggi di speranza e vita. Quante vite hai cambiato, quante persone che hai risollevato dalla disperazione più nera ora ricordano quanto ti devono.


Quella volta che abbiamo urlato "noooo" dopo il nuovo incidente, e poi implorato "vinci ancora, grande campione".

Ed ora, non solo per il dispiacere di non poter rivedere il tuo sorriso o ascoltare le tue parole tornite di viscerale buonumore, ma vinti dall'emozione che ci dà comprendere per quante persone sei stato speranza.

Se c'è stato un grande campione, medaglia d'oro della vita, quello è Alex Zanardi

lunedì 27 aprile 2026

Anello del Monte Lovinzola

I due indiziati si danno malati, qualche dubbio se andare lo stesso mi viene: penso al rimpianto che avrei, e parto.

Alle 8.10 sono alla partenza a Sella Chianzutan, meta sinora sempre trascurata, giusto all'apertura del bar perfettamente ristrutturato.

Mi incammino di buona lena, seguirò il percorso della guida e non quello più battuto, sulla "via del marmo".

L'ascesa abbastanza rapida nel bosco mi conduce al bivio, invece che la diretta alla cava di marmo prendo la via per Casera Val, immersa nella neve scesa in settimana. Incontro un escursionista che scende, ha trovato troppa neve e rientra. Penso seriamente ad abbandonare il programma ripiegando sulla pista che conduce alla cima, ma alla fine decido di proseguire, pur con l'occhio al vicinissimo Verzegnis che sarebbe mio in meno di mezzora.




Ho puntato tutto sull'essere sul versante sud, e mi va bene: la forcella Cormolina divide il lato nord completamente innevato da quello su cui riesco ad incamminarmi, sulla cresta che superate 4 cime mi condurrà alla meta. 

Da subito il panorama si apre imponente sulle vallate giù, mentre in saliscendi riesco a restare sull'esile traccia, in alcuni casi dovendo anche arrampicarmi, sia pure in tutta sicurezza. 

C'è anche la fatica, ma il premio è grande quando arrivo in cima, a quota 1860. Una sola parola, meravigliosa, descrive la vista dalla cima, che spazia su 4 vallate. Si vede a sinistra Ampezzo, con Enemonzo, Raveo e Villa, da cui parte la val Degano visibile fino a Ovaro, e sullo sfondo il grande massiccio. In mezzo, Tolmezzo e la valle del But fino a Imponzo, l'Amariana che sembra una piramide, e poi Amaro e le Giulie sullo sfondo.

Che gioia, e che soddisfazione esserci arrivato. 

Giusto sotto la cima c'è la cava di marmo, incredibile pensare ad una produzione quassù!

Tocca andare, la vita è anche dover lasciare le cose belle, io resterei qui. Le sorprese non sono finite, alla base della cava scopro i binari che traportavano i giganteschi blocchi di marmo alla base della teleferica. Superata una galleria, ecco la teleferica! Due grandi tabelloni ne ricordano la storia.

Causa convocazione a Udine a metà pomeriggio, devo rinunciare a completare il giro che prevede la risalita a Colle dei larici, dirimpetto alla cava, ed un lungo anello per rientrare alla partenza. Accorcio con la via diretta, con il dispiacere attenuato dalla certezza che ritornerò, magari in buona compagnia.

Il bar ora è stracolmo di motociclisti accorsi a godersi sole e birre, per me la solita coca fresca prelude ad un rientro.

Giornata magnifica, con la vera bellezza a riempire gli occhi e il cuore anche dove non te la aspetteresti. 









domenica 19 aprile 2026

Malga Priu

Si ritorna in sentiero, propendiamo per una soluzione facile, un anello per malghe nel bosco nel vallone di Ugovizza. Dobbiamo fare presto, nel pomeriggio è prevista pioggia

Prima della partenza sosta d'obbligo nel solito bar-negozio sulla statale.

Impossibile questa volta perdersi, la via è costantemente segnalata e si svolge nella bellissima foresta, per poi sbucare su un'assolata radura ai piedi del monte Zabet.

Alla malga Mezesnig facciamo sosta per il panino, decidendo di abbreviare il percorso direttamente verso malga Priu. Arrivandoci dall'alto inizialmente la scambiamo per il bungalow, davvero singolare, che è stato costruito poco a nord dell'edificio principale.

Dev'essere davvero singolare dormirci, immersi nella pace e nella vera bellezza, penso prima di prendere la discesa.






lunedì 13 aprile 2026

L'antidoto. Libertà, ambiente, tecnologia. Manifesto ottimista contro la dittatura del catastrofismo

di Claudio Cerasa

La nostra vanità è sempre piacevolmente vellicata quando ritroviamo qualcuno dei nostri pensieri della domenica in opere di scrittori, giornalisti, commentatori.

In questo (che non è un libro, ripete vezzosamente) Cerasa sviluppa, porta a sistema e ne fa ragione a suo modo rivoluzionaria un paio di ideuzze che ho spesso sostenuto, nelle rare conversazioni extracalcistiche.

Almeno in tema di sicurezza, e poi in genere sulle prospettive di un giovane d'oggi, mi sono spesso trovato a proporre il punto di vista opposto a quello dominante, che tutto sia una rovina, addirittura invocando in certi casi la forza dei dati, della realtà. 

Dopo il pistolotto iniziale, in cui dà conto del suo intento, da copione controcorrente, di offrire una narrazione opposta alla corrente, fondandola sull'osservazione di dati e statistiche, da contrapporre a quella dominante per la quale ci stiamo avviando verso una multiforme catastrofe, Cerasa declina il suo ottimismo illuminista (illuminismo ottimista) in diversi campi, facendo ampio ricorso a citazione di quei dati e di quelle statistiche, oltre che di autori da cui ha tratto ispirazione.

Un primo versante indaga ("Visto, si infanghi. Contro il circo mediatico del rancore") sulle responsabilità della stampa nel proporre la narrazione catastrofista, descrivendo i meccanismi in base ai quali vendono di più le geremiadi e le profezie di sventure che le buone notizie, e facendo appello alla responsabilità dei giornalisti di offrire, con una più corretta descrizione della realtà, un migliore servizio ai loro lettori, ma anche alla loro professionalità.

Nel secondo capitolo viene ripreso un tema che sta riprendendo voga, la proclamazione dell'orgoglio occidentale, e la descrizione dei molti motivi per cui, non nascondendo errori e colpe del passato, il way of life, e soprattutto il complesso di valori e istituzioni rende quella che per alcuni è la morente civiltà occidentale il migliore dei posti in cui vorremmo (e tutti gli altri vorrebbero) vivere.

"Smascherare l'agenda della fuffa" è un catalogo di dati, mo' me li segno, in base ai quali l'Italia reale è un paese molto migliore di quella percepita. In cui aumenta la speranza di vita, calano i crimini, aumenta il lavoro, migliora la condizione femminile. Addirittura cala l'evasione fiscale... 

E che dire della globalizzazione. Has it gone too far? Forse si, e, Cerasa lo ammette, difenderla è impopolare. Ma osservare la ricchezza che ha prodotto in molti paesi, e di più il fatto che è una condizione che rende la guerra meno appetibile, è diventato naturale quando il populismo diventato trumpismo si è incaricato, mostrando come le politiche protezionistiche e sovranistiche mettono in luce, con i loro disastri, i vantaggi che i mercati aperti recano al benessere delle nazioni e alla libertà loro e degli individui... La globalizzazione, Cerasa cita Calamandrei, è come l'aria, ci si accorge di quanto è importante solo quando viene a mancare.

Un'interessante digressione viene condotta sul tema dei mutamenti climatici, dove Cerasa propone una importante alternativa tra il negazionismo ed il catastrofismo. Evidenziando la possibilità di una terza via in cui è soprattutto la capacità di trovare soluzioni tecnologiche che attenuino o evitino i rischi che non vengono negati, mostra quello che è poi il leit-motiv del libro, ovvero una prospettiva che in termini politici definiremmo riformista, capace di (provare a) cambiare le cose invece di rinunciarvi in nome dello sfascio inevitabile.

Il capitolo sull'Europa si fonda sulla capacità di reazione dimostrata, sull'orlo della rovina, nei confronti dei due traumi rappresentati dal Covid e dalla guerra di Putin. Pare impossibile (ma bisognerebbe rileggere le parole di Mattarella a Marsiglia, n.d.b.), ma "si scrive Europa, si legge ottimismo".

Il capitolo sulla giustizia: "il più grande generatore di sfiducia verso il futuro: la gogna", è stato scritto prima del referendum, e con il senno del poi dimostra che il cammino dell'ottimista non è privo di inciampi.

Cerasa affronta quindi un altro tema che mi è caro, quello della demografia, e anche qui trovo riproposto un mio vecchio refrain, per il quale non sono certo economiche le ragioni per cui non si fanno figli. Cosa serve per combatterle: "In tre parole: fiducia nel futuro. In due parole: meno catastrofismo. In una parola: ottimismo".

L'ultimo capitolo è particolare. Cerasa è direttore di un giornale che ha sperimentato un'edizione interamente redatta dall'intelligenza artificiale, di cui parla con dovizia e naturale orgoglio. Ovvio immaginare, ma lo avremmo fatto comunque arrivati a questo punto del libro, che consideri l'AI una opportunità da cogliere e da governare, per non trattarla "come i tassisti hanno fatto con Uber, e l'unico modo per non esserene schiacciati è provare a governarla, senza celebrarla troppo, senza demonizzarla a priori". Offre un elenco di tre aree in cui l'uomo resta necessario (meno male!): fiducia (nuovi ruoli di governance della AI), integrazione (professionisti della AI, "idraulici" del sistema) e gusto.

Il pessimismo, conclude Cerasa, non è un destino, ma una scelta.

La sua prospettiva non sarà inattaccabile, ma è di certo interessante, e soprattutto conveniente: a essere ottimisti, possiamo solo guadagnarci. 


 

La spartizione

 di Piero Chiara.


Ho scoperto questo gustoso romanzo grazie alla trasposizione cinematografica trovata, del tutto casualmente su Raiplay, con Tognazzi nei panni del collega (vecchio stampo, eh... "venga a prendere un caffè da noi") Emerenziano Paronzini, in servizio all'Ufficio Bollo e Demanio di Luino.

Trama bene congegnata, intorno all'ingresso di Paronzini in una casa di tre sorelle che finiscono per spartirsene i favori, consumandone le forze fino all'estremo.

domenica 5 aprile 2026

Casera Ungarina e Malga Confin nella Val Venzonassa

Pochi giorni fa, alla presentazione di un corso al CAI, un ciarliero istruttore ad un certo punto ha proposto la necessità che, quando scendiamo dalla montagna, portiamo quaggiù un po' di quello che si prova lassopra.

Armonia, pace, educazione, amicizia si respirano a pieni polmoni come l'aria pura, sui sentieri e le mulattiere che portano in alto.

E lo stupore di riconoscere, a 40 chilometri da Udine, in val Venzonassa, la vera bellezza, nascosta solo a chi non la vuole cercare.

Parto di buon mattino, sarò in solitaria e fino all'ultimo sono stato in dubbio, e riesco con qualche incertezza a trovare il punto di avvio dell'anello suggerito dalla guida, sulla rotabile che costeggia la Venzonassa e parte dal piccolo borgo subito a nord delle mura di Venzone. Sono le 8.30, l'altitudine è circa 480.

Superata una galleria mi incammino di buona lena, giungendo dopo circa un'ora al Borgo Prabunello, agglomerato di poche costruzioni ben conservate. Nel mentre le osservo, uno degli occupanti mi invita ad entrare nel suo stavolo. Loris dà prova dell'ospitalità montanara: provo inutilmente a contrarla chiedendo un caffè, ma mi rassegnerò a berne tracce in un mare di grappa al sedano selvatico. 

Riparto dopo mezzora continuando sulla rotabile, che sembra fatta apposta per gli appassionati di mountain bike (ed infatti ne incontrerò), e procedendo senza soste lungo i tornanti mi perdo la scorciatoia (meglio così, il sentiero era certamente innevato), e completo l'ascesa alla Malga Confin, a metri 1330. 

I locali appaiono magnificamente conservati, dev'essere uno spettacolo passare una notte quassù. Il panorama spazia dalle montagne che, a sud, mostrano il versante innevato, alla vallata rigata dalla strada che ho percorso. Sullo sfondo si intravede il letto del Tagliamento. I prati circostanti meno esposti al sole conservano ancora un incerto manto nevoso, negli altri sono fioriti dei magnifici crocus bianchi. Tutto è pace e bellezza. Sono le 11.30 ed è presto per mangiare, tra l'altro Loris mi ha proposto del formaggio della malga quale pretesto per accompagnarlo con un bicchiere di bianco.

Mi incammino quindi pensoso verso la Malga Ungarina, che dista una mezzora scarsa. Da qui si propone una diversa vista, con Venzone ed il letto del fiume protagonisti del fondovalle. E' tempo di preparare e consumare il doppio panino allo speck, nel mentre mi interrogo sul punto di partenza del sentiero. 

E' qualche metro sotto la malga, e conduce in orizzontale per un lungo tratto che costeggia il vallone del Rio Grande, il cui letto innevato attraverso dopo un'inaspettata risalita. Da qui è un dolce discendere, in un lungo sentiero nel bosco, fino al bivio che conduce alla chiesa di S. Antonio. Davanti alla chiesa una panca mi invita alla sosta e mi concedo un sonnellino baciato dal sole primaverile, che scalda il corpo e l'anima.

Nel breve tratto che segue ci sono ancora 300 metri di discesa, infatti trovo un sentiero discretamente ripido, cui applico la mia consueta lentezza nelle fasi discendenti, per arrivare alla macchina alle 16.30.










venerdì 27 marzo 2026

L'ufficio delle cose perdute. O forse no

Si potrebbe parlare di una storia di tanti anni fa
e di un'onda che torna sempre di gennaio
e parlare di chi davanti a un muro enorme come un no
vuole vivere ancora un po' nelle parole

Gino Paoli non è più tra noi, ma ci restano i testi delle sue canzoni, e quindi la possibilità di rinnovare l'emozione del loro ascolto, di più la capacità che ci hanno donato di comprendere i nostri sentimenti, i nostri sogni, le nostre esperienze: la nostra vita.

Tutto il senso in poche parole 
Che cosa c'è?
C'è che mi sono innamorato di te
C'è che ora non mi importa niente
Di tutta l'altra gente
Di tutta quella gente che non sei tu

Gino era un vero artista, dell'artista oltre al talento aveva la giusta pretesa di una piena libertà espressiva, al punto da dedicare una canzone all'orgasmo.
Quando sei qui con me
Questa stanza non ha più pareti
Ma alberi, alberi infiniti
Quando sei qui vicino a me
Questo soffitto viola, no, non esiste più
Io vedo il cielo sopra noi
Che restiamo qui
Abbandonati come se non ci fosse più
Niente, più niente al mondo

E' famoso per la gatta. Ma non dimentico il gatto che voleva essere, animale senza padrone e libero di scorazzare, e anche di dire tutti i no che voleva. 
Io sono solo un matto
Ed un matto non capisce
I comandi che han bisogno
Di brillanti spiegazioni
Se comandi di sparare
Sono matto da legare
E mi lego ad altra gente
Che non sa le tue ragioni
Gente anche un po' vigliacca
Gente che non ha coraggio
Il coraggio di ammazzare
Chi non sa perché lo ammazzi
Dicevi no alla guerra, Gino, ed era la prima guerra del Golfo. Ora siamo alla terza, ed il problema non è più quello del temerario che ammucchia giustificazioni per un intervento, ora chi attacca e ammazza chi non sa perchè lo ammazzi lo fa semplicemente in nome della propria forza.

La vita è un ciclo, da ragazzi vogliamo cambiare il mondo, poi diventiamo liberali, poi democristiani. Però...
Son rimasto io da solo al bar
Gli altri sono tutti quanti a casa
E quest'oggi, verso le tre
Son venuti quattro ragazzini
Son seduti lì vicino a me
Con davanti due coche e due caffè
Li sentivo chiacchierare
Han deciso di cambiare
Tutto questo mondo che non va

Per un sogno che muore, è la vita, nasce un nuovo sognatore. 
A noi resta la bellezza, che possiamo contemplare ed avere nelle piccole cose
Il tempo è dei giorni che passano pigri
E lasciano in bocca il gusto del sale
Ti butti nell'acqua e mi lasci a guardarti
E rimango da solo nella sabbia e nel sole

Siamo quello che siamo. Siamo quello che siamo stati e non siamo più. Rivorremmo la nostra giovinezza e le speranze in più. Ma a quale prezzo?
Ma dentro quel momento
Non c'è nel mio giardino
L'albero che ho piantato
Otto anni fa, per sempre
Ma nell'ufficio delle
Cose perdute devo
In cambio dei vent'anni
Ridare tutto quello che ho
Che si fa? Sai che c'è? Ci va bene quello che siamo
E ritorno piano a casa
Con le rughe ed i pensieri
Lascio lì i miei vent'anni
I capelli e i sogni in più
Mi va bene rimanere
Con quello che ho

E poi, il vero senso:
Torno a casa, apro la porta
E ci sei tu
E ci sei tu
E ci sei tu

Si è vero, le nostre emozioni sono quelle di molti 
Ogni parola che ci diciamo
È stata detta mille volte
Ogni attimo che noi viviamo
È stato vissuto mille volte
Ma ciascuno di noi è unico
Sassi che il mare ha consumato
Sono le mie parole d'amore per te

Ce lo dice, Gino, cos'è quella forza immensa e grande per la quale viviamo
Averti addosso
Sì, come una camicia, come un cappotto
Come una tasca piena, come un bottone
Come una foglia morta, come un rimpianto
Averti addosso
Come le mie mani, come un colore
Come la mia voce, la mia stanchezza
Come una gioia nuova, come un regalo
Averti addosso
Come la mia estate di S. Martino
Come una ruga nuova, come un sorriso
Come un indizio falso, come una colpa
Averti addosso
Come un giorno di sole a metà di maggio
Che scalda la tua pelle e ti scioglie il cuore
E che ti dà la forza di ricominciare
Averti addosso
Averti insieme
Restare insieme, volerti bene

L'amore. Sempre l'amore. Ma c'è un altro senso, c'è un'altra storia?
Fai finta di non lasciarmi mai, anche se
Dovrà finire prima o poi
Questa lunga storia d'amore
Ora è già tardi, ma è presto se tu te ne vai

Gino Paoli non è più tra noi. Ci ha lasciato molto più di testi veri e sinceri, ci ha lasciato la capacità di farcela, a vivere domani:
Ti lascio una canzone da indossare sopra il cuore
Ti lascio una canzone da sognare quando hai sonno
Ti lascio una canzone per farti compagnia
Ti lascio una canzone da cantare
Una canzone che tu potrai cantare a chi
A chi tu amerai dopo di me
A chi non amerai senza di me