martedì 12 maggio 2026

La repubblica di Weimar

 di Gunter Mai


Temo di aver sbagliato acquisto.

Questo agile libretto è incentrato sulle dinamiche politiche della Germania tra il primo dopoguerra e la presa del potere da parte dei nazisti, mentre io ero interessato agli aspetti sociali e culturali della Repubblica. 


sabato 9 maggio 2026

Ringraziare, non dimenticare, avere un groppo in gola

Sono tecnicamente uno scampato alla furia del terremoto. Dormivo in culla nella casa dei miei nonni, a Gemona. Mia madre racconta che riuscì ad arrivare alla culla la piano di sopra, non a riportarmi di sotto, i 59 secondi li trascorse nel pianerottolo della casa che poi risultò semidistrutta. Non ho ricordi, ovviamente, di quanto accadde mentre avevo solo 18 mesi. Ricordo invece negli anni successivi la vita nelle krivaje, le messe nella baracca, i cantieri ovunque e la malta, talmente invitante che ero tentato di mangiarla. Il nonno intendo alla ricostruzione con un paio di muratori telefonava trafelato alla ditta Forgiarini ordinando un sacco di cemento alla volta, meglio essere prudenti. Ricordo nel 1986 la visita del Presidente Cossiga: veniva a constatare che la ricostruzione era completata, dopo 10 anni.


  

Il terremoto del 76. Un anno fa dissi ad una collega di fuori: vedrai nel 2026, anniversario dei cinquanta anni , che celebrazioni in grande stile.

Un sisma di mezzo secolo fa è un fatto storico, al più produttivo come ogni altro di conseguenze, di cui due generazioni portano la responsabilità ben più di quell'evento genetico. E, fuori dal Friuli, di quel che accadde nel 1976 non vi sarebbe comprensibilmente memoria, se non ci tenessimo noi così tanto.

Non è facile trasmettere l’importanza che il terremoto riveste quale fattore identitario di una comunità, di un popolo. Ogni 6 maggio, e quest’anno di più per la rotondità della ricorrenza, si ravviva un crogiolo di emozioni in cui il ricordo delle persone scomparse in quella che fu una tragedia di dimensioni immani si incontra con la gratitudine per la eccezionale solidarietà ricevuta, e poi con l’orgoglio di aver reagito con le nostre prerogative, compostezza determinazione e spirito di sacrificio, portando alfine a termine una ricostruzione che è stata materiale e morale, financo trasformata in occasione di sviluppo.

Per molti, come quelli della mia età, per fatto anagrafico, non si tratta di un ricordo, ma della scoperta di quello che siamo, o almeno di quello che vorremmo pensare di essere, per tutti è un'emozione che ogni volta è impossibile trattenere. 

In passato mi è capitato di chiedermi se nella narrazione incentrata sul “modello Friuli” non vi fosse eccesso autocelebrativo, contrastante la modestia e l’understatement che ci contraddistinguono, e anche ci piacciono.  Che la risposta debba essere negativa ho cominciato a pensarlo quando ascoltai una frase buttata li da Bordin durante una rassegna stampa; se Massimo diceva, di fatto riproducendo la famosa ellittica frase di Zamberletti, che oltre al modello c'erano i friulani, forse del vero c'era.

Nei giorni scorsi, durante le celebrazioni che l'Amministrazione ha organizzato senza risparmio, questo è stato ribadito dalle più alte cariche dello Stato intervenute a Gemona con significativi discorsi, rendendo il merito che a questo punto ci prendiamo. 

Dobbiamo ringraziare la Presidente Meloni, per le sue frasi molto belle. Non ha dimenticato di citare le importanti scelte operate dalla stato, la nomina di Zamberletti e la nascita della Protezione civile, la ricostruzione fedele, l'autonomia ed il ruolo dei sindaci. Eravamo pronti a fare dibessoi, ma abbiamo avuto grande aiuto (da tutta Italia dice la Presidente, da tutto il mondo aggiungo io). Lo abbiamo evocato e meritato con l'impegno e la serietà, costruendo un esempio che è importante ricordare e porre a base della quotidiana attività. Il pudore mi trattiene dal ricordare quanto la Presidente ha detto quale giudizio complessivo sulla ricostruzione. 

Dobbiamo ringraziare il Presidente Mattarella, che ha ripetuto al consiglio regionale straordinario, dall'altissimo scranno che occupa, queste parole: "A quella stagione, a quegli anni, a quel contesto di desolazione e di preoccupazione, le dirigenze dell’epoca, le popolazioni – come è stato già sottolineato da chi è intervenuto: dal Presidente del Consiglio, dal Presidente della Regione, dal Sindaco, dal Presidente del Consiglio regionale – hanno opposto determinazione e grande energia, quella di una volontà di vita che ricomincia, attingendo al seme della cultura e del carattere della gente friulana.  Viene da pensare che il concetto di resilienza trovi qui, in questa terra, la sua radice.

Friuli, Italia: Il nostro Paese conserva formidabili risorse morali di umanità e senso di unità, che sa esprimere nei momenti più difficili, prezioso patrimonio sociale e civile.

Dopo aver ricordato, oltre a Zamberletti, Comelli e Biasutti, Mattarella ha ricordato che " il futuro dipende da noi, che l’esito della storia non è mai scontato ma è affidato alla responsabilità e alle scelte di persone e comunità. Un insegnamento qui manifestato, in Friuli, che vale sempre.  Anche oggi, di fronte alle guerre, agli squilibri crescenti nel mondo, alle volontà di sopraffazione."

L'impegno a mantenere i nostri valori, a operare senza dare per scontati diritti e le istituzioni, pur migliorabili, grazie ai quali viviamo in pace e relativa prosperità, ricorre sempre nei discorsi del Presidente: Nell’ottantesimo anniversario del voto che volle la Repubblica e diede origine alla sua Costituzione, oggi qui a Gemona, nella solenne cornice del Consiglio regionale, insieme agli amministratori locali, insieme ai rappresentanti delle istituzioni, del volontariato, in una terra e di fronte a un popolo capace di affrontare le avversità, di rialzarsi, ribadiamo - in un momento di memoria e di impegno - il Patto di non lasciarci fuorviare nel cammino di progresso, nell’affermazione dei valori di solidarietà e di coesione, che qui sono stati, in maniera esemplare, vissuti e realizzati.

Il modello Friuli dunque.  E' che siamo talmente abituati (indotti?) a vedere ovunque inconcludenza burocratica, malaffare, disonestà, che ci troviamo spiazzati quando le cose sono semplicemente andate come dovevano andare. Parlo non dei friulani, ma dello Stato, che da subito fu presente, investì ingenti risorse, fece le scelte giuste in campo organizzativo, confidò nella maniera appropriata nell’autonomia e nella responsabilità delle comunità colpite, che risposero al tanto ricevuto facendo la propria onesta parte, sapendo essere comunità, declinando il principio di sussidiarietà in concreto, prima ancora che venisse concettualizzato.

Deve questo essere un modello, e non la normalità? Vorrei (voglio) non crederlo.

Quanto alla parte che vi abbiamo avuto noi (i miei nonni, i miei genitori), che siano gli altri ad indicarla. Noi continueremo a ringraziare e non dimenticare, mentre ascoltiamo le vecchie storie, i vecchi racconti, i vecchi slogan, ogni volta con quel groppo alla gola.



domenica 3 maggio 2026

Riccardino

Caro Riccardino, mi ero preparato giusto due parole, nel caso fossero necessarie.

Volevo anche cantare "Father and son", per dirti che la maggiore età non è solo una festa, arriva il momento della responsabilità e delle scelte; si apre quella dinamica in cui i vecchi danno consigli che traggono inevitabilmente dalla loro esperienza, i giovani non li ascoltano, perchè credono di essere diversi, ed hanno ragione a crederlo, perchè lo sono, ogni persona è unica. Il Magna non è venuto ed il duetto che avevo immaginato è saltato, e poi non c'era Francesco.

Alla fine è saltato anche il discorso, tra il timore di esagerare e la volontà di non prendermi un palcoscenico che non era il mio.

Auguri Riccardino.

Intorno al tuo diminutivo si sprecano i commenti, in realtà esso non allude nè alla statura nè all'età: è intriso della gratitudine che proviamo perchè con la tua presenza hai reso migliori tutti i nostri giorni, in questi 18 anni.

Una volta una maestra ad un colloquio disse a tua madre: "Riccardo è il vero bambino: sereno, capace di sorprendersi, arrabbiarsi, gioire, senza troppe fisime e complicazioni". E tu sei così, buono, gentile  elemento di equilibrio tra tutti, capace di sopportare le angherie di Francesco, di dire una buona parola ai nonni, di adattarti agli umori dei genitori, vigile a come si veste Margherita alle feste. A me, mi accompagni allo stadio, in trasferta, mi porti anche in montagna, rendendomi felice.

E' una fortuna tua e delle persone che ti stanno e ti staranno accanto questa attenzione agli altri: hai preso il cuore buono del nonno, solo declinandolo in salsa settentrionale. 

E nonostante questo, quando c'è bisogno, Riccardo non resta un'acqua cheta, è capace di mettere in campo personalità e impegno, e tutto il resto che serve.

Insomma, Riccardo, te lo devo dire: sei il figlio che tutti vorrebbero.

E allora sono fortunato, perchè c'è Margherita, la figlia che tutti vorrebbero, e Ciccio, il nostro Ciccio, il figlio maggiore che tutti vorrebbero.

Caro Riccardino, cari ragazzi, grazie per quello che siete. Saremo sempre dalla vostra parte.

sabato 2 maggio 2026

Ci hai fatto piangere ancora

Quando ti abbiamo visto la prima volta senza le gambe.

Tutte le volte che ti abbiamo ascoltato, sorridente, dare messaggi di speranza e vita. Quante vite hai cambiato, quante persone che hai risollevato dalla disperazione più nera ora ricordano quanto ti devono.


Quella volta che abbiamo urlato "noooo" dopo il nuovo incidente, e poi implorato "vinci ancora, grande campione".

Ed ora, non solo per il dispiacere di non poter rivedere il tuo sorriso o ascoltare le tue parole tornite di viscerale buonumore, ma vinti dall'emozione che ci dà comprendere per quante persone sei stato speranza.

Se c'è stato un grande campione, medaglia d'oro della vita, quello è Alex Zanardi

lunedì 27 aprile 2026

Anello del Monte Lovinzola

I due indiziati si danno malati, qualche dubbio se andare lo stesso mi viene: penso al rimpianto che avrei, e parto.

Alle 8.10 sono alla partenza a Sella Chianzutan, meta sinora sempre trascurata, giusto all'apertura del bar perfettamente ristrutturato.

Mi incammino di buona lena, seguirò il percorso della guida e non quello più battuto, sulla "via del marmo".

L'ascesa abbastanza rapida nel bosco mi conduce al bivio, invece che la diretta alla cava di marmo prendo la via per Casera Val, immersa nella neve scesa in settimana. Incontro un escursionista che scende, ha trovato troppa neve e rientra. Penso seriamente ad abbandonare il programma ripiegando sulla pista che conduce alla cima, ma alla fine decido di proseguire, pur con l'occhio al vicinissimo Verzegnis che sarebbe mio in meno di mezzora.




Ho puntato tutto sull'essere sul versante sud, e mi va bene: la forcella Cormolina divide il lato nord completamente innevato da quello su cui riesco ad incamminarmi, sulla cresta che superate 4 cime mi condurrà alla meta. 

Da subito il panorama si apre imponente sulle vallate giù, mentre in saliscendi riesco a restare sull'esile traccia, in alcuni casi dovendo anche arrampicarmi, sia pure in tutta sicurezza. 

C'è anche la fatica, ma il premio è grande quando arrivo in cima, a quota 1860. Una sola parola, meravigliosa, descrive la vista dalla cima, che spazia su 4 vallate. Si vede a sinistra Ampezzo, con Enemonzo, Raveo e Villa, da cui parte la val Degano visibile fino a Ovaro, e sullo sfondo il grande massiccio. In mezzo, Tolmezzo e la valle del But fino a Imponzo, l'Amariana che sembra una piramide, e poi Amaro e le Giulie sullo sfondo.

Che gioia, e che soddisfazione esserci arrivato. 

Giusto sotto la cima c'è la cava di marmo, incredibile pensare ad una produzione quassù!

Tocca andare, la vita è anche dover lasciare le cose belle, io resterei qui. Le sorprese non sono finite, alla base della cava scopro i binari che traportavano i giganteschi blocchi di marmo alla base della teleferica. Superata una galleria, ecco la teleferica! Due grandi tabelloni ne ricordano la storia.

Causa convocazione a Udine a metà pomeriggio, devo rinunciare a completare il giro che prevede la risalita a Colle dei larici, dirimpetto alla cava, ed un lungo anello per rientrare alla partenza. Accorcio con la via diretta, con il dispiacere attenuato dalla certezza che ritornerò, magari in buona compagnia.

Il bar ora è stracolmo di motociclisti accorsi a godersi sole e birre, per me la solita coca fresca prelude ad un rientro.

Giornata magnifica, con la vera bellezza a riempire gli occhi e il cuore anche dove non te la aspetteresti. 









domenica 19 aprile 2026

Malga Priu

Si ritorna in sentiero, propendiamo per una soluzione facile, un anello per malghe nel bosco nel vallone di Ugovizza. Dobbiamo fare presto, nel pomeriggio è prevista pioggia

Prima della partenza sosta d'obbligo nel solito bar-negozio sulla statale.

Impossibile questa volta perdersi, la via è costantemente segnalata e si svolge nella bellissima foresta, per poi sbucare su un'assolata radura ai piedi del monte Zabet.

Alla malga Mezesnig facciamo sosta per il panino, decidendo di abbreviare il percorso direttamente verso malga Priu. Arrivandoci dall'alto inizialmente la scambiamo per il bungalow, davvero singolare, che è stato costruito poco a nord dell'edificio principale.

Dev'essere davvero singolare dormirci, immersi nella pace e nella vera bellezza, penso prima di prendere la discesa.






lunedì 13 aprile 2026

L'antidoto. Libertà, ambiente, tecnologia. Manifesto ottimista contro la dittatura del catastrofismo

di Claudio Cerasa

La nostra vanità è sempre piacevolmente vellicata quando ritroviamo qualcuno dei nostri pensieri della domenica in opere di scrittori, giornalisti, commentatori.

In questo (che non è un libro, ripete vezzosamente) Cerasa sviluppa, porta a sistema e ne fa ragione a suo modo rivoluzionaria un paio di ideuzze che ho spesso sostenuto, nelle rare conversazioni extracalcistiche.

Almeno in tema di sicurezza, e poi in genere sulle prospettive di un giovane d'oggi, mi sono spesso trovato a proporre il punto di vista opposto a quello dominante, che tutto sia una rovina, addirittura invocando in certi casi la forza dei dati, della realtà. 

Dopo il pistolotto iniziale, in cui dà conto del suo intento, da copione controcorrente, di offrire una narrazione opposta alla corrente, fondandola sull'osservazione di dati e statistiche, da contrapporre a quella dominante per la quale ci stiamo avviando verso una multiforme catastrofe, Cerasa declina il suo ottimismo illuminista (illuminismo ottimista) in diversi campi, facendo ampio ricorso a citazione di quei dati e di quelle statistiche, oltre che di autori da cui ha tratto ispirazione.

Un primo versante indaga ("Visto, si infanghi. Contro il circo mediatico del rancore") sulle responsabilità della stampa nel proporre la narrazione catastrofista, descrivendo i meccanismi in base ai quali vendono di più le geremiadi e le profezie di sventure che le buone notizie, e facendo appello alla responsabilità dei giornalisti di offrire, con una più corretta descrizione della realtà, un migliore servizio ai loro lettori, ma anche alla loro professionalità.

Nel secondo capitolo viene ripreso un tema che sta riprendendo voga, la proclamazione dell'orgoglio occidentale, e la descrizione dei molti motivi per cui, non nascondendo errori e colpe del passato, il way of life, e soprattutto il complesso di valori e istituzioni rende quella che per alcuni è la morente civiltà occidentale il migliore dei posti in cui vorremmo (e tutti gli altri vorrebbero) vivere.

"Smascherare l'agenda della fuffa" è un catalogo di dati, mo' me li segno, in base ai quali l'Italia reale è un paese molto migliore di quella percepita. In cui aumenta la speranza di vita, calano i crimini, aumenta il lavoro, migliora la condizione femminile. Addirittura cala l'evasione fiscale... 

E che dire della globalizzazione. Has it gone too far? Forse si, e, Cerasa lo ammette, difenderla è impopolare. Ma osservare la ricchezza che ha prodotto in molti paesi, e di più il fatto che è una condizione che rende la guerra meno appetibile, è diventato naturale quando il populismo diventato trumpismo si è incaricato, mostrando come le politiche protezionistiche e sovranistiche mettono in luce, con i loro disastri, i vantaggi che i mercati aperti recano al benessere delle nazioni e alla libertà loro e degli individui... La globalizzazione, Cerasa cita Calamandrei, è come l'aria, ci si accorge di quanto è importante solo quando viene a mancare.

Un'interessante digressione viene condotta sul tema dei mutamenti climatici, dove Cerasa propone una importante alternativa tra il negazionismo ed il catastrofismo. Evidenziando la possibilità di una terza via in cui è soprattutto la capacità di trovare soluzioni tecnologiche che attenuino o evitino i rischi che non vengono negati, mostra quello che è poi il leit-motiv del libro, ovvero una prospettiva che in termini politici definiremmo riformista, capace di (provare a) cambiare le cose invece di rinunciarvi in nome dello sfascio inevitabile.

Il capitolo sull'Europa si fonda sulla capacità di reazione dimostrata, sull'orlo della rovina, nei confronti dei due traumi rappresentati dal Covid e dalla guerra di Putin. Pare impossibile (ma bisognerebbe rileggere le parole di Mattarella a Marsiglia, n.d.b.), ma "si scrive Europa, si legge ottimismo".

Il capitolo sulla giustizia: "il più grande generatore di sfiducia verso il futuro: la gogna", è stato scritto prima del referendum, e con il senno del poi dimostra che il cammino dell'ottimista non è privo di inciampi.

Cerasa affronta quindi un altro tema che mi è caro, quello della demografia, e anche qui trovo riproposto un mio vecchio refrain, per il quale non sono certo economiche le ragioni per cui non si fanno figli. Cosa serve per combatterle: "In tre parole: fiducia nel futuro. In due parole: meno catastrofismo. In una parola: ottimismo".

L'ultimo capitolo è particolare. Cerasa è direttore di un giornale che ha sperimentato un'edizione interamente redatta dall'intelligenza artificiale, di cui parla con dovizia e naturale orgoglio. Ovvio immaginare, ma lo avremmo fatto comunque arrivati a questo punto del libro, che consideri l'AI una opportunità da cogliere e da governare, per non trattarla "come i tassisti hanno fatto con Uber, e l'unico modo per non esserene schiacciati è provare a governarla, senza celebrarla troppo, senza demonizzarla a priori". Offre un elenco di tre aree in cui l'uomo resta necessario (meno male!): fiducia (nuovi ruoli di governance della AI), integrazione (professionisti della AI, "idraulici" del sistema) e gusto.

Il pessimismo, conclude Cerasa, non è un destino, ma una scelta.

La sua prospettiva non sarà inattaccabile, ma è di certo interessante, e soprattutto conveniente: a essere ottimisti, possiamo solo guadagnarci. 


 

La spartizione

 di Piero Chiara.


Ho scoperto questo gustoso romanzo grazie alla trasposizione cinematografica trovata, del tutto casualmente su Raiplay, con Tognazzi nei panni del collega (vecchio stampo, eh... "venga a prendere un caffè da noi") Emerenziano Paronzini, in servizio all'Ufficio Bollo e Demanio di Luino.

Trama bene congegnata, intorno all'ingresso di Paronzini in una casa di tre sorelle che finiscono per spartirsene i favori, consumandone le forze fino all'estremo.

domenica 5 aprile 2026

Casera Ungarina e Malga Confin nella Val Venzonassa

Pochi giorni fa, alla presentazione di un corso al CAI, un ciarliero istruttore ad un certo punto ha proposto la necessità che, quando scendiamo dalla montagna, portiamo quaggiù un po' di quello che si prova lassopra.

Armonia, pace, educazione, amicizia si respirano a pieni polmoni come l'aria pura, sui sentieri e le mulattiere che portano in alto.

E lo stupore di riconoscere, a 40 chilometri da Udine, in val Venzonassa, la vera bellezza, nascosta solo a chi non la vuole cercare.

Parto di buon mattino, sarò in solitaria e fino all'ultimo sono stato in dubbio, e riesco con qualche incertezza a trovare il punto di avvio dell'anello suggerito dalla guida, sulla rotabile che costeggia la Venzonassa e parte dal piccolo borgo subito a nord delle mura di Venzone. Sono le 8.30, l'altitudine è circa 480.

Superata una galleria mi incammino di buona lena, giungendo dopo circa un'ora al Borgo Prabunello, agglomerato di poche costruzioni ben conservate. Nel mentre le osservo, uno degli occupanti mi invita ad entrare nel suo stavolo. Loris dà prova dell'ospitalità montanara: provo inutilmente a contrarla chiedendo un caffè, ma mi rassegnerò a berne tracce in un mare di grappa al sedano selvatico. 

Riparto dopo mezzora continuando sulla rotabile, che sembra fatta apposta per gli appassionati di mountain bike (ed infatti ne incontrerò), e procedendo senza soste lungo i tornanti mi perdo la scorciatoia (meglio così, il sentiero era certamente innevato), e completo l'ascesa alla Malga Confin, a metri 1330. 

I locali appaiono magnificamente conservati, dev'essere uno spettacolo passare una notte quassù. Il panorama spazia dalle montagne che, a sud, mostrano il versante innevato, alla vallata rigata dalla strada che ho percorso. Sullo sfondo si intravede il letto del Tagliamento. I prati circostanti meno esposti al sole conservano ancora un incerto manto nevoso, negli altri sono fioriti dei magnifici crocus bianchi. Tutto è pace e bellezza. Sono le 11.30 ed è presto per mangiare, tra l'altro Loris mi ha proposto del formaggio della malga quale pretesto per accompagnarlo con un bicchiere di bianco.

Mi incammino quindi pensoso verso la Malga Ungarina, che dista una mezzora scarsa. Da qui si propone una diversa vista, con Venzone ed il letto del fiume protagonisti del fondovalle. E' tempo di preparare e consumare il doppio panino allo speck, nel mentre mi interrogo sul punto di partenza del sentiero. 

E' qualche metro sotto la malga, e conduce in orizzontale per un lungo tratto che costeggia il vallone del Rio Grande, il cui letto innevato attraverso dopo un'inaspettata risalita. Da qui è un dolce discendere, in un lungo sentiero nel bosco, fino al bivio che conduce alla chiesa di S. Antonio. Davanti alla chiesa una panca mi invita alla sosta e mi concedo un sonnellino baciato dal sole primaverile, che scalda il corpo e l'anima.

Nel breve tratto che segue ci sono ancora 300 metri di discesa, infatti trovo un sentiero discretamente ripido, cui applico la mia consueta lentezza nelle fasi discendenti, per arrivare alla macchina alle 16.30.










venerdì 27 marzo 2026

L'ufficio delle cose perdute. O forse no

Si potrebbe parlare di una storia di tanti anni fa
e di un'onda che torna sempre di gennaio
e parlare di chi davanti a un muro enorme come un no
vuole vivere ancora un po' nelle parole

Gino Paoli non è più tra noi, ma ci restano i testi delle sue canzoni, e quindi la possibilità di rinnovare l'emozione del loro ascolto, di più la capacità che ci hanno donato di comprendere i nostri sentimenti, i nostri sogni, le nostre esperienze: la nostra vita.

Tutto il senso in poche parole 
Che cosa c'è?
C'è che mi sono innamorato di te
C'è che ora non mi importa niente
Di tutta l'altra gente
Di tutta quella gente che non sei tu

Gino era un vero artista, dell'artista oltre al talento aveva la giusta pretesa di una piena libertà espressiva, al punto da dedicare una canzone all'orgasmo.
Quando sei qui con me
Questa stanza non ha più pareti
Ma alberi, alberi infiniti
Quando sei qui vicino a me
Questo soffitto viola, no, non esiste più
Io vedo il cielo sopra noi
Che restiamo qui
Abbandonati come se non ci fosse più
Niente, più niente al mondo

E' famoso per la gatta. Ma non dimentico il gatto che voleva essere, animale senza padrone e libero di scorazzare, e anche di dire tutti i no che voleva. 
Io sono solo un matto
Ed un matto non capisce
I comandi che han bisogno
Di brillanti spiegazioni
Se comandi di sparare
Sono matto da legare
E mi lego ad altra gente
Che non sa le tue ragioni
Gente anche un po' vigliacca
Gente che non ha coraggio
Il coraggio di ammazzare
Chi non sa perché lo ammazzi
Dicevi no alla guerra, Gino, ed era la prima guerra del Golfo. Ora siamo alla terza, ed il problema non è più quello del temerario che ammucchia giustificazioni per un intervento, ora chi attacca e ammazza chi non sa perchè lo ammazzi lo fa semplicemente in nome della propria forza.

La vita è un ciclo, da ragazzi vogliamo cambiare il mondo, poi diventiamo liberali, poi democristiani. Però...
Son rimasto io da solo al bar
Gli altri sono tutti quanti a casa
E quest'oggi, verso le tre
Son venuti quattro ragazzini
Son seduti lì vicino a me
Con davanti due coche e due caffè
Li sentivo chiacchierare
Han deciso di cambiare
Tutto questo mondo che non va

Per un sogno che muore, è la vita, nasce un nuovo sognatore. 
A noi resta la bellezza, che possiamo contemplare ed avere nelle piccole cose
Il tempo è dei giorni che passano pigri
E lasciano in bocca il gusto del sale
Ti butti nell'acqua e mi lasci a guardarti
E rimango da solo nella sabbia e nel sole

Siamo quello che siamo. Siamo quello che siamo stati e non siamo più. Rivorremmo la nostra giovinezza e le speranze in più. Ma a quale prezzo?
Ma dentro quel momento
Non c'è nel mio giardino
L'albero che ho piantato
Otto anni fa, per sempre
Ma nell'ufficio delle
Cose perdute devo
In cambio dei vent'anni
Ridare tutto quello che ho
Che si fa? Sai che c'è? Ci va bene quello che siamo
E ritorno piano a casa
Con le rughe ed i pensieri
Lascio lì i miei vent'anni
I capelli e i sogni in più
Mi va bene rimanere
Con quello che ho

E poi, il vero senso:
Torno a casa, apro la porta
E ci sei tu
E ci sei tu
E ci sei tu

Si è vero, le nostre emozioni sono quelle di molti 
Ogni parola che ci diciamo
È stata detta mille volte
Ogni attimo che noi viviamo
È stato vissuto mille volte
Ma ciascuno di noi è unico
Sassi che il mare ha consumato
Sono le mie parole d'amore per te

Ce lo dice, Gino, cos'è quella forza immensa e grande per la quale viviamo
Averti addosso
Sì, come una camicia, come un cappotto
Come una tasca piena, come un bottone
Come una foglia morta, come un rimpianto
Averti addosso
Come le mie mani, come un colore
Come la mia voce, la mia stanchezza
Come una gioia nuova, come un regalo
Averti addosso
Come la mia estate di S. Martino
Come una ruga nuova, come un sorriso
Come un indizio falso, come una colpa
Averti addosso
Come un giorno di sole a metà di maggio
Che scalda la tua pelle e ti scioglie il cuore
E che ti dà la forza di ricominciare
Averti addosso
Averti insieme
Restare insieme, volerti bene

L'amore. Sempre l'amore. Ma c'è un altro senso, c'è un'altra storia?
Fai finta di non lasciarmi mai, anche se
Dovrà finire prima o poi
Questa lunga storia d'amore
Ora è già tardi, ma è presto se tu te ne vai

Gino Paoli non è più tra noi. Ci ha lasciato molto più di testi veri e sinceri, ci ha lasciato la capacità di farcela, a vivere domani:
Ti lascio una canzone da indossare sopra il cuore
Ti lascio una canzone da sognare quando hai sonno
Ti lascio una canzone per farti compagnia
Ti lascio una canzone da cantare
Una canzone che tu potrai cantare a chi
A chi tu amerai dopo di me
A chi non amerai senza di me

mercoledì 18 marzo 2026

L'ora Zero

 Niente paillettes, Renato ha offerto uno spettacolo altamente concettuale, l'ascolto di una prestazione canora di primordine richiedeva (avrebbe richiesto) di essere accompagnato da riflessione sui temi proposti.



Ha eseguito i brani del nuovo disco, lasciando raccolto spazio a dei medley con i più grandi successi ormai quarantennali.

Il sentimento suggerisce a Renato che siamo all'orazero, che i migliori anni della nostra vita non siano nel passato non lo crede nessuno dei presenti.

Alternando lunghe fasi di parlato alle canzoni, ha proposto un repertorio molto simile nella sonorità e nei contenuti a quello classico, muovendo dai temi a lui cari dell'amore come forza che muove il mondo, della sim-patia tra le persone, della necessità di prendersi cura l'uno dell'altro, cui ha aggiunto attenzione alla questione femminile ed una significativa traccia sui bambini.

Qualcuno potrebbe tacciare la prova di ripetitività, a mio avviso è stato uno spettacolo di alto livello, per quanto la novità dei brani abbia fortemente influenzato il livello di partecipazione del pubblico. 

L'impostazione dello show ha quindi concesso poco agli spettatori (tra cui i sorcini convinti erano peraltro in netta minoranza), a mio avviso nel tentativo di proporre qualcosa di diverso.

Penso che Renato sia una persona, un artista con una sensibilità di livello superiore, che non desidera tenere per sè solo ma cerca di condividere con il suo pubblico, toccando anche una sfera che trascende la quotidianità.

Difficile ma ne valeva la pena.

lunedì 16 marzo 2026

La guerra di Corea

di Steven Hugh Lee


Breve libretto utile per nozioni elementari su un argomento che, per quanto mi riguarda, è tra i meno conosciuti della storia contemporanea.

L'opera è essenziale, ed organizzata in alcuni capitoli che trattano in primis la questione storiografica (fu guerra civile locale o guerra mondiale?), dopo, partitamente, i prodromi fino al 1950, la guerra vera e propria, la condizione delle popolazione civile e dei militari, il biennio delle trattative, ed infine i riflessi del conflitto sulla guerra fredda e sui paesi che a vario titolo intervennero.

Nel citare i leader le cui decisioni furono determinanti nel conflitto, l'autore non manca di evidenziarne la distanza dalla popolazione che dovette subirne le conseguenze, invero tremende, ma nondimeno tali da lasciare alcuni di loro indifferenti. 

La novella degli scacchi

di Stefan Zweig


Dopo averne letto mirabilie, mi sono procurato questo romanzo breve, scritto da Zweig negli ultimi mesi prima del suicidio.

I significati metaforici sono evidenti, ed evidente ragione dell'opera.

Il campione del mondo di scacchi è un individuo privo di qualità che non siano la straordinaria capacità al gioco, spiritualmente inesistente, senza vita morale.

Eppure l'era in cui vive consente che siano questi gli individui che giungono al successo, spazzando via quegli altri che, nel mondo di ieri, si elevavano per le loro doti intellettuali e spirituali.

All'alter ego epigono del tempo andato è concessa una battaglia senza speranza, che può condurre solo alla follia e alla sconfitta.


martedì 10 marzo 2026

Il Bullo. Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente

 di Antonio Caprarica


Superato l'orrore per una inguardabile copertina mi accingo alla lettura di questa opera di Caprarica, giornalista di valore e saggista capace di scrittura accattivante ma documentata.

Dell'uomo del momento abbiamo seguito, con il fiato sospeso, tutte le mosse e le sparate, Caprarica ce le ricorda organizzandole in un quadro organico e facendole precedere dalla storia della sua ascesa.

La cosa sensazionale non sono le boutades, le mosse spericolate, le forzature, ma il fatto che (molto) spesso abbiano trovato qualcuno pronto a prenderle sul serio, invece di dire un semplice NO.

La svolta con la seconda presidenza appare netta in tutta la sua determinazione e sfacciataggine nel non riconoscere limiti, con una forza che fa comprendere perchè spesso non vi sia reazione.

Quando sarà passata, come ricorderemo questo periodo!

domenica 8 marzo 2026

Monte Cuar

E' ora di ripartire, ma ai primi di marzo si impone una mezza montagna.

Una breve consultazione della guida suggerisce il Monte Cuar. E chissà se convincerò Alberto a procedere fino al vicino Flagjel.

L'avvicinamento comprende una lunga rotabile che parte poco prima di Avasinis, sono oltre 10 km di strada in buono stato ma molto stretta, sino a a Cuel di Forchia (884).

L'attacco è piuttosto ripido, una marcata pendenza che cede presto il pasto ad una carrareccia, poi di nuovo ad un sentiero che costeggia la cresta del monte. Ad un centinaio di metri dalla vetta, un breve passaggio sul versante nord ci fa incontrare la neve, che ci accompagnerà fino alla cima. Già si è aperta una ampia visuale sul lago di Cavazzo da una parte, le Giulie sullo sfondo, ed il letto del fiume da quest'altra parte.

Raggiunta la cima (1484), su cui sono collocate a breve distanza una madonnina e una campana, la visuale è ancor più ampia e comprende le dolomiti friulane e, laggiù, il Coglians.

Dopo la breve pausa panino, inizia la discesa, che tanto lo sapevo che il Flagjel lo vedremo la prossima volta. Il sentiero è tutto innevato, e la pista che ci deve portare a malga Cuar deve essere percorsa con una certa cautela, e ad un certo punto abbandonata per accorciare la via direttamente sul bianco pendio.

D'estate dev'essere una favola da quassù. E' tempo di cercare, con qualche incertezza, il sentiero, imboccato il quale dopo pochi minuti abbandoniamo la neve, per immetterci su una magnifica carrareccia che ci conduce fin quasi al ritorno.

La vera bellezza si trova anche a bassa quota, esperienza molto soddisfacente che spero di ripetere presto.





sabato 7 marzo 2026

La verità sul calcio degli scienziati spagnoli

Mi ricordo quella volta che Giannnìi Brera, commentando una dichiarazione di Mattheus, lo definì "non propriamente un nipotino di Hegel".

Spesso i grandi giocatori, anche quello che in campo di distinguono per carisma e capacità di lettura delle situazioni, non sono persone di eccelsa intelligenza e ne dà riprova il loro percorso post-agonistico.

Ne è un esempio Ruud Gullit, profeta del Milan sacchiano, pallone d'oro e capitano dell'unica Olanda vincente della storia, uno che stravolse come un uragano una serie A infarcita di campioni, sia per le sue performance eccezionali, sia per la capacità di dire e fare cose che da un calciatore non erano allora attesa (aveva le treccine, suonava la chitarra). 

Si capisce che non sia una cima ogni volta che apre bocca, e dopo la prima esperienza al Chelsea di fatto ha avuto solo la panchina dell'Anzhi.

Oggi è alla ribalta della cronaca per una sua dichiarazione sul calcio moderno.

Ho deciso di smettere di guardare calcio. Non mi piace più il nostro sport. Ho visto Arsenal-Chelsea, che spazzatura di partita!...Vedo giocatori che cercano di conquistare calci d'angolo, che cercano di ottenere rimesse laterali, vedo raccattapalle pronti a dare gli asciugamani ai giocatori. Il calcio è diventato terribile. Spero che non sia questa la direzione che stiamo prendendo... Sto aspettando giocatori che tornino a puntare i difensori, qualcuno come Lamine Yamal. Mi manca la gioia! Non mi diverto più a guardare il calcio. Tutti si limitano ad eseguire i loro compiti in campo. Dove sono i giocatori che dribblano? Dove sono i giocatori con gli attributi? Perché tutti passano? Passaggi, passaggi e ancora passaggi!

Vuoi vedere, ohibò, che il vecchio campione, pur non essendo un nipotino di Spinoza, questa volta ha fatto centro.

Gasperiniane aggressioni sulla trequarti, Kostiani passaggi all'indietro, partite incentrate artetanamente sui corner, guardioleschi tiki taka stanno oggettivamente rovinando il calcio, la sua magia che sta nei colpi unici estratti dalla tecnica (o dalle prestazioni atletiche) dei grandi campioni.

La frase chiave è quella dei calciatori dediti al compitino: se un giocatore della massima serie non ha in testa la giocata, il dribbling, il tiro inaspettato, ma solo l'esecuzione di uno scatto per eseguire lo schema ideato dal suo mister, tanto vale giocare alla playstation.

Qualcuno ascolti il vecchio Ruud. 

domenica 1 marzo 2026

Anello del Cumieli - Santa Agnese

A 570 sul livello del mare, sul Monte Cumieli non si può nemmeno dire di essere sulla villipesa (ma a me nondimeno cara) "mezza montagna".

Sapevo che, più di una ascesa montana, stavo affrontando un viaggio pensieroso alle radici della mia famiglia materna.

Il Monte Cumieli è un sasso che fa (relativa) ombra al paese di Ospedaletto, frazione di Gemona dove vivevano i miei antenati, e vivono ancora mio zio e la sua discendenza, in prossimo incremento.

Da bambino, durante le lunghe settimane estive che trascorrevo a Gemona, ci andavo con il nonno, che aveva un pezzo di bosco sul limitare del lago Minisini. Era il solo posto, diverso da casa sua, in cui aveva piacere di stare. "O voi tal lot", diceva, e per ore se ne andava a pulire il bosco, piantumare, fare legna. Bando ai sentimentalismi, per la generazione a cui apparteneva, nata al rombo del cannone, tutto aveva funzioni pratiche e non estetiche: la legna serviva a fare funzionare lo spolert e la caldaia ad alimentazione mista che scaldava la casa. Ricordo in maniera un po' sfuocata una volta che, nel "lot", aveva appena piantato degli steli, così sottili che a me sembrava impossibile potessero diventare alberi, e lui mi spiegò: "la maggior parte morranno, quelli che resistono li taglierete voi tra venti anni".

Da moltissimi anni non ci tornavo. Parto con la dovuta calma dirigendomi dal borgo mulino sulla via del lago. Presto incontro il laghetto, che negli anni 80 era una palude invasa dalle canne, ed è stato oggetto di un'opera di sistemazione meritoria, che dà risalto alla particolarità di un lago alpino a 200 metri di altitudine. Con un po' di emozione mi avvicino al lot, da lontano vedo dei mezzi... il Fiorino dello zio! Lui e Carlo sono all'opera per il taglio (quando "far legna" descrive esattamente l'operazione e non il lavoro di un medianaccio alla Gattuso) insieme ad amici e conoscenti, come la consuetudine dello scambio di manodopera per i lavori rurali prescrive. 

Dopo un breve saluto mi incammino per il sentiero, tralascio l'accesso al Forte e mi dirigo diretto al bivio per la Cima. Non godrò stante la folta foschia di una grande vista dall'alto, ma sono contento di averla raggiunta, lo dirò ad Alberto. 

Rientro sul sentiero che porta a Santa Agnese, altra madeleine proustiana. Ricordo la chiesetta in rovina distrutta dal terremoto, e diverse gite in quella sella dove è posta la chiesetta che è un po' il cuore spirituale di Gemona. La bella ristrutturazione e la facile accessibilità la rendono ora una meta abbastanza frequentata, ed anche in una grigia domenica di inizio marzo vi trovo più di qualcuno. 

L'idea è percorrere, dopo una breve pausa per il caffè, l'anello sul lato nord del Cumieli. Le tracce sono buone ma prive di indicazioni, mi oriento un po' a sensazione e dopo un'oretta scarsa mi collego ad una strada con degli stavoli dove pacifico vive un gregge di pecore. Un agnellino nero (sarà un discolo?) si attacca alle mammelle di mamma pecora mentre il resto della famiglia guarda silenzioso.

Dalla strada è rapido l'arrivo, dal lato superiore al Forte Ercole. Ho portato un libretto e mentre finisco quello che è rimasto nel thermos leggo di questa costruzione nell'ambito delle fortificazioni (volute da Spingardi, guarda il collegamento...) predisposte durante la guerra. Caporetto rese tutto inutile, il forte fu fatto saltare prima di entrare mai in azione, ma i resti sono in buono stato e consentono una interessante visita.

E' tempo di rientrare, chissà se lo zio e Carlo hanno finito. Arrivato al lago vedo un camioncino stipato di una fila ordinata di tronchi, le operazioni sono ancora in corso anche se volgono al termine. Il rancio li attende all'una, si percepisce che non hanno fretta di finire perchè il lavoro non è un peso, ma parte della loro vita. Scambio quattro chiacchiere con lo zio, è reduce dalla celebrazione dei 50 anni del coro, poi scoprirò che è stato anche premiato quale membro anziano. Penso che tra quei tronchi c'è forse qualcuno degli steli piantati dal nonno, che lo zio e Carlo hanno ben raccolto la sua eredità materiale e spirituale, che un cerchio si è chiuso e che un altro se ne aprirà a giugno con la nuova generazione.

Recuperata l'auto non mi trattengo dal fare un salto in paese. Dietro la piazza c'è ancora il campetto di calcetto in erba, che ricordo quel torneo, ma ora anche il murale recentemente inaugurato che riporta un componimento vergato da Luciano Mainardis, "Cjante a Ospedal". Parla della gente di Ospedaletto, con il suo asilo, la sua chiesa, le sue osterie.

Penso a quanto sia veramente unica questa comunità di persone laboriose, oneste, pronte al lavoro come alle occasioni di divertimento assieme, capace di declinare pienamente, senza clamore ed in spirito autenticamente friulano la parola "condivisione". 












domenica 15 febbraio 2026

La più grande rivoluzione della storia umana

Alla presentazione di un libro di Caprarica, interessante intervento di Walter Veltroni.

Per Veltroni è avvenuta "la più grande rivoluzione della storia umana", il sovvertimento dei meccanismi del potere reale indotto dalla rivoluzione digitale. 

Il nuovo potere immaginato è una piramide con un King ed i follower che possono solo fare rumore.

Antidoto: l'Europa deve assumere il ruolo di riferimento dei valori occidentali lasciato cadere dall'America.

"Trump è il figlio di questi tempi, il figlio di tempi in cui è avvenuta una gigantesca rivoluzione con la quale la democrazia non ha saputo fare i conti.

E’ accaduta la più grande rivoluzione della storia umana così le democrazie hanno fatto finta che tutto avvenisse secondo un principio di continuità tra un secolo all' altro, tra un millennio all' altro, e invece la rivoluzione digitale che ha completamente trasformato tutto ciò che c' era prima: i modi di produzione, le forme di conoscenza. le relazioni umane e ha trasferito il potere nelle mani di pochi gruppi.

Che hanno però non come le sette sorelle del petrolio una capacità di pressione indiretta ma che controllano direttamente la vita di ciascuno di noi. Tutti noi siamo dipendenti dai mezzi che queste big tech hanno prodotto e queste big tech chiedono solo che non ci siano regole.

Il paradosso è che la democrazia si è arresa. Per guidare una macchina ci vogliono diciott' anni, ci vuole la patente, ci vuole la cintura di sicurezza e una macchina serve solo ad andare da un posto all'altro. Per usare un cellulare o per essere sicuri che ciò che c'è dietro la gigantesca macchina del cellulare corrisponda ad un minimo di pluralismo e di competitività e di concorrenza non serve nessuna patente, anzi bisogna correre liberi e selvaggi.

Perché la sostanza di cui Trump è interprete è un'idea del potere riorganizzato. Dopo quello che è successo nella prima parte del Novecento e poi quello che è successo fino all' ottantanove quando ci siamo liberati di regimi dittatoriali comunisti che erano all' est. Noi abbiamo sostanzialmente costruito con la democrazia delle istituzioni che collocavano tra i cittadini, intesi come singoli cittadini, e chi aveva responsabilità di governo: si chiamavano partiti, sindacati, associazioni culturali, giornali, magistratura, cultura, intellettuali. Tutto questo è stato nel corso di questi anni destrutturato con una aggressività che sì certo a volte ha fatto leva anche sugli errori la cultura Wok sicuramente, ma che aveva in sostanza dietro di sé ciò che questi qui hanno teorizzato. Non è che bisogna andare a scoprirlo, lo hanno detto. Dicono delle cose fuori dalla grazia di Dio qualcuno di loro parla persino dell'Armageddon, della possibilità di un D-Day nel quale il mondo mondano viene travolto da una spaventosa crisi dopo la quale i rinascerà mondato dalla sua corruzione morale eccetera eccetera.

Però a fronte di questo questi signori sostengono che in sostanza il mondo deve essere governato con una piramide in cima alla quale c'è un imperatore, un king che domina tutto e magari lo fa anche in nome di un superiore… quando Trump dice “Dio è soddisfatto del mio lavoro”, affermazione che nessuno di noi purtroppo in grado di smentire ma che appare paradossale, ci sta facendo capire che lui è lì in nome di… e poi sotto i followers che al massimo possono far rumore e l'imperatore.

Questo il nuovo potere che si sta organizzando entrante esattamente il simbolo di tutto questo per cui, e finisco, io penso che tocchi all' Europa prendere in mano i valori occidentali. Ho scritto in un editoriale sul Corriere la sera una parola che nella mia vita non ho mai detto prima: ho scritto che bisogna diventare estremisti, estremisti dell'Europa. Bisogna che l'Europa di fronte al processo di abdicazione da parte degli Stati Uniti in questo momento della storia del ruolo che tutti democratici e repubblicani hanno saputo assicurare di riferimento dei valori occidentali, nel momento in cui questi valori vengono lasciati cadere qualcuno li deve assumere e io penso che questa sia il grande ruolo dell'Europa e proprio qui infatti volevo arrivare."

sabato 14 febbraio 2026

Il mio mondo, al contrario

E' circolato qualche giorno fa un programma riassunto in uno slogan:

"Prima la Patria, poi lo Stato, infine, solo se compatibile, il diritto."

La prima comparazione apre immediata ad un colpo di stato: se lo stato non corrisponde a quello che un gruppo ritiene il bene della nazione, quel gruppo è legittimato ad abbatterlo.

Lo stato viene prima del diritto: quindi lo stato è concepibile senza rispetto del diritto, può agire al di sopra di esso.

Non nominata a bella posta, in quanto soggetto che riesce a mettere sullo stesso piano le tre entità, la Repubblica.

Difficile concentrare in così poche parole concetti con cui essere in così totale disaccordo, così lontani da quello che siamo riusciti, in maniera sia pure imperfetta e perfettibile, a costruire.


Stupidi siamo noi

Se c'è una affermazione che considero veramente poco intelligente, è quella che talora ricorre nei giudizi riassuntivi sui sostenitori di questo o quel partito, uomo politico, quesito referendario.

"Tutti quelli che votano XY sono degli stupidi"

"Chi vota BOH è dalla parte della mafia".

Quanta incomprensione della complessità della politica, del suo essere impasto di idee, sogni e interessi, ed emozioni irrazionali. Quanto disprezzo per le persone, il loro vissuto con le esperienze anche drammatiche, i loro desideri. Per la reale essenza della democrazia.

sabato 7 febbraio 2026

La bellezza italiana

Molto spesso ultimamente, raccolgo significato da discorsi che vengono tenuti in contesti anche molto diversi tra di loro. Eventi e manifestazioni nel corso dei quali vengono pronunciati costituiscono evidentemente occasione di riflessione di sintesi, che è più raro cogliere in contesti comunicativi caratterizzati dalla velocità, dall'immediatezza rispetto all'oggetto cui si riferiscono, dalla logica dello slogan. 

Quanto poi vengano ascoltati, senza la mediazione/riduzione dei media e soprattutto dei social, è altro discorso.

Ci sono le Olimpiadi in Italia. L'ultima volta fu 20 anni fa, quella precedente 70 anni fa. Ciò vuol dire, con buona probabilità, che non ne vedrò altre. 

Assistere alla cerimonia di apertura dovrebbe costituire una emozione, oltre che una sorta di dovere civico. Ma pare che molti non se ne accorgano, e quindi in pochi avranno potuto apprezzare Giovanni Malagò che ha trovato modo di parlare, oltre che dei valori olimpici, dell'Italia come "Paese di storia e innovazione, di creatività, cultura e passione", che accoglie i Giochi in "un contesto unico di bellezza naturale e culturale."

La chiave più alta del discorso parla della bellezza, valore che assume nel nostra paese un significato unico: Perché la bellezza italiana non ci appartiene come un bene: ci è stata affidata dalla storia come una responsabilità. La bellezza è più di un valore estetico. È un’energia. Un’energia che scorre sotto la superficie di ciò che vediamo. Vive solo se si trasmette, se diventa forza morale, culturale e civica, capace di plasmare il futuro.

La grande bellezza dell'arte e della nostra natura, che ha segnato sul nostro spirito al punto da renderci (inconsapevoli?) amanti della bellezza nelle cose della nostra vita quotidiana, e quindi a nostra volta produttori di bellezza con i nostri stilisti, i nostri artisti, i nostri architetti, i nostri artigiani, è quindi, oltre a un dono che dovremmo riconoscere, una missione?

Si, forse possiamo, e forse non solo per aumentare il numero dei visitatori, per fare più affari e più soldi. C'è qualcosa di più alto degli affari e dei soldi, e tra i valori non politici, ma umani, grande è l'importanza della bellezza, dell'anelito a cercarla e goderne. 
E l'Italia è forse il posto al mondo in cui c'è più bellezza.

Il momento in cui la migliore gioventù  mondiale si incontra per gareggiare con lealtà, mostrandoci il meglio di quanto possa fare il corpo umano, ci parla di questo.
E di armonia: 
In un’epoca in cui gran parte del mondo è divisa dai conflitti, la vostra presenza dimostra che un altro mondo è possibile. Un mondo fatto di unità, rispetto e armonia… Armonia.
Fin dal Rinascimento, l’armonia incarna l’equilibrio tra bellezza, proporzioni e spirito… L’arte, la vita e lo sport si incontrano per trasformare la competizione in espressione, il gesto in significato, l’impegno individuale in valore condiviso. 
Qual posto migliore, per mostrarne esempio, per noi di trarne vanto:
Tra pochi istanti, la Fiamma Olimpica illuminerà il suolo italiano. Brillerà in più luoghi, con due bracieri, per la prima volta assoluta nella storia dei Giochi Olimpici.
Questo momento magico sarà una fonte immensa di orgoglio nazionale....

La cerimonia scorre, con i molti campioni che portano la bandiera e la fiaccola, e che abbiamo ammirato gioendo delle loro vittorie (tranne quelle ottenute nel suo club da Bergomi). Dopo il capitano e lo zio, i campionissimi della pallavolo, Manu Di Centa e Gustav Thoeni, Federica e Sofia, il momento finale è inevitabilmente, con Debora Compagnoni, per Alberto Tomba.

Mai stato nazionalista nè patriota nel senso che intendono certi ex generali, ma mi viene da gridare: Italia, Italia!

Perché questi Giochi hanno dimostrato, ancora una volta, che nonostante tutte le sfide che affrontiamo, l’influenza culturale e sportiva dell’Italia – e dell’Europa – continua a risplendere con forza nel mondo.





sabato 31 gennaio 2026

Alex e Renee, Akram e Amir

Ricorderemo i nomi di quelli che sono morti sulle strade di Minneapolis.

Credo che Alex e Renee resteranno nella memoria come Jan Palach, come l'ignoto cinese davanti ai carriarmati nel 1990.


Uccisi da teppaglia intruppata in milizia federale, perchè solidarizzavano, senza violenza, con le vittime di una repressione cieca e sconclusionata.

Il loro agire voleva dirci: We’ll take our stand for this land
                                           And the stranger in our midst

Alex e Renee probabilmente comprendevano che il prevaricare della forza sul diritto, sui diritti, che è di per se violenza, era il presagio di una violenza che poteva colpire anche loro: ma non avrebbero mai immaginato, così presto.

Ricorderemo Alex e Renee perchè il loro assassinio ha fatto comprendere anche al più fideista dei sostenitori di certe politiche e di certi metodi che un limite invalicabile è stato passato. 

Conosciamo i nomi di Alex Pretti e Renee Good perchè il loro omicidio è avvenuto negli Stati Uniti, dove fa notizia un fatto di questa portata.

Ma non possiamo dimenticare che negli stessi giorni, a centinaia e migliaia ragazzi e ragazze, donne e uomini sono stati massacrati in Iran perchè si oppongono ad un regime che da 50 anni opprime il loro Paese privandoli delle libertà più necessarie. 

Non conosciamo i loro nomi, nonostante qualcuno meritoriamente cerchi di raccoglierli per onorare la memoria:   


A questi ragazzi, Akram e Amir e tutti gli altri, va il nostro pensiero sofferente. La rabbia per la violenza che li ha uccisi, la stessa da mezzo secolo che li tormenta sotto forme di leggi liberticide, si mescola alle lacrime per le vite spezzate nel nome falsamente invocato di Dio.

In alcune discussioni, alle nostre latitudini (per il momento) sicure, compare una assertiva convinzione che nulla giustifichi non dico la violenza, ma anche la reazione che ad essa opponendosi metta a rischio l'incolumità e fors'anche la vita.

Con certe idee, saremmo ancora tutti servi della gleba, e allora prendiamo esempio dai soldati ucraini e dai ragazzi iraniani, mostriamoci pronti a difendere questo nostro modo di vita cui siamo così attaccati, ad anche il benessere che lo consente.

Ricorderemo quelli che sono morti nelle strade di Minneapolis e Teheran  

La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933)

 di George L. Mosse




Confesso che ho mollato a metà, anche prima.
L'autore descrive gli eventi culturali, sociali, artistici che hanno a parere dell'autore costruito nell'arco di un secolo quel presupposto della "nuova politica" che fu l'inserimento, in Germania, delle masse alla lotta politica tout court, mediante la creazione di una coscienza nazionale.Affrontata quest'importante opera non senza un po' di sussiego, mi sono trovato subito a confrontarmi con la documentatissima esposizione che risulta ad un appassionato della domenica, quale sono, più analitica che interessante.
Bisogna ammettere ed accettare i propri limiti

giovedì 29 gennaio 2026

Let's stand for America on the streets of Minneapolis


Già protagonista di un mirabile discorso di speranza e sogno, il Boss esce con una canzone potente e sincera sui terribili fatti di Minneapolis.


Lo smarrimento che viviamo osservando lo scempio in quella che fu la terra della libertà trova piccola consolazione nel sapere che tanti, in quella terra, non lo accettano e combattono con fischietti e cartelli e mani nude, e il Boss li vuole ricordare
Oh our Minneapolis, I hear your voice
Singing through the bloody mist
Here in our home they killed and roamed
In the winter of ’26
We’ll take our stand for this land
And the stranger in our midst
We’ll remember the names of those who died
On the streets of Minneapolis

Nell'inverno del 26... è la storia che fa capolino. Questo pezzo resterà nel tempo, la ascolteranno i ventenni di oggi quando ne avranno cinquanta e ai loro figli sembrerà un mondo lontano ed arcaico. Rimarrà vivo il ricordo di Alex Pretti e Renee Good, il cui sangue è scorso dove doveva esserci la pietà.

Anche loro erano tra quelli che non rinunciano a difendere la loro terra. E lo straniero tra di loro.

Non è tipo da fare sconti, Bruce e non ne fa:
King Trump’s private army from the DHS
Guns belted to their coats
Came to Minneapolis to enforce the law
Or so their story goes

Il Boss la dice intera: a giustificare la stretta autoritaria sono balle, le stesse che tentano l'assurda difesa degli assassini
Their claim was self defense, sirJust don’t believe your eyes
It’s our blood and bones
And these whistles and phones
Against Miller and Noem’s dirty lies

Il re si dimostra nudo quando la violenza contro gli immigrati che dovrebbe protegge la sicurezza dei cittadini determina la morte di due bianchi, americani puri:
Now they say they’re here to uphold the law
But they trample on our rights
If your skin is black or brown my friend
You can be questioned or deported on sight

Alcuni dicono no, e il Boss è con loro:
By the dawn’s early light
Citizens stood for justice
Their voices ringing through the night

Minneapolis è il cuore dell'America, del mondo che è stato lontanissimo dalla perfezione ma anche dall'orrore degli sgherri dell'ICE
Oh our Minneapolis, I hear your voice
Crying through the bloody mist
We’ll remember the names of those who died
On the streets of Minneapolis
Nessuno può riportare in vita Renee e Alex. Springsteen li omaggia, sciogliendo all'urne un cantico che forse non morrà.

domenica 25 gennaio 2026

Verità per Giulio Regeni, giusto processo per Jacques Moretti

Ormai le uniche notizie buone, a cercarle, sono quelle che riportano le parole di Mattarella.

Riporto quelle che ha dedicato all'anniversario, il decimo, dell'omicidio di Giulio Regeni 

«L’annuale commemorazione che la comunità di Fiumicello Villa Vicentina dedica a Giulio Regeni, raccoglie l’Italia intera in un sentito e commosso tributo per una vita ignobilmente spezzata. 

A dieci anni dalla sua scomparsa, ribadiamo le ragioni universali della giustizia e del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, contro ogni forma di tortura.

Il rapimento e il barbaro assassinio di Giulio, un nostro concittadino, rimangono una ferita aperta nel corpo della comunità nazionale.

Rivolgo anzitutto un affettuoso pensiero ai suoi genitori, colpiti dal dolore inconsolabile per la perdita di un figlio - avvenuta per cause abiette e con modalità disumane - ammirevoli esempi di coraggio e determinazione nella ricerca della verità.

Un’esigenza condivisa da tutti gli italiani e non solo.

Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale e delle relazioni internazionali.

L’impegno di quanti, con dedizione, hanno operato e operano per corrispondere, in questa vicenda, alla sete di verità storica e giudiziaria, merita rispetto e gratitudine.

La piena collaborazione delle autorità egiziane nel dare risposte adeguate alle richieste della magistratura italiana, per accertare i fatti e assicurare alla giustizia i responsabili, continua a rappresentare un banco di prova.

Nella dolorosa ricorrenza odierna, rinnovo la vicinanza della Repubblica alla famiglia Regeni e l’impegno del nostro ordinamento affinché sia onorata la memoria di Giulio facendo piena luce sulle circostanze e le responsabilità che ne segnarono il tragico destino».

Della Repubblica che è vicina ai Regeni faccio parte anch'io, sono lieto che non si sia spento il movimento che li ha aiutati nella loro battaglia, che ho condiviso fin da subito, pur non nutrendo illusioni che potesse portare molto di più che a salvare la forma in maniera dignitosa, con un processo e parole illuminate come quelle del Presidente.

Le ragioni della realpolitik sono sin da subito prevalse, che Paola e Claudio riescano a trovare un po' di consolazione nella solidarietà che nella loro lotta trovano in molti mi sembra già un risultato.

Continuiamo quindi a dirlo: "Verità per Giulio Regeni!", dieci anni dopo, in un mondo che è del tutto cambiato.  

Oggi manifestanti indifesi sono uccisi a sangue freddo da uomini dello stato che rimarrano impuniti non al Cairo, ma a Minneapolis. Cosa ci riserva il futuro, non lo sappiamo, e poco possiamo fare.

Forse mantenere la bussola sulla comprensione degli aspetti fondamentali del funzionamento di uno stato di diritto, della democrazia.

Tale Jacques Moretti proprietario del locale svizzero in cui è avvenuto un incendio con strage di molti ragazzi, tra cui degli italiani, fruisce di una norma del codice di procedura penale elvetico ed esce dalla cautelare su cauzione. E' piantonato dalla polizia nella sua villa. Apriti cielo. Scandalo, Ministri della stessa Repubblica presieduta da Mattarella rilasciano dichiarazioni di fuoco, viene richiamato l'ambasciatore.

Emerge lo spirito della bestia, che è in tutti noi, non ne faccio una questione politica: che Moretti dovrebbe marcire in galera, buttiamo la chiave, viene dato per fatto assodato.

A mio avviso deve invece essere chiarito che Jacques Moretti è un presunto innocente, imputato in un processo per reato colposo dalle gravi conseguenze, che ha esercitato un diritto previsto dal suo codice.

L'essenza del diritto è la protezione di un interesse che l'ordinamento tutela e assicura al titolare, se questi decide di esercitarlo non dev'esserci giudizio morale nè discrezionalità che lo intralci, men che meno discriminazione in base alla persona.

Il rispetto dei diritti dei peggiori, dei colpevoli, degli assassini, è quello che distingue un vero stato di diritto.

E quindi anche di Jacques Moretti, ammesso che venga provata la sua responsabilità, che mi può sembrare grave ed evidente, ma deve essere accertata secondo le regole e garantendo tutte le difese.

Le levate di scudi anche per via diplomatica, per tacere della evidente sottovalutazione che fanno dei principi di separazione dei poteri, possono essere buone per la propaganda. Danno consolazione, di nuovo, alle famiglie delle vittime alimentando la convinzione che la tutela di questi non passi dal diritto ma dalla vendetta. 

E' questa convinzione che dobbiamo sostenere, che la stampa più consapevole dovrebbe propagare, che la politica più accorta non dovrebbe trascurare in favore di quanto maggiormente assicura consenso, nello stesso spirito e con lo stesso buon diritto con cui chiediamo verità per Giulio.