venerdì 14 agosto 2026

Non sparate sullo stato di diritto

Sono passati alcuni giorni dall'inizio dell'esecuzione della sentenza a carico di Mario Roggero, è forse possibile un ragionamento che prescinda dal clamore destato soprattutto dal strumentalizzazioni politiche e dalla difficoltà che si incontra a informare, spiegare, farsi spiegare.

I fatti sono abbastanza evidenti, è diventata definitiva una sentenza che nel duplice omicidio seguito ad una rapina ha disconosciuto l'esimente della legittima difesa, e considerando le attenuanti emesso condanna a 14 anni di carcere.

Talune reazioni politiche, per ragioni facilmente comprensibili, hanno trascurato or l'uno or l'altro aspetto di una vicenda che appare oltremodo semplice, come può facilmente desumersi da un minimo fact checking come quello operato da Antonucci.

Non sfugge ad osservatori accorti il collegamento tra questa vicenda ed il rispetto dello stato di diritto, non a caso richiamato, con abbastanza chiaro riferimento a questa vicenda, da Mattarella nel discorso del ventaglio. In un articolo che parte dall'Ulisse e richiama il passaggio storico nella Grecia classica dalla giustizia privata al diritto amministrato dalla stato, Caiazza ricorda come abbia funzionato, in questa vicenda, il rispetto delle regole comprese quelle che hanno dimostrato la massima comprensione consentita dalla legge nei confronti di un imputato di omicidio, e come la politica dovrebbe farsi accorta che inseguire le pur comprensibili pulsioni della bestia social porta su una china non arrestabile.

Alza il livello il prof Fiandaca,  che invita a ragionare "sia sul perché il tema della sicurezza assume una valenza politica centrale, sia sui motivi per cui il diritto penale funge da persuasivo spot elettorale" arrivando a "ipotizzare un forte nesso tra la attuale difficoltà e/o incapacità di fare politica con strategie e risorse propriamente politiche e lʼabusato e inflazionato ricorso alla punizione".

Più facile vergare una inutile modifica legislativa che introduce un nuovo reato, che trovare una soluzione politica (e magari le risorse correlate) ad un problema.

Ma c'è di più: "Forse, come anchʼio sospetto, il diritto penale reca in sé la rischiosa attitudine a risultare redditizio in termini di consenso per ulteriori, e non secondarie, motivazioni che hanno a che fare con la psicologia della giustizia punitiva... anche a prescindere in verità dalla collocazione a destra o a sinistra delle forze politiche che di volta in volta lo perseguono, ecco che il rigore punitivo si presta a sfruttare politicamente pulsioni giustizialiste scaturenti da sentimenti di paura, rabbia, indignazione, frustrazione, rancore e risentimento che si diffondono negli strati sociali più deboli specie nei periodi di crisi socio-economica, o in ogni caso quando si lamenta il tradimento di promesse e aspettative su cui si è fatto assegnamento. Sulla base di rilievi come questi, è azzardato ipotizzare che sia connaturata al penale, per dir così al suo Dna, una sorta di intrinseca e sotterranea componente polemogena e vendicativo-ritorsiva, che contribuisce a spiegarne lʼappeal elettorale e dunque la incessante tendenza a ricorrervi come mezzo di captazione del consenso?"

Ciò riconosciuto, Fiandaca ritiene che si sia vicini al livello di guardia, e che la cosa sia da valutare con attenzione non solo in relazione al tema in se, ma nel significato che questa strumentalizzazione della punizione assume rispetto alla sostanza democratica della Repubblica: Il che preoccupa, non meno di quanto sorprenda. Non è minacciata soltanto la legittimità costituzionale del diritto penale. Prima ancora, e più in generale, vengono in questione la qualità della politica e la crisi complessiva della democrazia italiana – invero, co-determinata dalla perdurante incapacità delle forze di opposizione di assolvere un ruolo politico-culturale allʼaltezza delle sfide odierne. Una conferma, questa, degli stretti nessi tra questione penale e questione democratica.

L'invasione dei coccodrilli

Muoiono a frotte. Bomber romantici del calcio, allenatori della Bovisa, cantautori, medaglie olimpiche di Roma, il Capitano.

Non ci si sta dietro.

La mia teoria è che vi è stato, a partire dai primi anni 80, complice l'avvento della televisione commerciale ed il nascere della categoria dei VIP, una consistente espansione del numero delle persone note, la cui scomparsa crea cordoglio e correlato rimpianto di un mondo che non c'è più, ora che l'anagrafe presenta il suo conto ad un numero crescente di loro.


giovedì 13 agosto 2026

L'antisemitismo, che infamia. La nostra infamia.

Anni di giornate della memoria, code davanti alla casa di Anna Frank, Schindler list e pianisti e amici ritrovati.

Tutto inutile, l'antisemitismo è tra noi, mascherato dietro alla critica, più o meno informata, al governo di Israele.  

Liste di proscrizione negli alberghi, graffiti con scritte naziste, inviti al boicottaggio di fornitori israeliani. Docce e saponette, mare raggiungibile dal fiume, tutto è ammesso in slogan e insulti ai "sionisti". Molto già visto in documentari e film sugli anni trenta del secolo scorso.

L'episodio in Bulgaria (scelta quale pease sicuro) è esemplare. Dei ragazzi italiani oggetto di insulti e aggressioni. "Sieg Heil" è difficilmente equivocabile. Quale colpa? Erano ebrei. 

Correggo: italiani, di religione ebraica.

Io sono un italiano, con un po' di approssimazione potrei definirmi di religione cattolica. Credo che non verrebbe in mente a nessuno di insultarmi ed attaccarmi per il comportamento di uno Stato (non confessionale) in cui la maggioranza dei cittadini è cattolica, mettiamo il Portogallo. Se il Portogallo facesse qualche azione vergognosa dovrei forse esserne ritenuto responsabile?

Dietro alla risposta a questa domanda c'è la chiave di comprensione di quello che sta succedendo: evidentemente l'antisemitismo è così presente nella nostra civiltà, nel nostro modo di pensare, da aver resistito a 80 anni di campagne educative e di spiegazioni e di memoria dell'orrore, per riemergere, traboccante come l'odio che lo accompagna, quando il comportamento di uno stato (non confessionale) in cui la maggioranza dei cittadini è ebrea ha superato i contorni della reazione ad un'inaccettabile pogrom per assumere quelli di una strage. Pare che non si aspettasse altro, che di un motivo per riaprire la caccia all'ebreo.

Ci richiama alla gravità di quanto accade un bell'articolo di Pigi Battista, che ricordato un purtroppo lungo elenco di episodi disdicevoli prende atto delle normalizzazione dei fatti più sconcertanti, e del colpevole silenzio tanto della cultura democratica, tanto di politica e istituzioni:  L'argine si è rotto, l'esclusione degli ebrei dal Gay Pride non suscita indignazione. Le liste di proscrizione sui vacanzieri ebrei (non in Bulgaria, in Italia) non suscita indignazione. Il diktat antisemita dei docenti della Sapienza non suscita indignazione. Tutto è diventato normale, senza argini, senza contrasti. Il tabù dell'antisemitismo si è frantumato, e i liquami scorrono indisturbati senza un alveo civile che li contenga.

Giusta reazione al genocidio di Gaza? Sic. Già nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre, per così dire a "genocidio" cronologicamente non ancora consumato, a Berlino hanno minacciato il Memoriale della Shoah, a Barcellona hanno assaltato un albergo che aveva la grave colpa di essere proprietà di un ebreo, oppure nella "progressista" università di Stanford un professore antisemita aveva imposto a uno studente ebreo, tolta la kippah, di mettersi con la faccia al muro per sentire sulla sua persona l'umiliazione vissuta dai palestinesi oppressi da Israele. Solo dopo pochi mesi, all'inizio del 2024, una studentessa ebrea torinese rivelò che a Torino "quasi nove su dieci ragazzi ebrei hanno cambiato le loro abitudini", "hanno smesso di seguire le lezioni all'università, non portano più la kippah in luoghi pubblici, non utilizzano il proprio nome e cognome se tipicamente ebraico, non utilizzano oggetti e indumenti che siano riconducibili alla loro identità", e a uno di loro addirittura "hanno sputato perché indossava la collana con la stella di David".

Reazioni: neanche un comunicato in cui si dicesse più o meno: "Cari concittadini ebrei, in Italia sarete al sicuro e non permetteremo che i facinorosi mettano a repentaglio la vostra sicurezza e la libertà della cultura". Niente di niente. Niente a sinistra. Niente a destra. Niente al governo. Niente al Quirinale. La normalizzazione dell'antisemitismo anche se travestito da antisionismo o addirittura, colmo di ogni ipocrisia, da "critica al governo omicida di Israele" sta tutta in questo rassegnato silenzio."

Il silenzio è quanto trasforma il dissennato operato di alcuni idioti in una colpa collettiva, e prepara il terreno culturale per la moltiplicazione degli idioti, ed il molto peggio che ne seguirà. 

Ci mancava pure questa. Dove andremo a finire? Non ho gli strumenti di analisi di cui si discorre in una interessante intervista di oggi, ma purtroppo qualche idea ce l'ho.

Che infamia, che vergogna.

martedì 11 agosto 2026

Non c'è il lieto fine

I ragazzi di Pradamano sono saliti agli onori delle cronache nazionali, addirittura sono gli eroi dell'estate.

Vendevano limonata per raccogliere due soldini per comprarsi il motorino: denunciati. 

Subito offerti dei motorini gratis: i ragazzi hanno per un po' provato a rifiutare, alla fine hanno accettato.

Non è un lieto fine: il loro sogno volevano guadagnarselo, lo avranno senza fatica con un po' di notorietà, come fossero andate ai pacchi. 

Le letture si incentrano ovviamente sul signore (signora?) che ha denunciato, divenuto simbolo della nostra leva genitoriale che preferisce i ragazzi sul divano con il cellulare e penalizza di chi si dà da fare.

La conclusione mi pare logica: se i giovani osano essere migliori di noi, poi noi come facciamo a parlare male dei giovani?  

Chiosa. Chi è quel signore, quella signora?

Temo siamo noi, purtroppo.

lunedì 10 agosto 2026

Un altro mondo è possibile, ma non è la (sedicente) libertà di Askatasuna

Resto parecchio indietro, ne guadagna la riflessione, ma nuovi fatti si affastellano a complicare una comprensione della realtà già difficile, oltre i veli dell'ideologia e della comprensibile propensione a confondere la realtà che vorremmo con quella che esiste.


E' da un po' che volevo scrivere del mio forte dissenso, che si fa uno con una decisa diversità antropologica, con quel milieu protestatario che attraversa la nostra società, magmatico e pronto a coagularsi in forme e su obbiettivi sempre nuovi (non che sia un male, ma...), e che nell'ultimo volgere di anni si raggruppa intorno al gruppo di Askatasuna.

Vorrei per parlarne saperne e conoscere di più: e dovrei. Riconosco, da sempre convinto dell'importanza delle controculture, quanto sia importante che sia dato spazio al pensiero diverso dal mainstream, e quanto la libertà di espressione e di protesta sia coessenziale ad una reale democrazia. So di non dover trascurare la complessità di movimenti in cui si riconoscono istanze, idee e persone molto diverse tra loro, gran parte delle delle quali animate dalle migliori intenzioni tra cui una è un grande merito, volere un mondo migliore.

Eppure eppure.

Mi viene in aiuto nell'argomentazione un articolo di Ferrara di qualche giorno fa, che prende le mosse da un'intervista di Zerocalcare a Repubblica. Non ho trovato il testo integrale di questa (mi dispiace), mi devo accontentare dei molti resoconti. Si parla di Genova, 25 anni dopo, riassume Ferrara:
Zerocalcare c’era, e rivendica tutto in un’intervista a Repubblica. Usa un tono nostalgico per il dissenso armato, per la guerriglia dai metodi insurrezionalisti, e censura nel suo campo politico la tendenza al vittimismo, l’idea che si parli delle vittime della repressione poliziesca e non del conflitto organizzato, e di quel tipo di conflitto, della sua radicalità anarchica, che secondo lui supera in forza morale resistente anche le idee e le motivazioni della protesta. La sinistra ha dimenticato, secondo Zerocalcare, che il nucleo forte della protesta di piazza è nella sua espressione violenta, da un quarto di secolo crea un panteon vittimista e lo coltiva, ma non osa richiamare la grandiosità di quei momenti di scontro diretto e soccombe a un’ideologia securitaria della destra che fa di tutto ciò che si muove un reato di devastazione e saccheggio, un comportamento sociale deviante.

Nella narrazione di Zerocalcare si mescola la lettura dell'oggi con il ricordo di un momento di formazione. Quest'ultimo può interessare o meno, il punto stimolante è il ruolo del dissenso, la sua capacità di contribuire a creare un mondo migliore e la forma, anche violenta, che questo può (deve?) assumere.

Gli organizzatori della contromanifestazione del 2001 pensavano che "un altro mondo è possibile".  Giovani, movimenti, famiglie volevano gridarlo, provare a farlo stando insieme con gioia, determinazione e utopia, contestando i capi di stato ed il sistema che essi rappresentavano.

Andò molto diversamente, come ricorda Ferrara. 

Genova fu teatro di scontri furenti tra manifestanti e polizia, durante i quali un carabiniere di leva di vent’anni sparò dall’abitacolo di una camionetta per difendersi da un’aggressione violenta e uccise colpendolo alla testa un giovane di vent’anni che brandiva un estintore contro di lui.La protesta era contro una riunione di otto capi di stato e di governo, il G8. La piattaforma  era la rivendicazione di un altro mondo possibile contro gli sviluppi economici, sociali e politici della globalizzazione, eguaglianza e pauperismo contro mercati liberi, tecnologie e autorità degli stati. Tutti persero la testa. La piazza, che era composita e divisa tra sognatori e casseurs, fu violentissima, devastazione e saccheggio, molotov e sassaiole, incendi e attacchi duri alla polizia.  La repressione di stato fu inevitabile ma spietata, fuori dai canoni di uno stato di diritto, con arresti indiscriminati, pestaggi e torture alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Fu una guerra urbana, un episodio infelice e tragico, una degenerazione incontrollata di dissenso e repressione, e su quella guerra si stese l’ala della leggenda, del mito, della mostrificazione del nemico.

Riconosciuta onestà emotiva a Zerocalcare, e reso omaggio al modo in cui i protagonisti della protesta (cita Agnoletto e Casarini) hanno mostrato "rispettabile coinvolgimento nell’utopia della loro gioventù", Ferrara passa al giudizio:

Intanto l’altro mondo possibile lo hanno creato i ricercatori dei vaccini, i socialdemocratici delle terze vie alla guida dei governi, i populisti e i tecnocrati miliardari che hanno avvolto il pianeta nella rete di possibilità di comunicazione e di nuova intelligence dei dati che fa il bene e il male, come sempre frammisti, dal rincoglionimento cognitivo di una generazione quasi perduta al dispiegamento di possibilità di difesa e contrattacco di un eroico paese europeo aggredito dall’autocrazia russa. Il mondo reale non è una palla di fumo ideologico, non è il teatro dei sogni, il dissenso è il sale delle democrazie in lotta di civiltà contro gli incubi fondamentalisti e imperiali che insidiano il primato declinante dell’occidente, ma è il dissenso a mani nude delle Politkovskaia e dei Navalny, è l’antagonismo elettorale democratico di un Mamdani o di altri che si battono contro ogni forma di populismo e di demagogia, è la fatica di ogni giorno per uscire dalla tenaglia fra violenza sociale e repressione di stato.

Un cazzo di manifesto del riformismo. 

Credo e spero che un ventenne non possa condividerlo, che sia veramente convinto di cambiare lui il mondo con una rivoluzione, da preparare in manifestazioni cortei e magari qualche scazzottata, ma io boomer ritrovo in queste parole il cuore dell'intelligenza che ci ha dato il mondo, imperfetto e migliorabile, in cui Zerocalcare può liberamente sparare a zero sul governo, e se vuole candidarsi a guidarlo, e cambiare idea quante volte vuole senza che lo passi a trovare l'FSB, e senza che sua sorella, se ne ha una, debba portare il fottuto velo.

I ragazzi di Genova non si sono persi di vista. Sono stati poi NO TAV, NO TAP, poi PRO PAL, e Askatasuna vuol dire libertà.  

Anche qui sarebbe necessario conoscere, distinguere, considerare che l'operato di qualcuno orienta il giudizio su tutti gli altri, che spesso la pensano e operano diversamente. 

Però la mia impressione, sintetizzata nel modo più banale, è che una bella causa si trova sempre, l'importante è fare un bello scontro con la polizia. Che sembra non aspettare altro, come il governo che ha già nel cassetto il prossimo decreto sicurezza.

Tralascio i violenti veri, quelle per cui menare le mani è lo scopo di tutto. Sono probabilmente minoranza, ma riescono sempre a rendersi protagonisti, e chi si lascia coinvolgere, anche strumentalizzare, ne è oggettivamente complice e vittima al tempo stesso. Penso agli altri, a quelli che veramente sperano di cambiare il mondo, mi chiedo se non comprendono che la protesta che conduce solo ad uno scontro, che non produce se non reazioni liberticide, soddisfa forse la loro voglia di partecipare, la vanità di essere gli unici puri: ma se non cambia le cose, non serve a un cazzo. 

Tutto poi si può dire, ma una cosa non la digerisco. 

Che uno si scelga un nome che è un concetto importante, a suo modo sacro, e poi pretenda di esserne l'incarnazione.

In basco askatasuna vuol dire libertà, pare. 

Ma che la libertà, non la possibilità di fare quel cazzo che ci fare ma lo stato che rende la vita degna di essere vissuta, l'ideale politico per cui hanno lottato e sono morti i migliori uomini che siano esistiti, possa essere rappresentata da quei signori, da quei ragazzi, incontra un mio gigantesco NO.

Cantate le vostre canzoni, fate lo vostre battaglie, se potete state lontani da quelli che alla prima occasione vi useranno e rovineranno il vostro impegno fracassando il cranio di un questurino: ma non chiamatele con il nome di quello per cui sono morti gli americani e i neozelandesi sbarcati ad Anzio, per cui sono stati assassinati Carlo Rosselli, Giacomo Matteotti, Alexsej Navalny e infiniti altri, per cui è vissuto Sacharov, per cui sono stati imprigionati Mandela e Aung San Suu Kyi, per cui quel ragazzo cinese ha cercato, con la borsa in mano, di fermare i carroarmati. Per il quale soffrono e muoiono, da 50 anni, i vostri coetanei di Teheran, per i quali non si è mai vista una sfilata dei NO PASDARAN.  

sabato 1 agosto 2026

Difendere la pace e la democrazia con Europa e stato di diritto

Probabilmente sta diventando una mia fissazione, ma ogni volta che ascolto un discorso del Presidente Mattarella trovo degli spunti di assoluta rilevanza, espressi in forma chiara e diretta, sui comportamenti che è necessario tenere se vogliamo conservare i nostri valori, i nostri diritti, la nostra libertà.
Ormai qui ne ho citati parecchi, è ora di introdurre un nuovo tag che sarà "Sergio il Grande".

Me ne dà l'ultima occasione il discorso del Ventaglio, nel quale il presidente della Repubblica ricorda alcune lezioni fondamentali: non si legifera con le emozioni, non si gioca con chi minaccia lo stato, non si governa da europeisti a metà.

Cerasa le definisce  "Le tre frecce di Mattarella per difendere la democrazia liberale".
La prima freccia ha colpito il pacifismo della bandiera bianca. "Lei ha fatto cenno anche all’esigenza di un’efficace difesa comune europea. L’attitudine e la strategia che ho appena ricordato rende evidente che la sua realizzazione non rappresenta una minaccia per nessuno, non mira alla guerra: al contrario è strumento per garantire la pace. Siamo di fronte a uno scenario crescente di conflitti che infiamma un arco di crisi che dal Mediterraneo coinvolge il Golfo, si affaccia sull’Oceano Indiano, vede la guerra nel cuore d’Europa: per numero di Paesi coinvolti, di popoli sofferenti, difficile non coglierne la dimensione globale e le responsabilità che ne derivano.
Difficile, ma purtroppo in molti ci riescono.
Dopo aver precisato che non entra nella dialettica politica, avendo modo di indicare come dovrebbe svolgersi (Naturalmente mi auguro costantemente che questa si svolga nel reciproco rispetto; senza inopportuna aggressività verbale, spesso immotivata, e, a mio avviso, anche controproducente. Mi auguro che le tensioni elettorali - ancora, per la verità, piuttosto intempestive - non sottraggano attenzione ai problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini e non inducano ad alterare la realtà delle questioni), ecco la seconda freccia, sulla sicurezza, bersagli vari.
Ce n'è per chi governa...In una società civilmente ordinata, rassicurante per i cittadini, i comportamenti individuali devono rispettare le regole comuni, quelle della legge. Se invece si capovolgesse questo principio e si pensasse che le regole della legge debbano adattarsi ai comportamenti individuali, occasionali, cambiando il proprio contenuto di volta in volta, di caso in caso, non si rafforza la sicurezza ma si decide l’abdicazione dello Stato.
Ce n'è per chi non prende le distanze da certe forme di protesta ... Non è accettabile che si faccia strada la convinzione che, se le proprie posizioni risultano minoritarie all’interno della società, sia giustificabile il ricorso a forme di violenza, che aggrediscono le libere volontà democratiche del popolo italiano espresse attraverso le istituzioni previste dalla Costituzione. Una sorta di fai da te, di liberi tutti rispetto all’azione dei poteri pubblici, cioè comuni. 
Quanto avvenuto – da ultimo - sabato in Val di Susa è inammissibile: sono chiamate in causa le basi stesse della convivenza democratica e non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi. 
La violenza è un virus letale per la democrazia e per la vita sociale. 
Aggredisce la Costituzione chi la pratica, chi la predica, chi la giustifica. 
Ecco la prima parte di una vera, grande lezione di cosa è una democrazia: non una procedura in cui si elegge una maggioranza che fa quello che gli pare, ma un governo che prende decisioni, con regole e limiti, che la minoranza deve accettare, nel quadro di valori e principi condivisi. 
Vi si affianca un fenomeno più volte denunziato sulle pagine di diversi giornali e che richiede maggiore responsabile attenzione da parte di tutti, nella società e nella vita politica.  Il fenomeno di una sorta di rifiuto sdegnato non di condividere ma di ascoltare le opinioni altrui: non ci si può sorprendere che ne derivi un clima di reciproca intolleranza, di avversione fanatica che contribuisce a seminare germi di violenza.
Seconda parte: il dialogo, anche dialettico, comporta accettazione dell'altro, avversario ma non nemico.
La terza freccia riguarda i critici dell'Europa. Mattarella prende le mosse dall'analisi sulla situazione internazionale già mirabilmente espressa a Marsiglia, qui riassunta ricordando anche la proposta di Carney: 
Lei, Presidente, ha parlato della complessa situazione che si registra nella vita della comunità internazionale, attraversata da incertezze imprevedibili fino a pochi anni addietro. Incertezze che provocano disorientamento quanto alle prospettive e inducono a interrogativi sull’affidabilità di punti di riferimento fino a poco tempo addietro avvertiti come dotati di chiarezza e di stabilità. 
Da parte di chi nutre senso di responsabilità, si avverte l’esigenza di salvaguardare il sistema multilaterale e, al fine di restituirgli solidità, di procedere a una sua riforma, che, ispirandosi alla realtà, lo doti di forme e di strumenti adeguati al mondo così com’è oggi e non com’era tra la fine degli anni quaranta e gli anni cinquanta del secolo scorso. 
Come lei ha detto, da diverse parti ci si attende che a questo fine una spinta protagonista provenga dall’Europa: lo ha auspicato chiaramente il Primo Ministro del Canada, Carney. 
Non è un caso che sussista quest’attesa perché l’Europa, in pochi anni, ponendo in comune impegni del presente e prospettive del futuro, è riuscita a trasformarsi, da continente lacerato per secoli da contrasti e guerre sanguinose, nella più vasta area di pace e di sviluppo comune. Area che non sorprende che susciti attrazione per persone da ogni parte del mondo. 
L’Unione Europea non è inerte né silenziosa di fronte a quella invocazione di responsabilità, pur tra difficoltà di ogni genere, interne e, soprattutto, di origine esterna. Vorrei sottolineare come prosegua lo sviluppo di sempre più numerosi accordi di libero scambio, conclusi o in corso di negoziato, con aree vaste di diversi continenti - dal Canada al Giappone, dall’America meridionale all’India, di intese con altri Paesi o Aree che li raccolgono. Accordi e intese che inducono a collaborare e a impegnarsi in comune nella reciproca convenienza. 
Viene in tal modo presentato alla comunità globale un messaggio, un modello di relazioni internazionali alternativo alla pratica degli scontri commerciali o purtroppo militari, talvolta di guerra.
Dall’Europa viene presentata una strada per la pace, contrapposta al tentativo di ritornare alla barbarie nella vita internazionale ripristinando la legge del più forte, peraltro, come si vede in questo periodo, di dubbia efficacia
Che poi l'Europa non faccia abbastanza, lo dicono soprattutto quelli (per Cerasa i "sovranisti all'amatriciana") che vorrebbero che facesse sempre di meno:
Conosco bene l’esercizio di critiche rivolte all’Unione per insufficiente incisività dalla sua azione, critiche avanzate con accanimento soprattutto da chi ne ostacola, in ogni modo e circostanza, la possibilità di strumenti decisionali e operativi più efficaci.

sabato 25 luglio 2026

Contro gli imperi

di Vittorio Emanuele Parsi

Difficile perdere il vizio, come altri propositi anche quello di non comprare mai un instant book viene vinto dalla grande stima verso il prof Parsi, complice una presentazione con il ministro Crosetto ascoltata qualche giorno fa alla radio.

Il prof in realtà dice esplicitamente che non si tratta di un instant book, ma di un libro lungamente meditato. Di certo segue la riflessione sulla crisi dell'ordine liberale, ma essendo incentrato sul contributo dato da Trump al suo evolversi nel drammatico verso che osserviamo, esso può avere al massimo una gestazione annuale.

Le tesi non sono particolarmente originali, ma è giusto leggerle nella loro nitidezza: le democrazie sono sotto attacco, il rafforzarsi delle autocrazie, anche rivali tra loro, ha come effetto il mettere a rischio la loro reale esistenza, rimane l'Europa come isola in cui i diritti ed il diritto sono il criterio ordinatore dei conflitti, ma la sua capacità di resistere dipende da scelte che devono essere fatte ora e subito, e che riassumono nel rafforzare l'unità dell'Unione Europa e la sua capacità di difendersi (anche militarmente, da sola). 

Il prof evidenzia con nettezza alcuni passaggi ("Daddy ci ha buttato fuori: ora tocca a noi" è il titolo di un capitolo), in particolare che il futuro delle nostre democrazie non è segnato, ma dipende da quello che (anche) noi faremo.

Il libro si apre richiamando una risalente spiegazione ai contesti di mutamento delle relazioni internazionali nella quale si tratteggiano gli stati come Leoni, lupi, agnelli e sciacalli. La capacità di reazione degli agnelli, in cui è facile identificare le democrazie occidentali, dipende (a) dal consenso tra le elite sulla provenienza e natura della minaccia esterna, (b), dal grado di coesione tra le elite e la società, (c) dalla forza delle istituzioni. Se manca uno degli elementi, è difficile trovare le risorse per reagire alle minacce. 

Per Parsi il momento è decisivo: gli "agnelli" europei devono comprendere che la sfida alla loro libertà e mortale, e trovare la forza di diventare leone, oppure scompariranno come donne e uomini liberi.

Il cuore della questione è che il tentativo di riaffermare la pura logica di forza di fronte al diritto internazionale ha trovato un inaspettato alleato negli Stati Uniti, campione e principale beneficiario del precedente ordine. La "battaglia cruciale della nostra epoca" è sconfiggere questo tentativo, rafforzando le istituzioni che lo avversano, e riportare nel campo della libertà gli Stati Uniti. Molte pagine sono dedicate a Trump, definito come presidente "antiamericano" (ha sovvertito l'ordine in cui gli USA dominavano), di cui vengono ricordate le note picconate al sistema multilaterale, ed il loro essere fondate su narrazioni infondate sul piano storico.

L'Europa saprà farsi leone? Deve. Parsi apprezza il famoso discorso di Carney a Davos, che riporta integralmente insieme ad un successivo intervento di Merz, ponendo sostanzialmente a programma la sua proposta di unire le forze delle medie potenze per dare vita ad un player che possa resistere ai tentativi di prevaricazione dei due colossi contrapposti.

giovedì 23 luglio 2026

Storia dell'Italia meridionale

 di Pino Ippolito Arminio


Questo autore ha pubblicato un testo esplicitamente rivolto a denunciare l'antistoricità delle tesi dei neoborbonici. Epperò non rinuncia a interrogarsi sulle ragioni di quella che è stata ed è la questione meridionale, e prova a farlo con una originale "storia dell'italia meridionale".

Affronta le ragioni del permanente ritardo dello sviluppo del Sud,  su cui si discute ormai da 120 anni, non ex professo ma inquadrandole in una storia globale di quelle terre, che prende le mosse dalla formazione del regno dei Borboni. L'introduzione richiama polemicamente una ricerca inglese che ha misurato la differenza di QI dei meridionali, per dedicare significativamente il libro a chi crede che non ad essa, ma a ragioni che la storia può disvelare, di debba il dualismo italiano.

In particolare Armino le individua in una serie di 7 eventi cruciali: "il disastroso esito della rivoluzione giacobina, la mancata conversione costituzionale della monarchia borbonica, la vittoria dei moderati sui democratici risorgimentali, l'altalena di fine Ottocento fra liberismo e protezionismo, la razionalizzazione fascista del sistema produttivo nazionale, la conclusione dell'intervento speciale avviato nel secondo dopoguerra e, da ultimo, la nascita di una fittizia "Questione settentrionale"".

I capitoli si susseguono con contenuto anche diverso, alcuni (la conquista di Garibaldi, la lotta al brigantaggio) con dettagli molto informati su eventi bellici anche minori, altri ricchi di statistiche economiche, ove si esamina il divario con il Nord con una tesi intermedia tra quella del sottosviluppo già marcatamente presente all'Unità, e quello che vede l'asservimento del Sud agli interessi del Nord come causa della sua crescita. In particolare Armino rileva che la sostanziale parità di condizioni fosse venuta meno nel decennio precedente l'Unità, grazie al grande sviluppo del Piemonte nel periodo cavouriano, e che le scelte che effettivamente favorirono gli interessi del triangolo industriale fossero le più funzionali ad ottenere, in condizioni disperate in relazione alle risorse, dei risultati utili.

Pagine interessanti vengono dedicate alla repressione della rivoluzione giacobina e dei successivi tentativi rivoluzionari, quale momenti in cui il tentativo del Sud di risollevarsi da solo venne frustrato anche dell'esito della lotta interna alla sua classe dirigente, nonchè alle riforme operate dai primi governi borbonici.

Il giudizio è positivo tanto sui primi tentativi, in età giolittiana, di interventi straordinari effettuati con le leggi speciali, quanto sull'intervento speciale nel secondo dopoguerra, che con tutti i suoi limiti e (soprattutto) i suoi difetti fu l'ultimo vero investimento per tentare di eliminare, o almeno attenuare, il divario tra le due Italie.

 







mercoledì 22 luglio 2026

La variante di Lunenburg

 di Paolo Maurensig

Qualche mese fa ho ordinato questo libro per onorare uno scrittore della mia città, cui è stato recentemente intitolato il teatro di Feletto.

Per puro caso l’opera appare singolarmente legata alla “Novella degli scacchi” che non molti mesi fa ho scoperto.

Con scelta stilistica originale Maurensig alterna i narratori, che ripercorrono parti della loro vita quali antefatti alla misteriosa morte di un ricco imprenditore tedesco, appassionato di scacchi. Aspetto comune alle vite interessate è il rapporto con il gioco, del tipo coinvolgente in maniera assoluta che si manifesta per taluni giocatori, come già nel romanzo di Zweig. Un maestro spiega all’allievo che l’errore non è contemplato, che ogni mossa deve essere effettuata come se da essa dipenda la vita. Che non sia una metafora lo si comprende quando il maestro, dopo aver narrato il suo breve percorso nel mondo degli scacchi, caratterizzato da una fortissima rivalità ed interrotto dall’introduzione delle leggi razziali, finito in un campo di concentramento ritrova l’antico rivale, che lo obbliga a giocare mettendo a posta, come in una lista di Schindler al contrario, le vite dei compagni di prigionia. Per la vittoria impiega una variante del gioco di sua invenzione. Quella variante, reintrodotta in tornei internazionali dal suo allievo oltre 40 anni dopo, sarà la chiave per far ritrovare il rivale, ora divenuto un ricco imprenditore tedesco.

Itaca per sempre

 di Luigi Malerba

Va di moda l’Odissea, ci prepariamo a vedere il film, e quindi affronto questo libretto consigliato qualche anno fa dalla prof. di greco di Francesco.

Malerba riscrive in forma lievemente romanzata i fatti oggetto del secondo poema Omerico. Interessante scelta stilistica è la continua alternanza quali narratori, per brevi brani, di Ulisse e Penelope, che contribuisce a offrire una visione maggiormente soggettiva degli eventi, e che consente di affiancare alla narrazione degli eventi una retrospettiva emotiva, tra cui spicca il trip psicologico che si apre allorchè Penelope riconosce Ulisse travestito da mendicante, ma resta delusa dal suo mancato rivelarsi e lo tratta freddamente, mentre lui resta del pari interdetto da questa freddezza che fomenta la già presente gelosia. Dopo la strage dei proci l’orgoglioso attestarsi dei due sulle proprie posizioni (e lui, ma allora è cambiato; ho sofferto tutto questo per uno che non è più lui?) rischia di rovinare il lieto fine.

Agli eroi viene data l’umanità, che è il dubbio, la capacità di sbagliare e cambiare. Alla fine, per volersi veramente bene quello che non può mancare è l’ascolto, la comprensione, la disponibilità a rinunciare a qualcosa per il bene di un rapporto.

Nella parte finale, Ulisse alle prese con il cantore Tersiade scrive i due poemi, litigando perché vuole inserire parti di pura fantasia. Per Malerba è lui Omero, la sua voglia di raccontare le cose vissute si confonde con la voglia di viverle per poterle raccontare, è la poesia.

Federico II

 di Hubert Houben

Agile libretto che ripercorre vita, opere e mito dell'imperatore svevo che tanta traccia ha lasciato anche nella storia d'Italia.
L'opera è divisa in tre parti nettamente distinte.
La prima è una classica biografia politica che riassume i momenti principali della vita di Federico, incentrata sulla difficoltà di mantenere al contempo il dominio sull'Impero e sull'Italia, con il papa ed i Comuni del Nord come nemici, giurati, fieri e combattivi.
Nella seconda Houben si cimenta nel difficile esercizio di tratteggiare l'uomo, con sapiente uso delle pochi fonti attendibili.
La terza parla del mito di Federico, di come è stato considerato tanto dai contemporanei, per i quali fu al tempo stesso semidio e anticristo, quanto nella successiva storiografia, specialmente tedesca.




lunedì 20 luglio 2026

Non ne ho azzeccata una

Mi ero figurato di fare un diario mondiale, pensavo di essere come Osvaldo Soriano nel 1990, in suo onore avevo taggato "magical nights".. 

Come prevedibile ho mollato dopo pochi giorni, facendo in tempo a seminare in pochi post formidabili boiate. Ormai, oltre a dover chiedere ai figli dove gioca questo o quello (ottengo sempre risposta), sbaglio tutte le previsioni, sono arrivato quasi ultimo nella riffa mondiale fatta in ufficio.

Uscito male male l'Uruguay di Bielsa, tenevo un po' all'Argentina: ma che non poteva andare sempre bene, una rimonta via l'altra, in fondo lo sentivo. E allora pensavo la vincesse la Francia, oppure l'Inghilterra.

La Spagna campione, meritatamente, non mi ha entusiasmato; anzi mi stanno da un po' sulle palle come i più bravi, quando non ti concedono nemmeno un pretesto per farsi rimproverare di qualcosa.

Il Brasile è stato sfortunato, tra infortuni, sorteggio ed errori clamorosi nella partita che li ha fatti fuori: resto convinto che andando avanti poteva migliorare e finire tra i primi quattro.

Tra le topiche che ho preso è stata l'impressione che potesse essere il mondiale dei ventenni: sono rapidamente scomparsi, persino Yamal, e la scena se la sono presi i grandi attaccanti. Pensavo che l'Inghilterra, che di stelle brillanti ne ha avute due, potesse prevalere, ma poi si è suicidata con l'Argentina in modo che parrebbe inspiegabile se non con il carisma di re Leo. Scaloni ha fatto un miracolo ad arrivare alla seconda finale di fila, con una squadra che ha trovato energie insospettabili, ed è stata forse fregata dalla partita in più: il giorno della finale, proprio non ne avevano più.

La Francia, nettamente squadra con i più alti valori tecnici, con la sua formula tutta attacco era invincibile con le piccole, ma doveva per forza scontare a centrocampo con un avversario di pari livello. A mio avviso incolpevole Didier (3 finali consecutive), alle prese con una abbondanza difficilmente gestibile anche da Gesucristo.

All'Africa, maghrebine a parte, il salto di qualità non riesce, Asia non pervenuta, l'Europa domina ancora alla grande.

Infantino era quasi riuscito a far dimenticare la sua milionaria corruzione (sorridiamo pensando alle piccole mandole che si è fatto uno come Blatter, o ai quatto spicci che avranno dato a Moreno), le sue americanate: con la cancellazione della squalifica di Balogun (Balogun, non Pelè) ha superato un limite che gli costerà il posto.

 

lunedì 15 giugno 2026

Tiki - taka al (Capo) verde

Il bello del pallone è che ognuno può dire quello che vuole. Nella stessa trasmissione Tardelli: "Olanda - Giappone partita noiosa, non mi sono divertito" e Stramaccioni: "grande partita, molto divertente". Inutile dire a chi do maggiore credito.

Giappone onestamente inguardabile, tutto indietro, corsa e disciplina senza mezzo lampo, vabbè qualche buon tocco quel Nakamura, due gol trovati per deviazioni. Non condivido assolutamente l'entusiasmo  per quello, lo dico da antico apprezzatore del calcio difensivo ben fatto e anche del sano catenaccio, che è vero anticalcio. Olanda da rivedere, al solito tanti buoni giocatori, ma manca il fuoriclasse e poi la scelta di mettere dentro un difensore... ma che fai, Rambo?  

Nel frattempo la Germania ha regolato Curacao con una goleada d'antan, mentre la Svezia ha impressionato battendo 5-1 la Tunisia.

Poco fa la invincibile armada spagnola si è arenata contro Capo Verde... temo sia un segno che non è l'anno buono. Magnifica la difesa all'ultimo sangue degli africani, alla fine hanno avuto anche la palla per vincere, ci hanno ricordato quali storie può regalare il mondiale.

Aspettiamo stasera il caro Uruguay.


domenica 14 giugno 2026

A Carlo servirà la calma del forti. Il mondiale dei ventenni?

Come prevedibile, il Brasile ha faticato all'esordio con il Marocco. Primi dieci minuti in apnea, il primo tempo male, con un solo gol preso (da polli) perchè gli africani non hanno infierito. Ma è bastato un numero di Vini per rimettere in pari la partita.

Nella ripresa con i cambi le cose si sono un po' sistemate, con tre attaccanti forse la difesa va protetta di più con centrocampisti muscolari. Alla fine poteva anche vincere

Non parlerei di difficoltà, il Marocco è una delle squadre più ostiche e chi parte troppo forte non arriva in fondo. Per Carlo già dalla prossima bisogna migliorare alcune cose, anche se un centravanti da Brasile non si inventa: Igor Thiago a me ha fatto ricordare Sergino del 1982. Importante è mantenere la calma, credo proprio che Ancelotti non cadrà nel drammatico loop dei mister che perdono la lucidità al mondiale. Onestamente la squadra non sembra da vittoria, vediamo se il nostro si inventa qualcosa e soprattutto se Vini prende in mano il suo destino dimostrando finalmente di essere un numero 1.

Nel Marocco oltre ad Hakimi che è da top 11, si è segnalato Boauddi, centrocampista universale e molto forte. E' un 2007, chissà che non sia il mondiale dei ventenni.

Nell'altra partita del girone, che non ho visto, la Scozia ha battuto solo 1-0 Haiti, segno che non si tratta della squadra materasso che si pensava.

Infine l'Australia stende  2-0 la Turchia, che pure ha creato molto. I socceroos sono un po' l'Udinese del mondiale, alti, grossi e fastidiosi. Montella può riprovarci, con quei trequartisti non può andare sempre male.

sabato 13 giugno 2026

Mauricio stars and stripes

Dopo un'imbarazzante esibizione del Canada, che a stento ha conquistato il suo primo punto alla settima partita mondiale (certo che pareggiare con la Bosnia...), convincente prova di USA, che parte alla grande con una prova convincente e capace di mettere in mostra i diversi buoni giocatori che ha.

Hanno sempre corso tantissimo, ma senza avere la qualità per competere con le squadre del livello superiore. Stavolta sono un po' meglio del solito, non credo andrà alla fine molto diversamente, anche perchè sono partiti un pelino troppo forte, mi sa.

Il Paraguay da rivedere, forse il turno lo può passare.

Improponibile, non a livello calcistico ma di look, Pochettino vestito come per andare ad un cocktail party a Malibu. Si vede che si è proprio ambientato bene in California.


Stasera Brasile Marocco, finalmente una partita da mondiale.

venerdì 12 giugno 2026

Si parte all'insegna della mediocrità

Partita inaugurale, Messico Sudafrica, risultato a dir poco scontato.

Il Messico è una garanzia, sempre squadre buone e difficili da affrontare, magari non grandi campioni ma solidità e qualche giocatore talentuoso, e poi gioca in casa. Ha anche il ragazzino, Gilberto Mora, è un 2008

Il Sudafrica conferma l'involuzione delle squadre africane, che denunciano un livello che non è quello della manifestazione. Con tanta pochezza è suicida che l'allenatore imponga una partenza dal basso da cui ben presto scaturiscono occasioni e il gol per il Messico.

Nonostante il tanto divario la partita non si chiude, e dopo la prima espulsione sembra addirittura in bilico, fino al gol dello Gimenez che non ti aspetti a chiuderla.

Il Messico andrà avanti, il Sudafrica lo vedo male.

Infantino prosegue nel suo record di gaffe e idiozie, dopo aver sorvolato sull'espulsione dell'arbitro somalo oggi sfotte la nazionale italiana. Quando ce ne libereremo sarà sempre troppo tardi.

mercoledì 10 giugno 2026

Ci avete rotto tutto

Iniziano i mondiali trumpiani, fanculo al calcio e ai veri tifosi, let's do a lot of money.


Non lo riconosco più, lo sport che amo fin dal mio primo ricordo in assoluto, papà che dice "Ci sono gli europei, ci guardiamo un sacco di partite" (Italia 80, 8 squadre, 14 partite in tutto).

Mondiale a 48 squadre, suddiviso in 3 nazioni ospitanti, giocano Capo Verde e Curacao. Noi non ci siamo, è un discorso a parte, una terribile delusione per i ragazzi, non siamo stati capaci di battere la Bosnia.

Leggo che i biglietti della finale sono da 4000 dollari in su: potranno comprarseli sono emiri, oligarchi russi, panzoni americani con fabbrichetta e qualche poveraccio idiota che vende la casa. I veri appassionati si fottano. Lo sport del popolo venduto per 4 soldi, che finiranno nelle tasche di pochi loschi figuri, regole vecchie di anni sacrificate all'americanata di turno, show nell'intervallo compreso.

Certo, domani si inizia a giocare e saremo tutti incollati alla tv. Lo spettacolo probabilmente sarà grande, lo guarderò anche io tifando per gli scalcinati e per quelli che giocano contro la Francia. 

Ma che tristezza, vederti così.


Ci han concesso solo una vita

Adesso dimmi come è andata?
com'è stato?
il viaggio di una vita lì con te.
Io spero tutto bene, tutto come
progettavate voi da piccole

Mi passa la vita davanti, mentre ascolto Liga che rispolvera i vecchi pezzi, in una serata a Bibione in cui Giove Pluvio si fa inaspettatamente generoso e ci risparmia il previsto acquazzone.

Penso che ho ricevuto quale inaspettato regalo dei 17 anni "Ligabue - Lambrusco Coltelli Rose E Popcorn", allora usava il vinile. Ero al primo anno di università quando ho consumato il cd di "Buon Compleanno Elvis". Appena iniziato a lavorare mi sono comprato "Miss Mondo", appena sposato canticchiavo "Fuori come va?". Quando è arrivato Ciccio sentivo che "L'amore conta" e che era il mio "Happy Hour" (Nomi e Cognomi. Nell'estate 2010, in preda ad un "Colpo all'anima", sentivo che il "Meglio deve ancora venire" (Arrivederci Mostro). E così via.

Suonano le vecchie canzoni in cui Luciano ci ha raccontato un po' i cazzi di una rockstar che va su e giù da un palco, un po' quelli nostri, quelli dei mediani, di quelli che giravano i calendari chiedendosi se stavano prendendo abbastanza, di quelli che si vedevano con una del loro stesso giro. Suonano soprattutto i pezzi rock, raccolti per album, e infatti quello più recente è del 2005. 

Luciano offre uno spettacolo gradito perchè propone i brani più noti, è raro trovarsi ad un concerto in cui si conoscono praticamente tutte le canzoni; e mi chiedo se concede questo ai fan perchè non riesce a dare altro, la grinta, l'adrenalina, la voglia di fare un po' di rumore. Sembra stanco, non sorride mai, parla poco, persino il momento pacifista sembra fatto per dovere di firma.

Canta che ti passa, anche il magone per quella vita che ci han concesso, qua non rimborsano mai, e che ti accorgi è già un bel po' in là, quasi si vede la fine.

Io non lo so
quanto tempo abbiamo
quanto ne rimane
io non lo so
che cosa ci può stare
io non lo so
chi c'è dall'altra parte
non lo so per certo
so che ogni nuvola è diversa
so che nessuna è come te

domenica 7 giugno 2026

Monte Musi, Cima est da Sella Carnizza

Tra le cime da non perdere ho puntato il Monte Musi, quota bassa ma dislivello importante,  vista la guida credo sia fattibile l'opzione da Sella Carnizza (mt 1086=, che raggiungiamo via Resia dopo un lungo percorso.

Ci inoltriamo nel bosco, seguendo dopo poco dei segnavia rossi che indicano dei sentieri che costeggiano il bosco in quota... forse un po' troppo.

Strada sbagliata in partenza, perdiamo quasi un'ora. recuperiamo nel bel bosco di faggio, che finisce a quota 1400 circa. Altra lunga variante in quota, fino ad una breve risalita che porta ad un  insolito paesaggio, in cui una frana ha raccolto giganteschi massi (alti anche 7-8 metri), ambiente quasi lunare. La salita nella roccia è parecchia, finche si apre la vista della sella, lassù. Sembra vicina, ma l'ultimo tratto è particolarmente ripido, devo ridiscendere per prendere lo zaino del mio compagno di escursione. Per lui la salita è finita, siamo quasi in vetta e al solito io non voglio perdermela. Dalla cima est si apre la vista, purtroppo velata, della pianura, in basso il bivacco Brollo domina da una posizione veramente inviadiabile.

Dall'altra parte il Canin e il Montasio, leit motivi delle ultime tre escursioni. L'ho visto prima da ovest, di taglio, poi da sotto la gigantesca parete nord, ora, lo osservo da lontano, nel suo vestito migliore, la parte sud che dà sui Piani. Tanta fatica, ma la vera bellezza non è lontana.

Lunghissima la strada del ritorno, ci aspetta una bibita fresca in uno dei due ristori vicino alla sella.





mercoledì 3 giugno 2026

La Repubblica e l'orgoglio

E' per circostanza casuale, a Riccardo viene consegnata copia della Costituzione, che per la prima volta partecipo alla celebrazione del 2 giugno.

Nei discorsi ed in interventi la cui preparazione ha richiesto lavoro e cura meritori si parla di Costituzione, di diritti, parecchio dell'importanza della partecipazione femminile, molto impegno dedicando all'intento di trasmettere certi concetti e certi valori ai giovani.

Giusta preoccupazione. Mi chiedo però quanto essi siano riconosciuti e rispettati anche da quelli che giovani non sono più.

La consapevolezza di cosa sia la Repubblica non c'è. Si parla di Italia, spesso per autodenigrazione, qualche volta con orgoglio acritico, mai si considera che sempre Italia poteva essere, ma non la Repubblica che dovremmo riconoscere ed amare, ma regime autoritario, oppure Repubblica popolare.

Ne parlo con i ragazzi. Quello che si celebra il 2 giugno è il fatto che i nostri nonni ci hanno dato un regime politico, sicuramente perfettibile, in cui la libertà ed i diritti hanno ancora un valore.

Io credo possiamo esserne orgogliosi.



domenica 31 maggio 2026

Febbre a 90'

di Nick Hornby

L'Arsenal ha vinto la Premier e poi si è giocato, perdendola giusto ieri, la finale di Champions. 

Non l'ho mai avuto in simpatia, men che mai da quando l'ha preso in mano Arteta. Tuttavia mi è parso indicato rendergli omaggio leggendo finalmente "Febbre a 90'"

In questo libro molto noto Hornby parla della sua ossessione per il calcio e per l'Arsenal in particolare, collegandola in vari modi alla sua vita personale che però sempre cede di fronte all'Arsenal.

Molte cose fanno di quest'opera un libro superato: fu scritto prima della formidabile stagione di Wenger che ha certamente mutato pelle al Boring Arsenal e probabilmente alla percezione che i tifosi hanno del club, e prima della nascita della Premier League, tanto che suona beffardo quel passaggio in cui si invidiano... gli stadi della Serie A!.

Molte altre però ne fanno un classico, capace di dare dignità ad una categoria, quelli che lui chiama gli ossessionati (trovandone anche qualcuno che lo è più di lui), che un mio amico definì i "malati di calcio", e per i quali io ho talvolta usato l'espressione "grande tifoso (dell'Udinese)".

Me ne vengono in mente almeno 4-5, tra i miei conoscenti.

Noi che quando ritroviamo quell'altro, conosciuto al liceo o giù di lì, ci mettiamo a parlare dell'ultima partita come se ci fossimo visti l'altro ieri e non cinque anni fa.

Noi che quando ci preannunciano una cerimonia familiare, guardiamo terrorizzati il calendario.

Noi che quando perdiamo, siamo incazzati fino al mercoledì.

Noi che ci mandiamo i messaggi per commentare quello che ha detto il mister Giacomini il lunedì sera. 

Noi che dopo una bella vittoria, ci svegliamo l'indomani stringendo ancora i pugni.

Noi che possiamo parlare per mezzora delle conseguenze dell'espulsione del povero Genaux. (Juventus - Udinese 0-3, e fu solo l'inizio)

Noi che non ci perdoniamo, quando manchiamo una partita di Coppa Italia, martedì alle 17.30.

Noi che è finito il campionato da una settimana, e tra 4-5 giorni cominceremo a sbuffare perchè non è ancora uscita la campagna abbonamenti.

Noi che uno di loro fa l'assicuratore. Una volta nel suo ufficio voleva vendermi qualche nuova polizza, alla mia resistenza fece una sensata domanda: "Ma tu, di cosa hai paura veramente?". Ed io: "Ma è chiaro, della retrocessione".  

Ah già, l'Arsenal. Il libro con scelta felice è organizzato quale commento a singole partite, con qualche rara vittoria, sopra tutte lo scudetto del 1989 in cui c'è il famoso paragone con l'orgasmo, e molte grigie partite ancor più delle prime capaci di costruire un legame unico e inscindibile tra il "grande tifoso" ed il club.

In molti passaggi mi sono divertito, in altri riconosciuto (quello che lui immagina come ipotesi, di sfottere un futuro figlio del Tottenham, io l'ho provato facendo piangere Francesco con una sfrenata esultanza durante una finale Juventus - Lazio, gol di Cataldi), altri mi hanno fatto riflettere nel momento in cui già trentanni fa intravedevano come un pericolo la perdita del legame con gli strati popolari e lo strapotere delle TV. Bisognerà ammettere che tutta questa crisi non c'è, a livello globale, lasciamo stare lo stato orribile della Serie A.

Hornby usa parole appropriate per descrivere perchè il calcio è uno sport bellissimo, perchè il ruolo del tifoso che guarda è anche quello di uno che lo spettacolo lo fa; racconta quella strana gelosia che ci coglie quando qualche neofita del tifo appena arrivato partecipa ad una vittoria come noi che la aspettavamo da tanti anni; come i tifosi assomigliano alle caratteristiche del club come i cani ai loro padroni.   

Datato, sì, ma con tutte le stimmate di un classico.

Anello dello Iof di Somdogna

Il progetto di una sera in bivacco viene abbandonato per via del tempo, sostituito da una escursione breve. Mi gioco lo Iof di Somdogna, che ritengo idonea a testare i ragazzi.

Dopo l'interminabile strada che porta alla Sella, ci muoviamo dalle 9, in rapida ascesa, per quanto la parte iniziale sia piuttosto ripida, e raggiungiamo in un volgere relativamente breve la panoramica cima. Siamo di fronte alla colossale parete nord del Montasio, mentre la vista spazia sulla val Dogna da una parte, sulle più importanti cime delle Giulie dall'altra.

Sono felice di condividere la vera bellezza con Riccardo e i suoi amici.

Scartiamo l'alternativa di una ridiscesa sullo stesso itinerario, per intraprendere l'anello, sperabilmente nella versione più breve. Alla quota prevista di 1610, però non riesco ad identificare il sentiero che deve condurci al Grego, probabilmente sommerso da un po' di neve residua. Procediamo quindi in costa fino a portarci a pochi metri dal bivacco Stuparich, che a questo punto visitiamo con promessa di tornare. 

Tornati al bivio per il 611 iniziamo una ripida discesa, che precorro quantificando di quanto dovrò risalire. Quanto il sentiero si inoltra nel bosco, in effetti, incontriamo due o tre strappi non particolarmente graditi, ma che superiamo di buona lena.

Alle 13.45 siamo al Grego, ci aspetta un buon pranzo servito con incredibile velocità, di fronte alla vista difficilmente comparabile che offre questo rifugio. Una breve sosta a guardare le grandi cime, ed anche il fronte di un temporale che avanza rapidamente, inducendoci a guadagnare tramite la pista di servizio l'auto.

    



martedì 26 maggio 2026

E adesso?

Ogni volta che finisce il campionato mi sovviene quella volta che Giovanni, in un mesto lunedì, mi disse: E adesso che cazzo facciamo fino a settembre?

Monte Schenone

Si riparte all'improvvisata, punto l'obbiettivo sullo Iof di Dogna. 

L'anello proposto dalla guida è parecchio lungo, penso di accorciarlo con un rientro diretto dopo aver doppiato le due cime.

Partenza alle ore 9 da Malga Poccet, raggiunta dopo una lunga percorrenza della rotabile da Pietratagliata. Ambiente magnifico e suggestivo. Abbandonata ben presto la mulattiera dopo il ricovero Jeluz, ci inerpichiamo sul sentiero che conduce ad una forcellina. Nel corso dell'ascesa ho una piccola contrattura, che non  mi impedisce di proseguire.

Il panorama è mirabile. Da un lato i monti di Pontebba, dall'altra la sagoma del Montasio in una inconsueta visuale "di taglio". Segeuendo la traccia a destra ci spostiamo, poco sotto la cresta, verso il Monte Schenone, che raggiungiamo soffermandoci accanto alla croce ad ammirare la vista, a quota 1950. 

Abbandoniamo la vetta perchè vogliamo dirigerci verso lo Iof di Dogna, con un po' di fatica individuiamo una traccia che scende nell'erba, fino a farci trovare un'esile sentiero marchiato 602, e finalmente risalire, non senza superare l'intralcio di fitti mughi. Siamo quasi arrivati, alla volta di una nuova forcelletta, suberntra la decisione di fermarci.

Non grande idea quella di rientrare con una variante: per evitare la ripida risalita sull'erba ci incamminiamo su un lungo tracciato in quota che ci porta ad un vistoso allungamento del percorso. Non senza fatica riguadagniamo la prima forcella. Le ascese sono finite, possiamo riguadagnare la macchina con il percorso dell'andata.

Quest'anno sono fortunato, in posti misconosciuti trovo sempre la vera bellezza.




 

giovedì 21 maggio 2026

L'archetipo italiano della libertà

Ricorrono oggi dieci anni dalla scomparsa di Marco Pannella

Con una formula bella e importante Francesco Merlo ha definito Marco "l’archetipo italiano della libertà, proprio come Garibaldi è l’archetipo dell’uomo d’azione, Berlinguer della moralità, Gramsci del pensiero profondo e Papa Giovanni della bontà". Archetipo della libertà. Bella definizione. E' la trovata dell'articolo nel quale la magnifica prosa di Merlo indulge nel ricordare episodi vecchi ed arcinoti (ma forse solo a me), regalando tuttavia diverse chicche e soprattutto rievocando la profezia che compose con Marco, quand'era prossimo alla fine, che da morto i suoi meriti sarebbero stati riconosciuti da quelli che da vivo lo disprezzavano e, soprattutto, non lo votavano.

L'articolo di Merlo triangola con il ricordo di Mattarella ed i tanti interventi degli amici: la cultura, le istituzioni, la sua gente, tutti uniti a rendere omaggio a Marco, tanti con un leit motiv comune che è "mi ha cambiato la vita".

Il triangolo ha al suo centro la gente comune, i carcerati, gli obbiettori, gli sconfitti, ai diritti dei quali Pannella ha dedicato la sua vita.

Giusto riportare le parole del Presidente della Repubblica: "Pannella ha legato il suo nome a campagne referendarie che hanno rappresentato svolte nella vita sociale, con l’uso dei referendum popolari come leva dell’azione politica. Il tema dei diritti civili, come espansione delle libertà costituzionali, ha costituito il filo che nel tempo ha legato le sue molteplici esperienze e alleanze.

Il leader radicale fu uomo del dialogo, come nel caso delle decisioni che portarono a interventi straordinari della Repubblica per combattere la fame nel mondo, oltre che protagonista in passaggi delicati della vita delle istituzioni.
Europeista tenace e convinto, coerente sostenitore dello Stato di diritto, irriducibile avversario della pena di morte, difensore della dignità dei detenuti, lascia un’eredità che riserva valori anche a chi non ha condiviso tutte le sue battaglie"

Da uomo delle istituzioni, è stato doveroso il ricordo in un convegno in Parlamento, con Rutelli, Letta, Casini, Martelli

I mille aneddoti si alternano nelle interviste, negli interventi alla maratona oratoria con il sincero rimpianto, come quello commosso di Ilaria Cucchi, non certo l'unica a rendere grato omaggio a quello che è considerato un maestro, che insegnava non in cattedra ma in strada, tra la gente. Ricorda Ilaria:  di Marco Pannella rimane molto, Marco Pannella è stato un esempio e un po' per tutti noi che ci occupiamo del tema dei diritti ed in particolare delle carceri. Personalmente io non potrò mai dimenticare quando Ilaria Cucchi, pochi giorni dopo la morte di suo fratello incontrò Marco Pannella, ed entrò a far parte del mondo dei radicali. Io credo che Marco Pannella sia stato, resterà per sempre l'esempio di cosa vuol dire fare politica e quella politica vera, quella politica alla quale io mi sono ispirata, che continua ad essere parte della del mio modo parte fondamentale del mio modo di lavorare,  la politica fatta per la gente, in mezzo alla gente... Non dimentichiamo mai tutto ciò che ha fatto per la realtà delle carceri, per i detenuti. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare quanta strada ha fatto sul piano dei diritti, grazie al suo instancabile impegno, ricordiamo tra tutti quanto si è speso per l'aborto, per esempio, per il divorzio e per tutte le battaglie legate ai diritti, e quindi, se è vero che oramai sono 10 anni che non è più tra noi, è altrettanto vero che se si semina qualcosa come ha fatto lui alla fine si rimane sempre senta. ...Ma la targa di Pannella ce lo portiamo tutti dentro io, per prima me la porto dentro si è sentito con me, come faceva notare dalle mie parole emozionate di prima, ed è un'emozione vera pura, perché ribadisco quello il modo di fare politica, Pannella è una targa che ci sarà per sempre e che ciascuno di noi nel suo piccolo si porta dentro e che continua a far crescere. La Cucchi parla di un legame, quello personale che Marco sapeva creare, per innata capacità di empatia e per sincero tratto umanista, con chiunque incontrava, e che riusciva a rendere un tutt'uno con un'iniziativa politica che interessava la persona che aveva di fronte, nella sua vita vera. Anche Folli parla della sua lezione, diventata un metodo che è la vera eredità: "Ravvivare ogni giorno la democrazia con le battaglie civili, il garantismo, la difesa non retorica dello Stato di diritto. Senza fossilizzarsi negli ideologismi che diventano incrostazioni burocratiche, non fare del sistema dei partiti un blocco corporativo. Senza dimenticare che dietro le idee ci sono gli uomini che le rappresentano". 

Persino il Principe, in una lontana intervista, si sbilanciò, parlando di "un amico": Pannella è una delle persone che amo di più.

Nei 10 anni dalla sua scomparsa se ne sono andati tanti altri: Massimo, Spadaccia, Cicciomessere, l'altro giorno Olivier Dupuis, i radicali non ci sono più e non sono nemmeno d'accordo su commemorazioni e sui muri cui appendere una targa. Ha detto Taradash che l'erede non c'è, un po' perchè impossibile, un po' perchè ancora vive: ed è stato bello un mese fa intitolare il convegno organizzato da Rovasio "10 anni di compresenza del nostro agire politico", in cui tra i tanti interventi c'è stato anche quello di un Vittorio Feltri in lacrime.
I giornali non si sono certo sprecati nelle commemorazioni. Al solito si è distinto il Foglio, che domenica ha dedicato la foliazione centrale ad una raccolta di scritti, interviste e discorsi originali del  leader radicale.
La lettura desta al tempo stesso piacere e nostalgia, la scelta operata dal giornale felicemente sintetizza alcuni elementi centrali del pensiero-azione di Marco.

La citatissima prefazione di Underground, oltre motivo per riproporre la famosa parte con le "beatitudini" (che non mi trattengo dal riproporre: Io amo invece gli obiettori, i fuori-legge del matrimonio, i capelloni sottoproletari  anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i nonviolenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste 
disperazione. Amo speranze antiche, come la donna e l’uomo; ideali politici vecchi  quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della  Destra storica. Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di  rafforzamento, anche solo contingente, dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni  sacrificio, morte o assassinio, soprattutto se “rivoluzionario”. Credo alla parola che si  ascolta e che si dice, ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuol essere onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive, ai testi più o meno sacri e alle ideologie. Credo sopra ad ogni altra cosa al dialogo, e non solo a quello “spirituale”: alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente d’evasione o individualistici – e tanto più “privati” mi  appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m’ingegno che siano  riconosciuti) diviene occasione per ricordare quella che fu "La ridefinizione di fascismo e antifascismo secondo Pannella". Nel proporre la sua ferma critica (politica, ma anche antropologica) al manicheismo rivoluzionario e alla lotta di classe, Marco attaccaTu che hai “compreso”, ti sei sentito “compagno” di Notarnicola (e hai fatto bene); che hai vissuto almeno quanto me fra sottoproletari, paria, emarginati, come puoi non comprendere il fascismo di questo antifascismo? Come puoi, ancora, sopportare l’inadeguatezza dell’ingiuria, dell’insulto, del disprezzo, del manicheismo dozzinale, classista, non laico, fariseo, nello scontro di classe che cerchiamo di vivere e di sostenere, nel viver diverso e nuovo che presuppone e che genera? Perché, anche tu, fra fucile, antifascismo e poteri-al popolo-a-pugno-chiuso, continui a vivere di quella vecchia nuova-sinistra che così puntualmente e efficacemente denunci nel libro? E poi... In tutta questa vostra storia antifascista non so dove sia il guasto maggiore: se nel recupero e nella maledizione d’una cultura violenta, antilaica, clericale, classista, terroristica e barbara per cui l’avversario deve essere ucciso o esorcizzato come il demonio, come incarnazione del male; o se nell’indiretto, immenso servizio pratico che rende allo Stato d’oggi e ai suoi padroni, scaricando sui loro sicari e su altre loro vittime la forza libertaria, democratica, alternativa e socialista dell’antifascismo vero. Il fascismo è cosa più grave, seria e importante, con cui non di rado abbiamo un rapporto di intimità. Con parole tanto semplici quanto ispirate il rifiuto della violenza trova la sua ragione politica: La violenza dell’oppresso, certo, mi pare morale; la controviolenza “rivoluzionaria”, l’odio (“maschio” o sartrianamente torbido che sia) dello sfruttato sono profondamente naturali, o tali, almeno, m’appaiono. Ma di morale non m’occupo, se non per difendere la concreta moralità di ciascuno, o il suo diritto ad affermarsi finché non si traduca in violenza contro altri; e quanto alla natura penso che compito della persona, dell’umano, sia non tanto quello di contemplarla o di descriverla quanto di trasformarla secondo le proprie speranze. Insomma, quel che vive, quel che è nuovo è sempre, in qualche misura, innaturale. Perciò non m’interessa molto che la vostra violenza rivoluzionaria, il vostro fucile, siano probabilmente morali e naturali, mentre mi riguarda profondamente il fatto che siano armi suicide per chi speri ragionevolmente di poter edificare una società (un po’ più) libertaria, di prefigurarla rivoluzionando se stesso, i propri meccanismi, il proprio ambiente e senza usar mezzi, metodi idee che rafforzano le ragioni stesse dell’avversario, la validità delle sue proposte politiche, per il mero piacere di abbatterlo, distruggerlo o possederlo nella sua fisicità.

La celebre intervista a Playboy, in un momento in Pannella era il personaggio del momento, contiene oltre a cenni biografici una miniera di spunti interessanti, il principale dei quali è la rivelazione per la quale Il mio manifesto, il manifesto dei radicali, ci viene da un grande poeta, Rimbaud: 'Le raisonnable dérèglement des sens', il ragionevole sregolamento dei sensi. Un politico che cita Rimbaud come canone di ispirazione etica e politica, questo era Pannella.

Il discorso tenuto in Parlamento il giorno della negata autorizzazione a procedere a Craxi, oscurato dalla grandezza del discorso di Bettino, ben evidenzia cosa era quel luogo, cosa la politica, prima che il ciclone di mani pulite li distruggesse, come puntualmente previsto da Pannella, che nondimeno restò coerente con i propri principi e votò per l'autorizzazione. Principi, pensiero, proposta politica coerente, tutto quanto è ormai impossibile trovare assieme oggi . 
 
L'intervento ad un convegno del 2011 fu l'occasione per riproporre la sua analisi sui nefasti effetti dell'obbligatorietà dell'azione penale, del suo essere fatto genetico di amnistia strisciante, clandestina e discrezionale posta nelle mani di ogni PM, chiaramente impossibilitato a gestire un numero  improponibile di processi: Questo è un lascito post-rivoluzionario napoleonico che la monarchia ha subito raccolto, per amministrare la giustizia come una giustizia di Stato, funzionariale, con il giudice,
una parte dei giudici che sono funzionari di Stato, non importa se del Re o della Repubblica. Dopo il fascismo si è stabilito il principio dell’obbligatorietà anche perché continuasse a inverarsi socialmente, sociologicamente, culturalmente questa concezione della giustizia come realtà statuale, statalista, burocratica nel senso migliore della parola; e insieme ad essa il problema di garantire l’indipendenza, problema che si pone con tanta maggiore enfasi soprattutto quando e dove ci sono la realtà di dipendenza oggettiva. Allora si spiega perché poi in Francia si siano un po’ meno preoccupati della indipendenza da garantire, fedeli a quel principio per il quale nemmeno la giustizia deve ritenersi un momento di discendenza divina e sacrale e deve anche essa essere in qualche misura sottoposta al principio democratico e alla concezione dello Stato di diritto, con tutti i guai piccoli o grandi che accadono.

Nell'intervista titolata Sinistra e pacifismo Pannella ha modo di esporre la nota critica al pacifismo in nome della nonviolenza:  “Perché i giovani sappiano, i vecchi ricordino e si cessi di ingannarli: il pacifismo in questo secolo ha prodotto effetti catastrofici, convergenti con quelli del nazismo e del comunismo. Se il comunismo e il nazismo sono messi al bando, il pacifismo merita di accompagnarli....Non violenza e democrazia politica devono vivere quasi come sinonimi. Da un secolo non vi sono guerre tra democrazie, diritto e libertà sono la prima garanzia. E il pacifismo storico, nei fatti, lo ha sempre ignorato”." 

Di estremo interesse e attualità il concetto esposto Al Parlamento europeo nel 2001:  «Voi conoscete l’uomo e la donna arabi e palestinesi solo se incontrano una pallottola israeliana; allora gli date  almeno l’ onore della sepoltura, l’onore del riconoscimento. Dinanzi ai cittadini palestinesi, arabi, del Medio Oriente, che quotidianamente muoiono, assassinati dai loro regimi - sauditi, baatisti di destra, di sinistra - dall’alleanza storica, forte degli sceicchi e del potere mediorientale, alleato delle grandi multinazionali del petrolio e di voi, sinistra più o meno comunista; dinanzi alla realtà curda, che non è solo quella turca, ma anche quella irachena e degli altri; dinanzi alla concreta vita delle donne e degli uomini sauditi, palestinesi, voi ve ne occupate solo se accade che la parte israeliana si scontri, a volte con gravi errori nei loro confronti. Vi accorgete dell’esistenza dell’umanità palestinese solo quando vi serve per denunciare il vostro continuo nemico di oggi, si chiami Stati Uniti d’America, si chiami  Israele... dove sta scritto che l’Unione europea si rende garante degli Stati nazionali, della loro indipendenza e della loro conquista? Non esiste in nessun posto, oggi, scritto nei cuori e nella cultura, il diritto allo Stato nazionale ottocentesco: esiste quello dei diritti civili, politici, umani, nei confronti di qualsiasi autorità statale, centrale o centralizzata, e di questo non avete nessuna nozione!»

Mi piace ricordarlo con le parole che gli dedicò, dieci anni fa Ferrara, soprattutto il saluto finale già allora denso della mancanza che da allora abbiamo provato: Teramano, carico di onorificenze sul campo, guru di una setta luccicante di vita, fu il più clericale dei mangiapreti e uno degli uomini più squisiti, dolci, teneri che la vita italiana pubblica e privata ci abbia dato il privilegio di sfiorare con le nostre infinite rozzezze. Ciao un cazzo, caro Pannella, addio piuttosto.

Con un canestro di parole nuove, calpestare nuove aiuole



martedì 12 maggio 2026

La repubblica di Weimar

 di Gunter Mai


Temo di aver sbagliato acquisto.

Questo agile libretto è incentrato sulle dinamiche politiche della Germania tra il primo dopoguerra e la presa del potere da parte dei nazisti, mentre io ero interessato agli aspetti sociali e culturali della Repubblica. 


sabato 9 maggio 2026

Ringraziare, non dimenticare, avere un groppo in gola

Sono tecnicamente uno scampato alla furia del terremoto. Dormivo in culla nella casa dei miei nonni, a Gemona. Mia madre racconta che riuscì ad arrivare alla culla la piano di sopra, non a riportarmi di sotto, i 59 secondi li trascorse nel pianerottolo della casa che poi risultò semidistrutta. Non ho ricordi, ovviamente, di quanto accadde mentre avevo solo 18 mesi. Ricordo invece negli anni successivi la vita nelle krivaje, le messe nella baracca, i cantieri ovunque e la malta, talmente invitante che ero tentato di mangiarla. Il nonno intendo alla ricostruzione con un paio di muratori telefonava trafelato alla ditta Forgiarini ordinando un sacco di cemento alla volta, meglio essere prudenti. Ricordo nel 1986 la visita del Presidente Cossiga: veniva a constatare che la ricostruzione era completata, dopo 10 anni.


  

Il terremoto del 76. Un anno fa dissi ad una collega di fuori: vedrai nel 2026, anniversario dei cinquanta anni , che celebrazioni in grande stile.

Un sisma di mezzo secolo fa è un fatto storico, al più produttivo come ogni altro di conseguenze, di cui due generazioni portano la responsabilità ben più di quell'evento genetico. E, fuori dal Friuli, di quel che accadde nel 1976 non vi sarebbe comprensibilmente memoria, se non ci tenessimo noi così tanto.

Non è facile trasmettere l’importanza che il terremoto riveste quale fattore identitario di una comunità, di un popolo. Ogni 6 maggio, e quest’anno di più per la rotondità della ricorrenza, si ravviva un crogiolo di emozioni in cui il ricordo delle persone scomparse in quella che fu una tragedia di dimensioni immani si incontra con la gratitudine per la eccezionale solidarietà ricevuta, e poi con l’orgoglio di aver reagito con le nostre prerogative, compostezza determinazione e spirito di sacrificio, portando alfine a termine una ricostruzione che è stata materiale e morale, financo trasformata in occasione di sviluppo.

Per molti, come quelli della mia età, per fatto anagrafico, non si tratta di un ricordo, ma della scoperta di quello che siamo, o almeno di quello che vorremmo pensare di essere, per tutti è un'emozione che ogni volta è impossibile trattenere. 

In passato mi è capitato di chiedermi se nella narrazione incentrata sul “modello Friuli” non vi fosse eccesso autocelebrativo, contrastante la modestia e l’understatement che ci contraddistinguono, e anche ci piacciono.  Che la risposta debba essere negativa ho cominciato a pensarlo quando ascoltai una frase buttata li da Bordin durante una rassegna stampa; se Massimo diceva, di fatto riproducendo la famosa ellittica frase di Zamberletti, che oltre al modello c'erano i friulani, forse del vero c'era.

Nei giorni scorsi, durante le celebrazioni che l'Amministrazione ha organizzato senza risparmio, questo è stato ribadito dalle più alte cariche dello Stato intervenute a Gemona con significativi discorsi, rendendo il merito che a questo punto ci prendiamo. 

Dobbiamo ringraziare la Presidente Meloni, per le sue frasi molto belle. Non ha dimenticato di citare le importanti scelte operate dalla stato, la nomina di Zamberletti e la nascita della Protezione civile, la ricostruzione fedele, l'autonomia ed il ruolo dei sindaci. Eravamo pronti a fare dibessoi, ma abbiamo avuto grande aiuto (da tutta Italia dice la Presidente, da tutto il mondo aggiungo io). Lo abbiamo evocato e meritato con l'impegno e la serietà, costruendo un esempio che è importante ricordare e porre a base della quotidiana attività. Il pudore mi trattiene dal ricordare quanto la Presidente ha detto quale giudizio complessivo sulla ricostruzione. 

Dobbiamo ringraziare il Presidente Mattarella, che ha ripetuto al consiglio regionale straordinario, dall'altissimo scranno che occupa, queste parole: "A quella stagione, a quegli anni, a quel contesto di desolazione e di preoccupazione, le dirigenze dell’epoca, le popolazioni – come è stato già sottolineato da chi è intervenuto: dal Presidente del Consiglio, dal Presidente della Regione, dal Sindaco, dal Presidente del Consiglio regionale – hanno opposto determinazione e grande energia, quella di una volontà di vita che ricomincia, attingendo al seme della cultura e del carattere della gente friulana.  Viene da pensare che il concetto di resilienza trovi qui, in questa terra, la sua radice.

Friuli, Italia: Il nostro Paese conserva formidabili risorse morali di umanità e senso di unità, che sa esprimere nei momenti più difficili, prezioso patrimonio sociale e civile.

Dopo aver ricordato, oltre a Zamberletti, Comelli e Biasutti, Mattarella ha ricordato che " il futuro dipende da noi, che l’esito della storia non è mai scontato ma è affidato alla responsabilità e alle scelte di persone e comunità. Un insegnamento qui manifestato, in Friuli, che vale sempre.  Anche oggi, di fronte alle guerre, agli squilibri crescenti nel mondo, alle volontà di sopraffazione."

L'impegno a mantenere i nostri valori, a operare senza dare per scontati diritti e le istituzioni, pur migliorabili, grazie ai quali viviamo in pace e relativa prosperità, ricorre sempre nei discorsi del Presidente: Nell’ottantesimo anniversario del voto che volle la Repubblica e diede origine alla sua Costituzione, oggi qui a Gemona, nella solenne cornice del Consiglio regionale, insieme agli amministratori locali, insieme ai rappresentanti delle istituzioni, del volontariato, in una terra e di fronte a un popolo capace di affrontare le avversità, di rialzarsi, ribadiamo - in un momento di memoria e di impegno - il Patto di non lasciarci fuorviare nel cammino di progresso, nell’affermazione dei valori di solidarietà e di coesione, che qui sono stati, in maniera esemplare, vissuti e realizzati.

Il modello Friuli dunque.  E' che siamo talmente abituati (indotti?) a vedere ovunque inconcludenza burocratica, malaffare, disonestà, che ci troviamo spiazzati quando le cose sono semplicemente andate come dovevano andare. Parlo non dei friulani, ma dello Stato, che da subito fu presente, investì ingenti risorse, fece le scelte giuste in campo organizzativo, confidò nella maniera appropriata nell’autonomia e nella responsabilità delle comunità colpite, che risposero al tanto ricevuto facendo la propria onesta parte, sapendo essere comunità, declinando il principio di sussidiarietà in concreto, prima ancora che venisse concettualizzato.

Deve questo essere un modello, e non la normalità? Vorrei (voglio) non crederlo.

Quanto alla parte che vi abbiamo avuto noi (i miei nonni, i miei genitori), che siano gli altri ad indicarla. Noi continueremo a ringraziare e non dimenticare, mentre ascoltiamo le vecchie storie, i vecchi racconti, i vecchi slogan, ogni volta con quel groppo alla gola.