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sabato 1 agosto 2026

Difendere la pace e la democrazia con Europa e stato di diritto

Probabilmente sta diventando una mia fissazione, ma ogni volta che ascolto un discorso del Presidente Mattarella trovo degli spunti di assoluta rilevanza, espressi in forma chiara e diretta, sui comportamenti che è necessario tenere se vogliamo conservare i nostri valori, i nostri diritti, la nostra libertà.
Ormai qui ne ho citati parecchi, è ora di introdurre un nuovo tag che sarà "Sergio il Grande".

Me ne dà l'ultima occasione il discorso del Ventaglio, nel quale il presidente della Repubblica ricorda alcune lezioni fondamentali: non si legifera con le emozioni, non si gioca con chi minaccia lo stato, non si governa da europeisti a metà.

Cerasa le definisce  "Le tre frecce di Mattarella per difendere la democrazia liberale".
La prima freccia ha colpito il pacifismo della bandiera bianca. "Lei ha fatto cenno anche all’esigenza di un’efficace difesa comune europea. L’attitudine e la strategia che ho appena ricordato rende evidente che la sua realizzazione non rappresenta una minaccia per nessuno, non mira alla guerra: al contrario è strumento per garantire la pace. Siamo di fronte a uno scenario crescente di conflitti che infiamma un arco di crisi che dal Mediterraneo coinvolge il Golfo, si affaccia sull’Oceano Indiano, vede la guerra nel cuore d’Europa: per numero di Paesi coinvolti, di popoli sofferenti, difficile non coglierne la dimensione globale e le responsabilità che ne derivano.
Difficile, ma purtroppo in molti ci riescono.
Dopo aver precisato che non entra nella dialettica politica, avendo modo di indicare come dovrebbe svolgersi (Naturalmente mi auguro costantemente che questa si svolga nel reciproco rispetto; senza inopportuna aggressività verbale, spesso immotivata, e, a mio avviso, anche controproducente. Mi auguro che le tensioni elettorali - ancora, per la verità, piuttosto intempestive - non sottraggano attenzione ai problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini e non inducano ad alterare la realtà delle questioni), ecco la seconda freccia, sulla sicurezza, bersagli vari.
Ce n'è per chi governa...In una società civilmente ordinata, rassicurante per i cittadini, i comportamenti individuali devono rispettare le regole comuni, quelle della legge. Se invece si capovolgesse questo principio e si pensasse che le regole della legge debbano adattarsi ai comportamenti individuali, occasionali, cambiando il proprio contenuto di volta in volta, di caso in caso, non si rafforza la sicurezza ma si decide l’abdicazione dello Stato.
Ce n'è per chi non prende le distanze da certe forme di protesta ... Non è accettabile che si faccia strada la convinzione che, se le proprie posizioni risultano minoritarie all’interno della società, sia giustificabile il ricorso a forme di violenza, che aggrediscono le libere volontà democratiche del popolo italiano espresse attraverso le istituzioni previste dalla Costituzione. Una sorta di fai da te, di liberi tutti rispetto all’azione dei poteri pubblici, cioè comuni. 
Quanto avvenuto – da ultimo - sabato in Val di Susa è inammissibile: sono chiamate in causa le basi stesse della convivenza democratica e non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi. 
La violenza è un virus letale per la democrazia e per la vita sociale. 
Aggredisce la Costituzione chi la pratica, chi la predica, chi la giustifica. 
Ecco la prima parte di una vera, grande lezione di cosa è una democrazia: non una procedura in cui si elegge una maggioranza che fa quello che gli pare, ma un governo che prende decisioni, con regole e limiti, che la minoranza deve accettare, nel quadro di valori e principi condivisi. 
Vi si affianca un fenomeno più volte denunziato sulle pagine di diversi giornali e che richiede maggiore responsabile attenzione da parte di tutti, nella società e nella vita politica.  Il fenomeno di una sorta di rifiuto sdegnato non di condividere ma di ascoltare le opinioni altrui: non ci si può sorprendere che ne derivi un clima di reciproca intolleranza, di avversione fanatica che contribuisce a seminare germi di violenza.
Seconda parte: il dialogo, anche dialettico, comporta accettazione dell'altro, avversario ma non nemico.
La terza freccia riguarda i critici dell'Europa. Mattarella prende le mosse dall'analisi sulla situazione internazionale già mirabilmente espressa a Marsiglia, qui riassunta ricordando anche la proposta di Carney: 
Lei, Presidente, ha parlato della complessa situazione che si registra nella vita della comunità internazionale, attraversata da incertezze imprevedibili fino a pochi anni addietro. Incertezze che provocano disorientamento quanto alle prospettive e inducono a interrogativi sull’affidabilità di punti di riferimento fino a poco tempo addietro avvertiti come dotati di chiarezza e di stabilità. 
Da parte di chi nutre senso di responsabilità, si avverte l’esigenza di salvaguardare il sistema multilaterale e, al fine di restituirgli solidità, di procedere a una sua riforma, che, ispirandosi alla realtà, lo doti di forme e di strumenti adeguati al mondo così com’è oggi e non com’era tra la fine degli anni quaranta e gli anni cinquanta del secolo scorso. 
Come lei ha detto, da diverse parti ci si attende che a questo fine una spinta protagonista provenga dall’Europa: lo ha auspicato chiaramente il Primo Ministro del Canada, Carney. 
Non è un caso che sussista quest’attesa perché l’Europa, in pochi anni, ponendo in comune impegni del presente e prospettive del futuro, è riuscita a trasformarsi, da continente lacerato per secoli da contrasti e guerre sanguinose, nella più vasta area di pace e di sviluppo comune. Area che non sorprende che susciti attrazione per persone da ogni parte del mondo. 
L’Unione Europea non è inerte né silenziosa di fronte a quella invocazione di responsabilità, pur tra difficoltà di ogni genere, interne e, soprattutto, di origine esterna. Vorrei sottolineare come prosegua lo sviluppo di sempre più numerosi accordi di libero scambio, conclusi o in corso di negoziato, con aree vaste di diversi continenti - dal Canada al Giappone, dall’America meridionale all’India, di intese con altri Paesi o Aree che li raccolgono. Accordi e intese che inducono a collaborare e a impegnarsi in comune nella reciproca convenienza. 
Viene in tal modo presentato alla comunità globale un messaggio, un modello di relazioni internazionali alternativo alla pratica degli scontri commerciali o purtroppo militari, talvolta di guerra.
Dall’Europa viene presentata una strada per la pace, contrapposta al tentativo di ritornare alla barbarie nella vita internazionale ripristinando la legge del più forte, peraltro, come si vede in questo periodo, di dubbia efficacia
Che poi l'Europa non faccia abbastanza, lo dicono soprattutto quelli (per Cerasa i "sovranisti all'amatriciana") che vorrebbero che facesse sempre di meno:
Conosco bene l’esercizio di critiche rivolte all’Unione per insufficiente incisività dalla sua azione, critiche avanzate con accanimento soprattutto da chi ne ostacola, in ogni modo e circostanza, la possibilità di strumenti decisionali e operativi più efficaci.

sabato 9 maggio 2026

Ringraziare, non dimenticare, avere un groppo in gola

Sono tecnicamente uno scampato alla furia del terremoto. Dormivo in culla nella casa dei miei nonni, a Gemona. Mia madre racconta che riuscì ad arrivare alla culla la piano di sopra, non a riportarmi di sotto, i 59 secondi li trascorse nel pianerottolo della casa che poi risultò semidistrutta. Non ho ricordi, ovviamente, di quanto accadde mentre avevo solo 18 mesi. Ricordo invece negli anni successivi la vita nelle krivaje, le messe nella baracca, i cantieri ovunque e la malta, talmente invitante che ero tentato di mangiarla. Il nonno intendo alla ricostruzione con un paio di muratori telefonava trafelato alla ditta Forgiarini ordinando un sacco di cemento alla volta, meglio essere prudenti. Ricordo nel 1986 la visita del Presidente Cossiga: veniva a constatare che la ricostruzione era completata, dopo 10 anni.


  

Il terremoto del 76. Un anno fa dissi ad una collega di fuori: vedrai nel 2026, anniversario dei cinquanta anni , che celebrazioni in grande stile.

Un sisma di mezzo secolo fa è un fatto storico, al più produttivo come ogni altro di conseguenze, di cui due generazioni portano la responsabilità ben più di quell'evento genetico. E, fuori dal Friuli, di quel che accadde nel 1976 non vi sarebbe comprensibilmente memoria, se non ci tenessimo noi così tanto.

Non è facile trasmettere l’importanza che il terremoto riveste quale fattore identitario di una comunità, di un popolo. Ogni 6 maggio, e quest’anno di più per la rotondità della ricorrenza, si ravviva un crogiolo di emozioni in cui il ricordo delle persone scomparse in quella che fu una tragedia di dimensioni immani si incontra con la gratitudine per la eccezionale solidarietà ricevuta, e poi con l’orgoglio di aver reagito con le nostre prerogative, compostezza determinazione e spirito di sacrificio, portando alfine a termine una ricostruzione che è stata materiale e morale, financo trasformata in occasione di sviluppo.

Per molti, come quelli della mia età, per fatto anagrafico, non si tratta di un ricordo, ma della scoperta di quello che siamo, o almeno di quello che vorremmo pensare di essere, per tutti è un'emozione che ogni volta è impossibile trattenere. 

In passato mi è capitato di chiedermi se nella narrazione incentrata sul “modello Friuli” non vi fosse eccesso autocelebrativo, contrastante la modestia e l’understatement che ci contraddistinguono, e anche ci piacciono.  Che la risposta debba essere negativa ho cominciato a pensarlo quando ascoltai una frase buttata li da Bordin durante una rassegna stampa; se Massimo diceva, di fatto riproducendo la famosa ellittica frase di Zamberletti, che oltre al modello c'erano i friulani, forse del vero c'era.

Nei giorni scorsi, durante le celebrazioni che l'Amministrazione ha organizzato senza risparmio, questo è stato ribadito dalle più alte cariche dello Stato intervenute a Gemona con significativi discorsi, rendendo il merito che a questo punto ci prendiamo. 

Dobbiamo ringraziare la Presidente Meloni, per le sue frasi molto belle. Non ha dimenticato di citare le importanti scelte operate dalla stato, la nomina di Zamberletti e la nascita della Protezione civile, la ricostruzione fedele, l'autonomia ed il ruolo dei sindaci. Eravamo pronti a fare dibessoi, ma abbiamo avuto grande aiuto (da tutta Italia dice la Presidente, da tutto il mondo aggiungo io). Lo abbiamo evocato e meritato con l'impegno e la serietà, costruendo un esempio che è importante ricordare e porre a base della quotidiana attività. Il pudore mi trattiene dal ricordare quanto la Presidente ha detto quale giudizio complessivo sulla ricostruzione. 

Dobbiamo ringraziare il Presidente Mattarella, che ha ripetuto al consiglio regionale straordinario, dall'altissimo scranno che occupa, queste parole: "A quella stagione, a quegli anni, a quel contesto di desolazione e di preoccupazione, le dirigenze dell’epoca, le popolazioni – come è stato già sottolineato da chi è intervenuto: dal Presidente del Consiglio, dal Presidente della Regione, dal Sindaco, dal Presidente del Consiglio regionale – hanno opposto determinazione e grande energia, quella di una volontà di vita che ricomincia, attingendo al seme della cultura e del carattere della gente friulana.  Viene da pensare che il concetto di resilienza trovi qui, in questa terra, la sua radice.

Friuli, Italia: Il nostro Paese conserva formidabili risorse morali di umanità e senso di unità, che sa esprimere nei momenti più difficili, prezioso patrimonio sociale e civile.

Dopo aver ricordato, oltre a Zamberletti, Comelli e Biasutti, Mattarella ha ricordato che " il futuro dipende da noi, che l’esito della storia non è mai scontato ma è affidato alla responsabilità e alle scelte di persone e comunità. Un insegnamento qui manifestato, in Friuli, che vale sempre.  Anche oggi, di fronte alle guerre, agli squilibri crescenti nel mondo, alle volontà di sopraffazione."

L'impegno a mantenere i nostri valori, a operare senza dare per scontati diritti e le istituzioni, pur migliorabili, grazie ai quali viviamo in pace e relativa prosperità, ricorre sempre nei discorsi del Presidente: Nell’ottantesimo anniversario del voto che volle la Repubblica e diede origine alla sua Costituzione, oggi qui a Gemona, nella solenne cornice del Consiglio regionale, insieme agli amministratori locali, insieme ai rappresentanti delle istituzioni, del volontariato, in una terra e di fronte a un popolo capace di affrontare le avversità, di rialzarsi, ribadiamo - in un momento di memoria e di impegno - il Patto di non lasciarci fuorviare nel cammino di progresso, nell’affermazione dei valori di solidarietà e di coesione, che qui sono stati, in maniera esemplare, vissuti e realizzati.

Il modello Friuli dunque.  E' che siamo talmente abituati (indotti?) a vedere ovunque inconcludenza burocratica, malaffare, disonestà, che ci troviamo spiazzati quando le cose sono semplicemente andate come dovevano andare. Parlo non dei friulani, ma dello Stato, che da subito fu presente, investì ingenti risorse, fece le scelte giuste in campo organizzativo, confidò nella maniera appropriata nell’autonomia e nella responsabilità delle comunità colpite, che risposero al tanto ricevuto facendo la propria onesta parte, sapendo essere comunità, declinando il principio di sussidiarietà in concreto, prima ancora che venisse concettualizzato.

Deve questo essere un modello, e non la normalità? Vorrei (voglio) non crederlo.

Quanto alla parte che vi abbiamo avuto noi (i miei nonni, i miei genitori), che siano gli altri ad indicarla. Noi continueremo a ringraziare e non dimenticare, mentre ascoltiamo le vecchie storie, i vecchi racconti, i vecchi slogan, ogni volta con quel groppo alla gola.



domenica 9 febbraio 2025

In quale mondo vogliamo vivere?

Sono giorni densi di eventi, parte di un momento che avvertiamo come quello di una possibile svolta per il nostro futuro, massì, diciamolo, per la storia.

Come nel 1989, come dopo l'11 settembre, come quando fu eletto Obama: non sarà più come prima.

E' vero che non dobbiamo lasciarci trascinare dal giudizio facile, comprendere che gli eventi non sono mai (così completamente) negativi o positivi come ci appaiono, comprendere che una sospensione del giudizio consentirà al medio termine di farci meglio valutare quanto accade. E' vero che ogni tempesta poi passa, che per quanto danni possa fare questo o quel governo, un giorno più o meno lontano ne verrà uno a sostituirlo.

Eppure, eppure, questo torno di giorni in cui la nuova amministrazione americana ha dimostrato di voler mantenere tutto quanto prospettato in campagna elettorale non può che indure in riflessione preoccupata.

Alcuni provvedimenti verranno ridimensionati nell'ambito dei check and balances, altri (o gli stessi) contribuiranno a mitigare gli eccessi dell'opposto estremismo della cultura woke e dei suoi consimili, tuttavia che una nuova fase si apra in via duratura per le relazioni internazionali appare un fatto ineluttabile.

Dazi, fine del multilateralismo, seria revisione dei rapporti atlantici caratterizzeranno i prossimi anni aprendo una stagione in cui sembra che a farla da padrone saranno i rapporti di forza, con noi europei a dover decidere se assistere al nostro definitivo declino o se siamo ancora in grado di prendere in mano il nostro destino.

Nel deserto di idee di un dibattito domestico in cui tutto viene visto sotto l'angolo visuale della piccola provincia (cioè se questo o quello giova o danneggia il governo in carica), è al solito il nostro Presidente ad accendere la luce, con due mirabili discorsi in pochi giorni, a Marsiglia per l'ennesima laurea e a Gorizia per Go25!

  
A Marsiglia, con lo spazio che una lectio magistralis gli consentiva, il Presidente ha ricordato il valore del multilateralismo e delle organizzazioni internazionali, il ruolo dell'Unione europea nel garantire settant'anni di pace.
Ha preso le mosse dall'attuale crisi dell'Ordine internazionale, per fare una parallelo con gli anni 30 del secolo passato. Si tratta di argomenti ben noti e già sviluppati sia da altri che dal Presidente, che in questa occasione ha particolarmente rimarcato il ruolo positivo dell'Onu e persino della Società delle Nazioni, ed ha pronunciato parole di chiarezza inusitata.
Quanto accadde dopo la crisi del 29 comportò la nascita di regimi autoritari "attratti dalla favola che regimi dispotici e illiberali fossero più efficaci nella tutela degli interessi nazionali". Il conflitto in luogo della cooperazione fu il progetto del Terzo Reich: "L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura."   Quando negli anni Trenta del secolo scorso, assistemmo a un progressivo sfaldarsi dell'ordine internazionale, che mise in discussione i principi cardine della convivenza pacifica, a cominciare dalla sovranità di ciascuna nazione nelle frontiere riconosciute, la risposta fu l'appeasement. "La strategia dell’appeasement non funzionò nel 1938. La fermezza avrebbe, con alta probabilità, evitato la guerra. Avendo a mente gli attuali conflitti, può funzionare oggi?
Quando riflettiamo sulle prospettive di pace in Ucraina dobbiamo averne consapevolezza."
Rivolgendosi agli studenti, che vede partecipi, attivi, pieni di progetto, Mattarella ricorda che il loro (il nostro) attuale destino è frutto delle scelte volute dopo la Seconda guerra mondiale. "Cooperazione e non competizione. Fraternità laddove regimi e governi avevano voluto seminare odio". Il periodo di pace susseguito, che sarebbe giusto ricordare maggiormente, nel proposito che si prolunghi e non venga mai interrotta, dimostra che "la pace è possibile.  Che una pace rispettosa dei diritti della persona, delle comunità e dei popoli, è possibile. Che non si tratta di aspirazioni ireniche, non sorrette da fatti." 
Dopo la fine della Guerra Fredda sembrava compiersi "l’internazionalismo kantiano: sembrava a portata di mano una pace universale fondata sui valori liberali e democratici." Una breve illusione, durata ventanni e costellata di grandi progetti e aspirazioni ad una stagione in cui "l’umanità sembrava esser divenuta consapevole di essere legata a un destino comune, a una unica responsabilità".
Nella fluida situazione internazionale, con nuovi attori anche non statuali ed una nuova articolazione multipolare dell’equilibrio mondiale (G7, G20, BRICS), si riaffaccia, tuttavia, con forza, e in contraddizione con essa, il concetto di “sfere di influenza”, all’origine dei mali del XX secolo e che la mia generazione ha combattuto. Tema cui si affianca quello di figure di neo-feudatari del Terzo millennio - novelli corsari a cui attribuire patenti - che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica, per gestire parti dei beni comuni rappresentati dal cyberspazio nonché dallo spazio extra-atmosferico, quasi usurpatori delle sovranità democratiche." 
Mancano solo nomi e cognomi, in questa fase che è di Conquista, come già altre in passato
Regole e strumenti ci sarebbero per affrontare questa fase e allora perché il sistema multilaterale sembra non riuscirci, con il rischio del ripetersi di quanto accaduto negli anni Trenta del secolo scorso: sfiducia nella democrazia, riemergere di unilateralismo e nazionalismi?
Oggi come allora si allarga il campo di quanti, ritenendo superflue se non dannose per i propri interessi le organizzazioni internazionali, pensano di abbandonarle.
Interessi di chi? Dei cittadini? Dei popoli del mondo? Non risulta che sia così.
Le conseguenze di queste scelte, la storia ci insegna, sono purtroppo già scritte."
Questa si che è chiarezza: a chi conviene, uscire dall'OMS? Ai cittadini americani? Dall'UE: agli operai inglesi?
Che fare? È il momento di agire: ricordando le lezioni della storia e avendo a mente il fatto che l’ordine internazionale non è statico.
Arriva il passaggio chiave, il nucleo di quello che vuole dirci il Presidente:
Che la pace non è un dono gratuito della storia.
Che statisti e popoli, per conseguirla, devono dispiegarvi il loro impegno.
Che la pace occorre volerla, costruirla, custodirla.
Anche con la paziente messa in campo di misure di fiducia.
Il ruolo chiave ce l'ha l'Europa.
L’Europa intende essere oggetto nella disputa internazionale, area in cui altri esercitino la loro influenza, o, invece, divenire soggetto di politica internazionale, nell’affermazione dei valori della propria civiltà?
Può accettare di essere schiacciata tra oligarchie e autocrazie?
Con, al massimo, la prospettiva di un “vassallaggio felice”.
Bisogna scegliere: essere “protetti” oppure essere “protagonisti”?...
L’Europa appare davanti a un bivio, divisa, come è, tra Stati più piccoli e Stati che non hanno ancora compreso di essere piccoli anch’essi, a fronte della nuova congiuntura mondiale.
E ancora, con orgoglio:  "L’Unione Europea è uno degli esempi più concreti di integrazione regionale ed è, forse, il più avanzato progetto - ed esempio di successo - di pace e democrazia nella storia."
Cita Weil e Moro, Mattarella, per poi dire la sua. Un giorno (spero lontano) citeremo questo discorso:
L’Unione Europea - e in essa Francia e Italia - deve porsi alla guida di un movimento che nel rivendicare i principi fondanti del nostro ordine internazionale sappia rinnovarlo, attenta alle istanze di quanti dall’attuale costruzione si sentano emarginati.
La chiusura è solo formalmente rivolta agli studenti, parla tutti noi e soprattutto alla nostra classe dirigente:
Care studentesse e cari studenti,
la storia è incisa nei comportamenti umani.
Il futuro del pianeta passa dalla capacità di plasmare l’ordine internazionale perché sia a servizio della persona umana.
Le scelte di multilateralismo e solidarietà di oggi determineranno la qualità del vostro domani.
Si tratta di non ripetere gli errori del passato, ma di dar vita a una nuova narrazione.
Lacrime.
Presidente, mi permetta di ringraziarla per averci ricordato in quale mondo vogliamo vivere.

domenica 27 agosto 2023

Parla la Repubblica

Può parlare una Repubblica?

Può, quando la rappresenta una guida alta e ispirata come Mattarella (e come è stato Napolitano), e questa si prende la briga di lasciare al suo destino il vociare indistinto di molti suoi colleghi (sic!), per ricordare alcuni concetti essenziali, come ha fatto nel rimarchevole discorso di qualche giorno fa a Rimini.

I tentativi di trascinare verso il basso della polemicuccia partitica le parole del Presidente non reggono alla chiarezza di una visione che non è quella del "Capo dell'opposizione", ma di una persona che si rende conto di cosa voglia dire rappresentare i valori della nostra Repubblica.

Difficile riassumere; ma si deve provare. 

Si interroga il Presidente: cosa non siamo?

Su cosa si fonda la società umana; la realtà nella quale ciascuno di noi è inserito; la realtà che si è organizzata, nei secoli, in società politica dando vita alle regole - e alle istituzioni - che caratterizzano l’esperienza dei nostri giorni?
È, forse, il carattere dello scontro? È inseguire soltanto il proprio accesso ai beni essenziali e di consumo? È l‘ostilità verso o il proprio vicino, o il proprio lontano? È la contrapposizione tra diversi? O è, addirittura, sul sentimento dell’odio che si basa la convivenza tra le persone?
Se avessimo risposto affermativamente, anche, soltanto, a una di queste domande, con ogni probabilità, il destino dell’umanità si sarebbe condannato da solo; e da tempo.

E' proprio l'opposto valore che fonda la nostra Costituzione: 
Uno spirito, analogo, ha ispirato la nostra Assemblea Costituente nella quale opinioni diverse si sono incontrate in spirito di collaborazione, per condividere e affermare i valori della dignità, ed eguaglianza, delle persone; della pace; della libertà.
Ecco, come nasce la nostra Costituzione: con l’amicizia come risorsa a cui attingere per superare - insieme - le barriere e gli ostacoli; per esprimere la nostra stessa umanità.
Per superare, per espellere l’odio, come misura dei rapporti umani. Quell’odio che la civiltà umana ci chiede di sconfiggere nelle relazioni tra le persone; sanzionandone, severamente, i comportamenti, creando, così, le basi delle regole della nostra convivenza.

Superare, espellere l'odio  come misura dei rapporti umani. Ma c'è di più. Nell'omaggiare i suoi ospiti denominando come amicizia quella che forse siamo abituati a definire come solidarietà, come comunità, Mattarella spiega come necessariamente essa debba essere declinata.

L’aspirazione non può essere quella di immaginare che l’amicizia unisca soltanto coloro che si riconoscono come simili.
Al contrario. Se così fosse, saremmo sulla strada della spinta alla omologazione, all’appiattimento. L’opposto del rispetto delle diversità; delle specificità proprie a ciascuna persona.

La nostra storia, come quella d'Europa che ha conosciuto i suoi peggiori momenti quando è prevalsa la "la pretesa della massificazione", è lì a dimostrarlo: 
È il valore della nostra Patria, del nostro straordinario popolo - tanto apprezzato e amato nel mondo - frutto, nel succedersi della storia, dell’incontro di più etnie, consuetudini, esperienze, religioni; di apporto di diversi idiomi per la nostra splendida lingua; e nella direzione del bene comune.
Amicizia, per definizione, è contrapposizione alla violenza. Parte dalla conoscenza e dal dialogo. Anche in questo, l’amicizia assume valore di indicazione politica.

I tentativi di negarla, invocando quell'odio, alimentando i contrasti, non mancano. Ma sono pretesti: 
Amicizia, per definizione, è contrapposizione alla violenza. Parte dalla conoscenza e dal dialogo. Anche in questo, l’amicizia assume valore di indicazione politica.
Non mancano, mai, i pretesti per alimentare i contrasti.
Siano la invocazione di contrapposizioni ideologiche; la invocazione di caratteri etnici; di ingannevoli, lotte di classe; o la pretesa di resuscitare anacronistici nazionalismi.

Gli importanti cambiamenti che vive il nostro tempo, oltre a rendere arduo (e spesso non tentato) "uno sguardo lungo che ci aiuti a comprendere, in profondità, quale sia la direzione della nostra vita", sono nel segno dell'individualismo, non privo di un rischio fatale:
L’auto-affermazione dell’io, nella sua più assoluta centralità in realtà nella sua piena solitudine, appare priva di qualunque senso.
Il concetto di individuo rischierebbe di separarsi da quello di persona.
L’affermazione di sé – uno dei motori della vita comunitaria – vale, in realtà, se è inserita nella comunità in cui si è nati, o in cui si è scelto di vivere; e se contribuisce alla sua crescita.

Il Presidente tocca temi come il diritto alla felicità, connesso alla pace e alla "amicizia sociale", in una temperie in cui vi è la necessità, oltre che di confrontarsi con il tema dell'ambiente, di affrontare l'ineludibile necessità che una pace giusta non possa dimenticare il dramma dei profughi. E' l'occasione per le parole tra le più citate nelle cronache, quelle sui flussi adeguati, che però sono un inciso in un discorso di più alto respiro, il cui cuore è l'affidamento della speranza alle nuove generazioni
La speranza è in voi giovani.
Prendetevi quel che è vostro. Comprese le responsabilità e i doveri.
Voi avvertite, in maniera genuina, tutti questi problemi.
Avete la sensibilità di sentirvi pienamente europei. Più degli adulti.
Avete conoscenze adeguate per affrontare, senza timore, le trasformazioni digitali e tecnologiche che sono già in atto.
Avete la coscienza che l’ambiente è parte della nostra vita sociale. Che non ci sarà giustizia sociale senza giustizia ambientale; e viceversa.
Non vi chiudete, non fatevi chiudere in tanti mondi separati. Usate i social, sempre con intelligenza; impedite che vi catturino, producendo una somma di solitudini, come diceva il mio Vescovo di tanti anni addietro.
Non rinunciate, mai, alle relazioni personali; all’incontro personale; all’affetto dell’amico; all’amore; alla gratuità dell’impegno.
Il mondo è migliore, se lo guardiamo con gli occhi giusti.

Mi rivolgo a Marzio Breda: ma veramente vogliamo ridurre queste parole ad una reazione al libro di Vannacci?

venerdì 1 maggio 2020

1 maggio. Festa del lavoro o funerale del lavoro?

C'è voluto al solito il Presidente Mattarella, con un messaggio al solito misurato e capace di parlare ai cittadini nel linguaggio delle istituzioni, della Costituzione, per ricordare l'importanza del lavoro come fondamento della Repubblica.

Il lavoro è stato motore di crescita sociale, economica, nei diritti, in questi settantaquattro anni di Repubblica.
Perché il lavoro è condizione di libertà, di dignità e di autonomia per le persone. Consente a ciascuno di costruire il proprio futuro e di rendere l’intera comunità più intensamente unita.

Sorrido al pensiero che due giorni fa, con parole certamente meno ispirate, esprimevo sconsolato analogo concetto.
A partire dal lavoro si deve ridisegnare il modo di essere di un Paese maturo e forte come l’Italia.
La fabbrica, i luoghi di lavoro, hanno orientato e plasmato i modi di vivere nei nostri borghi e nelle nostre città, e l’opera stessa delle istituzioni chiamate ad assicurare la realizzazione della solidarietà politica, economica e sociale prevista dalla Costituzione.
I ceti produttivi, imprenditori e lavoratori sono il motore della nostra società, la fonte della ricchezza comune cui molti, troppi altri non contribuiscono in eguale misura, cui poi dobbiamo la libertà di cui godiamo (godevamo?).
Aiutarli, invece di penalizzarli, dargli mascherine, non multe, consentire loro di ripartire per se stessi e per noi, questo dovrebbe essere l'unico pensiero fisso di un governo.
Se non per convinzione, per furbizia, per mantenere la vacca che mungiamo e ci fa vivere
Se non si è nemmeno in grado di dare, come dice il Presidente, indicazioni ragionevoli e chiare, quella di oggi è stata non la festa, ma il funerale del lavoro.
Da esponente di un mondo privilegiato, posto fisso, stipendio sicuro, che in questi giorni ha realizzato che in fondo in fondo il proprio lavoro non è così importante, almeno nel breve periodo, ci sto male, a pensare alle persone che soffrono perchè non possono lavorare, mentre a me il 23 hanno accreditato bel bella la mensilità.
Mi trovo a camminare incazzato nel giardino, distogliendomi dalla lettura dei resoconti di tanto disastro, purtroppo più rari degli alfieri di un pensiero unico, capace di stendere manifesti contro chi critica un governo così capace o inappuntabile, di bollare come "scellerato o delinquente" chi (quorum ego) pensa che siano possibili misure diverse da quelle prese.
Che tristezza, che amarezza.

sabato 28 marzo 2020

Ci meritiamo Sergio Mattarella


In un discorso breve ma dai contenuti alti e forti il nostro Presidente ha distillato riflessioni di grande intelligenza.
Nell'affrontare il tema dell'Europa ha introdotto la fondamentale distinzione tra le istituzioni che nell'Unione rappresentano l'organismo sovranazionale, che sinora hanno corrisposto alle aspettative di un Paese così colpito dall'emergenza, da quello che rappresenta gli stati membri, che non l'hanno ancora fatto.
E poi, quella frase: "La solidarietà non è soltanto richiesta dai valori dell’Unione ma è anche nel comune interesse".

Conforta poter contare su un capo così.


mercoledì 3 gennaio 2018

La comunità che non c'è (più?)

Insultiamo chi non ci dà la precedenza.
Intentiamo una causa per danni al primo pretesto utile.
Il professore che mette una nota al pupo, lo minacciamo di azione legale.
Il primo che fa un errore, lo invitiamo, incapace, a cambiare mestiere.
I politici, sono tutti ladri che fanno schifo.
Gli statali, dei mangiapane a tradimento.
Gli imprenditori, degli evasori da sbattere dentro.
Tutti quanti, li insultiamo via chat.
L'insofferenza, l'assenza di empatia per gli altri e di sforzo per i loro comportamenti è il leit-motiv del nostro tempo, proporzionale solo alla capacità di autoassolvere le proprie debolezze ed i propri errori
Non ci sentiamo parte di (una) comunità nella quale condividere diritti, doveri e responsabilità, ma solo titolari di pretese.

Nel suo bel messaggio di fine anno, il Presidente Mattarella ha affrontato (anche), da par suo  quest'argomento:
Si è parlato, di recente, di un'Italia quasi preda del risentimento.
Conosco un Paese diverso, in larga misura generoso e solidale. Ho incontrato tante persone, orgogliose di compiere il proprio dovere e di aiutare chi ha bisogno. Donne e uomini che, giorno dopo giorno, affrontano, con tenacia e con coraggio, le difficoltà della vita e cercano di superarle.
I problemi che abbiamo davanti sono superabili. Possiamo affrontarli con successo, facendo, ciascuno, interamente, la parte propria. Tutti, specialmente chi riveste un ruolo istituzionale e deve avvertire, in modo particolare, la responsabilità nei confronti della Repubblica.


Belle e doverose parole, da parte del Presidente (che ringrazio).

Purtroppo ci credo poco, ormai, io.