Me ne dà l'ultima occasione il discorso del Ventaglio, nel quale il presidente della Repubblica ricorda alcune lezioni fondamentali: non si legifera con le emozioni, non si gioca con chi minaccia lo stato, non si governa da europeisti a metà.
sabato 1 agosto 2026
Difendere la pace e la democrazia con Europa e stato di diritto
Me ne dà l'ultima occasione il discorso del Ventaglio, nel quale il presidente della Repubblica ricorda alcune lezioni fondamentali: non si legifera con le emozioni, non si gioca con chi minaccia lo stato, non si governa da europeisti a metà.
sabato 9 maggio 2026
Ringraziare, non dimenticare, avere un groppo in gola
Sono tecnicamente uno scampato alla furia del terremoto. Dormivo in culla nella casa dei miei nonni, a Gemona. Mia madre racconta che riuscì ad arrivare alla culla la piano di sopra, non a riportarmi di sotto, i 59 secondi li trascorse nel pianerottolo della casa che poi risultò semidistrutta. Non ho ricordi, ovviamente, di quanto accadde mentre avevo solo 18 mesi. Ricordo invece negli anni successivi la vita nelle krivaje, le messe nella baracca, i cantieri ovunque e la malta, talmente invitante che ero tentato di mangiarla. Il nonno intendo alla ricostruzione con un paio di muratori telefonava trafelato alla ditta Forgiarini ordinando un sacco di cemento alla volta, meglio essere prudenti. Ricordo nel 1986 la visita del Presidente Cossiga: veniva a constatare che la ricostruzione era completata, dopo 10 anni.
Il terremoto del 76. Un anno fa dissi ad una collega di fuori: vedrai nel 2026, anniversario dei cinquanta anni , che celebrazioni in grande stile.
Un sisma di mezzo secolo fa è un fatto storico, al più produttivo come ogni altro di conseguenze, di cui due generazioni portano la responsabilità ben più di quell'evento genetico. E, fuori dal Friuli, di quel che accadde nel 1976 non vi sarebbe comprensibilmente memoria, se non ci tenessimo noi così tanto.
Non è facile trasmettere l’importanza che il terremoto riveste quale fattore identitario di una comunità, di un popolo. Ogni 6 maggio, e quest’anno di più per la rotondità della ricorrenza, si ravviva un crogiolo di emozioni in cui il ricordo delle persone scomparse in quella che fu una tragedia di dimensioni immani si incontra con la gratitudine per la eccezionale solidarietà ricevuta, e poi con l’orgoglio di aver reagito con le nostre prerogative, compostezza determinazione e spirito di sacrificio, portando alfine a termine una ricostruzione che è stata materiale e morale, financo trasformata in occasione di sviluppo.
Per molti, come quelli della mia età, per fatto anagrafico, non si tratta di un ricordo, ma della scoperta di quello che siamo, o almeno di quello che vorremmo pensare di essere, per tutti è un'emozione che ogni volta è impossibile trattenere.
In passato mi è capitato di chiedermi se nella narrazione incentrata sul “modello Friuli” non vi fosse eccesso autocelebrativo, contrastante la modestia e l’understatement che ci contraddistinguono, e anche ci piacciono. Che la risposta debba essere negativa ho cominciato a pensarlo quando ascoltai una frase buttata li da Bordin durante una rassegna stampa; se Massimo diceva, di fatto riproducendo la famosa ellittica frase di Zamberletti, che oltre al modello c'erano i friulani, forse del vero c'era.
Nei giorni scorsi, durante le celebrazioni che l'Amministrazione ha organizzato senza risparmio, questo è stato ribadito dalle più alte cariche dello Stato intervenute a Gemona con significativi discorsi, rendendo il merito che a questo punto ci prendiamo.
Dobbiamo ringraziare la Presidente Meloni, per le sue frasi molto belle. Non ha dimenticato di citare le importanti scelte operate dalla stato, la nomina di Zamberletti e la nascita della Protezione civile, la ricostruzione fedele, l'autonomia ed il ruolo dei sindaci. Eravamo pronti a fare dibessoi, ma abbiamo avuto grande aiuto (da tutta Italia dice la Presidente, da tutto il mondo aggiungo io). Lo abbiamo evocato e meritato con l'impegno e la serietà, costruendo un esempio che è importante ricordare e porre a base della quotidiana attività. Il pudore mi trattiene dal ricordare quanto la Presidente ha detto quale giudizio complessivo sulla ricostruzione.
Dobbiamo ringraziare il Presidente Mattarella, che ha ripetuto al consiglio regionale straordinario, dall'altissimo scranno che occupa, queste parole: "A quella stagione, a quegli anni, a quel contesto di desolazione e di preoccupazione, le dirigenze dell’epoca, le popolazioni – come è stato già sottolineato da chi è intervenuto: dal Presidente del Consiglio, dal Presidente della Regione, dal Sindaco, dal Presidente del Consiglio regionale – hanno opposto determinazione e grande energia, quella di una volontà di vita che ricomincia, attingendo al seme della cultura e del carattere della gente friulana. Viene da pensare che il concetto di resilienza trovi qui, in questa terra, la sua radice.
Friuli, Italia: Il nostro Paese conserva formidabili risorse morali di umanità e senso di unità, che sa esprimere nei momenti più difficili, prezioso patrimonio sociale e civile.
Dopo aver ricordato, oltre a Zamberletti, Comelli e Biasutti, Mattarella ha ricordato che " il futuro dipende da noi, che l’esito della storia non è mai scontato ma è affidato alla responsabilità e alle scelte di persone e comunità. Un insegnamento qui manifestato, in Friuli, che vale sempre. Anche oggi, di fronte alle guerre, agli squilibri crescenti nel mondo, alle volontà di sopraffazione."
L'impegno a mantenere i nostri valori, a operare senza dare per scontati diritti e le istituzioni, pur migliorabili, grazie ai quali viviamo in pace e relativa prosperità, ricorre sempre nei discorsi del Presidente: Nell’ottantesimo anniversario del voto che volle la Repubblica e diede origine alla sua Costituzione, oggi qui a Gemona, nella solenne cornice del Consiglio regionale, insieme agli amministratori locali, insieme ai rappresentanti delle istituzioni, del volontariato, in una terra e di fronte a un popolo capace di affrontare le avversità, di rialzarsi, ribadiamo - in un momento di memoria e di impegno - il Patto di non lasciarci fuorviare nel cammino di progresso, nell’affermazione dei valori di solidarietà e di coesione, che qui sono stati, in maniera esemplare, vissuti e realizzati.
Deve questo essere un modello, e non la normalità? Vorrei (voglio) non crederlo.
Quanto alla parte che vi abbiamo avuto noi (i miei nonni, i miei genitori), che siano gli altri ad indicarla. Noi continueremo a ringraziare e non dimenticare, mentre ascoltiamo le vecchie storie, i vecchi racconti, i vecchi slogan, ogni volta con quel groppo alla gola.
domenica 9 febbraio 2025
In quale mondo vogliamo vivere?
Sono giorni densi di eventi, parte di un momento che avvertiamo come quello di una possibile svolta per il nostro futuro, massì, diciamolo, per la storia.
Come nel 1989, come dopo l'11 settembre, come quando fu eletto Obama: non sarà più come prima.
E' vero che non dobbiamo lasciarci trascinare dal giudizio facile, comprendere che gli eventi non sono mai (così completamente) negativi o positivi come ci appaiono, comprendere che una sospensione del giudizio consentirà al medio termine di farci meglio valutare quanto accade. E' vero che ogni tempesta poi passa, che per quanto danni possa fare questo o quel governo, un giorno più o meno lontano ne verrà uno a sostituirlo.
Eppure, eppure, questo torno di giorni in cui la nuova amministrazione americana ha dimostrato di voler mantenere tutto quanto prospettato in campagna elettorale non può che indure in riflessione preoccupata.
Alcuni provvedimenti verranno ridimensionati nell'ambito dei check and balances, altri (o gli stessi) contribuiranno a mitigare gli eccessi dell'opposto estremismo della cultura woke e dei suoi consimili, tuttavia che una nuova fase si apra in via duratura per le relazioni internazionali appare un fatto ineluttabile.
Dazi, fine del multilateralismo, seria revisione dei rapporti atlantici caratterizzeranno i prossimi anni aprendo una stagione in cui sembra che a farla da padrone saranno i rapporti di forza, con noi europei a dover decidere se assistere al nostro definitivo declino o se siamo ancora in grado di prendere in mano il nostro destino.
Nel deserto di idee di un dibattito domestico in cui tutto viene visto sotto l'angolo visuale della piccola provincia (cioè se questo o quello giova o danneggia il governo in carica), è al solito il nostro Presidente ad accendere la luce, con due mirabili discorsi in pochi giorni, a Marsiglia per l'ennesima laurea e a Gorizia per Go25!
domenica 27 agosto 2023
Parla la Repubblica
Può parlare una Repubblica?
Può, quando la rappresenta una guida alta e ispirata come Mattarella (e come è stato Napolitano), e questa si prende la briga di lasciare al suo destino il vociare indistinto di molti suoi colleghi (sic!), per ricordare alcuni concetti essenziali, come ha fatto nel rimarchevole discorso di qualche giorno fa a Rimini.
I tentativi di trascinare verso il basso della polemicuccia partitica le parole del Presidente non reggono alla chiarezza di una visione che non è quella del "Capo dell'opposizione", ma di una persona che si rende conto di cosa voglia dire rappresentare i valori della nostra Repubblica.
Difficile riassumere; ma si deve provare.
Si interroga il Presidente: cosa non siamo?
Superare, espellere l'odio come misura dei rapporti umani. Ma c'è di più. Nell'omaggiare i suoi ospiti denominando come amicizia quella che forse siamo abituati a definire come solidarietà, come comunità, Mattarella spiega come necessariamente essa debba essere declinata.
Non mancano, mai, i pretesti per alimentare i contrasti.
Siano la invocazione di contrapposizioni ideologiche; la invocazione di caratteri etnici; di ingannevoli, lotte di classe; o la pretesa di resuscitare anacronistici nazionalismi.
La speranza è in voi giovani.
Prendetevi quel che è vostro. Comprese le responsabilità e i doveri.
Voi avvertite, in maniera genuina, tutti questi problemi.
Avete la sensibilità di sentirvi pienamente europei. Più degli adulti.
Avete conoscenze adeguate per affrontare, senza timore, le trasformazioni digitali e tecnologiche che sono già in atto.
Avete la coscienza che l’ambiente è parte della nostra vita sociale. Che non ci sarà giustizia sociale senza giustizia ambientale; e viceversa.
Non vi chiudete, non fatevi chiudere in tanti mondi separati. Usate i social, sempre con intelligenza; impedite che vi catturino, producendo una somma di solitudini, come diceva il mio Vescovo di tanti anni addietro.
Non rinunciate, mai, alle relazioni personali; all’incontro personale; all’affetto dell’amico; all’amore; alla gratuità dell’impegno.
Il mondo è migliore, se lo guardiamo con gli occhi giusti.
venerdì 1 maggio 2020
1 maggio. Festa del lavoro o funerale del lavoro?
I ceti produttivi, imprenditori e lavoratori sono il motore della nostra società, la fonte della ricchezza comune cui molti, troppi altri non contribuiscono in eguale misura, cui poi dobbiamo la libertà di cui godiamo (godevamo?).
Aiutarli, invece di penalizzarli, dargli mascherine, non multe, consentire loro di ripartire per se stessi e per noi, questo dovrebbe essere l'unico pensiero fisso di un governo.
Se non per convinzione, per furbizia, per mantenere la vacca che mungiamo e ci fa vivere
Se non si è nemmeno in grado di dare, come dice il Presidente, indicazioni ragionevoli e chiare, quella di oggi è stata non la festa, ma il funerale del lavoro.
Da esponente di un mondo privilegiato, posto fisso, stipendio sicuro, che in questi giorni ha realizzato che in fondo in fondo il proprio lavoro non è così importante, almeno nel breve periodo, ci sto male, a pensare alle persone che soffrono perchè non possono lavorare, mentre a me il 23 hanno accreditato bel bella la mensilità.
Mi trovo a camminare incazzato nel giardino, distogliendomi dalla lettura dei resoconti di tanto disastro, purtroppo più rari degli alfieri di un pensiero unico, capace di stendere manifesti contro chi critica un governo così capace o inappuntabile, di bollare come "scellerato o delinquente" chi (quorum ego) pensa che siano possibili misure diverse da quelle prese.
Che tristezza, che amarezza.
sabato 28 marzo 2020
Ci meritiamo Sergio Mattarella
mercoledì 3 gennaio 2018
La comunità che non c'è (più?)
Intentiamo una causa per danni al primo pretesto utile.
Il professore che mette una nota al pupo, lo minacciamo di azione legale.
Il primo che fa un errore, lo invitiamo, incapace, a cambiare mestiere.
I politici, sono tutti ladri che fanno schifo.
Gli statali, dei mangiapane a tradimento.
Gli imprenditori, degli evasori da sbattere dentro.
Tutti quanti, li insultiamo via chat.
L'insofferenza, l'assenza di empatia per gli altri e di sforzo per i loro comportamenti è il leit-motiv del nostro tempo, proporzionale solo alla capacità di autoassolvere le proprie debolezze ed i propri errori
Non ci sentiamo parte di (una) comunità nella quale condividere diritti, doveri e responsabilità, ma solo titolari di pretese.
Nel suo bel messaggio di fine anno, il Presidente Mattarella ha affrontato (anche), da par suo quest'argomento:


