giovedì 21 maggio 2026

L'archetipo italiano della libertà

Ricorrono oggi dieci anni dalla scomparsa di Marco Pannella

Con una formula bella e importante Francesco Merlo ha definito Marco "l’archetipo italiano della libertà, proprio come Garibaldi è l’archetipo dell’uomo d’azione, Berlinguer della moralità, Gramsci del pensiero profondo e Papa Giovanni della bontà". Archetipo della libertà. Bella definizione. E' la trovata dell'articolo nel quale la magnifica prosa di Merlo indulge nel ricordare episodi vecchi ed arcinoti (ma forse solo a me), regalando tuttavia diverse chicche e soprattutto rievocando la profezia che compose con Marco, quand'era prossimo alla fine, che da morto i suoi meriti sarebbero stati riconosciuti da quelli che da vivo lo disprezzavano e, soprattutto, non lo votavano.

L'articolo di Merlo triangola con il ricordo di Mattarella ed i tanti interventi degli amici: la cultura, le istituzioni, la sua gente, tutti uniti a rendere omaggio a Marco, tanti con un leit motiv comune che è: mi ha cambiato la vita.

Il triangolo ha al suo centro la gente comune, i carcerati, gli obbiettori, gli sconfitti, ai diritti dei quali Pannella ha dedicato la sua vita.

Giusto riportare le parole del Presidente della Repubblica: "Pannella ha legato il suo nome a campagne referendarie che hanno rappresentato svolte nella vita sociale, con l’uso dei referendum popolari come leva dell’azione politica. Il tema dei diritti civili, come espansione delle libertà costituzionali, ha costituito il filo che nel tempo ha legato le sue molteplici esperienze e alleanze.

Il leader radicale fu uomo del dialogo, come nel caso delle decisioni che portarono a interventi straordinari della Repubblica per combattere la fame nel mondo, oltre che protagonista in passaggi delicati della vita delle istituzioni.
Europeista tenace e convinto, coerente sostenitore dello Stato di diritto, irriducibile avversario della pena di morte, difensore della dignità dei detenuti, lascia un’eredità che riserva valori anche a chi non ha condiviso tutte le sue battaglie"

Da uomo delle istituzioni, è stato doveroso il ricordo in un convegno in Parlamento, con Rutelli, Letta, Casini, Martelli

I mille aneddoti si alternano nelle interviste, negli interventi alla maratona oratoria con il sincero rimpianto, come quello commosso di Ilaria Cucchi, non certo l'unica a rendere grato omaggio a quello che considerano un maestro , che insegnava non in cattedra ma in strada, tra la gente. Ricorda Ilaria:  di Marco Pannella rimane molto, Marco Pannella è stato un esempio e un po' per tutti noi che ci occupiamo del tema dei diritti ed in particolare delle carceri. Personalmente io non potrò mai dimenticare quando Ilaria Cucchi, pochi giorni dopo la morte di suo fratello incontrò Marco Pannella, ed entrò a far parte del mondo dei radicali. Io credo che Marco Pannella sia stato, resterà per sempre l'esempio di cosa vuol dire fare politica e quella politica vera, quella politica alla quale io mi sono ispirata, che continua ad essere parte della del mio modo parte fondamentale del mio modo di lavorare,  la politica fatta per la gente, in mezzo alla gente... Non dimentichiamo mai tutto ciò che ha fatto per la realtà delle carceri, per i detenuti. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare quanta strada ha fatto sul piano dei diritti, grazie al suo instancabile impegno, ricordiamo tra tutti quanto si è speso per l'aborto, per esempio, per il divorzio e per tutte le battaglie legate ai diritti, e quindi, se è vero che oramai sono 10 anni che non è più tra noi, è altrettanto vero che se si semina qualcosa come ha fatto lui alla fine si rimane sempre senta. ...Ma la targa di Pannella ce lo portiamo tutti dentro io, per prima me la porto dentro si è sentito con me, come faceva notare dalle mie parole emozionate di prima, ed è un'emozione vera pura, perché ribadisco quello il modo di fare politica, Pannella è una targa che ci sarà per sempre e che ciascuno di noi nel suo piccolo si porta dentro e che continua a far crescere. La Cucchi parla di un legame, quello personale che Marco sapeva creare, per innata capacità di empatia e per sincero tratto umanista, con chiunque incontrava, e che riusciva a rendere un tutt'uno con un'iniziativa politica che interessava la persona che aveva di fronte, nella sua vita vera. Anche Folli parla della sua lezione, diventata un metodo che è la vera eredità: "Ravvivare ogni giorno la democrazia con le battaglie civili, il garantismo, la difesa non retorica dello Stato di diritto. Senza fossilizzarsi negli ideologismi che diventano incrostazioni burocratiche, non fare del sistema dei partiti un blocco corporativo. Senza dimenticare che dietro le idee ci sono gli uomini che le rappresentano". 

Nei 10 anni dalla sua scomparsa se ne sono andati tanti altri: Massimo, Spadaccia, Cicciomessere, l'altro giorno Olivier Dupuis, i radicali non ci sono più e non sono nemmeno d'accordo su commemorazioni e sui muri cui appendere una targa. Ha detto Taradash che l'erede non c'è, un po' perchè impossibile, un po' perchè ancora vive: ed è stato bello un mese fa intitolare il convegno organizzato da Rovasio "10 anni di compresenza del nostro agire politico", in cui tra i tanti interventi c'è stato anche quello di un Vittorio Feltri in lacrime.
I giornali non si sono certo sprecati nelle commemorazioni. Al solito si è distinto il Foglio, che domenica ha dedicato la foliazione centrale ad una raccolta di scritti, interviste e discorsi originali del  leader radicale.
La lettura desta al tempo stesso piacere e nostalgia, la scelta operata dal giornale felicemente sintetizza alcuni elementi centrali del pensiero-azione di Marco.

La citatissima prefazione di Underground, oltre motivo per riproporre la famosa parte con le "beatitudini" (che non mi trattengo dal riproporre: Io amo invece gli obiettori, i fuori-legge del matrimonio, i capelloni sottoproletari  anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i nonviolenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste 
disperazione. Amo speranze antiche, come la donna e l’uomo; ideali politici vecchi  quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della  Destra storica. Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di  rafforzamento, anche solo contingente, dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni  sacrificio, morte o assassinio, soprattutto se “rivoluzionario”. Credo alla parola che si  ascolta e che si dice, ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuol essere onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive, 
ai testi più o meno sacri e alle ideologie. Credo sopra ad ogni altra cosa al dialogo, e non solo a quello “spirituale”: alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente d’evasione o individualistici – e tanto più “privati” mi  appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m’ingegno che siano  riconosciuti.) diviene occasione per ricordare quella che fu La ridefinizione di fascismo e antifascismo secondo Pannella. Nel proporre la sua ferma critica (politica, ma anche antropologica) al manicheismo rivoluzionario e alla lotta di classe, Marco attacca: Tu che hai “compreso”, ti sei sentito “compagno” di Notarnicola (e hai fatto bene); che hai vissuto almeno quanto me fra sottoproletari, paria, emarginati, come puoi non comprendere il fascismo di questo antifascismo? Come puoi, ancora, sopportare l’inadeguatezza dell’ingiuria, dell’insulto, del disprezzo, del manicheismo dozzinale, classista, non laico, fariseo, nello scontro di classe che cerchiamo di vivere e di sostenere, nel viver diverso e nuovo che presuppone e che genera? Perché, anche tu, fra fucile, antifascismo e poteri-al popolo-a-pugno-chiuso, continui a vivere di quella vecchia nuova-sinistra che così puntualmente e efficacemente denunci nel libro? E poi... In tutta questa vostra storia antifascista non so dove sia il guasto maggiore: se nel recupero e nella maledizione d’una cultura violenta, antilaica, clericale, classista, terroristica e barbara per cui l’avversario deve essere ucciso o esorcizzato come il demonio, come incarnazione del male; o se nell’indiretto, immenso servizio pratico che rende allo Stato d’oggi e ai suoi padroni, scaricando sui loro sicari e su altre loro vittime la forza libertaria, democratica, alternativa e socialista dell’antifascismo vero. Il fascismo è cosa più grave, seria e importante, con cui non di rado abbiamo un rapporto di intimità

La celebre intervista a Playboy, in un momento in Pannella era il personaggio del momento, contiene oltre a cenni biografici una miniera di spunti interessanti, il principale dei quali è la rivelazione per la quale Il mio manifesto, il manifesto dei radicali, ci viene da un grande poeta, Rimbaud: 'Le raisonnable dérèglement des sens', il ragionevole sregolamento dei sensi. Un politico che cita Rimbaud come canone di ispirazione etica e politica, questo era Pannella.

Il discorso tenuto in Parlamento il giorno della negata autorizzazione a procedere a Craxi, oscurato dalla grandezza del discorso di Bettino, ben evidenzia cosa era quel luogo, cosa la politica, prima che il ciclone di mani pulite li distruggesse, come puntualmente previsto da Pannella, che nondimeno restò coerente con i propri principi e votò per l'autorizzazione. Principi, pensiero, proposta politica coerente, tutto quanto è ormai impossibile trovare assieme oggi . 
 
L'intervento ad un convegno del 2011 fu l'occasione per riproporre la sua analisi sui nefasti effetti dell'obbligatorietà dell'azione penale, del suo essere fatto genetico di amnistia strisciante, clandestina e discrezionale posta nelle mani di ogni PM, chiaramente impossibilitato a gestire un numero  improponibile di processi: Questo è un lascito post-rivoluzionario napoleonico che la monarchia ha subito raccolto, per amministrare la giustizia come una giustizia di Stato, funzionariale, con il giudice,
una parte dei giudici che sono funzionari di Stato, non importa se del Re o della Repubblica. Dopo il fascismo si è stabilito il principio dell’obbligatorietà anche perché continuasse a inverarsi socialmente, sociologicamente, culturalmente questa concezione della giustizia come realtà statuale, statalista, burocratica nel senso migliore della parola; e insieme ad essa il problema di garantire l’indipendenza, problema che si pone con tanta maggiore enfasi soprattutto quando e dove ci sono la realtà di dipendenza oggettiva. Allora si spiega perché poi in Francia si siano un po’ meno preoccupati della indipendenza da garantire, fedeli a quel principio per il quale nemmeno la giustizia deve ritenersi un momento di discendenza divina e sacrale e deve anche essa essere in qualche misura sottoposta al principio democratico e alla concezione dello Stato di diritto, con tutti i guai piccoli o grandi che accadono.

Nell'intervista titolata Sinistra e pacifismo Pannella ha modo di esporre la nota critica al pacifismo in nome della nonviolenza:  “Perché i giovani sappiano, i vecchi ricordino e si cessi di ingannarli: il pacifismo in questo secolo ha prodotto effetti catastrofici, convergenti con quelli del nazismo e del comunismo. Se il comunismo e il nazismo sono messi al bando, il pacifismo merita di accompagnarli....Non violenza e democrazia politica devono vivere quasi come sinonimi. Da un secolo non vi sono guerre tra democrazie, diritto e libertà sono la prima garanzia. E il pacifismo storico, nei fatti, lo ha sempre ignorato”." 

Di estremo interesse e attualità il concetto esposto Al Parlamento europeo nel 2001:  «Voi conoscete l’uomo e la donna arabi e palestinesi solo se incontrano una pallottola israeliana; allora gli date  almeno l’ onore della sepoltura, l’onore del riconoscimento. Dinanzi ai cittadini palestinesi, arabi, del Medio Oriente, che quotidianamente muoiono, assassinati dai loro regimi - sauditi, basisti di destra, di sinistra - dall’alleanza storica, forte degli sceicchi e del potere mediorientale, alleato delle grandi
multinazionali del petrolio e di voi, sinistra più o meno comunista; dinanzi alla realtà curda, che non è solo quella turca, ma anche quella irachena e degli altri; dinanzi alla concreta vita delle donne e degli uomini sauditi, palestinesi, voi ve ne occupate solo se accade che la parte israeliana si scontri, a volte con gravi errori nei loro confronti. Vi accorgete dell’esistenza dell’umanità palestinese solo quando vi serve per denunciare il vostro continuo nemico di oggi, si chiami Stati Uniti d’America, si chiami  Israele... dove sta scritto che l’Unione europea si rende garante degli Stati nazionali, della loro indipendenza e della loro conquista? Non esiste in nessun posto, oggi, scritto nei cuori e nella cultura, il diritto allo Stato nazionale ottocentesco: esiste quello dei diritti civili, politici, umani, nei confronti di qualsiasi autorità statale, centrale o centralizzata, e di questo non avete nessuna nozione!»

Mi piace ricordarlo con le parole che gli dedicò, dieci anni fa Ferrara, soprattutto il saluto finale già allora denso della mancanza che da allora abbiamo provato: Teramano, carico di onorificenze sul campo, guru di una setta luccicante di vita, fu il più clericale dei mangiapreti e uno degli uomini più squisiti, dolci, teneri che la vita italiana pubblica e privata ci abbia dato il privilegio di sfiorare con le nostre infinite rozzezze. Ciao un cazzo, caro Pannella, addio piuttosto.

Con un canestro di parole nuove, calpestare nuove aiuole



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