domenica 15 febbraio 2026

La più grande rivoluzione della storia umana

Alla presentazione di un libro di Caprarica, interessante intervento di Walter Veltroni.

Per Veltroni è avvenuta "la più grande rivoluzione della storia umana", il sovvertimento dei meccanismi del potere reale indotto dalla rivoluzione digitale. 

Il nuovo potere immaginato è una piramide con un King ed i follower che possono solo fare rumore.

Antidoto: l'Europa deve assumere il ruolo di riferimento dei valori occidentali lasciato cadere dall'America.

"Trump è il figlio di questi tempi, il figlio di tempi in cui è avvenuta una gigantesca rivoluzione con la quale la democrazia non ha saputo fare i conti.

E’ accaduta la più grande rivoluzione della storia umana così le democrazie hanno fatto finta che tutto avvenisse secondo un principio di continuità tra un secolo all' altro, tra un millennio all' altro, e invece la rivoluzione digitale che ha completamente trasformato tutto ciò che c' era prima: i modi di produzione, le forme di conoscenza. le relazioni umane e ha trasferito il potere nelle mani di pochi gruppi.

Che hanno però non come le sette sorelle del petrolio una capacità di pressione indiretta ma che controllano direttamente la vita di ciascuno di noi. Tutti noi siamo dipendenti dai mezzi che queste big tech hanno prodotto e queste big tech chiedono solo che non ci siano regole.

Il paradosso è che la democrazia si è arresa. Per guidare una macchina ci vogliono diciott' anni, ci vuole la patente, ci vuole la cintura di sicurezza e una macchina serve solo ad andare da un posto all'altro. Per usare un cellulare o per essere sicuri che ciò che c'è dietro la gigantesca macchina del cellulare corrisponda ad un minimo di pluralismo e di competitività e di concorrenza non serve nessuna patente, anzi bisogna correre liberi e selvaggi.

Perché la sostanza di cui Trump è interprete è un'idea del potere riorganizzato. Dopo quello che è successo nella prima parte del Novecento e poi quello che è successo fino all' ottantanove quando ci siamo liberati di regimi dittatoriali comunisti che erano all' est. Noi abbiamo sostanzialmente costruito con la democrazia delle istituzioni che collocavano tra i cittadini, intesi come singoli cittadini, e chi aveva responsabilità di governo: si chiamavano partiti, sindacati, associazioni culturali, giornali, magistratura, cultura, intellettuali. Tutto questo è stato nel corso di questi anni destrutturato con una aggressività che sì certo a volte ha fatto leva anche sugli errori la cultura Wok sicuramente, ma che aveva in sostanza dietro di sé ciò che questi qui hanno teorizzato. Non è che bisogna andare a scoprirlo, lo hanno detto. Dicono delle cose fuori dalla grazia di Dio qualcuno di loro parla persino dell'Armageddon, della possibilità di un D-Day nel quale il mondo mondano viene travolto da una spaventosa crisi dopo la quale i rinascerà mondato dalla sua corruzione morale eccetera eccetera.

Però a fronte di questo questi signori sostengono che in sostanza il mondo deve essere governato con una piramide in cima alla quale c'è un imperatore, un king che domina tutto e magari lo fa anche in nome di un superiore… quando Trump dice “Dio è soddisfatto del mio lavoro”, affermazione che nessuno di noi purtroppo in grado di smentire ma che appare paradossale, ci sta facendo capire che lui è lì in nome di… e poi sotto i followers che al massimo possono far rumore e l'imperatore.

Questo il nuovo potere che si sta organizzando entrante esattamente il simbolo di tutto questo per cui, e finisco, io penso che tocchi all' Europa prendere in mano i valori occidentali. Ho scritto in un editoriale sul Corriere la sera una parola che nella mia vita non ho mai detto prima: ho scritto che bisogna diventare estremisti, estremisti dell'Europa. Bisogna che l'Europa di fronte al processo di abdicazione da parte degli Stati Uniti in questo momento della storia del ruolo che tutti democratici e repubblicani hanno saputo assicurare di riferimento dei valori occidentali, nel momento in cui questi valori vengono lasciati cadere qualcuno li deve assumere e io penso che questa sia il grande ruolo dell'Europa e proprio qui infatti volevo arrivare."

sabato 14 febbraio 2026

Il mio mondo, al contrario

E' circolato qualche giorno fa un programma riassunto in uno slogan:

"Prima la Patria, poi lo Stato, infine, solo se compatibile, il diritto."

La prima comparazione apre immediata ad un colpo di stato: se lo stato non corrisponde a quello che un gruppo ritiene il bene della nazione, quel gruppo è legittimato ad abbatterlo.

Lo stato viene prima del diritto: quindi lo stato è concepibile senza rispetto del diritto, può agire al di sopra di esso.

Non nominata a bella posta, in quanto soggetto che riesce a mettere sullo stesso piano le tre entità, la Repubblica.

Difficile concentrare in così poche parole concetti con cui essere in così totale disaccordo, così lontani da quello che siamo riusciti, in maniera sia pure imperfetta e perfettibile, a costruire.


Stupidi siamo noi

Se c'è una affermazione che considero veramente poco intelligente, è quella che talora ricorre nei giudizi riassuntivi sui sostenitori di questo o quel partito, uomo politico, quesito referendario.

"Tutti quelli che votano XY sono degli stupidi"

"Chi vota BOH è dalla parte della mafia".

Quanta incomprensione della complessità della politica, del suo essere impasto di idee, sogni e interessi, ed emozioni irrazionali. Quanto disprezzo per le persone, il loro vissuto con le esperienze anche drammatiche, i loro desideri. Per la reale essenza della democrazia.

sabato 7 febbraio 2026

La bellezza italiana

Molto spesso ultimamente, raccolgo significato da discorsi che vengono tenuti in contesti anche molto diversi tra di loro. Eventi e manifestazioni nel corso dei quali vengono pronunciati costituiscono evidentemente occasione di riflessione di sintesi, che è più raro cogliere in contesti comunicativi caratterizzati dalla velocità, dall'immediatezza rispetto all'oggetto cui si riferiscono, dalla logica dello slogan. 

Quanto poi vengano ascoltati, senza la mediazione/riduzione dei media e soprattutto dei social, è altro discorso.

Ci sono le Olimpiadi in Italia. L'ultima volta fu 20 anni fa, quella precedente 70 anni fa. Ciò vuol dire, con buona probabilità, che non ne vedrò altre. 

Assistere alla cerimonia di apertura dovrebbe costituire una emozione, oltre che una sorta di dovere civico. Ma pare che molti non se ne accorgano, e quindi in pochi avranno potuto apprezzare Giovanni Malagò che ha trovato modo di parlare, oltre che dei valori olimpici, dell'Italia come "Paese di storia e innovazione, di creatività, cultura e passione", che accoglie i Giochi in "un contesto unico di bellezza naturale e culturale."

La chiave più alta del discorso parla della bellezza, valore che assume nel nostra paese un significato unico: Perché la bellezza italiana non ci appartiene come un bene: ci è stata affidata dalla storia come una responsabilità. La bellezza è più di un valore estetico. È un’energia. Un’energia che scorre sotto la superficie di ciò che vediamo. Vive solo se si trasmette, se diventa forza morale, culturale e civica, capace di plasmare il futuro.

La grande bellezza dell'arte e della nostra natura, che ha segnato sul nostro spirito al punto da renderci (inconsapevoli?) amanti della bellezza nelle cose della nostra vita quotidiana, e quindi a nostra volta produttori di bellezza con i nostri stilisti, i nostri artisti, i nostri architetti, i nostri artigiani, è quindi, oltre a un dono che dovremmo riconoscere, una missione?

Si, forse possiamo, e forse non solo per aumentare il numero dei visitatori, per fare più affari e più soldi. C'è qualcosa di più alto degli affari e dei soldi, e tra i valori non politici, ma umani, grande è l'importanza della bellezza, dell'anelito a cercarla e goderne. 
E l'Italia è forse il posto al mondo in cui c'è più bellezza.

Il momento in cui la migliore gioventù  mondiale si incontra per gareggiare con lealtà, mostrandoci il meglio di quanto possa fare il corpo umano, ci parla di questo.
E di armonia: 
In un’epoca in cui gran parte del mondo è divisa dai conflitti, la vostra presenza dimostra che un altro mondo è possibile. Un mondo fatto di unità, rispetto e armonia… Armonia.
Fin dal Rinascimento, l’armonia incarna l’equilibrio tra bellezza, proporzioni e spirito… L’arte, la vita e lo sport si incontrano per trasformare la competizione in espressione, il gesto in significato, l’impegno individuale in valore condiviso. 
Qual posto migliore, per mostrarne esempio, per noi di trarne vanto:
Tra pochi istanti, la Fiamma Olimpica illuminerà il suolo italiano. Brillerà in più luoghi, con due bracieri, per la prima volta assoluta nella storia dei Giochi Olimpici.
Questo momento magico sarà una fonte immensa di orgoglio nazionale....

La cerimonia scorre, con i molti campioni che portano la bandiera e la fiaccola, e che abbiamo ammirato gioendo delle loro vittorie (tranne quelle ottenute nel suo club da Bergomi). Dopo il capitano e lo zio, i campionissimi della pallavolo, Manu Di Centa e Gustav Thoeni, Federica e Sofia, il momento finale è inevitabilmente, con Debora Compagnoni, per Alberto Tomba.

Mai stato nazionalista nè patriota nel senso che intendono certi ex generali, ma mi viene da gridare: Italia, Italia!

Perché questi Giochi hanno dimostrato, ancora una volta, che nonostante tutte le sfide che affrontiamo, l’influenza culturale e sportiva dell’Italia – e dell’Europa – continua a risplendere con forza nel mondo.





sabato 31 gennaio 2026

Alex e Renee, Akram e Amir

Ricorderemo i nomi di quelli che sono morti sulle strade di Minneapolis.

Credo che Alex e Renee resteranno nella memoria come Jan Palach, come l'ignoto cinese davanti ai carriarmati nel 1990.


Uccisi da teppaglia intruppata in milizia federale, perchè solidarizzavano, senza violenza, con le vittime di una repressione cieca e sconclusionata.

Il loro agire voleva dirci: We’ll take our stand for this land
                                           And the stranger in our midst

Alex e Renee probabilmente comprendevano che il prevaricare della forza sul diritto, sui diritti, che è di per se violenza, era il presagio di una violenza che poteva colpire anche loro: ma non avrebbero mai immaginato, così presto.

Ricorderemo Alex e Renee perchè il loro assassinio ha fatto comprendere anche al più fideista dei sostenitori di certe politiche e di certi metodi che un limite invalicabile è stato passato. 

Conosciamo i nomi di Alex Pretti e Renee Good perchè il loro omicidio è avvenuto negli Stati Uniti, dove fa notizia un fatto di questa portata.

Ma non possiamo dimenticare che negli stessi giorni, a centinaia e migliaia ragazzi e ragazze, donne e uomini sono stati massacrati in Iran perchè si oppongono ad un regime che da 50 anni opprime il loro Paese privandoli delle libertà più necessarie. 

Non conosciamo i loro nomi, nonostante qualcuno meritoriamente cerchi di raccoglierli per onorare la memoria:   


A questi ragazzi, Akram e Amir e tutti gli altri, va il nostro pensiero sofferente. La rabbia per la violenza che li ha uccisi, la stessa da mezzo secolo che li tormenta sotto forme di leggi liberticide, si mescola alle lacrime per le vite spezzate nel nome falsamente invocato di Dio.

In alcune discussioni, alle nostre latitudini (per il momento) sicure, compare una assertiva convinzione che nulla giustifichi non dico la violenza, ma anche la reazione che ad essa opponendosi metta a rischio l'incolumità e fors'anche la vita.

Con certe idee, saremmo ancora tutti servi della gleba, e allora prendiamo esempio dai soldati ucraini e dai ragazzi iraniani, mostriamoci pronti a difendere questo nostro modo di vita cui siamo così attaccati, ad anche il benessere che lo consente.

Ricorderemo quelli che sono morti nelle strade di Minneapolis e Teheran  

La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933)

 di George L. Mosse




Confesso che ho mollato a metà, anche prima.
L'autore descrive gli eventi culturali, sociali, artistici che hanno a parere dell'autore costruito nell'arco di un secolo quel presupposto della "nuova politica" che fu l'inserimento, in Germania, delle masse alla lotta politica tout court, mediante la creazione di una coscienza nazionale.Affrontata quest'importante opera non senza un po' di sussiego, mi sono trovato subito a confrontarmi con la documentatissima esposizione che risulta ad un appassionato della domenica, quale sono, più analitica che interessante.
Bisogna ammettere ed accettare i propri limiti

giovedì 29 gennaio 2026

Let's stand for America on the streets of Minneapolis


Già protagonista di un mirabile discorso di speranza e sogno, il Boss esce con una canzone potente e sincera sui terribili fatti di Minneapolis.


Lo smarrimento che viviamo osservando lo scempio in quella che fu la terra della libertà trova piccola consolazione nel sapere che tanti, in quella terra, non lo accettano e combattono con fischietti e cartelli e mani nude, e il Boss li vuole ricordare
Oh our Minneapolis, I hear your voice
Singing through the bloody mist
Here in our home they killed and roamed
In the winter of ’26
We’ll take our stand for this land
And the stranger in our midst
We’ll remember the names of those who died
On the streets of Minneapolis

Nell'inverno del 26... è la storia che fa capolino. Questo pezzo resterà nel tempo, la ascolteranno i ventenni di oggi quando ne avranno cinquanta e ai loro figli sembrerà un mondo lontano ed arcaico. Rimarrà vivo il ricordo di Alex Pretti e Renee Good, il cui sangue è scorso dove doveva esserci la pietà.

Anche loro erano tra quelli che non rinunciano a difendere la loro terra. E lo straniero tra di loro.

Non è tipo da fare sconti, Bruce e non ne fa:
King Trump’s private army from the DHS
Guns belted to their coats
Came to Minneapolis to enforce the law
Or so their story goes

Il Boss la dice intera: a giustificare la stretta autoritaria sono balle, le stesse che tentano l'assurda difesa degli assassini
Their claim was self defense, sirJust don’t believe your eyes
It’s our blood and bones
And these whistles and phones
Against Miller and Noem’s dirty lies

Il re si dimostra nudo quando la violenza contro gli immigrati che dovrebbe protegge la sicurezza dei cittadini determina la morte di due bianchi, americani puri:
Now they say they’re here to uphold the law
But they trample on our rights
If your skin is black or brown my friend
You can be questioned or deported on sight

Alcuni dicono no, e il Boss è con loro:
By the dawn’s early light
Citizens stood for justice
Their voices ringing through the night

Minneapolis è il cuore dell'America, del mondo che è stato lontanissimo dalla perfezione ma anche dall'orrore degli sgherri dell'ICE
Oh our Minneapolis, I hear your voice
Crying through the bloody mist
We’ll remember the names of those who died
On the streets of Minneapolis
Nessuno può riportare in vita Renee e Alex. Springsteen li omaggia, sciogliendo all'urne un cantico che forse non morrà.

domenica 25 gennaio 2026

Verità per Giulio Regeni, giusto processo per Jacques Moretti

Ormai le uniche notizie buone, a cercarle, sono quelle che riportano le parole di Mattarella.

Riporto quelle che ha dedicato all'anniversario, il decimo, dell'omicidio di Giulio Regeni 

«L’annuale commemorazione che la comunità di Fiumicello Villa Vicentina dedica a Giulio Regeni, raccoglie l’Italia intera in un sentito e commosso tributo per una vita ignobilmente spezzata. 

A dieci anni dalla sua scomparsa, ribadiamo le ragioni universali della giustizia e del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, contro ogni forma di tortura.

Il rapimento e il barbaro assassinio di Giulio, un nostro concittadino, rimangono una ferita aperta nel corpo della comunità nazionale.

Rivolgo anzitutto un affettuoso pensiero ai suoi genitori, colpiti dal dolore inconsolabile per la perdita di un figlio - avvenuta per cause abiette e con modalità disumane - ammirevoli esempi di coraggio e determinazione nella ricerca della verità.

Un’esigenza condivisa da tutti gli italiani e non solo.

Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale e delle relazioni internazionali.

L’impegno di quanti, con dedizione, hanno operato e operano per corrispondere, in questa vicenda, alla sete di verità storica e giudiziaria, merita rispetto e gratitudine.

La piena collaborazione delle autorità egiziane nel dare risposte adeguate alle richieste della magistratura italiana, per accertare i fatti e assicurare alla giustizia i responsabili, continua a rappresentare un banco di prova.

Nella dolorosa ricorrenza odierna, rinnovo la vicinanza della Repubblica alla famiglia Regeni e l’impegno del nostro ordinamento affinché sia onorata la memoria di Giulio facendo piena luce sulle circostanze e le responsabilità che ne segnarono il tragico destino».

Della Repubblica che è vicina ai Regeni faccio parte anch'io, sono lieto che non si sia spento il movimento che li ha aiutati nella loro battaglia, che ho condiviso fin da subito, pur non nutrendo illusioni che potesse portare molto di più che a salvare la forma in maniera dignitosa, con un processo e parole illuminate come quelle del Presidente.

Le ragioni della realpolitik sono sin da subito prevalse, che Paola e Claudio riescano a trovare un po' di consolazione nella solidarietà che nella loro lotta trovano in molti mi sembra già un risultato.

Continuiamo quindi a dirlo: "Verità per Giulio Regeni!", dieci anni dopo, in un mondo che è del tutto cambiato.  

Oggi manifestanti indifesi sono uccisi a sangue freddo da uomini dello stato che rimarrano impuniti non al Cairo, ma a Minneapolis. Cosa ci riserva il futuro, non lo sappiamo, e poco possiamo fare.

Forse mantenere la bussola sulla comprensione degli aspetti fondamentali del funzionamento di uno stato di diritto, della democrazia.

Tale Jacques Moretti proprietario del locale svizzero in cui è avvenuto un incendio con strage di molti ragazzi, tra cui degli italiani, fruisce di una norma del codice di procedura penale elvetico ed esce dalla cautelare su cauzione. E' piantonato dalla polizia nella sua villa. Apriti cielo. Scandalo, Ministri della stessa Repubblica presieduta da Mattarella rilasciano dichiarazioni di fuoco, viene richiamato l'ambasciatore.

Emerge lo spirito della bestia, che è in tutti noi, non ne faccio una questione politica: che Moretti dovrebbe marcire in galera, buttiamo la chiave, viene dato per fatto assodato.

A mio avviso deve invece essere chiarito che Jacques Moretti è un presunto innocente, imputato in un processo per reato colposo dalle gravi conseguenze, che ha esercitato un diritto previsto dal suo codice.

L'essenza del diritto è la protezione di un interesse che l'ordinamento tutela e assicura al titolare, se questi decide di esercitarlo non dev'esserci giudizio morale nè discrezionalità che lo intralci, men che meno discriminazione in base alla persona.

Il rispetto dei diritti dei peggiori, dei colpevoli, degli assassini, è quello che distingue un vero stato di diritto.

E quindi anche di Jacques Moretti, ammesso che venga provata la sua responsabilità, che mi può sembrare grave ed evidente, ma deve essere accertata secondo le regole e garantendo tutte le difese.

Le levate di scudi anche per via diplomatica, per tacere della evidente sottovalutazione che fanno dei principi di separazione dei poteri, possono essere buone per la propaganda. Danno consolazione, di nuovo, alle famiglie delle vittime alimentando la convinzione che la tutela di questi non passi dal diritto ma dalla vendetta. 

E' questa convinzione che dobbiamo sostenere, che la stampa più consapevole dovrebbe propagare, che la politica più accorta non dovrebbe trascurare in favore di quanto maggiormente assicura consenso, nello stesso spirito e con lo stesso buon diritto con cui chiediamo verità per Giulio.

Khomeini, De Sade e io

Di Abnousse Shalmani


Non deve essere una persona facile, Abnousse. Almeno se ci si limita a contare le persone con cui si è scontrata, di cui ha perso l’amicizia, che semplicemente ascrive alla categoria degli idioti.

A ben osservare, pretendeva solo la comprensione integrale ed immediata di quanto le è caro e importante, la libertà di essere una donna non sottomessa che pretende per se e per tutte le altre, anche quelle che sembrano non volerla. Intollerante a chi non la comprendeva, all’antitesi del padre sempre incline a orientare la sua profonda intelligenza alla giustificazione di dissenzienti ed erranti.

E’ un libro scritto 10 anni fa, a tratti urticante, difficilmente collocabile in un genere, per quanto segua le vicende della vita non la inquadrerei come autobiografia.

Le vicende di esule narrate tanto nella genesi della scelta familiare di partire da Teheran quanto negli eventi che periodicamente mettevano in discussione un’integrazione sostanzialmente riuscita, si integrano con la ricostruzione di una personalità intellettuale fortemente segnata dai libri, ed in particolare dall’incontro con i  libri del libertinismo francese.

Finchè ci saranno dei lettori, finchè ci sarà la voglia, per quanto minima di alzare la testa al di là di se stessi, esisteranno uomini di genio capaci di rovesciare il tiranno. Finchè ci sarà la parola. E’ ciò che la lettura in particolare, e l’arte in generale, fanno per noi: aprire le saracinesche della mente, spingerci al confronti con altre sensazioni, altre voci, altri infiniti.

Le pagine che destano maggiore riflessione sono quelle in cui critica la liceità dell’uso del velo, e contesta il riflesso di gran parte della comunità islamica francese, ma anche di parte della sinistra, di cui giudicare tale critica espressione di razzismo o islamofobia. Si colloca in sostanza sulla linea di Michel Onfray di cui ho già parlato.

Costante è la difesa della libertà delle donne, che però se la devono prendere e guadagnare, sottraendosi alla parte della vittima per prendere quella del protagonista.

I barbuti e le cornacchie, le puttane, i borghesi distratti compaiono qua e là a popolare una battaglie di idee i cui due poli sono De Sade, rifugio liberatorio nella parola capace di descrivere la liberazione integrale del corpo, e Khomeini, ossessione che impersona il riflesso reazionario e antifemminile.

Non è certo un’opera da Nobel per la letteratura, di certo fa pensare.

E pensare soprattutto alle ragazze e ragazzi di Teheran. Forza ragazze, forza ragazzi, questa maledetta notte dovrà pur finire.

domenica 18 gennaio 2026

Il mondo di ieri

 di Stefan Zweig


Da molto nutrivo il desiderio di affrontare questa autobiografia del tutto singolare.
Singolare perchè di una vita non vengono narrati se non in minima parte gli eventi, ma le idee, la tensione intellettuale e spirituale; perchè appare davvero stupefacente la quantità di individui eccezionali con cui Zweig entrò in relazione ed amicizia, Freud, Strauss, Mann, Sahw, Croce, Rodin, Dalì, Rilke, Pirandello, Toscanini, Hesse, e molti altri i cui nomi, in tutta sincerità, ho appreso leggendo. Singolare infine per la coincidenza con anni terribili, in cui il mondo imperniato sulla sicurezza e l'immobilismo estetizzante dell'Austria Felix cedette il passo al passo dell'oca delle camicie brune, battistrada di quella che dovette apparirgli, tragica al punto da rifiutarne la sopportazione, la vittoria dell'irrazionalità sul mondo della spirito.
Una buona sintesi si trova nella sua stessa prefazione: 
Nel periodo prebellico ho conosciuto il grado e la forma più alta della libertà individuale, per vederla poi al più basso livello cui sia scesa da secoli; sono stato festeggiato e perseguitato, libero e legato, ricco e povero. Tutti i cavalli dell'Apocalisse hanno fatto irruzione nella mia vita, carestie e rivolte, inflazione e terrore, epidemie ed emigrazione; ho visto crescere e diffondersi sotto i miei occhi le grandi ideologie delle masse, il bolscevismo in Russia il fascismo in Italia, il nazionalsocialismo in Germania, e anzitutto la peste peggiore, il nazionalismo che ha avvelenato la fioritura della nostra cultura europea. Inerme e impotente, dovetti essere testimone dell'inconcepibile ricaduta dell'umanità in una barbarie che si riteneva da tempo obliata e che risorgeva invece con il suo potente e programmatico dogma dell'antiumanità. A noi fu concesso di vedere, dopo secoli e secoli, guerre senza dichiarazioni di guerra, ma con campi di concentramento, torture, saccheggi e bombardamenti sulle città inermi, di vedere orrori che le ultime cinquanta generazioni non avevano più conosciuto e che quelle future è sperabile non più tollereranno. D'altra parte, quasi per paradosso, nello stesso periodo in cui il nostro mondo regrediva moralmente di un millennio, ho veduto la stessa umanità raggiungere mete inconcepite nel campo tecnico e intellettuale, superando in un attimo quanto era stato fatto in milioni di anni: la conquista dell'aria con l'aeroplano, la trasmissione della parola umana nello stesso secondo per tutto il pianeta e quindi il superamento dello spazio, la disgregazione dell'atomo, la guarigione delle più subdole infermità, la quasi quotidiana attuazione insomma di quanto ieri era ancora inattuabile. Mai prima d'oggi l'umanità nel suo insieme si è comportata più satanicamente e non mai d'altra parte ha compiuto opere così prossime a Dio.
Ahi ahi Herr Zweig, la mia curiosità era al tempo stesso vellicata e frenata dal timore di confrontare le sue riflessioni con quelle indotte dall'attualità.
Il mondo di ieri era quello della Vienna, grande capitale di impero millenario, in piena bella Epoque, il "mondo della sicurezza e della ragione creatrice, in cui noi avevamo avuto educazione e dimora". Certo il figlio di un ricco industriale che poteva permettersi di dedicarsi in toto alle aspirazioni artistiche viveva diversamente da un contadino, un bottegaio o un operaio, e diversamente doveva serbare ricordo di quel tempo; ma quell'epoca in cui il continuo progresso scientifico materiale appariva espressione di un'inarrestabile ascesa verso  tempi migliori certo iscriveva tutti nella categoria che Clark ha definito dei "sonnambuli".
Siamo anche noi sonnambuli? Ci troviamo anche noi, alla lettura delle notizie, come Zweig nel 1913 mentre seguiva la guerra balcanica: "Ogni volta si sussultava spaventati, per poi trarre un gran sospiro dicendo: "Questa volta non ancora, e speriamo mai!"?
Dopo la follia della guerra, la lenta ripresa, e per Zweig una stagione di successo personale ed artistico, una realizzazione piena, in un decennio bruscamente interrotto, nel 1933, dall'ascesa la potere di Hitler. 
Due volte sull'altar, due volte nella polvere.
I libri, prima venduti a milioni, bruciati e vietati, l'esilio prima intermittente e poi definitivo, una dolorosa presa d'atto.
La seconda guerra che arriva, ma questa volta con le masse che l'accolgono fataliste e taciturne, avendo perso l'ingenua credulità di quelle del 1914. 
Il racconto dell'esilio è sfumato, e gli aspetti personali rimangono sullo sfondo della descrizione della temperie morale. Zweig fu soprattutto un intellettuale europeo che tentava di edificare una Repubblica delle lettere, in cui la sovranità appartenesse alle idee, fondata sull'amore per l'arte, la musica, la poesia, sui valori della fratellanza e dell'umanesimo, sulla convinzione dell'appartenenza ad una comune civiltà.
Non potè quindi affrontare, alla soglia dei sessantanni, l'affermarsi dei totalitarismi e del nazionalismo, l'ascesa di Hitler che con visione forse semplicistica individua come fonte dell'odio che stroncò per la seconda volta il suo sogno.  
Il racconto termina il 1 settembre 1939.  
La pagine più accorate sono quelle in cui viene descritto "il mondo di ieri", nel primo capitolo significativamente intitolato "il mondo della sicurezza", per la facilità con il quale nel medesimo si poteva prevedere l'andamento di una vita, nel quale "Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito: tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisa... tutto nel vasto impero appariva saldo e inamovibile". La sicurezza ed un progresso economico costante riflettevano magnifiche scoperte scientifiche portate ad immediato utilizzo (luce pubblica, telefono, auto), si dedicava tempo e risorse alla cura del corpo, allo sport, alle vacanze; si diffondevano diritti per le persone, vi era una "fede nella irrestibile forza conciliatrice della tolleranza. Lealmente credevamo che i confini e le divergenze esistenti tra le nazioni o le confessioni religiose avrebbero finito per scioglersi in un comune senso di umanità, concedendo così a tutti la pace e la sicurezza, i beni supremi".
Nel caso particolare di Vienna tanto benessere materiale e spirituale induceva ad una speciale aspirazione per la cultura, in particolare la poesia e la musica. Zweig ne descrive i tratti, soffermandosi sul ruolo che vi ebbe il desiderio di integrazione della borghesia ebraica. 
A completamento del quadro Zweig si sofferma su due aspetti. Il primo è legato al sistema educativo, che giudica rigido, arido e inutile se non alla funzione di soggiogare lo spirito degli allievi e introdurli in condizione di inferiorità nel sistema, nel quale la gioventù era vista come un peccato, un vizio da superare. Il secondo si collega alla ipocrita eliminazione della sfera della sessualità e del corpo dagli argomenti di cui si poteva occupare la società, con l'ovvio risultato di confinarla alla clandestinità.
Uscito dal liceo, Zweig potè permettersi non solo di dedicarsi alla sua passione per l'arte (cita l'interessante assioma di Emerson, per il quale "i buoni libri sostituiscono la migliore università, e si può diventare un ottimo storico, filosofo o giurista senza aver frequentato l'università e nemmeno il liceo", ohibò questa la pensavo pure io), ma anche a soggiorni all'estero nel corso dei quali la sua tensione al cosmopolitismo trova nutrimento nella conoscenza di importanti artisti di altre nazioni, prima in Europa, poi in America, in Africa e in India.
Con il senno del poi, Zweig racconta di come, in contrasto con la comunione spirituale che aveva intessuto con poeti e scrittori francesi, belgi e italiani, avvertì da diversi segnali l'avvelenarsi del clima che portava alla guerra europea.
Della guerra ricorda soprattutto il contrasto fra l'accorrere al richiamo patriottico della maggior parte degli intellettuali e la realtà bellica, pur intravista da lontano, in un campo di prigionieri russi nel quale "ebbi subito l'impressione che quegli uomini semplici sentissero la guerra con più umana equità dei nostri professori universitari e dei nostri poeti: cioè come una sventura da cui erano stati senza loro colpa toccati, e perciò appunto chiunque fosse implicato in quella disgrazia finiva per essere considerato una specie di fratello".
La sua reazione fu partecipare alla "lotta per la fraternità spirituale", in cui ebbe un ruolo speciale un soggiorno in Svizzera nel quale potè constatare il mantenimento, nella comunità di esiliati delle opposte parti, di una visione del conflitto come evento di crudeltà e violenza.
Alla fine del conflitto, Zweig, tornò in Austria stabilendosi a Salisburgo, che vide trasformarsi da piccolo borgo in città grazie alla sua vocazione culturale e agli eventi ad essa collegati. Superate le grandi difficoltà dell'immediato dopoguerra di cui dà conto, furono per lui gli anni del successo e della fama, penso di possa dire della felicità, lunga il decennio dal 1923 al 1933. Quest'ultimo viene individuato come spartiacque per la presa del potere di Hitler, poi seguito in rapida successione dalla annessione dell'Austria e dal precipitare del mondo verso la guerra. Zweig narra gli episodi personali che gli svelarono il mutamento della temperie morale, che lo videro protagonista del bando e poi della distruzione dei suoi libri, fino alla inevitabile scelta dell'esilio, che lo vide in Inghilterra nel momento degli eventi decisivi: "E mi fu chiaro: ancora una volta il passato era morto, il lavoro compiuto cancellato, l'Europa, la nostra patria per la quale avevamo vissuto, era distrutta e per un tempo che andava ben al di là della nostra vita."
Zweig nella inevitabile delusione e stanchezza sbagliava sulla misura del tempo che poteva ricostituire la fratellanza europea, la sua vita avrebbe potuto vedere il trattato di Roma nel 1957; ma forse aveva già prefigurato l'estremo passo.
In questo passaggio definisce, nel 1941, l'Europa "la nostra patria": se mai l'Europa sarà, Stefan Zweig dovrà essere considerato un padre della patria.