di Tiziano Bonazzi
A futura memoria (perchè la memoria abbia un futuro)
mercoledì 9 settembre 2026
La rivoluzione americana
giovedì 3 settembre 2026
Monte Volaia: chiedimi se sono felice
Ecco un vecchio pallino.
Ascesa trascurata, il nome fa andare al famoso, bellissimo lago e per la stessa fatica si va sul Coglians poco più avanti: in 7 ore di cammino non ho incontrato umani.
Le condizioni appaiono ideali, parto e alle 8.50 sono alla base Edelweiss, scelgo di fare il percorso ad anello suggerito dalla guida, anche se forse era meglio tornare come all'andata.
Come mi accade in solitaria il passo è spedito, raggiungo nel tempo prefissato, con percorso nel bosco, i resti di casera chianaletta. Svoltato nella valle adiacente, dopo aver errato l'imbocco del sentiero riprendo a risalire in zona ora aperta ed erbosa, portandomi rapidamente al bivio per la forcella Ombladet. Da qui l'indicazione per la cima (generosa) è di 1.30 h. Dopo una breve pausa risalgo per il sentiero che ora diviene pietroso, per condurre alfine a delle installazioni belliche incredibilmente costruite a mt 2300 e oltre, nella tacca di Sassonero.. Da quest'ultima il sentiero prosegue lungamente per percorrere la costa delle elevazioni che lascio alla destra prima di arrivare ai piedi della cima del Volaia. Nella strada fori praticati per la roccia e poi scorci naturali mi lasciano già intravvedere, laggiù, il laghetto e alle spalle la possente parete del Coglians. L'ultimo tratto, nel quale trovo anche piccoli residuati nevosi composti da fiocchi tondi di dimensioni insolitamente grandi, comporta una salita a tratti faticosa per la cima, a metri 2470, che conquisto solitario, atteso da un'inaspettata, da queste parti, giornata soleggiata.
Ecco la felicità, quella che può dare solo la vera bellezza. Da un lato il Lago Volaia, piccolino nello scorcio laggiù, ai piedi del gigante; dall'altro i pascoli di Bordaglia, ben visibili le due casere ma non il laghetto. In fondo la valle Fleons ed i monti di Sappada, laggiù lo stabilimento dell'acqua minerale.
domenica 30 agosto 2026
Monte Rest
E' tempo di repliche!
L'importante è andare, spesso nei posti nuovi mi dico che qui vorrei tornarci, e le mete già visitate cominciano a essere un bel po'.
Dall'oggi a domani mi viene chiesta un'escursione a Tramonti, visto che va bene facile propongo subito la casera Rest con eventuale estensione al monte.
Partenza in tutta tranquillità alle 10.45 dal passo, ci vuole circa 1 h 15 minuti per raggiungere la casera che è deserta, il tempo tiene e nonostante la velatura si vede tutta la val tramontina.
La vetta così vicina è troppo invitante, una scappata la facciamo. Non c'è vento questa volta, ma la consueta bella e spaziosa vista.
Il pranzo alla casera è piacevole, giusto in tempo per scappare via, recupero figlia impellendo.
sabato 29 agosto 2026
Anello in Val Zemola
Si va nelle montagne pordenonesi, la Val Montanaia l'abbiamo già smarcata, scelgo la Val Zemola.
Come ogni volta, è come l'asino di Buridano, non so risolvermi tra le alternative proposte dal file: Forcella del Duranno, Monte Zita, Anello della val Zemola in senso antiorario, rifugio cava Buscada.
Opto per un misto, con ascesa al Monte Zita e deviazione per il rifugio Maniago.
Partenza alle 7 per raggiungere ad ora adeguata Casera Mela, al parcheggio ci ritroviamo una comitiva di veneti con cui ci incroceremo fino all'arrivo. Dovevano essere i sentieri del silenzio, ma vabbè.
Percorriamo la strada per circa 90 minuti, portandoci a breve distanza dal Cava Buscada, dove parte il sentiero per il Rifugio Maniago e casera Bedin. Poco prima di questa partirebbe l'ascesa alla forcella Zita e poi alla cima, ma decidiamo di procedere abbattendo il dislivello di 400 metri. Il tempo tiene, il sole si alterna a rade nuvole, compresa quella che per l'intera giornata ci impedirà di vedere la cima del Duranno, che comunque si staglia imponente di fronte a noi.
Dalla Casera, in cui non ci fermiamo vista l'affollata compagnia, parte il sentiero per il rifugio, che in lungo saliscendi parte nel bosco parte in costa ci porta ad arrivare alla meta, con qualche minuto di vantaggio sulla concorrenza, poco prima delle 13. Il rifugio ha una nuova gestione di ragazzi giovani, è un piacere gustare un piatto di pasta con la visuale della vallata da una parte, e la parete del Duranno dall'altra. Le cime che lo contornano, più basse, sono intervallate da una serie di forcelle tutte accessibili con sentieri ben segnalati.
Dopo circa un'ora di pausa ridiscendiamo per il sentiero diretto, che derapa piacevole nel bosco, fino al incontrare la carrareccia che imbocchiamo, allungando brevemente ma mantenendo la quota che altrimenti avremmo dovuto recuperare.
Al parcheggio accogliamo l'invito che la Casera offre di una bevanda fredda, e contempliamo il magnifico panorama progettando un bel pranzo con vista Duranno.
Selvaggia, oggi non solitaria, ma comunque insolita manifestazione della vera bellezza
venerdì 14 agosto 2026
Non sparate sullo stato di diritto
Sono passati alcuni giorni dall'inizio dell'esecuzione della sentenza a carico di Mario Roggero, è forse possibile un ragionamento che prescinda dal clamore destato soprattutto dal strumentalizzazioni politiche e dalla difficoltà che si incontra a informare, spiegare, farsi spiegare.
I fatti sono abbastanza evidenti, è diventata definitiva una sentenza che nel duplice omicidio seguito ad una rapina ha disconosciuto l'esimente della legittima difesa, e considerando le attenuanti emesso condanna a 14 anni di carcere.
Talune reazioni politiche, per ragioni facilmente comprensibili, hanno trascurato or l'uno or l'altro aspetto di una vicenda che appare oltremodo semplice, come può facilmente desumersi da un minimo fact checking come quello operato da Antonucci.
Non sfugge ad osservatori accorti il collegamento tra questa vicenda ed il rispetto dello stato di diritto, non a caso richiamato, con abbastanza chiaro riferimento a questa vicenda, da Mattarella nel discorso del ventaglio. In un articolo che parte dall'Ulisse e richiama il passaggio storico nella Grecia classica dalla giustizia privata al diritto amministrato dalla stato, Caiazza ricorda come abbia funzionato, in questa vicenda, il rispetto delle regole comprese quelle che hanno dimostrato la massima comprensione consentita dalla legge nei confronti di un imputato di omicidio, e come la politica dovrebbe farsi accorta che inseguire le pur comprensibili pulsioni della bestia social porta su una china non arrestabile.
Alza il livello il prof Fiandaca, che invita a ragionare "sia sul perché il tema della sicurezza assume una valenza politica centrale, sia sui motivi per cui il diritto penale funge da persuasivo spot elettorale" arrivando a "ipotizzare un forte nesso tra la attuale difficoltà e/o incapacità di fare politica con strategie e risorse propriamente politiche e lʼabusato e inflazionato ricorso alla punizione".
Più facile vergare una inutile modifica legislativa che introduce un nuovo reato, che trovare una soluzione politica (e magari le risorse correlate) ad un problema.
Ma c'è di più: "Forse, come anchʼio sospetto, il diritto penale reca in sé la rischiosa attitudine a risultare redditizio in termini di consenso per ulteriori, e non secondarie, motivazioni che hanno a che fare con la psicologia della giustizia punitiva... anche a prescindere in verità dalla collocazione a destra o a sinistra delle forze politiche che di volta in volta lo perseguono, ecco che il rigore punitivo si presta a sfruttare politicamente pulsioni giustizialiste scaturenti da sentimenti di paura, rabbia, indignazione, frustrazione, rancore e risentimento che si diffondono negli strati sociali più deboli specie nei periodi di crisi socio-economica, o in ogni caso quando si lamenta il tradimento di promesse e aspettative su cui si è fatto assegnamento. Sulla base di rilievi come questi, è azzardato ipotizzare che sia connaturata al penale, per dir così al suo Dna, una sorta di intrinseca e sotterranea componente polemogena e vendicativo-ritorsiva, che contribuisce a spiegarne lʼappeal elettorale e dunque la incessante tendenza a ricorrervi come mezzo di captazione del consenso?"
Ciò riconosciuto, Fiandaca ritiene che si sia vicini al livello di guardia, e che la cosa sia da valutare con attenzione non solo in relazione al tema in se, ma nel significato che questa strumentalizzazione della punizione assume rispetto alla sostanza democratica della Repubblica: Il che preoccupa, non meno di quanto sorprenda. Non è minacciata soltanto la legittimità costituzionale del diritto penale. Prima ancora, e più in generale, vengono in questione la qualità della politica e la crisi complessiva della democrazia italiana – invero, co-determinata dalla perdurante incapacità delle forze di opposizione di assolvere un ruolo politico-culturale allʼaltezza delle sfide odierne. Una conferma, questa, degli stretti nessi tra questione penale e questione democratica.
L'invasione dei coccodrilli
Muoiono a frotte. Bomber romantici del calcio, allenatori della Bovisa, cantautori, medaglie olimpiche di Roma, il Capitano.
Non ci si sta dietro.
La mia teoria è che vi è stato, a partire dai primi anni 80, complice l'avvento della televisione commerciale ed il nascere della categoria dei VIP, una consistente espansione del numero delle persone note, la cui scomparsa crea cordoglio e correlato rimpianto di un mondo che non c'è più, ora che l'anagrafe presenta il suo conto ad un numero crescente di loro.
giovedì 13 agosto 2026
L'antisemitismo, che infamia. La nostra infamia.
Anni di giornate della memoria, code davanti alla casa di Anna Frank, Schindler list e pianisti e amici ritrovati.
Tutto inutile, l'antisemitismo è tra noi, mascherato dietro alla critica, più o meno informata, al governo di Israele.
Liste di proscrizione negli alberghi, graffiti con scritte naziste, inviti al boicottaggio di fornitori israeliani. Docce e saponette, mare raggiungibile dal fiume, tutto è ammesso in slogan e insulti ai "sionisti". Molto già visto in documentari e film sugli anni trenta del secolo scorso.
L'episodio in Bulgaria (scelta quale pease sicuro) è esemplare. Dei ragazzi italiani oggetto di insulti e aggressioni. "Sieg Heil" è difficilmente equivocabile. Quale colpa? Erano ebrei.
Correggo: italiani, di religione ebraica.
Io sono un italiano, con un po' di approssimazione potrei definirmi di religione cattolica. Credo che non verrebbe in mente a nessuno di insultarmi ed attaccarmi per il comportamento di uno Stato (non confessionale) in cui la maggioranza dei cittadini è cattolica, mettiamo il Portogallo. Se il Portogallo facesse qualche azione vergognosa dovrei forse esserne ritenuto responsabile?
Dietro alla risposta a questa domanda c'è la chiave di comprensione di quello che sta succedendo: evidentemente l'antisemitismo è così presente nella nostra civiltà, nel nostro modo di pensare, da aver resistito a 80 anni di campagne educative e di spiegazioni e di memoria dell'orrore, per riemergere, traboccante come l'odio che lo accompagna, quando il comportamento di uno stato (non confessionale) in cui la maggioranza dei cittadini è ebrea ha superato i contorni della reazione ad un'inaccettabile pogrom per assumere quelli di una strage. Pare che non si aspettasse altro, che di un motivo per riaprire la caccia all'ebreo.
Ci richiama alla gravità di quanto accade un bell'articolo di Pigi Battista, che ricordato un purtroppo lungo elenco di episodi disdicevoli prende atto delle normalizzazione dei fatti più sconcertanti, e del colpevole silenzio tanto della cultura democratica, tanto di politica e istituzioni: L'argine si è rotto, l'esclusione degli ebrei dal Gay Pride non suscita indignazione. Le liste di proscrizione sui vacanzieri ebrei (non in Bulgaria, in Italia) non suscita indignazione. Il diktat antisemita dei docenti della Sapienza non suscita indignazione. Tutto è diventato normale, senza argini, senza contrasti. Il tabù dell'antisemitismo si è frantumato, e i liquami scorrono indisturbati senza un alveo civile che li contenga.
Giusta reazione al genocidio di Gaza? Sic. Già nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre, per così dire a "genocidio" cronologicamente non ancora consumato, a Berlino hanno minacciato il Memoriale della Shoah, a Barcellona hanno assaltato un albergo che aveva la grave colpa di essere proprietà di un ebreo, oppure nella "progressista" università di Stanford un professore antisemita aveva imposto a uno studente ebreo, tolta la kippah, di mettersi con la faccia al muro per sentire sulla sua persona l'umiliazione vissuta dai palestinesi oppressi da Israele. Solo dopo pochi mesi, all'inizio del 2024, una studentessa ebrea torinese rivelò che a Torino "quasi nove su dieci ragazzi ebrei hanno cambiato le loro abitudini", "hanno smesso di seguire le lezioni all'università, non portano più la kippah in luoghi pubblici, non utilizzano il proprio nome e cognome se tipicamente ebraico, non utilizzano oggetti e indumenti che siano riconducibili alla loro identità", e a uno di loro addirittura "hanno sputato perché indossava la collana con la stella di David".
Reazioni: neanche un comunicato in cui si dicesse più o meno: "Cari concittadini ebrei, in Italia sarete al sicuro e non permetteremo che i facinorosi mettano a repentaglio la vostra sicurezza e la libertà della cultura". Niente di niente. Niente a sinistra. Niente a destra. Niente al governo. Niente al Quirinale. La normalizzazione dell'antisemitismo anche se travestito da antisionismo o addirittura, colmo di ogni ipocrisia, da "critica al governo omicida di Israele" sta tutta in questo rassegnato silenzio."
Il silenzio è quanto trasforma il dissennato operato di alcuni idioti in una colpa collettiva, e prepara il terreno culturale per la moltiplicazione degli idioti, ed il molto peggio che ne seguirà.
Ci mancava pure questa. Dove andremo a finire? Non ho gli strumenti di analisi di cui si discorre in una interessante intervista di oggi, ma purtroppo qualche idea ce l'ho.
Che infamia, che vergogna.
martedì 11 agosto 2026
Non c'è il lieto fine
I ragazzi di Pradamano sono saliti agli onori delle cronache nazionali, addirittura sono gli eroi dell'estate.
Vendevano limonata per raccogliere due soldini per comprarsi il motorino: denunciati.
Subito offerti dei motorini gratis: i ragazzi hanno per un po' provato a rifiutare, alla fine hanno accettato.
Non è un lieto fine: il loro sogno volevano guadagnarselo, lo avranno senza fatica con un po' di notorietà, come fossero andate ai pacchi.
Le letture si incentrano ovviamente sul signore (signora?) che ha denunciato, divenuto simbolo della nostra leva genitoriale che preferisce i ragazzi sul divano con il cellulare e penalizza di chi si dà da fare.
La conclusione mi pare logica: se i giovani osano essere migliori di noi, poi noi come facciamo a parlare male dei giovani?
Chiosa. Chi è quel signore, quella signora?
Temo siamo noi, purtroppo.
lunedì 10 agosto 2026
Un altro mondo è possibile, ma non è la (sedicente) libertà di Askatasuna
Mi viene in aiuto nell'argomentazione un articolo di Ferrara di qualche giorno fa, che prende le mosse da un'intervista di Zerocalcare a Repubblica. Non ho trovato il testo integrale di questa (mi dispiace), mi devo accontentare dei molti resoconti. Si parla di Genova, 25 anni dopo, riassume Ferrara:
Zerocalcare c’era, e rivendica tutto in un’intervista a Repubblica. Usa un tono nostalgico per il dissenso armato, per la guerriglia dai metodi insurrezionalisti, e censura nel suo campo politico la tendenza al vittimismo, l’idea che si parli delle vittime della repressione poliziesca e non del conflitto organizzato, e di quel tipo di conflitto, della sua radicalità anarchica, che secondo lui supera in forza morale resistente anche le idee e le motivazioni della protesta. La sinistra ha dimenticato, secondo Zerocalcare, che il nucleo forte della protesta di piazza è nella sua espressione violenta, da un quarto di secolo crea un panteon vittimista e lo coltiva, ma non osa richiamare la grandiosità di quei momenti di scontro diretto e soccombe a un’ideologia securitaria della destra che fa di tutto ciò che si muove un reato di devastazione e saccheggio, un comportamento sociale deviante.
Nella narrazione di Zerocalcare si mescola la lettura dell'oggi con il ricordo di un momento di formazione. Quest'ultimo può interessare o meno, il punto stimolante è il ruolo del dissenso, la sua capacità di contribuire a creare un mondo migliore e la forma, anche violenta, che questo può (deve?) assumere.
Gli organizzatori della contromanifestazione del 2001 pensavano che "un altro mondo è possibile". Giovani, movimenti, famiglie volevano gridarlo, provare a farlo stando insieme con gioia, determinazione e utopia, contestando i capi di stato ed il sistema che essi rappresentavano.
Andò molto diversamente, come ricorda Ferrara.
Genova fu teatro di scontri furenti tra manifestanti e polizia, durante i quali un carabiniere di leva di vent’anni sparò dall’abitacolo di una camionetta per difendersi da un’aggressione violenta e uccise colpendolo alla testa un giovane di vent’anni che brandiva un estintore contro di lui.La protesta era contro una riunione di otto capi di stato e di governo, il G8. La piattaforma era la rivendicazione di un altro mondo possibile contro gli sviluppi economici, sociali e politici della globalizzazione, eguaglianza e pauperismo contro mercati liberi, tecnologie e autorità degli stati. Tutti persero la testa. La piazza, che era composita e divisa tra sognatori e casseurs, fu violentissima, devastazione e saccheggio, molotov e sassaiole, incendi e attacchi duri alla polizia. La repressione di stato fu inevitabile ma spietata, fuori dai canoni di uno stato di diritto, con arresti indiscriminati, pestaggi e torture alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Fu una guerra urbana, un episodio infelice e tragico, una degenerazione incontrollata di dissenso e repressione, e su quella guerra si stese l’ala della leggenda, del mito, della mostrificazione del nemico.
Intanto l’altro mondo possibile lo hanno creato i ricercatori dei vaccini, i socialdemocratici delle terze vie alla guida dei governi, i populisti e i tecnocrati miliardari che hanno avvolto il pianeta nella rete di possibilità di comunicazione e di nuova intelligence dei dati che fa il bene e il male, come sempre frammisti, dal rincoglionimento cognitivo di una generazione quasi perduta al dispiegamento di possibilità di difesa e contrattacco di un eroico paese europeo aggredito dall’autocrazia russa. Il mondo reale non è una palla di fumo ideologico, non è il teatro dei sogni, il dissenso è il sale delle democrazie in lotta di civiltà contro gli incubi fondamentalisti e imperiali che insidiano il primato declinante dell’occidente, ma è il dissenso a mani nude delle Politkovskaia e dei Navalny, è l’antagonismo elettorale democratico di un Mamdani o di altri che si battono contro ogni forma di populismo e di demagogia, è la fatica di ogni giorno per uscire dalla tenaglia fra violenza sociale e repressione di stato.
Un cazzo di manifesto del riformismo.
Credo e spero che un ventenne non possa condividerlo, che sia veramente convinto di cambiare lui il mondo con una rivoluzione, da preparare in manifestazioni cortei e magari qualche scazzottata, ma io boomer ritrovo in queste parole il cuore dell'intelligenza che ci ha dato il mondo, imperfetto e migliorabile, in cui Zerocalcare può liberamente sparare a zero sul governo, e se vuole candidarsi a guidarlo, e cambiare idea quante volte vuole senza che lo passi a trovare l'FSB, e senza che sua sorella, se ne ha una, debba portare il fottuto velo.
I ragazzi di Genova non si sono persi di vista. Sono stati poi NO TAV, NO TAP, poi PRO PAL, e Askatasuna vuol dire libertà.
Anche qui sarebbe necessario conoscere, distinguere, considerare che l'operato di qualcuno orienta il giudizio su tutti gli altri, che spesso la pensano e operano diversamente.
Però la mia impressione, sintetizzata nel modo più banale, è che una bella causa si trova sempre, l'importante è fare un bello scontro con la polizia. Che sembra non aspettare altro, come il governo che ha già nel cassetto il prossimo decreto sicurezza.
Tralascio i violenti veri, quelle per cui menare le mani è lo scopo di tutto. Sono probabilmente minoranza, ma riescono sempre a rendersi protagonisti, e chi si lascia coinvolgere, anche strumentalizzare, ne è oggettivamente complice e vittima al tempo stesso. Penso agli altri, a quelli che veramente sperano di cambiare il mondo, mi chiedo se non comprendono che la protesta che conduce solo ad uno scontro, che non produce se non reazioni liberticide, soddisfa forse la loro voglia di partecipare, la vanità di essere gli unici puri: ma se non cambia le cose, non serve a un cazzo.
Tutto poi si può dire, ma una cosa non la digerisco.
Che uno si scelga un nome che è un concetto importante, a suo modo sacro, e poi pretenda di esserne l'incarnazione.
In basco askatasuna vuol dire libertà, pare.
Ma che la libertà, non la possibilità di fare quel cazzo che ci fare ma lo stato che rende la vita degna di essere vissuta, l'ideale politico per cui hanno lottato e sono morti i migliori uomini che siano esistiti, possa essere rappresentata da quei signori, da quei ragazzi, incontra un mio gigantesco NO.
Cantate le vostre canzoni, fate lo vostre battaglie, se potete state lontani da quelli che alla prima occasione vi useranno e rovineranno il vostro impegno fracassando il cranio di un questurino: ma non chiamatele con il nome di quello per cui sono morti gli americani e i neozelandesi sbarcati ad Anzio, per cui sono stati assassinati Carlo Rosselli, Giacomo Matteotti, Alexsej Navalny e infiniti altri, per cui è vissuto Sacharov, per cui sono stati imprigionati Mandela e Aung San Suu Kyi, per cui quel ragazzo cinese ha cercato, con la borsa in mano, di fermare i carroarmati. Per il quale soffrono e muoiono, da 50 anni, i vostri coetanei di Teheran, per i quali non si è mai vista una sfilata dei NO PASDARAN.
sabato 1 agosto 2026
Difendere la pace e la democrazia con Europa e stato di diritto
Me ne dà l'ultima occasione il discorso del Ventaglio, nel quale il presidente della Repubblica ricorda alcune lezioni fondamentali: non si legifera con le emozioni, non si gioca con chi minaccia lo stato, non si governa da europeisti a metà.















