sabato 9 maggio 2026

Ringraziare, non dimenticare, avere un groppo in gola

Sono tecnicamente uno scampato alla furia del terremoto. Domrivo in culla nella casa dei miei nonni, a Gemona. Mia madre racconta che riuscì ad arrivare alla culla la piano di sopra, non a riportarmi di sotto, i 59 secondi li trascorse nel pianerottolo della casa che poi risultò semidistrutta. Non ho ricordi, ovviamente, di quanto accadde mentre avevo solo 18 mesi. Ricordo invece negli anni successivi la vita nelle krivaje, le messe nella baracca, i cantieri ovunque e la malta, talmente invitante che ero tentato di mangiarla. Il nonno intendo alla ricostruzione con un paio di muratori telefonava trafelato alla ditta Forgiarini ordinando un sacco di cemento alla volta, meglio essere prudenti. Ricordo nel 1986 la visita del Presidente Cossiga: veniva a constatare che la ricostruzione era completata, dopo 10 anni.


  

Il terremoto del 76. Un anno fa dissi ad una collega di fuori: vedrai nel 2026, anniversario dei cinquanta anni , che celebrazioni in grande stile.

Un sisma di mezzo secolo fa è un fatto storico, al più produttivo come ogni altro di conseguenze, di cui due generazioni portano la responsabilità ben più di quell'evento genetico. E, fuori dal Friuli, di quel che accadde nel 1976 non vi sarebbe comprensibilmente memoria, se non ci tenessimo noi così tanto.

Non è facile trasmettere l’importanza che il terremoto riveste quale fattore identitario di una comunità, di un popolo. Ogni 6 maggio, e quest’anno di più per la rotondità della ricorrenza, si ravviva un crogiolo di emozioni in cui il ricordo delle persone scomparse in quella che fu una tragedia di dimensioni immani si incontra con la gratitudine per la eccezionale solidarietà ricevuta, e poi con l’orgoglio di aver reagito con le nostre prerogative, compostezza determinazione e spirito di sacrificio, portando alfine a termine una ricostruzione che è stata materiale e morale, financo trasformata in occasione di sviluppo.

Per molti, come quelli della mia età, per fatto anagrafico, non si tratta di un ricordo, ma della scoperta di quello che siamo, o almeno di quello che vorremmo pensare di essere, per tutti è un'emozione che ogni volta è impossibile trattenere. 

In passato mi è capitato di chiedermi se nella narrazione incentrata sul “modello Friuli” non vi fosse eccesso autocelebrativo, contrastante la modestia e l’understatement che ci contraddistinguono, e anche ci piacciono.  Che la risposta debba essere negativa ho cominciato a pensarlo quando ascoltai una frase buttata li da Bordin durante una rassegna stampa; se Massimo diceva, di fatto riproducendo la famosa ellittica frase di Zamberletti, che oltre al modello c'erano i friulani, forse del vero c'era.

Nei giorni scorsi, durante le celebrazioni che l'Amministrazione ha organizzato senza risparmio, questo è stato ribadito dalle più alte cariche dello Stato intervenute a Gemona con significativi discorsi, rendendo il merito che a questo punto ci prendiamo. 

Dobbiamo ringraziare la Presidente Meloni, per le sue frasi molto belle. Non ha dimenticato di citare le importanti scelte operate dalla stato, la nomina di Zamberletti e la nascita della Protezione civile, la ricostruzione fedele, l'autonomia ed il ruolo dei sindaci. Eravamo pronti a fare dibessoi, ma abbiamo avuto grande aiuto (da tutta Italia dice la Presidente, da tutto il mondo aggiungo io). Lo abbiamo evocato e meritato con l'impegno e la serietà, costruendo un esempio che è importante ricordare e porre a base della quotidiana attività. Il pudore mi trattiene dal ricordare quanto la Presidente ha detto quale giudizio complessivo sulla ricostruzione. 

Dobbiamo ringraziare il Presidente Mattarella, che ha ripetuto al consiglio regionale straordinario, dall'altissimo scranno che occupa, queste parole: "A quella stagione, a quegli anni, a quel contesto di desolazione e di preoccupazione, le dirigenze dell’epoca, le popolazioni – come è stato già sottolineato da chi è intervenuto: dal Presidente del Consiglio, dal Presidente della Regione, dal Sindaco, dal Presidente del Consiglio regionale – hanno opposto determinazione e grande energia, quella di una volontà di vita che ricomincia, attingendo al seme della cultura e del carattere della gente friulana.  Viene da pensare che il concetto di resilienza trovi qui, in questa terra, la sua radice.

Friuli, Italia: Il nostro Paese conserva formidabili risorse morali di umanità e senso di unità, che sa esprimere nei momenti più difficili, prezioso patrimonio sociale e civile.

Dopo aver ricordato, oltre a Zamberletti, Comelli e Biasutti, Mattarella ha ricordato che " il futuro dipende da noi, che l’esito della storia non è mai scontato ma è affidato alla responsabilità e alle scelte di persone e comunità. Un insegnamento qui manifestato, in Friuli, che vale sempre.  Anche oggi, di fronte alle guerre, agli squilibri crescenti nel mondo, alle volontà di sopraffazione."

L'impegno a mantenere i nostri valori, a operare senza dare per scontati diritti e le istituzioni, pur migliorabili, grazie ai quali viviamo in pace e relativa prosperità, ricorre sempre nei discorsi del Presidente: Nell’ottantesimo anniversario del voto che volle la Repubblica e diede origine alla sua Costituzione, oggi qui a Gemona, nella solenne cornice del Consiglio regionale, insieme agli amministratori locali, insieme ai rappresentanti delle istituzioni, del volontariato, in una terra e di fronte a un popolo capace di affrontare le avversità, di rialzarsi, ribadiamo - in un momento di memoria e di impegno - il Patto di non lasciarci fuorviare nel cammino di progresso, nell’affermazione dei valori di solidarietà e di coesione, che qui sono stati, in maniera esemplare, vissuti e realizzati.

Il modello Friuli dunque.  E' che siamo talmente abituati (indotti?) a vedere ovunque inconcludenza burocratica, malaffare, disonestà, che ci troviamo spiazzati quando le cose sono semplicemente andate come dovevano andare. Parlo non dei friulani, ma dello Stato, che da subito fu presente, investì ingenti risorse, fece le scelte giuste in campo organizzativo, confidò nella maniera appropriata nell’autonomia e nella responsabilità delle comunità colpite, che risposero al tanto ricevuto facendo la propria onesta parte, sapendo essere comunità, declinando il principio di sussidiarietà in concreto, prima ancora che venisse concettualizzato.

Deve questo essere un modello, e non la normalità? Vorrei (voglio) non crederlo.

Quanto alla parte che vi abbiamo avuto noi (i miei nonni, i miei genitori), che siano gli altri ad indicarla. Noi continueremo a ringraziare e non dimenticare, mentre ascoltiamo le vecchie storie, i vecchi racconti, i vecchi slogan, ogni volta con quel groppo alla gola.



domenica 3 maggio 2026

Riccardino

Caro Riccardino, mi ero preparato giusto due parole, nel caso fossero necessarie.

Volevo anche cantare "Father and son", per dirti che la maggiore età non è solo una festa, arriva il momento della responsabilità e delle scelte; si apre quella dinamica in cui i vecchi danno consigli che traggono inevitabilmente dalla loro esperienza, i giovani non li ascoltano, perchè credono di essere diversi, ed hanno ragione a crederlo, perchè lo sono, ogni persona è unica. Il Magna non è venuto ed il duetto che avevo immaginato è saltato, e poi non c'era Francesco.

Alla fine è saltato anche il discorso, tra il timore di esagerare e la volontà di non prendermi un palcoscenico che non era il mio.

Auguri Riccardino.

Intorno al tuo diminutivo si sprecano i commenti, in realtà esso non allude nè alla statura nè all'età: è intriso della gratitudine che proviamo perchè con la tua presenza hai reso migliori tutti i nostri giorni, in questi 18 anni.

Una volta una maestra ad un colloquio disse a tua madre: "Riccardo è il vero bambino: sereno, capace di sorprendersi, arrabbiarsi, gioire, senza troppe fisime e complicazioni". E tu sei così, buono, gentile  elemento di equilibrio tra tutti, capace di sopportare le angherie di Francesco, di dire una buona parola ai nonni, di adattarti agli umori dei genitori, vigile a come si veste Margherita alle feste. A me, mi accompagni allo stadio, in trasferta, mi porti anche in montagna, rendendomi felice.

E' una fortuna tua e delle persone che ti stanno e ti staranno accanto questa attenzione agli altri: hai preso il cuore buono del nonno, solo declinandolo in salsa settentrionale. 

E nonostante questo, quando c'è bisogno, Riccardo non resta un'acqua cheta, è capace di mettere in campo personalità e impegno, e tutto il resto che serve.

Insomma, Riccardo, te lo devo dire: sei il figlio che tutti vorrebbero.

E allora sono fortunato, perchè c'è Margherita, la figlia che tutti vorrebbero, e Ciccio, il nostro Ciccio, il figlio maggiore che tutti vorrebbero.

Caro Riccardino, cari ragazzi, grazie per quello che siete. Saremo sempre dalla vostra parte.

lunedì 27 aprile 2026

Anello del Monte Lovinzola

I due indiziati si danno malati, qualche dubbio se andare lo stesso mi viene: penso al rimpianto che avrei, e parto.

Alle 8.10 sono alla partenza a Sella Chianzutan, meta sinora sempre trascurata, giusto all'apertura del bar perfettamente ristrutturato.

Mi incammino di buona lena, seguirò il percorso della guida e non quello più battuto, sulla "via del marmo".

L'ascesa abbastanza rapida nel bosco mi conduce al bivio, invece che la diretta alla cava di marmo prendo la via per Casera Val, immersa nella neve scesa in settimana. Incontro un escursionista che scende, ha trovato troppa neve e rientra. Penso seriamente ad abbandonare il programma ripiegando sulla pista che conduce alla cima, ma alla fine decido di proseguire, pur con l'occhio al vicinissimo Verzegnis che sarebbe mio in meno di mezzora.




Ho puntato tutto sull'essere sul versante sud, e mi va bene: la forcella Cormolina divide il lato nord completamente innevato da quello su cui riesco ad incamminarmi, sulla cresta che superate 4 cime mi condurrà alla meta. 

Da subito il panorama si apre imponente sulle vallate giù, mentre in saliscendi riesco a restare sull'esile traccia, in alcuni casi dovendo anche arrampicarmi, sia pure in tutta sicurezza. 

C'è anche la fatica, ma il premio è grande quando arrivo in cima, a quota 1860. Una sola parola, meravigliosa, descrive la vista dalla cima, che spazia su 4 vallate. Si vede a sinistra Ampezzo, con Enemonzo, Raveo e Villa, da cui parte la val Degano visibile fino a Ovaro, e sullo sfondo il grande massiccio. In mezzo, Tolmezzo e la valle del But fino a Imponzo, l'Amariana che sembra una piramide, e poi Amaro e le Giulie sullo sfondo.

Che gioia, e che soddisfazione esserci arrivato. 

Giusto sotto la cima c'è la cava di marmo, incredibile pensare ad una produzione quassù!

Tocca andare, la vita è anche dover lasciare le cose belle, io resterei qui. Le sorprese non sono finite, alla base della cava scopro i binari che traportavano i giganteschi blocchi di marmo alla base della teleferica. Superata una galleria, ecco la teleferica! Due grandi tabelloni ne ricordano la storia.

Causa convocazione a Udine a metà pomeriggio, devo rinunciare a completare il giro che prevede la risalita a Colle dei larici, dirimpetto alla cava, ed un lungo anello per rientrare alla partenza. Accorcio con la via diretta, con il dispiacere attenuato dalla certezza che ritornerò, magari in buona compagnia.

Il bar ora è stracolmo di motociclisti accorsi a godersi sole e birre, per me la solita coca fresca prelude ad un rientro.

Giornata magnifica, con la vera bellezza a riempire gli occhi e il cuore anche dove non te la aspetteresti. 









domenica 19 aprile 2026

Malga Priu

Si ritorna in sentiero, propendiamo per una soluzione facile, un anello per malghe nel bosco nel vallone di Ugovizza. Dobbiamo fare presto, nel pomeriggio è prevista pioggia

Prima della partenza sosta d'obbligo nel solito bar-negozio sulla statale.

Impossibile questa volta perdersi, la via è costantemente segnalata e si svolge nella bellissima foresta, per poi sbucare su un'assolata radura ai piedi del monte Zabet.

Alla malga Mezesnig facciamo sosta per il panino, decidendo di abbreviare il percorso direttamente verso malga Priu. Arrivandoci dall'alto inizialmente la scambiamo per il bungalow, davvero singolare, che è stato costruito poco a nord dell'edificio principale.

Dev'essere davvero singolare dormirci, immersi nella pace e nella vera bellezza, penso prima di prendere la discesa.






lunedì 13 aprile 2026

L'antidoto. Libertà, ambiente, tecnologia. Manifesto ottimista contro la dittatura del catastrofismo

di Claudio Cerasa

La nostra vanità è sempre piacevolmente vellicata quando ritroviamo qualcuno dei nostri pensieri della domenica in opere di scrittori, giornalisti, commentatori.

In questo (che non è un libro, ripete vezzosamente) Cerasa sviluppa, porta a sistema e ne fa ragione a suo modo rivoluzionaria un paio di ideuzze che ho spesso sostenuto, nelle rare conversazioni extracalcistiche.

Almeno in tema di sicurezza, e poi in genere sulle prospettive di un giovane d'oggi, mi sono spesso trovato a proporre il punto di vista opposto a quello dominante, che tutto sia una rovina, addirittura invocando in certi casi la forza dei dati, della realtà. 

Dopo il pistolotto iniziale, in cui dà conto del suo intento, da copione controcorrente, di offrire una narrazione opposta alla corrente, fondandola sull'osservazione di dati e statistiche, da contrapporre a quella dominante per la quale ci stiamo avviando verso una multiforme catastrofe, Cerasa declina il suo ottimismo illuminista (illuminismo ottimista) in diversi campi, facendo ampio ricorso a citazione di quei dati e di quelle statistiche, oltre che di autori da cui ha tratto ispirazione.

Un primo versante indaga ("Visto, si infanghi. Contro il circo mediatico del rancore") sulle responsabilità della stampa nel proporre la narrazione catastrofista, descrivendo i meccanismi in base ai quali vendono di più le geremiadi e le profezie di sventure che le buone notizie, e facendo appello alla responsabilità dei giornalisti di offrire, con una più corretta descrizione della realtà, un migliore servizio ai loro lettori, ma anche alla loro professionalità.

Nel secondo capitolo viene ripreso un tema che sta riprendendo voga, la proclamazione dell'orgoglio occidentale, e la descrizione dei molti motivi per cui, non nascondendo errori e colpe del passato, il way of life, e soprattutto il complesso di valori e istituzioni rende quella che per alcuni è la morente civiltà occidentale il migliore dei posti in cui vorremmo (e tutti gli altri vorrebbero) vivere.

"Smascherare l'agenda della fuffa" è un catalogo di dati, mo' me li segno, in base ai quali l'Italia reale è un paese molto migliore di quella percepita. In cui aumenta la speranza di vita, calano i crimini, aumenta il lavoro, migliora la condizione femminile. Addirittura cala l'evasione fiscale... 

E che dire della globalizzazione. Has it gone too far? Forse si, e, Cerasa lo ammette, difenderla è impopolare. Ma osservare la ricchezza che ha prodotto in molti paesi, e di più il fatto che è una condizione che rende la guerra meno appetibile, è diventato naturale quando il populismo diventato trumpismo si è incaricato, mostrando come le politiche protezionistiche e sovranistiche mettono in luce, con i loro disastri, i vantaggi che i mercati aperti recano al benessere delle nazioni e alla libertà loro e degli individui... La globalizzazione, Cerasa cita Calamandrei, è come l'aria, ci si accorge di quanto è importante solo quando viene a mancare.

Un'interessante digressione viene condotta sul tema dei mutamenti climatici, dove Cerasa propone una importante alternativa tra il negazionismo ed il catastrofismo. Evidenziando la possibilità di una terza via in cui è soprattutto la capacità di trovare soluzioni tecnologiche che attenuino o evitino i rischi che non vengono negati, mostra quello che è poi il leit-motiv del libro, ovvero una prospettiva che in termini politici definiremmo riformista, capace di (provare a) cambiare le cose invece di rinunciarvi in nome dello sfascio inevitabile.

Il capitolo sull'Europa si fonda sulla capacità di reazione dimostrata, sull'orlo della rovina, nei confronti dei due traumi rappresentati dal Covid e dalla guerra di Putin. Pare impossibile (ma bisognerebbe rileggere le parole di Mattarella a Marsiglia, n.d.b.), ma "si scrive Europa, si legge ottimismo".

Il capitolo sulla giustizia: "il più grande generatore di sfiducia verso il futuro: la gogna", è stato scritto prima del referendum, e con il senno del poi dimostra che il cammino dell'ottimista non è privo di inciampi.

Cerasa affronta quindi un altro tema che mi è caro, quello della demografia, e anche qui trovo riproposto un mio vecchio refrain, per il quale non sono certo economiche le ragioni per cui non si fanno figli. Cosa serve per combatterle: "In tre parole: fiducia nel futuro. In due parole: meno catastrofismo. In una parola: ottimismo".

L'ultimo capitolo è particolare. Cerasa è direttore di un giornale che ha sperimentato un'edizione interamente redatta dall'intelligenza artificiale, di cui parla con dovizia e naturale orgoglio. Ovvio immaginare, ma lo avremmo fatto comunque arrivati a questo punto del libro, che consideri l'AI una opportunità da cogliere e da governare, per non trattarla "come i tassisti hanno fatto con Uber, e l'unico modo per non esserene schiacciati è provare a governarla, senza celebrarla troppo, senza demonizzarla a priori". Offre un elenco di tre aree in cui l'uomo resta necessario (meno male!): fiducia (nuovi ruoli di governance della AI), integrazione (professionisti della AI, "idraulici" del sistema) e gusto.

Il pessimismo, conclude Cerasa, non è un destino, ma una scelta.

La sua prospettiva non sarà inattaccabile, ma è di certo interessante, e soprattutto conveniente: a essere ottimisti, possiamo solo guadagnarci. 


 

La spartizione

 di Piero Chiara.


Ho scoperto questo gustoso romanzo grazie alla trasposizione cinematografica trovata, del tutto casualmente su Raiplay, con Tognazzi nei panni del collega (vecchio stampo, eh... "venga a prendere un caffè da noi") Emerenziano Paronzini, in servizio all'Ufficio Bollo e Demanio di Luino.

Trama bene congegnata, intorno all'ingresso di Paronzini in una casa di tre sorelle che finiscono per spartirsene i favori, consumandone le forze fino all'estremo.

domenica 5 aprile 2026

Casera Ungarina e Malga Confin nella Val Venzonassa

Pochi giorni fa, alla presentazione di un corso al CAI, un ciarliero istruttore ad un certo punto ha proposto la necessità che, quando scendiamo dalla montagna, portiamo quaggiù un po' di quello che si prova lassopra.

Armonia, pace, educazione, amicizia si respirano a pieni polmoni come l'aria pura, sui sentieri e le mulattiere che portano in alto.

E lo stupore di riconoscere, a 40 chilometri da Udine, in val Venzonassa, la vera bellezza, nascosta solo a chi non la vuole cercare.

Parto di buon mattino, sarò in solitaria e fino all'ultimo sono stato in dubbio, e riesco con qualche incertezza a trovare il punto di avvio dell'anello suggerito dalla guida, sulla rotabile che costeggia la Venzonassa e parte dal piccolo borgo subito a nord delle mura di Venzone. Sono le 8.30, l'altitudine è circa 480.

Superata una galleria mi incammino di buona lena, giungendo dopo circa un'ora al Borgo Prabunello, agglomerato di poche costruzioni ben conservate. Nel mentre le osservo, uno degli occupanti mi invita ad entrare nel suo stavolo. Loris dà prova dell'ospitalità montanara: provo inutilmente a contrarla chiedendo un caffè, ma mi rassegnerò a berne tracce in un mare di grappa al sedano selvatico. 

Riparto dopo mezzora continuando sulla rotabile, che sembra fatta apposta per gli appassionati di mountain bike (ed infatti ne incontrerò), e procedendo senza soste lungo i tornanti mi perdo la scorciatoia (meglio così, il sentiero era certamente innevato), e completo l'ascesa alla Malga Confin, a metri 1330. 

I locali appaiono magnificamente conservati, dev'essere uno spettacolo passare una notte quassù. Il panorama spazia dalle montagne che, a sud, mostrano il versante innevato, alla vallata rigata dalla strada che ho percorso. Sullo sfondo si intravede il letto del Tagliamento. I prati circostanti meno esposti al sole conservano ancora un incerto manto nevoso, negli altri sono fioriti dei magnifici crocus bianchi. Tutto è pace e bellezza. Sono le 11.30 ed è presto per mangiare, tra l'altro Loris mi ha proposto del formaggio della malga quale pretesto per accompagnarlo con un bicchiere di bianco.

Mi incammino quindi pensoso verso la Malga Ungarina, che dista una mezzora scarsa. Da qui si propone una diversa vista, con Venzone ed il letto del fiume protagonisti del fondovalle. E' tempo di preparare e consumare il doppio panino allo speck, nel mentre mi interrogo sul punto di partenza del sentiero. 

E' qualche metro sotto la malga, e conduce in orizzontale per un lungo tratto che costeggia il vallone del Rio Grande, il cui letto innevato attraverso dopo un'inaspettata risalita. Da qui è un dolce discendere, in un lungo sentiero nel bosco, fino al bivio che conduce alla chiesa di S. Antonio. Davanti alla chiesa una panca mi invita alla sosta e mi concedo un sonnellino baciato dal sole primaverile, che scalda il corpo e l'anima.

Nel breve tratto che segue ci sono ancora 300 metri di discesa, infatti trovo un sentiero discretamente ripido, cui applico la mia consueta lentezza nelle fasi discendenti, per arrivare alla macchina alle 16.30.










venerdì 27 marzo 2026

L'ufficio delle cose perdute. O forse no

Si potrebbe parlare di una storia di tanti anni fa
e di un'onda che torna sempre di gennaio
e parlare di chi davanti a un muro enorme come un no
vuole vivere ancora un po' nelle parole

Gino Paoli non è più tra noi, ma ci restano i testi delle sue canzoni, e quindi la possibilità di rinnovare l'emozione del loro ascolto, di più la capacità che ci hanno donato di comprendere i nostri sentimenti, i nostri sogni, le nostre esperienze: la nostra vita.

Tutto il senso in poche parole 
Che cosa c'è?
C'è che mi sono innamorato di te
C'è che ora non mi importa niente
Di tutta l'altra gente
Di tutta quella gente che non sei tu

Gino era un vero artista, dell'artista oltre al talento aveva la giusta pretesa di una piena libertà espressiva, al punto da dedicare una canzone all'orgasmo.
Quando sei qui con me
Questa stanza non ha più pareti
Ma alberi, alberi infiniti
Quando sei qui vicino a me
Questo soffitto viola, no, non esiste più
Io vedo il cielo sopra noi
Che restiamo qui
Abbandonati come se non ci fosse più
Niente, più niente al mondo

E' famoso per la gatta. Ma non dimentico il gatto che voleva essere, animale senza padrone e libero di scorazzare, e anche di dire tutti i no che voleva. 
Io sono solo un matto
Ed un matto non capisce
I comandi che han bisogno
Di brillanti spiegazioni
Se comandi di sparare
Sono matto da legare
E mi lego ad altra gente
Che non sa le tue ragioni
Gente anche un po' vigliacca
Gente che non ha coraggio
Il coraggio di ammazzare
Chi non sa perché lo ammazzi
Dicevi no alla guerra, Gino, ed era la prima guerra del Golfo. Ora siamo alla terza, ed il problema non è più quello del temerario che ammucchia giustificazioni per un intervento, ora chi attacca e ammazza chi non sa perchè lo ammazzi lo fa semplicemente in nome della propria forza.

La vita è un ciclo, da ragazzi vogliamo cambiare il mondo, poi diventiamo liberali, poi democristiani. Però...
Son rimasto io da solo al bar
Gli altri sono tutti quanti a casa
E quest'oggi, verso le tre
Son venuti quattro ragazzini
Son seduti lì vicino a me
Con davanti due coche e due caffè
Li sentivo chiacchierare
Han deciso di cambiare
Tutto questo mondo che non va

Per un sogno che muore, è la vita, nasce un nuovo sognatore. 
A noi resta la bellezza, che possiamo contemplare ed avere nelle piccole cose
Il tempo è dei giorni che passano pigri
E lasciano in bocca il gusto del sale
Ti butti nell'acqua e mi lasci a guardarti
E rimango da solo nella sabbia e nel sole

Siamo quello che siamo. Siamo quello che siamo stati e non siamo più. Rivorremmo la nostra giovinezza e le speranze in più. Ma a quale prezzo?
Ma dentro quel momento
Non c'è nel mio giardino
L'albero che ho piantato
Otto anni fa, per sempre
Ma nell'ufficio delle
Cose perdute devo
In cambio dei vent'anni
Ridare tutto quello che ho
Che si fa? Sai che c'è? Ci va bene quello che siamo
E ritorno piano a casa
Con le rughe ed i pensieri
Lascio lì i miei vent'anni
I capelli e i sogni in più
Mi va bene rimanere
Con quello che ho

E poi, il vero senso:
Torno a casa, apro la porta
E ci sei tu
E ci sei tu
E ci sei tu

Si è vero, le nostre emozioni sono quelle di molti 
Ogni parola che ci diciamo
È stata detta mille volte
Ogni attimo che noi viviamo
È stato vissuto mille volte
Ma ciascuno di noi è unico
Sassi che il mare ha consumato
Sono le mie parole d'amore per te

Ce lo dice, Gino, cos'è quella forza immensa e grande per la quale viviamo
Averti addosso
Sì, come una camicia, come un cappotto
Come una tasca piena, come un bottone
Come una foglia morta, come un rimpianto
Averti addosso
Come le mie mani, come un colore
Come la mia voce, la mia stanchezza
Come una gioia nuova, come un regalo
Averti addosso
Come la mia estate di S. Martino
Come una ruga nuova, come un sorriso
Come un indizio falso, come una colpa
Averti addosso
Come un giorno di sole a metà di maggio
Che scalda la tua pelle e ti scioglie il cuore
E che ti dà la forza di ricominciare
Averti addosso
Averti insieme
Restare insieme, volerti bene

L'amore. Sempre l'amore. Ma c'è un altro senso, c'è un'altra storia?
Fai finta di non lasciarmi mai, anche se
Dovrà finire prima o poi
Questa lunga storia d'amore
Ora è già tardi, ma è presto se tu te ne vai

Gino Paoli non è più tra noi. Ci ha lasciato molto più di testi veri e sinceri, ci ha lasciato la capacità di farcela, a vivere domani:
Ti lascio una canzone da indossare sopra il cuore
Ti lascio una canzone da sognare quando hai sonno
Ti lascio una canzone per farti compagnia
Ti lascio una canzone da cantare
Una canzone che tu potrai cantare a chi
A chi tu amerai dopo di me
A chi non amerai senza di me

mercoledì 18 marzo 2026

L'ora Zero

 Niente paillettes, Renato ha offerto uno spettacolo altamente concettuale, l'ascolto di una prestazione canora di primordine richiedeva (avrebbe richiesto) di essere accompagnato da riflessione sui temi proposti.



Ha eseguito i brani del nuovo disco, lasciando raccolto spazio a dei medley con i più grandi successi ormai quarantennali.

Il sentimento suggerisce a Renato che siamo all'orazero, che i migliori anni della nostra vita non siano nel passato non lo crede nessuno dei presenti.

Alternando lunghe fasi di parlato alle canzoni, ha proposto un repertorio molto simile nella sonorità e nei contenuti a quello classico, muovendo dai temi a lui cari dell'amore come forza che muove il mondo, della sim-patia tra le persone, della necessità di prendersi cura l'uno dell'altro, cui ha aggiunto attenzione alla questione femminile ed una significativa traccia sui bambini.

Qualcuno potrebbe tacciare la prova di ripetitività, a mio avviso è stato uno spettacolo di alto livello, per quanto la novità dei brani abbia fortemente influenzato il livello di partecipazione del pubblico. 

L'impostazione dello show ha quindi concesso poco agli spettatori (tra cui i sorcini convinti erano peraltro in netta minoranza), a mio avviso nel tentativo di proporre qualcosa di diverso.

Penso che Renato sia una persona, un artista con una sensibilità di livello superiore, che non desidera tenere per sè solo ma cerca di condividere con il suo pubblico, toccando anche una sfera che trascende la quotidianità.

Difficile ma ne valeva la pena.

lunedì 16 marzo 2026

La guerra di Corea

di Steven Hugh Lee


Breve libretto utile per nozioni elementari su un argomento che, per quanto mi riguarda, è tra i meno conosciuti della storia contemporanea.

L'opera è essenziale, ed organizzata in alcuni capitoli che trattano in primis la questione storiografica (fu guerra civile locale o guerra mondiale?), dopo, partitamente, i prodromi fino al 1950, la guerra vera e propria, la condizione delle popolazione civile e dei militari, il biennio delle trattative, ed infine i riflessi del conflitto sulla guerra fredda e sui paesi che a vario titolo intervennero.

Nel citare i leader le cui decisioni furono determinanti nel conflitto, l'autore non manca di evidenziarne la distanza dalla popolazione che dovette subirne le conseguenze, invero tremende, ma nondimeno tali da lasciare alcuni di loro indifferenti.