di Claudio Cerasa
In questo (che non è un libro, ripete vezzosamente) Cerasa sviluppa, porta a sistema e ne fa ragione a suo modo rivoluzionaria di un paio di ideuzze che ho spesso sostenuto, nelle rare conversazioni extracalcistiche.
Almeno in tema di sicurezza, e poi in genere sulle prospettive di un giovane d'oggi, mi sono spesso trovato a proporre il punto di vista opposto a quello dominante, che tutto sia una rovina, addirittura invocando in certi casi la forza dei dati, della realtà.
Dopo il pistolotto iniziale, in cui dà conto del suo intento, da copione controcorrente, di offrire una narrazione opposta alla corrente, fondandola sull'osservazione di dati e statistica, da contrapporre a quella dominante per la quale ci stiamo avviando verso una multiforme catastrofe, Cerasa declina il suo ottimismo illuminista (illuminismo ottimista) in diversi campi, facendo ampio ricorso a citazione di quei dati e di quelle statistiche, oltre che di autori da cui ha tratto ispirazione.
Un primo versante indaga ("Visto, si infanghi. Contro il circo mediatico del rancore") sulle responsabilità della stampa nel proporre la narrazione catastrofista, descrivendo i meccanismi in base ai quali vendono di più le geremiadi e le profezie di sventure che le buone notizie, e facendo appello alla responsabilità dei giornalisti di offrire, con una più corretta descrizione della realtà, un migliore servizio ai loro lettori, ma anche alla loro professionalità.
Nel secondo capitolo viene ripreso un tema che sta prendendo voga, la proclamazione dell'orgoglio occidentale, e la descrizione dei molti motivi per cui, non nascondendo errori e colpe del passato, il way of life, e soprattutto il complesso di valori e istituzioni rende quella che per alcuni è la morente civiltà occidentale il migliore dei posti in cui vorremmo (e tutti gli altri vorrebbero) vivere.
"Smascherare l'agenda della fuffa" è un catalogo di dati, mo' me li segno, in base ai quali l'Italia reale è un paese molto migliore di quella percepita. In cui aumenta la speranza di vita, calano i crimini, aumenta il lavoro, migliora la condizione femminile. Addirittura cala l'evasione fiscale...
E che dire della globalizzazione. Has it gone too far? Forse si, e, Cerasa lo ammette, difenderla è impopolare. Ma osservare la ricchezza che ha prodotto in molti paesi, e di più il fatto che è una condizione che rende la guerra meno appetibile, è diventato naturale quando il populismo diventato trumpismo si è incaricato, mostrando come le politiche protezionistiche e sovranistiche mettono in luce, con i loro disastri, i vantaggi che i mercati aperti recano al benessere delle nazioni e alla libertà loro e degli individui... La globalizzazione, Cerasa cita Calamandrei, è come l'aria, ci si accorge di quanto è importante solo quando viene a mancare.
Un'interessante digressione viene condotta sul tema dei mutamenti climatici, dove Cerasa propone una importante alternativa tra il negazionismo ed il catastrofismo. Evidenziando la possibilità di una terza via in cui è soprattutto la capacità di trovare soluzioni tecnologiche che attenuino o evitino i rischi che non vengono negati, mostra quello che è poi il leit-motiv del libro, ovvero una prospettiva che in termini politici definiremmo riformista, capace di (provare a ) cambiare le cose invece di rinunciarvi in nome dello sfascio inevitabile.
Il capitolo sull'Europa si fonda sulla capacità di reazione dimostrata, sull'orlo della rovina, nei confronti dei due traumi rappresentati dal Covid e dalla guerra di Putin. Pare impossibile (ma bisognerebbe rileggere le parole di Mattarella a Marsiglio, n.d.b.), ma "si scrive Europa, si legge ottimismo".
Il capitolo sulla giustizia: "il più grande generatore di sfiducia verso il futuro: la gogna", è stato scritto prima del referendum, e con il senno del poi dimostra che il cammino dell'ottimista non è privo di inciampi.
Cerasa affronta quindi un altro tema che mi è caro, quello della demografia, e anche qui trovo riproposto un mio vecchio refrain, per il quale non sono certo economiche le ragioni per cui non si fanno figli. Cosa serve per combatterle: "In tre parole: fiducia nel futuro. In due parole: meno catastrofismo. In una parola: ottimismo".
L'ultimo capitolo è particolare. Cerasa è direttore di un giornale che ha sperimentato un'edizione interamente redatta dall'intelligenza artificiale, di cui parla con dovizia e naturale orgoglio. Ovvio immaginare, ma lo avremmo fatto comunque arrivati a questo punto del libro, che consideri l'AI una opportunità da cogliere e da governare, per non trattarla "come i tassisti hanno fatto con Uber, e l'unico modo per non esserene schiacciati è provare a governarla, senza celebrarla troppo, senza demonizzarla a priori". Offre un elenco di tre aree in cui l'uomo resta necessario (meno male!): fiducia (nuovi ruoli di governance della AI), integrazione (professionisti della AI, "idraulici" del sistema) e gusto.
Il pessimismo, conclude Cerasa, non è un destino, ma una scelta.
La sua prospettiva non sarà inattaccabile, ma è di certo interessante, e soprattutto conveniente: a essere ottimisti, possiamo solo guadagnarci.









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