giovedì 21 maggio 2026

L'archetipo italiano della libertà

Ricorrono oggi dieci anni dalla scomparsa di Marco Pannella

Con una formula bella e importante Francesco Merlo ha definito Marco "l’archetipo italiano della libertà, proprio come Garibaldi è l’archetipo dell’uomo d’azione, Berlinguer della moralità, Gramsci del pensiero profondo e Papa Giovanni della bontà". Archetipo della libertà. Bella definizione. E' la trovata dell'articolo nel quale la magnifica prosa di Merlo indulge nel ricordare episodi vecchi ed arcinoti (ma forse solo a me), regalando tuttavia diverse chicche e soprattutto rievocando la profezia che compose con Marco, quand'era prossimo alla fine, che da morto i suoi meriti sarebbero stati riconosciuti da quelli che da vivo lo disprezzavano e, soprattutto, non lo votavano.

L'articolo di Merlo triangola con il ricordo di Mattarella ed i tanti interventi degli amici: la cultura, le istituzioni, la sua gente, tutti uniti a rendere omaggio a Marco, tanti con un leit motiv comune che è: mi ha cambiato la vita.

Il triangolo ha al suo centro la gente comune, i carcerati, gli obbiettori, gli sconfitti, ai diritti dei quali Pannella ha dedicato la sua vita.

Giusto riportare le parole del Presidente della Repubblica: "Pannella ha legato il suo nome a campagne referendarie che hanno rappresentato svolte nella vita sociale, con l’uso dei referendum popolari come leva dell’azione politica. Il tema dei diritti civili, come espansione delle libertà costituzionali, ha costituito il filo che nel tempo ha legato le sue molteplici esperienze e alleanze.

Il leader radicale fu uomo del dialogo, come nel caso delle decisioni che portarono a interventi straordinari della Repubblica per combattere la fame nel mondo, oltre che protagonista in passaggi delicati della vita delle istituzioni.
Europeista tenace e convinto, coerente sostenitore dello Stato di diritto, irriducibile avversario della pena di morte, difensore della dignità dei detenuti, lascia un’eredità che riserva valori anche a chi non ha condiviso tutte le sue battaglie"

Da uomo delle istituzioni, è stato doveroso il ricordo in un convegno in Parlamento, con Rutelli, Letta, Casini, Martelli

I mille aneddoti si alternano nelle interviste, negli interventi alla maratona oratoria con il sincero rimpianto, come quello commosso di Ilaria Cucchi, non certo l'unica a rendere grato omaggio a quello che considerano un maestro , che insegnava non in cattedra ma in strada, tra la gente. Ricorda Ilaria:  di Marco Pannella rimane molto, Marco Pannella è stato un esempio e un po' per tutti noi che ci occupiamo del tema dei diritti ed in particolare delle carceri. Personalmente io non potrò mai dimenticare quando Ilaria Cucchi, pochi giorni dopo la morte di suo fratello incontrò Marco Pannella, ed entrò a far parte del mondo dei radicali. Io credo che Marco Pannella sia stato, resterà per sempre l'esempio di cosa vuol dire fare politica e quella politica vera, quella politica alla quale io mi sono ispirata, che continua ad essere parte della del mio modo parte fondamentale del mio modo di lavorare,  la politica fatta per la gente, in mezzo alla gente... Non dimentichiamo mai tutto ciò che ha fatto per la realtà delle carceri, per i detenuti. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare quanta strada ha fatto sul piano dei diritti, grazie al suo instancabile impegno, ricordiamo tra tutti quanto si è speso per l'aborto, per esempio, per il divorzio e per tutte le battaglie legate ai diritti, e quindi, se è vero che oramai sono 10 anni che non è più tra noi, è altrettanto vero che se si semina qualcosa come ha fatto lui alla fine si rimane sempre senta. ...Ma la targa di Pannella ce lo portiamo tutti dentro io, per prima me la porto dentro si è sentito con me, come faceva notare dalle mie parole emozionate di prima, ed è un'emozione vera pura, perché ribadisco quello il modo di fare politica, Pannella è una targa che ci sarà per sempre e che ciascuno di noi nel suo piccolo si porta dentro e che continua a far crescere. La Cucchi parla di un legame, quello personale che Marco sapeva creare, per innata capacità di empatia e per sincero tratto umanista, con chiunque incontrava, e che riusciva a rendere un tutt'uno con un'iniziativa politica che interessava la persona che aveva di fronte, nella sua vita vera. Anche Folli parla della sua lezione, diventata un metodo che è la vera eredità: "Ravvivare ogni giorno la democrazia con le battaglie civili, il garantismo, la difesa non retorica dello Stato di diritto. Senza fossilizzarsi negli ideologismi che diventano incrostazioni burocratiche, non fare del sistema dei partiti un blocco corporativo. Senza dimenticare che dietro le idee ci sono gli uomini che le rappresentano". 

Nei 10 anni dalla sua scomparsa se ne sono andati tanti altri: Massimo, Spadaccia, Cicciomessere, l'altro giorno Olivier Dupuis, i radicali non ci sono più e non sono nemmeno d'accordo su commemorazioni e sui muri cui appendere una targa. Ha detto Taradash che l'erede non c'è, un po' perchè impossibile, un po' perchè ancora vive: ed è stato bello un mese fa intitolare il convegno organizzato da Rovasio "10 anni di compresenza del nostro agire politico", in cui tra i tanti interventi c'è stato anche quello di un Vittorio Feltri in lacrime.
I giornali non si sono certo sprecati nelle commemorazioni. Al solito si è distinto il Foglio, che domenica ha dedicato la foliazione centrale ad una raccolta di scritti, interviste e discorsi originali del  leader radicale.
La lettura desta al tempo stesso piacere e nostalgia, la scelta operata dal giornale felicemente sintetizza alcuni elementi centrali del pensiero-azione di Marco.

La citatissima prefazione di Underground, oltre motivo per riproporre la famosa parte con le "beatitudini" (che non mi trattengo dal riproporre: Io amo invece gli obiettori, i fuori-legge del matrimonio, i capelloni sottoproletari  anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i nonviolenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste 
disperazione. Amo speranze antiche, come la donna e l’uomo; ideali politici vecchi  quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della  Destra storica. Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di  rafforzamento, anche solo contingente, dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni  sacrificio, morte o assassinio, soprattutto se “rivoluzionario”. Credo alla parola che si  ascolta e che si dice, ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuol essere onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive, 
ai testi più o meno sacri e alle ideologie. Credo sopra ad ogni altra cosa al dialogo, e non solo a quello “spirituale”: alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente d’evasione o individualistici – e tanto più “privati” mi  appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m’ingegno che siano  riconosciuti.) diviene occasione per ricordare quella che fu La ridefinizione di fascismo e antifascismo secondo Pannella. Nel proporre la sua ferma critica (politica, ma anche antropologica) al manicheismo rivoluzionario e alla lotta di classe, Marco attacca: Tu che hai “compreso”, ti sei sentito “compagno” di Notarnicola (e hai fatto bene); che hai vissuto almeno quanto me fra sottoproletari, paria, emarginati, come puoi non comprendere il fascismo di questo antifascismo? Come puoi, ancora, sopportare l’inadeguatezza dell’ingiuria, dell’insulto, del disprezzo, del manicheismo dozzinale, classista, non laico, fariseo, nello scontro di classe che cerchiamo di vivere e di sostenere, nel viver diverso e nuovo che presuppone e che genera? Perché, anche tu, fra fucile, antifascismo e poteri-al popolo-a-pugno-chiuso, continui a vivere di quella vecchia nuova-sinistra che così puntualmente e efficacemente denunci nel libro? E poi... In tutta questa vostra storia antifascista non so dove sia il guasto maggiore: se nel recupero e nella maledizione d’una cultura violenta, antilaica, clericale, classista, terroristica e barbara per cui l’avversario deve essere ucciso o esorcizzato come il demonio, come incarnazione del male; o se nell’indiretto, immenso servizio pratico che rende allo Stato d’oggi e ai suoi padroni, scaricando sui loro sicari e su altre loro vittime la forza libertaria, democratica, alternativa e socialista dell’antifascismo vero. Il fascismo è cosa più grave, seria e importante, con cui non di rado abbiamo un rapporto di intimità

La celebre intervista a Playboy, in un momento in Pannella era il personaggio del momento, contiene oltre a cenni biografici una miniera di spunti interessanti, il principale dei quali è la rivelazione per la quale Il mio manifesto, il manifesto dei radicali, ci viene da un grande poeta, Rimbaud: 'Le raisonnable dérèglement des sens', il ragionevole sregolamento dei sensi. Un politico che cita Rimbaud come canone di ispirazione etica e politica, questo era Pannella.

Il discorso tenuto in Parlamento il giorno della negata autorizzazione a procedere a Craxi, oscurato dalla grandezza del discorso di Bettino, ben evidenzia cosa era quel luogo, cosa la politica, prima che il ciclone di mani pulite li distruggesse, come puntualmente previsto da Pannella, che nondimeno restò coerente con i propri principi e votò per l'autorizzazione. Principi, pensiero, proposta politica coerente, tutto quanto è ormai impossibile trovare assieme oggi . 
 
L'intervento ad un convegno del 2011 fu l'occasione per riproporre la sua analisi sui nefasti effetti dell'obbligatorietà dell'azione penale, del suo essere fatto genetico di amnistia strisciante, clandestina e discrezionale posta nelle mani di ogni PM, chiaramente impossibilitato a gestire un numero  improponibile di processi: Questo è un lascito post-rivoluzionario napoleonico che la monarchia ha subito raccolto, per amministrare la giustizia come una giustizia di Stato, funzionariale, con il giudice,
una parte dei giudici che sono funzionari di Stato, non importa se del Re o della Repubblica. Dopo il fascismo si è stabilito il principio dell’obbligatorietà anche perché continuasse a inverarsi socialmente, sociologicamente, culturalmente questa concezione della giustizia come realtà statuale, statalista, burocratica nel senso migliore della parola; e insieme ad essa il problema di garantire l’indipendenza, problema che si pone con tanta maggiore enfasi soprattutto quando e dove ci sono la realtà di dipendenza oggettiva. Allora si spiega perché poi in Francia si siano un po’ meno preoccupati della indipendenza da garantire, fedeli a quel principio per il quale nemmeno la giustizia deve ritenersi un momento di discendenza divina e sacrale e deve anche essa essere in qualche misura sottoposta al principio democratico e alla concezione dello Stato di diritto, con tutti i guai piccoli o grandi che accadono.

Nell'intervista titolata Sinistra e pacifismo Pannella ha modo di esporre la nota critica al pacifismo in nome della nonviolenza:  “Perché i giovani sappiano, i vecchi ricordino e si cessi di ingannarli: il pacifismo in questo secolo ha prodotto effetti catastrofici, convergenti con quelli del nazismo e del comunismo. Se il comunismo e il nazismo sono messi al bando, il pacifismo merita di accompagnarli....Non violenza e democrazia politica devono vivere quasi come sinonimi. Da un secolo non vi sono guerre tra democrazie, diritto e libertà sono la prima garanzia. E il pacifismo storico, nei fatti, lo ha sempre ignorato”." 

Di estremo interesse e attualità il concetto esposto Al Parlamento europeo nel 2001:  «Voi conoscete l’uomo e la donna arabi e palestinesi solo se incontrano una pallottola israeliana; allora gli date  almeno l’ onore della sepoltura, l’onore del riconoscimento. Dinanzi ai cittadini palestinesi, arabi, del Medio Oriente, che quotidianamente muoiono, assassinati dai loro regimi - sauditi, basisti di destra, di sinistra - dall’alleanza storica, forte degli sceicchi e del potere mediorientale, alleato delle grandi
multinazionali del petrolio e di voi, sinistra più o meno comunista; dinanzi alla realtà curda, che non è solo quella turca, ma anche quella irachena e degli altri; dinanzi alla concreta vita delle donne e degli uomini sauditi, palestinesi, voi ve ne occupate solo se accade che la parte israeliana si scontri, a volte con gravi errori nei loro confronti. Vi accorgete dell’esistenza dell’umanità palestinese solo quando vi serve per denunciare il vostro continuo nemico di oggi, si chiami Stati Uniti d’America, si chiami  Israele... dove sta scritto che l’Unione europea si rende garante degli Stati nazionali, della loro indipendenza e della loro conquista? Non esiste in nessun posto, oggi, scritto nei cuori e nella cultura, il diritto allo Stato nazionale ottocentesco: esiste quello dei diritti civili, politici, umani, nei confronti di qualsiasi autorità statale, centrale o centralizzata, e di questo non avete nessuna nozione!»

Mi piace ricordarlo con le parole che gli dedico, dieci anni fa Ferrara, soprattutto il saluto finale già allora denso della mancanza che da allora abbiamo provato: Teramano, carico di onorificenze sul campo, guru di una setta luccicante di vita, fu il più clericale dei mangiapreti e uno degli uomini più squisiti, dolci, teneri che la vita italiana pubblica e privata ci abbia dato il privilegio di sfiorare con le nostre infinite rozzezze. Ciao un cazzo, caro Pannella, addio piuttosto.

Con un canestro di parole nuove, calpestare nuove aiuole



martedì 12 maggio 2026

La repubblica di Weimar

 di Gunter Mai


Temo di aver sbagliato acquisto.

Questo agile libretto è incentrato sulle dinamiche politiche della Germania tra il primo dopoguerra e la presa del potere da parte dei nazisti, mentre io ero interessato agli aspetti sociali e culturali della Repubblica. 


sabato 9 maggio 2026

Ringraziare, non dimenticare, avere un groppo in gola

Sono tecnicamente uno scampato alla furia del terremoto. Dormivo in culla nella casa dei miei nonni, a Gemona. Mia madre racconta che riuscì ad arrivare alla culla la piano di sopra, non a riportarmi di sotto, i 59 secondi li trascorse nel pianerottolo della casa che poi risultò semidistrutta. Non ho ricordi, ovviamente, di quanto accadde mentre avevo solo 18 mesi. Ricordo invece negli anni successivi la vita nelle krivaje, le messe nella baracca, i cantieri ovunque e la malta, talmente invitante che ero tentato di mangiarla. Il nonno intendo alla ricostruzione con un paio di muratori telefonava trafelato alla ditta Forgiarini ordinando un sacco di cemento alla volta, meglio essere prudenti. Ricordo nel 1986 la visita del Presidente Cossiga: veniva a constatare che la ricostruzione era completata, dopo 10 anni.


  

Il terremoto del 76. Un anno fa dissi ad una collega di fuori: vedrai nel 2026, anniversario dei cinquanta anni , che celebrazioni in grande stile.

Un sisma di mezzo secolo fa è un fatto storico, al più produttivo come ogni altro di conseguenze, di cui due generazioni portano la responsabilità ben più di quell'evento genetico. E, fuori dal Friuli, di quel che accadde nel 1976 non vi sarebbe comprensibilmente memoria, se non ci tenessimo noi così tanto.

Non è facile trasmettere l’importanza che il terremoto riveste quale fattore identitario di una comunità, di un popolo. Ogni 6 maggio, e quest’anno di più per la rotondità della ricorrenza, si ravviva un crogiolo di emozioni in cui il ricordo delle persone scomparse in quella che fu una tragedia di dimensioni immani si incontra con la gratitudine per la eccezionale solidarietà ricevuta, e poi con l’orgoglio di aver reagito con le nostre prerogative, compostezza determinazione e spirito di sacrificio, portando alfine a termine una ricostruzione che è stata materiale e morale, financo trasformata in occasione di sviluppo.

Per molti, come quelli della mia età, per fatto anagrafico, non si tratta di un ricordo, ma della scoperta di quello che siamo, o almeno di quello che vorremmo pensare di essere, per tutti è un'emozione che ogni volta è impossibile trattenere. 

In passato mi è capitato di chiedermi se nella narrazione incentrata sul “modello Friuli” non vi fosse eccesso autocelebrativo, contrastante la modestia e l’understatement che ci contraddistinguono, e anche ci piacciono.  Che la risposta debba essere negativa ho cominciato a pensarlo quando ascoltai una frase buttata li da Bordin durante una rassegna stampa; se Massimo diceva, di fatto riproducendo la famosa ellittica frase di Zamberletti, che oltre al modello c'erano i friulani, forse del vero c'era.

Nei giorni scorsi, durante le celebrazioni che l'Amministrazione ha organizzato senza risparmio, questo è stato ribadito dalle più alte cariche dello Stato intervenute a Gemona con significativi discorsi, rendendo il merito che a questo punto ci prendiamo. 

Dobbiamo ringraziare la Presidente Meloni, per le sue frasi molto belle. Non ha dimenticato di citare le importanti scelte operate dalla stato, la nomina di Zamberletti e la nascita della Protezione civile, la ricostruzione fedele, l'autonomia ed il ruolo dei sindaci. Eravamo pronti a fare dibessoi, ma abbiamo avuto grande aiuto (da tutta Italia dice la Presidente, da tutto il mondo aggiungo io). Lo abbiamo evocato e meritato con l'impegno e la serietà, costruendo un esempio che è importante ricordare e porre a base della quotidiana attività. Il pudore mi trattiene dal ricordare quanto la Presidente ha detto quale giudizio complessivo sulla ricostruzione. 

Dobbiamo ringraziare il Presidente Mattarella, che ha ripetuto al consiglio regionale straordinario, dall'altissimo scranno che occupa, queste parole: "A quella stagione, a quegli anni, a quel contesto di desolazione e di preoccupazione, le dirigenze dell’epoca, le popolazioni – come è stato già sottolineato da chi è intervenuto: dal Presidente del Consiglio, dal Presidente della Regione, dal Sindaco, dal Presidente del Consiglio regionale – hanno opposto determinazione e grande energia, quella di una volontà di vita che ricomincia, attingendo al seme della cultura e del carattere della gente friulana.  Viene da pensare che il concetto di resilienza trovi qui, in questa terra, la sua radice.

Friuli, Italia: Il nostro Paese conserva formidabili risorse morali di umanità e senso di unità, che sa esprimere nei momenti più difficili, prezioso patrimonio sociale e civile.

Dopo aver ricordato, oltre a Zamberletti, Comelli e Biasutti, Mattarella ha ricordato che " il futuro dipende da noi, che l’esito della storia non è mai scontato ma è affidato alla responsabilità e alle scelte di persone e comunità. Un insegnamento qui manifestato, in Friuli, che vale sempre.  Anche oggi, di fronte alle guerre, agli squilibri crescenti nel mondo, alle volontà di sopraffazione."

L'impegno a mantenere i nostri valori, a operare senza dare per scontati diritti e le istituzioni, pur migliorabili, grazie ai quali viviamo in pace e relativa prosperità, ricorre sempre nei discorsi del Presidente: Nell’ottantesimo anniversario del voto che volle la Repubblica e diede origine alla sua Costituzione, oggi qui a Gemona, nella solenne cornice del Consiglio regionale, insieme agli amministratori locali, insieme ai rappresentanti delle istituzioni, del volontariato, in una terra e di fronte a un popolo capace di affrontare le avversità, di rialzarsi, ribadiamo - in un momento di memoria e di impegno - il Patto di non lasciarci fuorviare nel cammino di progresso, nell’affermazione dei valori di solidarietà e di coesione, che qui sono stati, in maniera esemplare, vissuti e realizzati.

Il modello Friuli dunque.  E' che siamo talmente abituati (indotti?) a vedere ovunque inconcludenza burocratica, malaffare, disonestà, che ci troviamo spiazzati quando le cose sono semplicemente andate come dovevano andare. Parlo non dei friulani, ma dello Stato, che da subito fu presente, investì ingenti risorse, fece le scelte giuste in campo organizzativo, confidò nella maniera appropriata nell’autonomia e nella responsabilità delle comunità colpite, che risposero al tanto ricevuto facendo la propria onesta parte, sapendo essere comunità, declinando il principio di sussidiarietà in concreto, prima ancora che venisse concettualizzato.

Deve questo essere un modello, e non la normalità? Vorrei (voglio) non crederlo.

Quanto alla parte che vi abbiamo avuto noi (i miei nonni, i miei genitori), che siano gli altri ad indicarla. Noi continueremo a ringraziare e non dimenticare, mentre ascoltiamo le vecchie storie, i vecchi racconti, i vecchi slogan, ogni volta con quel groppo alla gola.



domenica 3 maggio 2026

Riccardino

Caro Riccardino, mi ero preparato giusto due parole, nel caso fossero necessarie.

Volevo anche cantare "Father and son", per dirti che la maggiore età non è solo una festa, arriva il momento della responsabilità e delle scelte; si apre quella dinamica in cui i vecchi danno consigli che traggono inevitabilmente dalla loro esperienza, i giovani non li ascoltano, perchè credono di essere diversi, ed hanno ragione a crederlo, perchè lo sono, ogni persona è unica. Il Magna non è venuto ed il duetto che avevo immaginato è saltato, e poi non c'era Francesco.

Alla fine è saltato anche il discorso, tra il timore di esagerare e la volontà di non prendermi un palcoscenico che non era il mio.

Auguri Riccardino.

Intorno al tuo diminutivo si sprecano i commenti, in realtà esso non allude nè alla statura nè all'età: è intriso della gratitudine che proviamo perchè con la tua presenza hai reso migliori tutti i nostri giorni, in questi 18 anni.

Una volta una maestra ad un colloquio disse a tua madre: "Riccardo è il vero bambino: sereno, capace di sorprendersi, arrabbiarsi, gioire, senza troppe fisime e complicazioni". E tu sei così, buono, gentile  elemento di equilibrio tra tutti, capace di sopportare le angherie di Francesco, di dire una buona parola ai nonni, di adattarti agli umori dei genitori, vigile a come si veste Margherita alle feste. A me, mi accompagni allo stadio, in trasferta, mi porti anche in montagna, rendendomi felice.

E' una fortuna tua e delle persone che ti stanno e ti staranno accanto questa attenzione agli altri: hai preso il cuore buono del nonno, solo declinandolo in salsa settentrionale. 

E nonostante questo, quando c'è bisogno, Riccardo non resta un'acqua cheta, è capace di mettere in campo personalità e impegno, e tutto il resto che serve.

Insomma, Riccardo, te lo devo dire: sei il figlio che tutti vorrebbero.

E allora sono fortunato, perchè c'è Margherita, la figlia che tutti vorrebbero, e Ciccio, il nostro Ciccio, il figlio maggiore che tutti vorrebbero.

Caro Riccardino, cari ragazzi, grazie per quello che siete. Saremo sempre dalla vostra parte.

sabato 2 maggio 2026

Ci hai fatto piangere ancora

Quando ti abbiamo visto la prima volta senza le gambe.

Tutte le volte che ti abbiamo ascoltato, sorridente, dare messaggi di speranza e vita. Quante vite hai cambiato, quante persone che hai risollevato dalla disperazione più nera ora ricordano quanto ti devono.


Quella volta che abbiamo urlato "noooo" dopo il nuovo incidente, e poi implorato "vinci ancora, grande campione".

Ed ora, non solo per il dispiacere di non poter rivedere il tuo sorriso o ascoltare le tue parole tornite di viscerale buonumore, ma vinti dall'emozione che ci dà comprendere per quante persone sei stato speranza.

Se c'è stato un grande campione, medaglia d'oro della vita, quello è Alex Zanardi

lunedì 27 aprile 2026

Anello del Monte Lovinzola

I due indiziati si danno malati, qualche dubbio se andare lo stesso mi viene: penso al rimpianto che avrei, e parto.

Alle 8.10 sono alla partenza a Sella Chianzutan, meta sinora sempre trascurata, giusto all'apertura del bar perfettamente ristrutturato.

Mi incammino di buona lena, seguirò il percorso della guida e non quello più battuto, sulla "via del marmo".

L'ascesa abbastanza rapida nel bosco mi conduce al bivio, invece che la diretta alla cava di marmo prendo la via per Casera Val, immersa nella neve scesa in settimana. Incontro un escursionista che scende, ha trovato troppa neve e rientra. Penso seriamente ad abbandonare il programma ripiegando sulla pista che conduce alla cima, ma alla fine decido di proseguire, pur con l'occhio al vicinissimo Verzegnis che sarebbe mio in meno di mezzora.




Ho puntato tutto sull'essere sul versante sud, e mi va bene: la forcella Cormolina divide il lato nord completamente innevato da quello su cui riesco ad incamminarmi, sulla cresta che superate 4 cime mi condurrà alla meta. 

Da subito il panorama si apre imponente sulle vallate giù, mentre in saliscendi riesco a restare sull'esile traccia, in alcuni casi dovendo anche arrampicarmi, sia pure in tutta sicurezza. 

C'è anche la fatica, ma il premio è grande quando arrivo in cima, a quota 1860. Una sola parola, meravigliosa, descrive la vista dalla cima, che spazia su 4 vallate. Si vede a sinistra Ampezzo, con Enemonzo, Raveo e Villa, da cui parte la val Degano visibile fino a Ovaro, e sullo sfondo il grande massiccio. In mezzo, Tolmezzo e la valle del But fino a Imponzo, l'Amariana che sembra una piramide, e poi Amaro e le Giulie sullo sfondo.

Che gioia, e che soddisfazione esserci arrivato. 

Giusto sotto la cima c'è la cava di marmo, incredibile pensare ad una produzione quassù!

Tocca andare, la vita è anche dover lasciare le cose belle, io resterei qui. Le sorprese non sono finite, alla base della cava scopro i binari che traportavano i giganteschi blocchi di marmo alla base della teleferica. Superata una galleria, ecco la teleferica! Due grandi tabelloni ne ricordano la storia.

Causa convocazione a Udine a metà pomeriggio, devo rinunciare a completare il giro che prevede la risalita a Colle dei larici, dirimpetto alla cava, ed un lungo anello per rientrare alla partenza. Accorcio con la via diretta, con il dispiacere attenuato dalla certezza che ritornerò, magari in buona compagnia.

Il bar ora è stracolmo di motociclisti accorsi a godersi sole e birre, per me la solita coca fresca prelude ad un rientro.

Giornata magnifica, con la vera bellezza a riempire gli occhi e il cuore anche dove non te la aspetteresti. 









domenica 19 aprile 2026

Malga Priu

Si ritorna in sentiero, propendiamo per una soluzione facile, un anello per malghe nel bosco nel vallone di Ugovizza. Dobbiamo fare presto, nel pomeriggio è prevista pioggia

Prima della partenza sosta d'obbligo nel solito bar-negozio sulla statale.

Impossibile questa volta perdersi, la via è costantemente segnalata e si svolge nella bellissima foresta, per poi sbucare su un'assolata radura ai piedi del monte Zabet.

Alla malga Mezesnig facciamo sosta per il panino, decidendo di abbreviare il percorso direttamente verso malga Priu. Arrivandoci dall'alto inizialmente la scambiamo per il bungalow, davvero singolare, che è stato costruito poco a nord dell'edificio principale.

Dev'essere davvero singolare dormirci, immersi nella pace e nella vera bellezza, penso prima di prendere la discesa.






lunedì 13 aprile 2026

L'antidoto. Libertà, ambiente, tecnologia. Manifesto ottimista contro la dittatura del catastrofismo

di Claudio Cerasa

La nostra vanità è sempre piacevolmente vellicata quando ritroviamo qualcuno dei nostri pensieri della domenica in opere di scrittori, giornalisti, commentatori.

In questo (che non è un libro, ripete vezzosamente) Cerasa sviluppa, porta a sistema e ne fa ragione a suo modo rivoluzionaria un paio di ideuzze che ho spesso sostenuto, nelle rare conversazioni extracalcistiche.

Almeno in tema di sicurezza, e poi in genere sulle prospettive di un giovane d'oggi, mi sono spesso trovato a proporre il punto di vista opposto a quello dominante, che tutto sia una rovina, addirittura invocando in certi casi la forza dei dati, della realtà. 

Dopo il pistolotto iniziale, in cui dà conto del suo intento, da copione controcorrente, di offrire una narrazione opposta alla corrente, fondandola sull'osservazione di dati e statistiche, da contrapporre a quella dominante per la quale ci stiamo avviando verso una multiforme catastrofe, Cerasa declina il suo ottimismo illuminista (illuminismo ottimista) in diversi campi, facendo ampio ricorso a citazione di quei dati e di quelle statistiche, oltre che di autori da cui ha tratto ispirazione.

Un primo versante indaga ("Visto, si infanghi. Contro il circo mediatico del rancore") sulle responsabilità della stampa nel proporre la narrazione catastrofista, descrivendo i meccanismi in base ai quali vendono di più le geremiadi e le profezie di sventure che le buone notizie, e facendo appello alla responsabilità dei giornalisti di offrire, con una più corretta descrizione della realtà, un migliore servizio ai loro lettori, ma anche alla loro professionalità.

Nel secondo capitolo viene ripreso un tema che sta riprendendo voga, la proclamazione dell'orgoglio occidentale, e la descrizione dei molti motivi per cui, non nascondendo errori e colpe del passato, il way of life, e soprattutto il complesso di valori e istituzioni rende quella che per alcuni è la morente civiltà occidentale il migliore dei posti in cui vorremmo (e tutti gli altri vorrebbero) vivere.

"Smascherare l'agenda della fuffa" è un catalogo di dati, mo' me li segno, in base ai quali l'Italia reale è un paese molto migliore di quella percepita. In cui aumenta la speranza di vita, calano i crimini, aumenta il lavoro, migliora la condizione femminile. Addirittura cala l'evasione fiscale... 

E che dire della globalizzazione. Has it gone too far? Forse si, e, Cerasa lo ammette, difenderla è impopolare. Ma osservare la ricchezza che ha prodotto in molti paesi, e di più il fatto che è una condizione che rende la guerra meno appetibile, è diventato naturale quando il populismo diventato trumpismo si è incaricato, mostrando come le politiche protezionistiche e sovranistiche mettono in luce, con i loro disastri, i vantaggi che i mercati aperti recano al benessere delle nazioni e alla libertà loro e degli individui... La globalizzazione, Cerasa cita Calamandrei, è come l'aria, ci si accorge di quanto è importante solo quando viene a mancare.

Un'interessante digressione viene condotta sul tema dei mutamenti climatici, dove Cerasa propone una importante alternativa tra il negazionismo ed il catastrofismo. Evidenziando la possibilità di una terza via in cui è soprattutto la capacità di trovare soluzioni tecnologiche che attenuino o evitino i rischi che non vengono negati, mostra quello che è poi il leit-motiv del libro, ovvero una prospettiva che in termini politici definiremmo riformista, capace di (provare a) cambiare le cose invece di rinunciarvi in nome dello sfascio inevitabile.

Il capitolo sull'Europa si fonda sulla capacità di reazione dimostrata, sull'orlo della rovina, nei confronti dei due traumi rappresentati dal Covid e dalla guerra di Putin. Pare impossibile (ma bisognerebbe rileggere le parole di Mattarella a Marsiglia, n.d.b.), ma "si scrive Europa, si legge ottimismo".

Il capitolo sulla giustizia: "il più grande generatore di sfiducia verso il futuro: la gogna", è stato scritto prima del referendum, e con il senno del poi dimostra che il cammino dell'ottimista non è privo di inciampi.

Cerasa affronta quindi un altro tema che mi è caro, quello della demografia, e anche qui trovo riproposto un mio vecchio refrain, per il quale non sono certo economiche le ragioni per cui non si fanno figli. Cosa serve per combatterle: "In tre parole: fiducia nel futuro. In due parole: meno catastrofismo. In una parola: ottimismo".

L'ultimo capitolo è particolare. Cerasa è direttore di un giornale che ha sperimentato un'edizione interamente redatta dall'intelligenza artificiale, di cui parla con dovizia e naturale orgoglio. Ovvio immaginare, ma lo avremmo fatto comunque arrivati a questo punto del libro, che consideri l'AI una opportunità da cogliere e da governare, per non trattarla "come i tassisti hanno fatto con Uber, e l'unico modo per non esserene schiacciati è provare a governarla, senza celebrarla troppo, senza demonizzarla a priori". Offre un elenco di tre aree in cui l'uomo resta necessario (meno male!): fiducia (nuovi ruoli di governance della AI), integrazione (professionisti della AI, "idraulici" del sistema) e gusto.

Il pessimismo, conclude Cerasa, non è un destino, ma una scelta.

La sua prospettiva non sarà inattaccabile, ma è di certo interessante, e soprattutto conveniente: a essere ottimisti, possiamo solo guadagnarci. 


 

La spartizione

 di Piero Chiara.


Ho scoperto questo gustoso romanzo grazie alla trasposizione cinematografica trovata, del tutto casualmente su Raiplay, con Tognazzi nei panni del collega (vecchio stampo, eh... "venga a prendere un caffè da noi") Emerenziano Paronzini, in servizio all'Ufficio Bollo e Demanio di Luino.

Trama bene congegnata, intorno all'ingresso di Paronzini in una casa di tre sorelle che finiscono per spartirsene i favori, consumandone le forze fino all'estremo.

domenica 5 aprile 2026

Casera Ungarina e Malga Confin nella Val Venzonassa

Pochi giorni fa, alla presentazione di un corso al CAI, un ciarliero istruttore ad un certo punto ha proposto la necessità che, quando scendiamo dalla montagna, portiamo quaggiù un po' di quello che si prova lassopra.

Armonia, pace, educazione, amicizia si respirano a pieni polmoni come l'aria pura, sui sentieri e le mulattiere che portano in alto.

E lo stupore di riconoscere, a 40 chilometri da Udine, in val Venzonassa, la vera bellezza, nascosta solo a chi non la vuole cercare.

Parto di buon mattino, sarò in solitaria e fino all'ultimo sono stato in dubbio, e riesco con qualche incertezza a trovare il punto di avvio dell'anello suggerito dalla guida, sulla rotabile che costeggia la Venzonassa e parte dal piccolo borgo subito a nord delle mura di Venzone. Sono le 8.30, l'altitudine è circa 480.

Superata una galleria mi incammino di buona lena, giungendo dopo circa un'ora al Borgo Prabunello, agglomerato di poche costruzioni ben conservate. Nel mentre le osservo, uno degli occupanti mi invita ad entrare nel suo stavolo. Loris dà prova dell'ospitalità montanara: provo inutilmente a contrarla chiedendo un caffè, ma mi rassegnerò a berne tracce in un mare di grappa al sedano selvatico. 

Riparto dopo mezzora continuando sulla rotabile, che sembra fatta apposta per gli appassionati di mountain bike (ed infatti ne incontrerò), e procedendo senza soste lungo i tornanti mi perdo la scorciatoia (meglio così, il sentiero era certamente innevato), e completo l'ascesa alla Malga Confin, a metri 1330. 

I locali appaiono magnificamente conservati, dev'essere uno spettacolo passare una notte quassù. Il panorama spazia dalle montagne che, a sud, mostrano il versante innevato, alla vallata rigata dalla strada che ho percorso. Sullo sfondo si intravede il letto del Tagliamento. I prati circostanti meno esposti al sole conservano ancora un incerto manto nevoso, negli altri sono fioriti dei magnifici crocus bianchi. Tutto è pace e bellezza. Sono le 11.30 ed è presto per mangiare, tra l'altro Loris mi ha proposto del formaggio della malga quale pretesto per accompagnarlo con un bicchiere di bianco.

Mi incammino quindi pensoso verso la Malga Ungarina, che dista una mezzora scarsa. Da qui si propone una diversa vista, con Venzone ed il letto del fiume protagonisti del fondovalle. E' tempo di preparare e consumare il doppio panino allo speck, nel mentre mi interrogo sul punto di partenza del sentiero. 

E' qualche metro sotto la malga, e conduce in orizzontale per un lungo tratto che costeggia il vallone del Rio Grande, il cui letto innevato attraverso dopo un'inaspettata risalita. Da qui è un dolce discendere, in un lungo sentiero nel bosco, fino al bivio che conduce alla chiesa di S. Antonio. Davanti alla chiesa una panca mi invita alla sosta e mi concedo un sonnellino baciato dal sole primaverile, che scalda il corpo e l'anima.

Nel breve tratto che segue ci sono ancora 300 metri di discesa, infatti trovo un sentiero discretamente ripido, cui applico la mia consueta lentezza nelle fasi discendenti, per arrivare alla macchina alle 16.30.