mercoledì 16 settembre 2026

Diritti da conquistare e difendere, istituzioni, Europa: nella vita di Emma Bonino c'è il nostro futuro. Speriamo.

Emma Bonino è mancata, ed io sono tra i pochissimi, circa il 2%, a cui non poteva essere rivolto il suo noto invito: "amatemi di meno, votatemi di più". 

La sua scomparsa traccia il punto finale di una storia politica, quella dei "nuovi radicali", che già dopo la morte di Marco aveva cessato di essere quel formidabile, incredibile centro di produzione di azioni capaci di cambiare il paese, il mondo.

Dopo Massimo sono mancati Spadaccia, Cicciomessere, Dupuis, Bandinelli, lasciandoci il ricordo di una stagione gloriosa e, per usare il titolo della Bonfreschi, di "un'idea di libertà".

Di quella storia Emma è stata luminosa protagonista e prodotto, capace di apparire all'esterno quasi un alter ego di Pannella (all'esterno: per un radicale Bonino può stare a Pannella come per un tifoso del Napoli Careca sta a Maradona), e di diventare una stimata persona delle istituzioni, cui sono stati oggi tributati funerali di stato (grazie al governo che l'ha deciso).

La persona non generava nè cercava simpatia, tantomeno consenso slegato dalle battaglie cui teneva, e che ha perseguito con le forze sparute della risicata militanza che lo accompagnava, e con quelle straordinarie della sua tenacia, intelligenza, preparazione. Tra le moltissime sconfitte, le poche vittorie hanno le stimmate dei grandi risultati politici, quelli capace di cambiare il volto di una società, la vita di molte persone, un po' anche la storia. 

La stima e la gratitudine largamente riconosciute, con corale partecipazione ai funerali di stato, con bei discorsi in particolare di Magi, Cappato e Manconi, ed alla veglia del giorno prima, evidenziano in particolare tre aspetti ascritti a suo merito, e che vorremmo ritrovare non nell nostro passato, ma nel nostro futuro.

Il suo ruolo di campionessa delle lotte per la conquista dei diritti, sia in Italia che all'estero, per la difesa delle donne più indifese con quello che è stato definito "femminismo liberale", nel pieno dello spirito radicale e con la tenacia di chi anche nei mesi scorsi ricordava la necessità di far seguire alla conquista la difesa costante di quei diritti. 

La ferma volontà di portare le battaglie nate nella società, nella strada, fuori dalla politica, nelle istituzioni, che rispettava e difendeva come luogo in cui i diritti ed il diritto potevano trovare il loro duraturo riconoscimento. 

Il riconoscimento dell'importanza dell'Europa, che considerava come ha ricordato Della Vedova una zattera che può condurci fuori dalla tempesta, e che ha avuto il coraggio di porre al centro del suo ultimo progetto politico, chiedendo Piu Europa nel momento in cui questa era ai minimi nella considerazione del pubblico.

Ha scritto il Presidente: «La scomparsa di Emma Bonino addolora profondamente.
Ha impresso un segno nella vita della Repubblica con un impegno tenace e coerente.
Radicale, liberale, femminista, decisamente europeista, è stata protagonista di movimenti e di riforme che hanno inciso sul percorso della nostra società.
Parlamentare, leader di partito, Ministra delle Politiche europee e poi degli Esteri, Commissaria  Europea, Emma Bonino è stata un punto di riferimento non soltanto in Italia: il suo impegno contro la fame nel mondo, contro la pena di morte, per il Tribunale penale internazionale sono stati motivi di orgoglio per la Repubblica.
Negli ultimi anni la sua priorità era l’unità e la maggiore integrazione dell’Unione Europea: testimone che ha affidato a chi ne ha condiviso pensiero e impegno.
Ai familiari e a quanti le sono stati vicini rivolgo un intenso pensiero di vicinanza e solidarietà.».

Molte volte il suo volto, la sua voce, la sua azione ci sono apparse come il lumicino che illuminava la speranza. 

Ora Marco è morto, Emma è morta, e anche la democrazia non si sente tanto bene.


sabato 12 settembre 2026

Monte Forato

Dalle Carniche alle Giulie, ovvero da una meraviglia all'altra.
La scelta cade sul Monte Forato, che ho puntato dall'ultima volta che sono stato al Gilberti, guardando il foro e pensando che lì ci si deve proprio andare.
Dobbiamo attendere che parta l'ovovia alle 8.30, a Sella Nevea fa veramente freddo, ma il cielo è terso e si preannuncia una magnifica giornata, come conferma l'arrivo nel meraviglioso catino dominato dalla Bila Pec. Il rifugio è lì, ci attende per il ritorno nella sua austera bellezza.
Ascendiamo con rapidità, circa un'ora, alla sella Prevala, affacciandoci al versante sloveno. Tra una pista e l'altra è un attimo che perdiamo l'attacco del sentiero che dovrebbe costeggiare la seggiovia. Dopo averlo recuperato, non senza fatica, lo percorriamo con stupore. Si tratta di una non facile ma interessante salita tra le rocce, che ci conduce fino quasi al termine della seggiovia, una svolta sulla destra, ed ecco la sommità del Monte Forato che ci si presenta di fronte. I segnavia sono radi, su una grossa pietra una scritta "Kanin" ci fa pensare ad un bivio, quello che stiamo cercando tra la via per la vetta e quella per il foro. 
Seguiamo l'indicazione a sinistra, che ci porta in quota sul versante dal quale si vede l'erbosa vallata intorno a Bovec, la giornata è appunto magnifica come le giornate che seguono quelle pioggiose, nello sfondo la pianura fino all'adriatico. 
Poche centinaia di metri ed ecco il foro. Appeno lo vedo dimentico di ragionare su quale è il percorso migliore e mi fiondo nella via più diretta, discretamente battuta ma priva di segnalazioni: si tratta di una faticosa ascesa in ghiaione friabile, che in breve mi porta ai metri sottostanti l'agognata meta, da cui mi separano qualche gradino superato con l'aiuto di un passamano.
La vista del Montasio di fronte, del rifugio laggiù, compensa con le emozioni la discreta fatica. Decidiamo di far ritorno al bivio per il pranzo che consumiamo a quota 2300 con la vista di tre vallate.
Dopo aver rinunciato alla cima, scendiamo per la pista, al rifugio ci attende la solita bevanda fresca, per commentare la fortuna di una giornata nella vera bellezza. 










mercoledì 9 settembre 2026

La rivoluzione americana

di Tiziano Bonazzi


Nella consueta tradizione di letture collegate a ricorrenze, mi imbatto in questa interessante opera, i temi della quale sono in realtà due. Accanto alla vicenda storica della nascita degli Stati Uniti e delle sue  interpretazioni si staglia infatti un ripetuto riferimento alla dicotomia tra mito da quelle indotto, legato a esigenze e domande del tempo in cui sono formulate, e la realtà storica.
Il nodo è il superamento dell’”eccezionalismo americano”, dell’idea per il quale gli Stati Uniti siano una nazione predestinata, per disegno divino o comunque unico, alla realizzazione inimitabile di un destino che costituisce l’affermazione autentica del valore della libertà.
Tanto nel descrivere le vicende ricostruite senza il senno del poi ideologizzato, quanto nel capitolo in cui affronta espressamente il tema delle interpretazioni, Bonazzi riporta inevitabilmente ad una complessità, che smentisce quel mito, come anche ulteriori interpretazioni rette dalle ideologie del momento, nel nome di un lavoro che ha portato gli storici contemporanei più seri a trovarsi come “assediati in un Fort Apache circondato da feroci indiani che li attaccano all’insegna di una rivolta del popolo a difesa della tradizione americana”.
La trattazione parte ripercorrendo la fondazione delle colonie, anche qui riportando al reale (relativo) significato alcuni dei miti fondativi, ed inquadrando le singole vicende, spesso piuttosto diverse tra loro, nell’ambito di una vicenda europea. Anche quando fuggivano (in America, come negli stessi periodi fuggivano anche altrove), i coloni ritenevano di trasferirsi in un’altra parte dello stesso impero britannico, di essere parte della stessa comunità politica e legati alla origine europea. In assenza di una strutturazione amministrativa e politica dell’Impero, i rapporti giuridici erano regolati da concessioni, patenti, convenzioni di diritto privato; mentre l’economia era integrata in quella imperiale, l’aspetto sociale riceveva uno sviluppo determinato dal “salutar neglect” del governo e dalle condizioni della loro formazione, in un rapporto con la madrepatria che Bonazzi definisce “mimetico-antagonista”: le colonie avevano cultura e istituzioni inglesi, ma rappresentavano aspetti antagonisti dell’Inghilterra seicentesca.
Nel Settecento, sempre all’insegna del salutar neglect, grazie a pace interna, sviluppo e economico e boom demografico, si rese meno conflittuale il pluralismo religioso e si diffusero le trasformazioni in atto in Gran Bretagna, tra cui Bonazzi evidenzia il ruolo dell’illuminismo scozzese e del revivalismo, contribuendo ad una crescente “britishness” delle colonie. Le società si organizzarono con le forme consentite dalla conformazione dei centri abitati collocati in ampie estensioni, in assenza di vere strutture amministrative, e quindi favorendo una diffusa pratica di autogoverno e la molteplicità dei centri decisionali; le elite che si affermavano al loro interno, oltre a non essere chiuse, potevano prevalere nei rapporti politici guadagnando e mantenendo il consenso del ceto medio. L’autore evidenzia la totale assenza, nella prima parte del Settecento, di un nazionalismo americano, essendo al contrario le rivendicazioni politiche finalizzate a mantenere le libertà britanniche.
Evento decisivo nel promuovere un cambiamento fu la guerra dei Sette anni. Oltre a essere combattuta anche in America, permettendo a molti americani di affrontare un’esperienza militare moderna, e per le ripercussioni territoriali che ne scaturirono, esso determinò un nuovo approccio della madrepatria ai rapporti con l’Impero (non più visto con “gli occhi del commercio”, ma con “gli occhi dello stato”), e provocò necessità finanziarie (anche per lo stanziamento di truppe nella regione) per le quali vennero introdotte sia pur limitate nuove forme di tassazione delle colonie. 
Bonazzi parla di “danno collaterale” della guerra, ove la necessità di un più stringente controllo del territorio si contrapponeva alla sensazione dei coloni di dover avere maggiore autonomia. Questa contrapposizione, in occasione di un episodio tutto sommato marginale quale lo Stamp act, fece venire al pettine il nodo di diverse aspettative sul modo di partecipare all’Impero, che per Bonazzi sarebbe del tutto sbagliato leggere come lotta contro una lontana autocrazia di un popolo che si sentiva già libero; mentre l’esito imprevisto che si generò scaturì dalla richiesta di esercitare le proprie libertà (compresa l’autodeterminazione fiscale) di sudditi britannici.
Tale esito comprende le forme di protesta contro lo Stamp act, la formazione di strutture associative anche intercoloniali, le risposte del governo inglese, il dazio sul te e via proseguendo la convocazione di un Congresso continentale e la formazione dell’esercitò continentale.
Quando ho iniziato questa recensione avevo tempo ed entusiasmo, in una sera lignanese in cui purtroppo non l'ho terminata.
Dopo i capitoli che ho ricordato Bonazzi descrive gli eventi bellici, soffermandosi a lungo sulla divisione tra i ribelli, i lealisti e la maggioranza in attesa degli eventi, segno inevitabile di una complessità che non dimentica in nessuna parte del libro.
Altre pagine sono dedicate alla scrittura della dichiarazione di indipendenza (pubblicata per intero con traduzione), all'impatto della rivoluzione sui rapporti sociali, al ruolo dell'atteggiamento di Giorgio III, al conflitto di interessi che trovò la sua soluzione (con dei vincitori individuabili) nella scrittura della Costituzione, al pensiero dei principali protagonisti, Hamilton, Madison, Paine.
Bonazzi propone una interpretazione, che si pone in posizione intermedia tra l'eccezionalismo e le interpretazioni svalutative, della rivoluzione Americana come momento pienamente inserito nel processo di espansione dell'Europa e dei suoi modelli politico ed economici, e la definisce evento fondante la modernità in particolare per il suo ruolo nell'affermazione del contrattualismo.
"generosa utopia che lasciò in eredità al mondo euromericano una società e una cultura flessibili e pluraliste, aperte nel senso che consentivano opposizione e contrasto, ma intrecciate a ben evidenti gerarchie di potere nelle quali momenti di libertà si potevano ottenere, come in Europa, solo attraverso il conflitto sociale".  

giovedì 3 settembre 2026

Monte Volaia: chiedimi se sono felice

Ecco un vecchio pallino.

Ascesa trascurata, il nome fa andare al famoso, bellissimo lago e per la stessa fatica si va sul Coglians poco più avanti: in 7 ore di cammino non ho incontrato umani.

Le condizioni appaiono ideali, parto e alle 8.50 sono alla base Edelweiss, scelgo di fare il percorso ad anello suggerito dalla guida, anche se forse era meglio tornare come all'andata. 

Come mi accade in solitaria il passo è spedito, raggiungo nel tempo prefissato, con percorso nel bosco, i resti di casera chianaletta. Svoltato nella valle adiacente, dopo aver errato l'imbocco del sentiero riprendo a risalire in zona ora aperta ed erbosa, portandomi rapidamente al bivio per la forcella Ombladet. Da qui l'indicazione per la cima (generosa) è di 1.30 h. Dopo una breve pausa risalgo per il sentiero che ora diviene pietroso, per condurre alfine a delle installazioni belliche incredibilmente costruite a mt 2300 e oltre, nella tacca di Sassonero.. Da quest'ultima il sentiero prosegue lungamente per percorrere la costa delle elevazioni che lascio alla destra prima di arrivare ai piedi della cima del Volaia. Nella strada fori praticati per la roccia e poi scorci naturali mi lasciano già intravvedere, laggiù, il laghetto e alle spalle la possente parete del Coglians. L'ultimo tratto, nel quale trovo anche piccoli residuati nevosi composti da fiocchi tondi di dimensioni insolitamente grandi, comporta una salita a tratti faticosa per la cima, a metri 2470, che conquisto solitario, atteso da un'inaspettata, da queste parti, giornata soleggiata. 

Ecco la felicità, quella che può dare solo la vera bellezza. Da un lato il Lago Volaia, piccolino nello scorcio laggiù, ai piedi del gigante; dall'altro i pascoli di Bordaglia, ben visibili le due casere ma non il laghetto. In fondo la valle Fleons ed i monti di Sappada, laggiù lo stabilimento dell'acqua minerale.










Poco sotto la cima oltrepasso un fiorellino, che è cresciuto quassù, nella roccia e fuoriuscendo da una coltre di neve, e lo ringrazio per avermi ricordato che la vita vince sempre.

La discesa richiederà 3 ore abbondanti, incluso un faticoso canalone sotto la forcella Ombladet ed un non semplicissimo ritrovamento del sentiero sotto la casera Chiampei, per poi arrivare a Collina in paese.   

domenica 30 agosto 2026

Monte Rest

E' tempo di repliche!

L'importante è andare, spesso nei posti nuovi mi dico che qui vorrei tornarci, e le mete già visitate cominciano a essere un bel po'.

Dall'oggi a domani mi viene chiesta un'escursione a Tramonti, visto che va bene facile propongo subito la casera Rest con eventuale estensione al monte.

Partenza in tutta tranquillità alle 10.45 dal passo, ci vuole circa 1 h 15 minuti per raggiungere la casera che è deserta, il tempo tiene e nonostante la velatura si vede tutta la val tramontina.

La vetta così vicina è troppo invitante, una scappata la facciamo. Non c'è vento questa volta, ma la consueta bella e spaziosa vista.

Il pranzo alla casera è piacevole, giusto in tempo per scappare via, recupero figlia impellendo.




sabato 29 agosto 2026

Anello in Val Zemola

Si va nelle montagne pordenonesi, la Val Montanaia l'abbiamo già smarcata, scelgo la Val Zemola.

Come ogni volta, è come l'asino di Buridano, non so risolvermi tra le alternative proposte dal file: Forcella del Duranno, Monte Zita, Anello della val Zemola in senso antiorario, rifugio cava Buscada.

Opto per un misto, con ascesa al Monte Zita e deviazione per il rifugio Maniago.

Partenza alle 7 per raggiungere ad ora adeguata Casera Mela, al parcheggio ci ritroviamo una comitiva di veneti con cui ci incroceremo fino all'arrivo. Dovevano essere i sentieri del silenzio, ma vabbè.

Percorriamo la strada per circa 90 minuti, portandoci a breve distanza dal Cava Buscada, dove parte il sentiero per il Rifugio Maniago e casera Bedin. Poco prima di questa partirebbe l'ascesa alla forcella Zita e poi alla cima, ma decidiamo di procedere abbattendo il dislivello di 400 metri. Il tempo tiene, il sole si alterna a rade nuvole, compresa quella che per l'intera giornata ci impedirà di vedere la cima del Duranno, che comunque si staglia imponente di fronte a noi.

Dalla Casera, in cui non ci fermiamo vista l'affollata compagnia, parte il sentiero per il rifugio, che in lungo saliscendi parte nel bosco parte in costa ci porta ad arrivare alla meta, con qualche minuto di vantaggio sulla concorrenza, poco prima delle 13. Il rifugio ha una nuova gestione di ragazzi giovani, è un piacere gustare un piatto di pasta con la visuale della vallata da una parte, e la parete del Duranno dall'altra. Le cime che lo contornano, più basse, sono intervallate da una serie di forcelle tutte accessibili con sentieri ben segnalati.

Dopo circa un'ora di pausa ridiscendiamo per il sentiero diretto, che derapa piacevole nel bosco, fino al incontrare la carrareccia che imbocchiamo, allungando brevemente ma mantenendo la quota che altrimenti avremmo dovuto recuperare. 

Al parcheggio accogliamo l'invito che la Casera offre  di una bevanda fredda, e contempliamo il magnifico panorama progettando un bel pranzo con vista Duranno.

Selvaggia, oggi non solitaria, ma comunque insolita manifestazione della vera bellezza





domenica 23 agosto 2026

Campanile di Val Montanaia

Chiedetemi se ho visto un posto più bello, e mi fermerò a lungo a pensare se ne riesco a indicare un altro.

La conca in cui si erge il Campanile di Val Montanaia, contornata dagli Spalti di Toro, è vera meraviglia e meritato oggetto di immagini copertina della nostra montagna, insieme a lui, il nostro leggendario pinnacolone.

Ci salgo con i ragazzi, ci tengo che lo vedano, che magari tra molti anni possano dire "ci sono stato la prima volta con lo zio".

L'accesso è lungo, ma come dico sempre non molto di più di quello che ci conduce ad altre mete più tradizionali, e consente un nuovo tuffo nella meraviglia che è la Val Cimoliana.

Una breve tappa al Pordenone e si parte, i ragazzi non hanno bisogno di tante pause. La giornata è ideale, le nuvole ci sottraggono ad una nefasta esposizione al sole sulla pietraia iniziale. La salita ha una pendenza costante relativamente faticosa, fin quando non si apre alla fascia in cui compare rada vegetazione. L'ultimo tratto è compiuto al cospetto del Campanile, ai ragazzi dico andare, ci vediamo al bivacco, voglio salire con calma ed assaporarmi l'attesa della meraviglia.

Il bivacco è vuoto, allora non è una chimera passare una notte qui; sentiamo anche suonare tre volte la campana, molti scalatori sono all'opera. Tra gli escursionisti la più parte parla straniero, viene da lontano ad ammirare il nostro campione.

E' questo un luogo che non delude, l'unica cosa che guasta il momento è il pensiero che si dovrà ripartire. Visto che è presto (due ore di ascesa) ci sarebbe il tempo per l'ascesa alla forcella, sbaglio a non approfittarne.  Dopo una lunga pausa riprendiamo la via del ritorno.

Se ne avrò il tempo, prima di morire ti penserò, Campanile, forse pensando che ho conosciuto la bellezza perchè ti ho visto, che ho vissuto perchè ti ho raggiunto con le mie gambe.







    

venerdì 14 agosto 2026

Non sparate sullo stato di diritto

Sono passati alcuni giorni dall'inizio dell'esecuzione della sentenza a carico di Mario Roggero, è forse possibile un ragionamento che prescinda dal clamore destato soprattutto dal strumentalizzazioni politiche e dalla difficoltà che si incontra a informare, spiegare, farsi spiegare.

I fatti sono abbastanza evidenti, è diventata definitiva una sentenza che nel duplice omicidio seguito ad una rapina ha disconosciuto l'esimente della legittima difesa, e considerando le attenuanti emesso condanna a 14 anni di carcere.

Talune reazioni politiche, per ragioni facilmente comprensibili, hanno trascurato or l'uno or l'altro aspetto di una vicenda che appare oltremodo semplice, come può facilmente desumersi da un minimo fact checking come quello operato da Antonucci.

Non sfugge ad osservatori accorti il collegamento tra questa vicenda ed il rispetto dello stato di diritto, non a caso richiamato, con abbastanza chiaro riferimento a questa vicenda, da Mattarella nel discorso del ventaglio. In un articolo che parte dall'Ulisse e richiama il passaggio storico nella Grecia classica dalla giustizia privata al diritto amministrato dalla stato, Caiazza ricorda come abbia funzionato, in questa vicenda, il rispetto delle regole comprese quelle che hanno dimostrato la massima comprensione consentita dalla legge nei confronti di un imputato di omicidio, e come la politica dovrebbe farsi accorta che inseguire le pur comprensibili pulsioni della bestia social porta su una china non arrestabile.

Alza il livello il prof Fiandaca,  che invita a ragionare "sia sul perché il tema della sicurezza assume una valenza politica centrale, sia sui motivi per cui il diritto penale funge da persuasivo spot elettorale" arrivando a "ipotizzare un forte nesso tra la attuale difficoltà e/o incapacità di fare politica con strategie e risorse propriamente politiche e lʼabusato e inflazionato ricorso alla punizione".

Più facile vergare una inutile modifica legislativa che introduce un nuovo reato, che trovare una soluzione politica (e magari le risorse correlate) ad un problema.

Ma c'è di più: "Forse, come anchʼio sospetto, il diritto penale reca in sé la rischiosa attitudine a risultare redditizio in termini di consenso per ulteriori, e non secondarie, motivazioni che hanno a che fare con la psicologia della giustizia punitiva... anche a prescindere in verità dalla collocazione a destra o a sinistra delle forze politiche che di volta in volta lo perseguono, ecco che il rigore punitivo si presta a sfruttare politicamente pulsioni giustizialiste scaturenti da sentimenti di paura, rabbia, indignazione, frustrazione, rancore e risentimento che si diffondono negli strati sociali più deboli specie nei periodi di crisi socio-economica, o in ogni caso quando si lamenta il tradimento di promesse e aspettative su cui si è fatto assegnamento. Sulla base di rilievi come questi, è azzardato ipotizzare che sia connaturata al penale, per dir così al suo Dna, una sorta di intrinseca e sotterranea componente polemogena e vendicativo-ritorsiva, che contribuisce a spiegarne lʼappeal elettorale e dunque la incessante tendenza a ricorrervi come mezzo di captazione del consenso?"

Ciò riconosciuto, Fiandaca ritiene che si sia vicini al livello di guardia, e che la cosa sia da valutare con attenzione non solo in relazione al tema in se, ma nel significato che questa strumentalizzazione della punizione assume rispetto alla sostanza democratica della Repubblica: Il che preoccupa, non meno di quanto sorprenda. Non è minacciata soltanto la legittimità costituzionale del diritto penale. Prima ancora, e più in generale, vengono in questione la qualità della politica e la crisi complessiva della democrazia italiana – invero, co-determinata dalla perdurante incapacità delle forze di opposizione di assolvere un ruolo politico-culturale allʼaltezza delle sfide odierne. Una conferma, questa, degli stretti nessi tra questione penale e questione democratica.

L'invasione dei coccodrilli

Muoiono a frotte. Bomber romantici del calcio, allenatori della Bovisa, cantautori, medaglie olimpiche di Roma, il Capitano.

Non ci si sta dietro.

La mia teoria è che vi è stato, a partire dai primi anni 80, complice l'avvento della televisione commerciale ed il nascere della categoria dei VIP, una consistente espansione del numero delle persone note, la cui scomparsa crea cordoglio e correlato rimpianto di un mondo che non c'è più, ora che l'anagrafe presenta il suo conto ad un numero crescente di loro.


giovedì 13 agosto 2026

L'antisemitismo, che infamia. La nostra infamia.

Anni di giornate della memoria, code davanti alla casa di Anna Frank, Schindler list e pianisti e amici ritrovati.

Tutto inutile, l'antisemitismo è tra noi, mascherato dietro alla critica, più o meno informata, al governo di Israele.  

Liste di proscrizione negli alberghi, graffiti con scritte naziste, inviti al boicottaggio di fornitori israeliani. Docce e saponette, mare raggiungibile dal fiume, tutto è ammesso in slogan e insulti ai "sionisti". Molto già visto in documentari e film sugli anni trenta del secolo scorso.

L'episodio in Bulgaria (scelta quale pease sicuro) è esemplare. Dei ragazzi italiani oggetto di insulti e aggressioni. "Sieg Heil" è difficilmente equivocabile. Quale colpa? Erano ebrei. 

Correggo: italiani, di religione ebraica.

Io sono un italiano, con un po' di approssimazione potrei definirmi di religione cattolica. Credo che non verrebbe in mente a nessuno di insultarmi ed attaccarmi per il comportamento di uno Stato (non confessionale) in cui la maggioranza dei cittadini è cattolica, mettiamo il Portogallo. Se il Portogallo facesse qualche azione vergognosa dovrei forse esserne ritenuto responsabile?

Dietro alla risposta a questa domanda c'è la chiave di comprensione di quello che sta succedendo: evidentemente l'antisemitismo è così presente nella nostra civiltà, nel nostro modo di pensare, da aver resistito a 80 anni di campagne educative e di spiegazioni e di memoria dell'orrore, per riemergere, traboccante come l'odio che lo accompagna, quando il comportamento di uno stato (non confessionale) in cui la maggioranza dei cittadini è ebrea ha superato i contorni della reazione ad un'inaccettabile pogrom per assumere quelli di una strage. Pare che non si aspettasse altro, che di un motivo per riaprire la caccia all'ebreo.

Ci richiama alla gravità di quanto accade un bell'articolo di Pigi Battista, che ricordato un purtroppo lungo elenco di episodi disdicevoli prende atto delle normalizzazione dei fatti più sconcertanti, e del colpevole silenzio tanto della cultura democratica, tanto di politica e istituzioni:  L'argine si è rotto, l'esclusione degli ebrei dal Gay Pride non suscita indignazione. Le liste di proscrizione sui vacanzieri ebrei (non in Bulgaria, in Italia) non suscita indignazione. Il diktat antisemita dei docenti della Sapienza non suscita indignazione. Tutto è diventato normale, senza argini, senza contrasti. Il tabù dell'antisemitismo si è frantumato, e i liquami scorrono indisturbati senza un alveo civile che li contenga.

Giusta reazione al genocidio di Gaza? Sic. Già nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre, per così dire a "genocidio" cronologicamente non ancora consumato, a Berlino hanno minacciato il Memoriale della Shoah, a Barcellona hanno assaltato un albergo che aveva la grave colpa di essere proprietà di un ebreo, oppure nella "progressista" università di Stanford un professore antisemita aveva imposto a uno studente ebreo, tolta la kippah, di mettersi con la faccia al muro per sentire sulla sua persona l'umiliazione vissuta dai palestinesi oppressi da Israele. Solo dopo pochi mesi, all'inizio del 2024, una studentessa ebrea torinese rivelò che a Torino "quasi nove su dieci ragazzi ebrei hanno cambiato le loro abitudini", "hanno smesso di seguire le lezioni all'università, non portano più la kippah in luoghi pubblici, non utilizzano il proprio nome e cognome se tipicamente ebraico, non utilizzano oggetti e indumenti che siano riconducibili alla loro identità", e a uno di loro addirittura "hanno sputato perché indossava la collana con la stella di David".

Reazioni: neanche un comunicato in cui si dicesse più o meno: "Cari concittadini ebrei, in Italia sarete al sicuro e non permetteremo che i facinorosi mettano a repentaglio la vostra sicurezza e la libertà della cultura". Niente di niente. Niente a sinistra. Niente a destra. Niente al governo. Niente al Quirinale. La normalizzazione dell'antisemitismo anche se travestito da antisionismo o addirittura, colmo di ogni ipocrisia, da "critica al governo omicida di Israele" sta tutta in questo rassegnato silenzio."

Il silenzio è quanto trasforma il dissennato operato di alcuni idioti in una colpa collettiva, e prepara il terreno culturale per la moltiplicazione degli idioti, ed il molto peggio che ne seguirà. 

Ci mancava pure questa. Dove andremo a finire? Non ho gli strumenti di analisi di cui si discorre in una interessante intervista di oggi, ma purtroppo qualche idea ce l'ho.

Che infamia, che vergogna.