venerdì 14 agosto 2026

Non sparate sullo stato di diritto

Sono passati alcuni giorni dall'inizio dell'esecuzione della sentenza a carico di Mario Roggero, è forse possibile un ragionamento che prescinda dal clamore destato soprattutto dal strumentalizzazioni politiche e dalla difficoltà che si incontra a informare, spiegare, farsi spiegare.

I fatti sono abbastanza evidenti, è diventata definitiva una sentenza che nel duplice omicidio seguito ad una rapina ha disconosciuto l'esimente della legittima difesa, e considerando le attenuanti emesso condanna a 14 anni di carcere.

Talune reazioni politiche, per ragioni facilmente comprensibili, hanno trascurato or l'uno or l'altro aspetto di una vicenda che appare oltremodo semplice, come può facilmente desumersi da un minimo fact checking come quello operato da Antonucci.

Non sfugge ad osservatori accorti il collegamento tra questa vicenda ed il rispetto dello stato di diritto, non a caso richiamato, con abbastanza chiaro riferimento a questa vicenda, da Mattarella nel discorso del ventaglio. In un articolo che parte dall'Ulisse e richiama il passaggio storico nella Grecia classica dalla giustizia privata al diritto amministrato dalla stato, Caiazza ricorda come abbia funzionato, in questa vicenda, il rispetto delle regole comprese quelle che hanno dimostrato la massima comprensione consentita dalla legge nei confronti di un imputato di omicidio, e come la politica dovrebbe farsi accorta che inseguire le pur comprensibili pulsioni della bestia social porta su una china non arrestabile.

Alza il livello il prof Fiandaca,  che invita a ragionare "sia sul perché il tema della sicurezza assume una valenza politica centrale, sia sui motivi per cui il diritto penale funge da persuasivo spot elettorale" arrivando a "ipotizzare un forte nesso tra la attuale difficoltà e/o incapacità di fare politica con strategie e risorse propriamente politiche e lʼabusato e inflazionato ricorso alla punizione".

Più facile vergare una inutile modifica legislativa che introduce un nuovo reato, che trovare una soluzione politica (e magari le risorse correlate) ad un problema.

Ma c'è di più: "Forse, come anchʼio sospetto, il diritto penale reca in sé la rischiosa attitudine a risultare redditizio in termini di consenso per ulteriori, e non secondarie, motivazioni che hanno a che fare con la psicologia della giustizia punitiva... anche a prescindere in verità dalla collocazione a destra o a sinistra delle forze politiche che di volta in volta lo perseguono, ecco che il rigore punitivo si presta a sfruttare politicamente pulsioni giustizialiste scaturenti da sentimenti di paura, rabbia, indignazione, frustrazione, rancore e risentimento che si diffondono negli strati sociali più deboli specie nei periodi di crisi socio-economica, o in ogni caso quando si lamenta il tradimento di promesse e aspettative su cui si è fatto assegnamento. Sulla base di rilievi come questi, è azzardato ipotizzare che sia connaturata al penale, per dir così al suo Dna, una sorta di intrinseca e sotterranea componente polemogena e vendicativo-ritorsiva, che contribuisce a spiegarne lʼappeal elettorale e dunque la incessante tendenza a ricorrervi come mezzo di captazione del consenso?"

Ciò riconosciuto, Fiandaca ritiene che si sia vicini al livello di guardia, e che la cosa sia da valutare con attenzione non solo in relazione al tema in se, ma nel significato che questa strumentalizzazione della punizione assume rispetto alla sostanza democratica della Repubblica: Il che preoccupa, non meno di quanto sorprenda. Non è minacciata soltanto la legittimità costituzionale del diritto penale. Prima ancora, e più in generale, vengono in questione la qualità della politica e la crisi complessiva della democrazia italiana – invero, co-determinata dalla perdurante incapacità delle forze di opposizione di assolvere un ruolo politico-culturale allʼaltezza delle sfide odierne. Una conferma, questa, degli stretti nessi tra questione penale e questione democratica.

L'invasione dei coccodrilli

Muoiono a frotte. Bomber romantici del calcio, allenatori della Bovisa, cantautori, medaglie olimpiche di Roma, il Capitano.

Non ci si sta dietro.

La mia teoria è che vi è stato, a partire dai primi anni 80, complice l'avvento della televisione commerciale ed il nascere della categoria dei VIP, una consistente espansione del numero delle persone note, la cui scomparsa crea cordoglio e correlato rimpianto di un mondo che non c'è più, ora che l'anagrafe presenta il suo conto ad un numero crescente di loro.


giovedì 13 agosto 2026

L'antisemitismo, che infamia. La nostra infamia.

Anni di giornate della memoria, code davanti alla casa di Anna Frank, Schindler list e pianisti e amici ritrovati.

Tutto inutile, l'antisemitismo è tra noi, mascherato dietro alla critica, più o meno informata, al governo di Israele.  

Liste di proscrizione negli alberghi, graffiti con scritte naziste, inviti al boicottaggio di fornitori israeliani. Docce e saponette, mare raggiungibile dal fiume, tutto è ammesso in slogan e insulti ai "sionisti". Molto già visto in documentari e film sugli anni trenta del secolo scorso.

L'episodio in Bulgaria (scelta quale pease sicuro) è esemplare. Dei ragazzi italiani oggetto di insulti e aggressioni. "Sieg Heil" è difficilmente equivocabile. Quale colpa? Erano ebrei. 

Correggo: italiani, di religione ebraica.

Io sono un italiano, con un po' di approssimazione potrei definirmi di religione cattolica. Credo che non verrebbe in mente a nessuno di insultarmi ed attaccarmi per il comportamento di uno Stato (non confessionale) in cui la maggioranza dei cittadini è cattolica, mettiamo il Portogallo. Se il Portogallo facesse qualche azione vergognosa dovrei forse esserne ritenuto responsabile?

Dietro alla risposta a questa domanda c'è la chiave di comprensione di quello che sta succedendo: evidentemente l'antisemitismo è così presente nella nostra civiltà, nel nostro modo di pensare, da aver resistito a 80 anni di campagne educative e di spiegazioni e di memoria dell'orrore, per riemergere, traboccante come l'odio che lo accompagna, quando il comportamento di uno stato (non confessionale) in cui la maggioranza dei cittadini è ebrea ha superato i contorni della reazione ad un'inaccettabile pogrom per assumere quelli di una strage. Pare che non si aspettasse altro, che di un motivo per riaprire la caccia all'ebreo.

Ci richiama alla gravità di quanto accade un bell'articolo di Pigi Battista, che ricordato un purtroppo lungo elenco di episodi disdicevoli prende atto delle normalizzazione dei fatti più sconcertanti, e del colpevole silenzio tanto della cultura democratica, tanto di politica e istituzioni:  L'argine si è rotto, l'esclusione degli ebrei dal Gay Pride non suscita indignazione. Le liste di proscrizione sui vacanzieri ebrei (non in Bulgaria, in Italia) non suscita indignazione. Il diktat antisemita dei docenti della Sapienza non suscita indignazione. Tutto è diventato normale, senza argini, senza contrasti. Il tabù dell'antisemitismo si è frantumato, e i liquami scorrono indisturbati senza un alveo civile che li contenga.

Giusta reazione al genocidio di Gaza? Sic. Già nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre, per così dire a "genocidio" cronologicamente non ancora consumato, a Berlino hanno minacciato il Memoriale della Shoah, a Barcellona hanno assaltato un albergo che aveva la grave colpa di essere proprietà di un ebreo, oppure nella "progressista" università di Stanford un professore antisemita aveva imposto a uno studente ebreo, tolta la kippah, di mettersi con la faccia al muro per sentire sulla sua persona l'umiliazione vissuta dai palestinesi oppressi da Israele. Solo dopo pochi mesi, all'inizio del 2024, una studentessa ebrea torinese rivelò che a Torino "quasi nove su dieci ragazzi ebrei hanno cambiato le loro abitudini", "hanno smesso di seguire le lezioni all'università, non portano più la kippah in luoghi pubblici, non utilizzano il proprio nome e cognome se tipicamente ebraico, non utilizzano oggetti e indumenti che siano riconducibili alla loro identità", e a uno di loro addirittura "hanno sputato perché indossava la collana con la stella di David".

Reazioni: neanche un comunicato in cui si dicesse più o meno: "Cari concittadini ebrei, in Italia sarete al sicuro e non permetteremo che i facinorosi mettano a repentaglio la vostra sicurezza e la libertà della cultura". Niente di niente. Niente a sinistra. Niente a destra. Niente al governo. Niente al Quirinale. La normalizzazione dell'antisemitismo anche se travestito da antisionismo o addirittura, colmo di ogni ipocrisia, da "critica al governo omicida di Israele" sta tutta in questo rassegnato silenzio."

Il silenzio è quanto trasforma il dissennato operato di alcuni idioti in una colpa collettiva, e prepara il terreno culturale per la moltiplicazione degli idioti, ed il molto peggio che ne seguirà. 

Ci mancava pure questa. Dove andremo a finire? Non ho gli strumenti di analisi di cui si discorre in una interessante intervista di oggi, ma purtroppo qualche idea ce l'ho.

Che infamia, che vergogna.

martedì 11 agosto 2026

Non c'è il lieto fine

I ragazzi di Pradamano sono saliti agli onori delle cronache nazionali, addirittura sono gli eroi dell'estate.

Vendevano limonata per raccogliere due soldini per comprarsi il motorino: denunciati. 

Subito offerti dei motorini gratis: i ragazzi hanno per un po' provato a rifiutare, alla fine hanno accettato.

Non è un lieto fine: il loro sogno volevano guadagnarselo, lo avranno senza fatica con un po' di notorietà, come fossero andate ai pacchi. 

Le letture si incentrano ovviamente sul signore (signora?) che ha denunciato, divenuto simbolo della nostra leva genitoriale che preferisce i ragazzi sul divano con il cellulare e penalizza di chi si dà da fare.

La conclusione mi pare logica: se i giovani osano essere migliori di noi, poi noi come facciamo a parlare male dei giovani?  

Chiosa. Chi è quel signore, quella signora?

Temo siamo noi, purtroppo.

lunedì 10 agosto 2026

Un altro mondo è possibile, ma non è la (sedicente) libertà di Askatasuna

Resto parecchio indietro, ne guadagna la riflessione, ma nuovi fatti si affastellano a complicare una comprensione della realtà già difficile, oltre i veli dell'ideologia e della comprensibile propensione a confondere la realtà che vorremmo con quella che esiste.


E' da un po' che volevo scrivere del mio forte dissenso, che si fa uno con una decisa diversità antropologica, con quel milieu protestatario che attraversa la nostra società, magmatico e pronto a coagularsi in forme e su obbiettivi sempre nuovi (non che sia un male, ma...), e che nell'ultimo volgere di anni si raggruppa intorno al gruppo di Askatasuna.

Vorrei per parlarne saperne e conoscere di più: e dovrei. Riconosco, da sempre convinto dell'importanza delle controculture, quanto sia importante che sia dato spazio al pensiero diverso dal mainstream, e quanto la libertà di espressione e di protesta sia coessenziale ad una reale democrazia. So di non dover trascurare la complessità di movimenti in cui si riconoscono istanze, idee e persone molto diverse tra loro, gran parte delle delle quali animate dalle migliori intenzioni tra cui una è un grande merito, volere un mondo migliore.

Eppure eppure.

Mi viene in aiuto nell'argomentazione un articolo di Ferrara di qualche giorno fa, che prende le mosse da un'intervista di Zerocalcare a Repubblica. Non ho trovato il testo integrale di questa (mi dispiace), mi devo accontentare dei molti resoconti. Si parla di Genova, 25 anni dopo, riassume Ferrara:
Zerocalcare c’era, e rivendica tutto in un’intervista a Repubblica. Usa un tono nostalgico per il dissenso armato, per la guerriglia dai metodi insurrezionalisti, e censura nel suo campo politico la tendenza al vittimismo, l’idea che si parli delle vittime della repressione poliziesca e non del conflitto organizzato, e di quel tipo di conflitto, della sua radicalità anarchica, che secondo lui supera in forza morale resistente anche le idee e le motivazioni della protesta. La sinistra ha dimenticato, secondo Zerocalcare, che il nucleo forte della protesta di piazza è nella sua espressione violenta, da un quarto di secolo crea un panteon vittimista e lo coltiva, ma non osa richiamare la grandiosità di quei momenti di scontro diretto e soccombe a un’ideologia securitaria della destra che fa di tutto ciò che si muove un reato di devastazione e saccheggio, un comportamento sociale deviante.

Nella narrazione di Zerocalcare si mescola la lettura dell'oggi con il ricordo di un momento di formazione. Quest'ultimo può interessare o meno, il punto stimolante è il ruolo del dissenso, la sua capacità di contribuire a creare un mondo migliore e la forma, anche violenta, che questo può (deve?) assumere.

Gli organizzatori della contromanifestazione del 2001 pensavano che "un altro mondo è possibile".  Giovani, movimenti, famiglie volevano gridarlo, provare a farlo stando insieme con gioia, determinazione e utopia, contestando i capi di stato ed il sistema che essi rappresentavano.

Andò molto diversamente, come ricorda Ferrara. 

Genova fu teatro di scontri furenti tra manifestanti e polizia, durante i quali un carabiniere di leva di vent’anni sparò dall’abitacolo di una camionetta per difendersi da un’aggressione violenta e uccise colpendolo alla testa un giovane di vent’anni che brandiva un estintore contro di lui.La protesta era contro una riunione di otto capi di stato e di governo, il G8. La piattaforma  era la rivendicazione di un altro mondo possibile contro gli sviluppi economici, sociali e politici della globalizzazione, eguaglianza e pauperismo contro mercati liberi, tecnologie e autorità degli stati. Tutti persero la testa. La piazza, che era composita e divisa tra sognatori e casseurs, fu violentissima, devastazione e saccheggio, molotov e sassaiole, incendi e attacchi duri alla polizia.  La repressione di stato fu inevitabile ma spietata, fuori dai canoni di uno stato di diritto, con arresti indiscriminati, pestaggi e torture alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Fu una guerra urbana, un episodio infelice e tragico, una degenerazione incontrollata di dissenso e repressione, e su quella guerra si stese l’ala della leggenda, del mito, della mostrificazione del nemico.

Riconosciuta onestà emotiva a Zerocalcare, e reso omaggio al modo in cui i protagonisti della protesta (cita Agnoletto e Casarini) hanno mostrato "rispettabile coinvolgimento nell’utopia della loro gioventù", Ferrara passa al giudizio:

Intanto l’altro mondo possibile lo hanno creato i ricercatori dei vaccini, i socialdemocratici delle terze vie alla guida dei governi, i populisti e i tecnocrati miliardari che hanno avvolto il pianeta nella rete di possibilità di comunicazione e di nuova intelligence dei dati che fa il bene e il male, come sempre frammisti, dal rincoglionimento cognitivo di una generazione quasi perduta al dispiegamento di possibilità di difesa e contrattacco di un eroico paese europeo aggredito dall’autocrazia russa. Il mondo reale non è una palla di fumo ideologico, non è il teatro dei sogni, il dissenso è il sale delle democrazie in lotta di civiltà contro gli incubi fondamentalisti e imperiali che insidiano il primato declinante dell’occidente, ma è il dissenso a mani nude delle Politkovskaia e dei Navalny, è l’antagonismo elettorale democratico di un Mamdani o di altri che si battono contro ogni forma di populismo e di demagogia, è la fatica di ogni giorno per uscire dalla tenaglia fra violenza sociale e repressione di stato.

Un cazzo di manifesto del riformismo. 

Credo e spero che un ventenne non possa condividerlo, che sia veramente convinto di cambiare lui il mondo con una rivoluzione, da preparare in manifestazioni cortei e magari qualche scazzottata, ma io boomer ritrovo in queste parole il cuore dell'intelligenza che ci ha dato il mondo, imperfetto e migliorabile, in cui Zerocalcare può liberamente sparare a zero sul governo, e se vuole candidarsi a guidarlo, e cambiare idea quante volte vuole senza che lo passi a trovare l'FSB, e senza che sua sorella, se ne ha una, debba portare il fottuto velo.

I ragazzi di Genova non si sono persi di vista. Sono stati poi NO TAV, NO TAP, poi PRO PAL, e Askatasuna vuol dire libertà.  

Anche qui sarebbe necessario conoscere, distinguere, considerare che l'operato di qualcuno orienta il giudizio su tutti gli altri, che spesso la pensano e operano diversamente. 

Però la mia impressione, sintetizzata nel modo più banale, è che una bella causa si trova sempre, l'importante è fare un bello scontro con la polizia. Che sembra non aspettare altro, come il governo che ha già nel cassetto il prossimo decreto sicurezza.

Tralascio i violenti veri, quelle per cui menare le mani è lo scopo di tutto. Sono probabilmente minoranza, ma riescono sempre a rendersi protagonisti, e chi si lascia coinvolgere, anche strumentalizzare, ne è oggettivamente complice e vittima al tempo stesso. Penso agli altri, a quelli che veramente sperano di cambiare il mondo, mi chiedo se non comprendono che la protesta che conduce solo ad uno scontro, che non produce se non reazioni liberticide, soddisfa forse la loro voglia di partecipare, la vanità di essere gli unici puri: ma se non cambia le cose, non serve a un cazzo. 

Tutto poi si può dire, ma una cosa non la digerisco. 

Che uno si scelga un nome che è un concetto importante, a suo modo sacro, e poi pretenda di esserne l'incarnazione.

In basco askatasuna vuol dire libertà, pare. 

Ma che la libertà, non la possibilità di fare quel cazzo che ci fare ma lo stato che rende la vita degna di essere vissuta, l'ideale politico per cui hanno lottato e sono morti i migliori uomini che siano esistiti, possa essere rappresentata da quei signori, da quei ragazzi, incontra un mio gigantesco NO.

Cantate le vostre canzoni, fate lo vostre battaglie, se potete state lontani da quelli che alla prima occasione vi useranno e rovineranno il vostro impegno fracassando il cranio di un questurino: ma non chiamatele con il nome di quello per cui sono morti gli americani e i neozelandesi sbarcati ad Anzio, per cui sono stati assassinati Carlo Rosselli, Giacomo Matteotti, Alexsej Navalny e infiniti altri, per cui è vissuto Sacharov, per cui sono stati imprigionati Mandela e Aung San Suu Kyi, per cui quel ragazzo cinese ha cercato, con la borsa in mano, di fermare i carroarmati. Per il quale soffrono e muoiono, da 50 anni, i vostri coetanei di Teheran, per i quali non si è mai vista una sfilata dei NO PASDARAN.  

sabato 1 agosto 2026

Difendere la pace e la democrazia con Europa e stato di diritto

Probabilmente sta diventando una mia fissazione, ma ogni volta che ascolto un discorso del Presidente Mattarella trovo degli spunti di assoluta rilevanza, espressi in forma chiara e diretta, sui comportamenti che è necessario tenere se vogliamo conservare i nostri valori, i nostri diritti, la nostra libertà.
Ormai qui ne ho citati parecchi, è ora di introdurre un nuovo tag che sarà "Sergio il Grande".

Me ne dà l'ultima occasione il discorso del Ventaglio, nel quale il presidente della Repubblica ricorda alcune lezioni fondamentali: non si legifera con le emozioni, non si gioca con chi minaccia lo stato, non si governa da europeisti a metà.

Cerasa le definisce  "Le tre frecce di Mattarella per difendere la democrazia liberale".
La prima freccia ha colpito il pacifismo della bandiera bianca. "Lei ha fatto cenno anche all’esigenza di un’efficace difesa comune europea. L’attitudine e la strategia che ho appena ricordato rende evidente che la sua realizzazione non rappresenta una minaccia per nessuno, non mira alla guerra: al contrario è strumento per garantire la pace. Siamo di fronte a uno scenario crescente di conflitti che infiamma un arco di crisi che dal Mediterraneo coinvolge il Golfo, si affaccia sull’Oceano Indiano, vede la guerra nel cuore d’Europa: per numero di Paesi coinvolti, di popoli sofferenti, difficile non coglierne la dimensione globale e le responsabilità che ne derivano.
Difficile, ma purtroppo in molti ci riescono.
Dopo aver precisato che non entra nella dialettica politica, avendo modo di indicare come dovrebbe svolgersi (Naturalmente mi auguro costantemente che questa si svolga nel reciproco rispetto; senza inopportuna aggressività verbale, spesso immotivata, e, a mio avviso, anche controproducente. Mi auguro che le tensioni elettorali - ancora, per la verità, piuttosto intempestive - non sottraggano attenzione ai problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini e non inducano ad alterare la realtà delle questioni), ecco la seconda freccia, sulla sicurezza, bersagli vari.
Ce n'è per chi governa...In una società civilmente ordinata, rassicurante per i cittadini, i comportamenti individuali devono rispettare le regole comuni, quelle della legge. Se invece si capovolgesse questo principio e si pensasse che le regole della legge debbano adattarsi ai comportamenti individuali, occasionali, cambiando il proprio contenuto di volta in volta, di caso in caso, non si rafforza la sicurezza ma si decide l’abdicazione dello Stato.
Ce n'è per chi non prende le distanze da certe forme di protesta ... Non è accettabile che si faccia strada la convinzione che, se le proprie posizioni risultano minoritarie all’interno della società, sia giustificabile il ricorso a forme di violenza, che aggrediscono le libere volontà democratiche del popolo italiano espresse attraverso le istituzioni previste dalla Costituzione. Una sorta di fai da te, di liberi tutti rispetto all’azione dei poteri pubblici, cioè comuni. 
Quanto avvenuto – da ultimo - sabato in Val di Susa è inammissibile: sono chiamate in causa le basi stesse della convivenza democratica e non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi. 
La violenza è un virus letale per la democrazia e per la vita sociale. 
Aggredisce la Costituzione chi la pratica, chi la predica, chi la giustifica. 
Ecco la prima parte di una vera, grande lezione di cosa è una democrazia: non una procedura in cui si elegge una maggioranza che fa quello che gli pare, ma un governo che prende decisioni, con regole e limiti, che la minoranza deve accettare, nel quadro di valori e principi condivisi. 
Vi si affianca un fenomeno più volte denunziato sulle pagine di diversi giornali e che richiede maggiore responsabile attenzione da parte di tutti, nella società e nella vita politica.  Il fenomeno di una sorta di rifiuto sdegnato non di condividere ma di ascoltare le opinioni altrui: non ci si può sorprendere che ne derivi un clima di reciproca intolleranza, di avversione fanatica che contribuisce a seminare germi di violenza.
Seconda parte: il dialogo, anche dialettico, comporta accettazione dell'altro, avversario ma non nemico.
La terza freccia riguarda i critici dell'Europa. Mattarella prende le mosse dall'analisi sulla situazione internazionale già mirabilmente espressa a Marsiglia, qui riassunta ricordando anche la proposta di Carney: 
Lei, Presidente, ha parlato della complessa situazione che si registra nella vita della comunità internazionale, attraversata da incertezze imprevedibili fino a pochi anni addietro. Incertezze che provocano disorientamento quanto alle prospettive e inducono a interrogativi sull’affidabilità di punti di riferimento fino a poco tempo addietro avvertiti come dotati di chiarezza e di stabilità. 
Da parte di chi nutre senso di responsabilità, si avverte l’esigenza di salvaguardare il sistema multilaterale e, al fine di restituirgli solidità, di procedere a una sua riforma, che, ispirandosi alla realtà, lo doti di forme e di strumenti adeguati al mondo così com’è oggi e non com’era tra la fine degli anni quaranta e gli anni cinquanta del secolo scorso. 
Come lei ha detto, da diverse parti ci si attende che a questo fine una spinta protagonista provenga dall’Europa: lo ha auspicato chiaramente il Primo Ministro del Canada, Carney. 
Non è un caso che sussista quest’attesa perché l’Europa, in pochi anni, ponendo in comune impegni del presente e prospettive del futuro, è riuscita a trasformarsi, da continente lacerato per secoli da contrasti e guerre sanguinose, nella più vasta area di pace e di sviluppo comune. Area che non sorprende che susciti attrazione per persone da ogni parte del mondo. 
L’Unione Europea non è inerte né silenziosa di fronte a quella invocazione di responsabilità, pur tra difficoltà di ogni genere, interne e, soprattutto, di origine esterna. Vorrei sottolineare come prosegua lo sviluppo di sempre più numerosi accordi di libero scambio, conclusi o in corso di negoziato, con aree vaste di diversi continenti - dal Canada al Giappone, dall’America meridionale all’India, di intese con altri Paesi o Aree che li raccolgono. Accordi e intese che inducono a collaborare e a impegnarsi in comune nella reciproca convenienza. 
Viene in tal modo presentato alla comunità globale un messaggio, un modello di relazioni internazionali alternativo alla pratica degli scontri commerciali o purtroppo militari, talvolta di guerra.
Dall’Europa viene presentata una strada per la pace, contrapposta al tentativo di ritornare alla barbarie nella vita internazionale ripristinando la legge del più forte, peraltro, come si vede in questo periodo, di dubbia efficacia
Che poi l'Europa non faccia abbastanza, lo dicono soprattutto quelli (per Cerasa i "sovranisti all'amatriciana") che vorrebbero che facesse sempre di meno:
Conosco bene l’esercizio di critiche rivolte all’Unione per insufficiente incisività dalla sua azione, critiche avanzate con accanimento soprattutto da chi ne ostacola, in ogni modo e circostanza, la possibilità di strumenti decisionali e operativi più efficaci.

sabato 25 luglio 2026

Contro gli imperi

di Vittorio Emanuele Parsi

Difficile perdere il vizio, come altri propositi anche quello di non comprare mai un instant book viene vinto dalla grande stima verso il prof Parsi, complice una presentazione con il ministro Crosetto ascoltata qualche giorno fa alla radio.

Il prof in realtà dice esplicitamente che non si tratta di un instant book, ma di un libro lungamente meditato. Di certo segue la riflessione sulla crisi dell'ordine liberale, ma essendo incentrato sul contributo dato da Trump al suo evolversi nel drammatico verso che osserviamo, esso può avere al massimo una gestazione annuale.

Le tesi non sono particolarmente originali, ma è giusto leggerle nella loro nitidezza: le democrazie sono sotto attacco, il rafforzarsi delle autocrazie, anche rivali tra loro, ha come effetto il mettere a rischio la loro reale esistenza, rimane l'Europa come isola in cui i diritti ed il diritto sono il criterio ordinatore dei conflitti, ma la sua capacità di resistere dipende da scelte che devono essere fatte ora e subito, e che riassumono nel rafforzare l'unità dell'Unione Europa e la sua capacità di difendersi (anche militarmente, da sola). 

Il prof evidenzia con nettezza alcuni passaggi ("Daddy ci ha buttato fuori: ora tocca a noi" è il titolo di un capitolo), in particolare che il futuro delle nostre democrazie non è segnato, ma dipende da quello che (anche) noi faremo.

Il libro si apre richiamando una risalente spiegazione ai contesti di mutamento delle relazioni internazionali nella quale si tratteggiano gli stati come Leoni, lupi, agnelli e sciacalli. La capacità di reazione degli agnelli, in cui è facile identificare le democrazie occidentali, dipende (a) dal consenso tra le elite sulla provenienza e natura della minaccia esterna, (b), dal grado di coesione tra le elite e la società, (c) dalla forza delle istituzioni. Se manca uno degli elementi, è difficile trovare le risorse per reagire alle minacce. 

Per Parsi il momento è decisivo: gli "agnelli" europei devono comprendere che la sfida alla loro libertà e mortale, e trovare la forza di diventare leone, oppure scompariranno come donne e uomini liberi.

Il cuore della questione è che il tentativo di riaffermare la pura logica di forza di fronte al diritto internazionale ha trovato un inaspettato alleato negli Stati Uniti, campione e principale beneficiario del precedente ordine. La "battaglia cruciale della nostra epoca" è sconfiggere questo tentativo, rafforzando le istituzioni che lo avversano, e riportare nel campo della libertà gli Stati Uniti. Molte pagine sono dedicate a Trump, definito come presidente "antiamericano" (ha sovvertito l'ordine in cui gli USA dominavano), di cui vengono ricordate le note picconate al sistema multilaterale, ed il loro essere fondate su narrazioni infondate sul piano storico.

L'Europa saprà farsi leone? Deve. Parsi apprezza il famoso discorso di Carney a Davos, che riporta integralmente insieme ad un successivo intervento di Merz, ponendo sostanzialmente a programma la sua proposta di unire le forze delle medie potenze per dare vita ad un player che possa resistere ai tentativi di prevaricazione dei due colossi contrapposti.

giovedì 23 luglio 2026

Storia dell'Italia meridionale

 di Pino Ippolito Arminio


Questo autore ha pubblicato un testo esplicitamente rivolto a denunciare l'antistoricità delle tesi dei neoborbonici. Epperò non rinuncia a interrogarsi sulle ragioni di quella che è stata ed è la questione meridionale, e prova a farlo con una originale "storia dell'italia meridionale".

Affronta le ragioni del permanente ritardo dello sviluppo del Sud,  su cui si discute ormai da 120 anni, non ex professo ma inquadrandole in una storia globale di quelle terre, che prende le mosse dalla formazione del regno dei Borboni. L'introduzione richiama polemicamente una ricerca inglese che ha misurato la differenza di QI dei meridionali, per dedicare significativamente il libro a chi crede che non ad essa, ma a ragioni che la storia può disvelare, di debba il dualismo italiano.

In particolare Armino le individua in una serie di 7 eventi cruciali: "il disastroso esito della rivoluzione giacobina, la mancata conversione costituzionale della monarchia borbonica, la vittoria dei moderati sui democratici risorgimentali, l'altalena di fine Ottocento fra liberismo e protezionismo, la razionalizzazione fascista del sistema produttivo nazionale, la conclusione dell'intervento speciale avviato nel secondo dopoguerra e, da ultimo, la nascita di una fittizia "Questione settentrionale"".

I capitoli si susseguono con contenuto anche diverso, alcuni (la conquista di Garibaldi, la lotta al brigantaggio) con dettagli molto informati su eventi bellici anche minori, altri ricchi di statistiche economiche, ove si esamina il divario con il Nord con una tesi intermedia tra quella del sottosviluppo già marcatamente presente all'Unità, e quello che vede l'asservimento del Sud agli interessi del Nord come causa della sua crescita. In particolare Armino rileva che la sostanziale parità di condizioni fosse venuta meno nel decennio precedente l'Unità, grazie al grande sviluppo del Piemonte nel periodo cavouriano, e che le scelte che effettivamente favorirono gli interessi del triangolo industriale fossero le più funzionali ad ottenere, in condizioni disperate in relazione alle risorse, dei risultati utili.

Pagine interessanti vengono dedicate alla repressione della rivoluzione giacobina e dei successivi tentativi rivoluzionari, quale momenti in cui il tentativo del Sud di risollevarsi da solo venne frustrato anche dell'esito della lotta interna alla sua classe dirigente, nonchè alle riforme operate dai primi governi borbonici.

Il giudizio è positivo tanto sui primi tentativi, in età giolittiana, di interventi straordinari effettuati con le leggi speciali, quanto sull'intervento speciale nel secondo dopoguerra, che con tutti i suoi limiti e (soprattutto) i suoi difetti fu l'ultimo vero investimento per tentare di eliminare, o almeno attenuare, il divario tra le due Italie.

 







mercoledì 22 luglio 2026

La variante di Lunenburg

 di Paolo Maurensig

Qualche mese fa ho ordinato questo libro per onorare uno scrittore della mia città, cui è stato recentemente intitolato il teatro di Feletto.

Per puro caso l’opera appare singolarmente legata alla “Novella degli scacchi” che non molti mesi fa ho scoperto.

Con scelta stilistica originale Maurensig alterna i narratori, che ripercorrono parti della loro vita quali antefatti alla misteriosa morte di un ricco imprenditore tedesco, appassionato di scacchi. Aspetto comune alle vite interessate è il rapporto con il gioco, del tipo coinvolgente in maniera assoluta che si manifesta per taluni giocatori, come già nel romanzo di Zweig. Un maestro spiega all’allievo che l’errore non è contemplato, che ogni mossa deve essere effettuata come se da essa dipenda la vita. Che non sia una metafora lo si comprende quando il maestro, dopo aver narrato il suo breve percorso nel mondo degli scacchi, caratterizzato da una fortissima rivalità ed interrotto dall’introduzione delle leggi razziali, finito in un campo di concentramento ritrova l’antico rivale, che lo obbliga a giocare mettendo a posta, come in una lista di Schindler al contrario, le vite dei compagni di prigionia. Per la vittoria impiega una variante del gioco di sua invenzione. Quella variante, reintrodotta in tornei internazionali dal suo allievo oltre 40 anni dopo, sarà la chiave per far ritrovare il rivale, ora divenuto un ricco imprenditore tedesco.

Itaca per sempre

 di Luigi Malerba

Va di moda l’Odissea, ci prepariamo a vedere il film, e quindi affronto questo libretto consigliato qualche anno fa dalla prof. di greco di Francesco.

Malerba riscrive in forma lievemente romanzata i fatti oggetto del secondo poema Omerico. Interessante scelta stilistica è la continua alternanza quali narratori, per brevi brani, di Ulisse e Penelope, che contribuisce a offrire una visione maggiormente soggettiva degli eventi, e che consente di affiancare alla narrazione degli eventi una retrospettiva emotiva, tra cui spicca il trip psicologico che si apre allorchè Penelope riconosce Ulisse travestito da mendicante, ma resta delusa dal suo mancato rivelarsi e lo tratta freddamente, mentre lui resta del pari interdetto da questa freddezza che fomenta la già presente gelosia. Dopo la strage dei proci l’orgoglioso attestarsi dei due sulle proprie posizioni (e lui, ma allora è cambiato; ho sofferto tutto questo per uno che non è più lui?) rischia di rovinare il lieto fine.

Agli eroi viene data l’umanità, che è il dubbio, la capacità di sbagliare e cambiare. Alla fine, per volersi veramente bene quello che non può mancare è l’ascolto, la comprensione, la disponibilità a rinunciare a qualcosa per il bene di un rapporto.

Nella parte finale, Ulisse alle prese con il cantore Tersiade scrive i due poemi, litigando perché vuole inserire parti di pura fantasia. Per Malerba è lui Omero, la sua voglia di raccontare le cose vissute si confonde con la voglia di viverle per poterle raccontare, è la poesia.