Sono passati alcuni giorni dall'inizio dell'esecuzione della sentenza a carico di Mario Roggero, è forse possibile un ragionamento che prescinda dal clamore destato soprattutto dal strumentalizzazioni politiche e dalla difficoltà che si incontra a informare, spiegare, farsi spiegare.
I fatti sono abbastanza evidenti, è diventata definitiva una sentenza che nel duplice omicidio seguito ad una rapina ha disconosciuto l'esimente della legittima difesa, e considerando le attenuanti emesso condanna a 14 anni di carcere.
Talune reazioni politiche, per ragioni facilmente comprensibili, hanno trascurato or l'uno or l'altro aspetto di una vicenda che appare oltremodo semplice, come può facilmente desumersi da un minimo fact checking come quello operato da Antonucci.
Non sfugge ad osservatori accorti il collegamento tra questa vicenda ed il rispetto dello stato di diritto, non a caso richiamato, con abbastanza chiaro riferimento a questa vicenda, da Mattarella nel discorso del ventaglio. In un articolo che parte dall'Ulisse e richiama il passaggio storico nella Grecia classica dalla giustizia privata al diritto amministrato dalla stato, Caiazza ricorda come abbia funzionato, in questa vicenda, il rispetto delle regole comprese quelle che hanno dimostrato la massima comprensione consentita dalla legge nei confronti di un imputato di omicidio, e come la politica dovrebbe farsi accorta che inseguire le pur comprensibili pulsioni della bestia social porta su una china non arrestabile.
Alza il livello il prof Fiandaca, che invita a ragionare "sia sul perché il tema della sicurezza assume una valenza politica centrale, sia sui motivi per cui il diritto penale funge da persuasivo spot elettorale" arrivando a "ipotizzare un forte nesso tra la attuale difficoltà e/o incapacità di fare politica con strategie e risorse propriamente politiche e lʼabusato e inflazionato ricorso alla punizione".
Più facile vergare una inutile modifica legislativa che introduce un nuovo reato, che trovare una soluzione politica (e magari le risorse correlate) ad un problema.
Ma c'è di più: "Forse, come anchʼio sospetto, il diritto penale reca in sé la rischiosa attitudine a risultare redditizio in termini di consenso per ulteriori, e non secondarie, motivazioni che hanno a che fare con la psicologia della giustizia punitiva... anche a prescindere in verità dalla collocazione a destra o a sinistra delle forze politiche che di volta in volta lo perseguono, ecco che il rigore punitivo si presta a sfruttare politicamente pulsioni giustizialiste scaturenti da sentimenti di paura, rabbia, indignazione, frustrazione, rancore e risentimento che si diffondono negli strati sociali più deboli specie nei periodi di crisi socio-economica, o in ogni caso quando si lamenta il tradimento di promesse e aspettative su cui si è fatto assegnamento. Sulla base di rilievi come questi, è azzardato ipotizzare che sia connaturata al penale, per dir così al suo Dna, una sorta di intrinseca e sotterranea componente polemogena e vendicativo-ritorsiva, che contribuisce a spiegarne lʼappeal elettorale e dunque la incessante tendenza a ricorrervi come mezzo di captazione del consenso?"
Ciò riconosciuto, Fiandaca ritiene che si sia vicini al livello di guardia, e che la cosa sia da valutare con attenzione non solo in relazione al tema in se, ma nel significato che questa strumentalizzazione della punizione assume rispetto alla sostanza democratica della Repubblica: Il che preoccupa, non meno di quanto sorprenda. Non è minacciata soltanto la legittimità costituzionale del diritto penale. Prima ancora, e più in generale, vengono in questione la qualità della politica e la crisi complessiva della democrazia italiana – invero, co-determinata dalla perdurante incapacità delle forze di opposizione di assolvere un ruolo politico-culturale allʼaltezza delle sfide odierne. Una conferma, questa, degli stretti nessi tra questione penale e questione democratica.


