A futura memoria (perchè la memoria abbia un futuro)
domenica 27 settembre 2026
Stelle alpine a Malga Lussari
Franco Baresi, inimitabile bandiera
Franco Baresi non c'è più, le lacrime di Paolo sono quelle di tanti di noi.
Perchè piangiamo? Lo spiega Luca Gelmini in un articolo sul Corriere, che ho postato in un gruppo sentendomi subito in dovere di precisarne l'autore, che non era farina del mio sacco (perchè sembrava esserlo):Ma perché piangi per Franco Baresi ? Hai cinquantatré anni, tre figli, non sei più il ragazzino che si commuove davanti al poster appeso in cameretta. Il calcio non è la tua famiglia, Baresi non è un parente. L’hai incontrato una volta sola e quel selfie scattato a San Siro, diventato la tua foto profilo su WhatsApp, lo avranno in archivio altre migliaia di tifosi.
Eppure piangi. Piangi a lungo. Perché ci sono uomini che finiscono per diventare compagni di strada senza che tu te ne accorga. Non li frequenti, non li conosci davvero, ma attraversano la tua vita. Per chi è cresciuto milanista, Franco Baresi non è stato semplicemente il capitano più vincente . È stato il Milan.
La sua grandezza non era scontata. Franco non era un predestinato come Gianni Rivera o Paolo Maldini. Se l’è sudata la gloria. Quel sorriso appena accennato, quello sguardo sempre serio, quasi sofferente: in campo si percepiva che stava giocando di più che una semplice partita di pallone. E ti immedesimavi all’istante. La sua maglia (la leggendaria 6) era la tua maglia, la sua fatica era la tua fatica.
Perché Franco da Travagliato aveva il senso di responsabilità. Se Buzzati l’avesse visto giocare avrebbe coniato solo per lui la definizione di doverista, il dovere prima di tutto. Non spariva quando la nave imbarcava acqua, non «schettinava» via. Restava sul ponte, anche a costo di affondare. Le sconfitte se le caricava sulle spalle. E gli è capitato di affondare. Con il Milan, nelle due retrocessioni in Serie B, quando avrebbe potuto andarsene e invece rimase.
E con l’Italia, nella notte di Pasadena. Giocò una finale immensa contro il Brasile, da Pallone d’Oro. Poi arrivarono i rigori. Il primo lo calciò lui. Alto. L’immagine che resta è quella di Franco in lacrime, consolato da Arrigo Sacchi. Piangeva perché sentiva di aver tradito i compagni. Era fatto così: il capitano non si attribuiva i meriti, si prendeva la colpa. È stato un’autorità naturale, senza il bisogno di tanti discorsi e manfrine. Un leader lontano dalla teatralità di un generale. Ma dove lo trovi un altro così?
La grandezza del campione è indiscutibile; ma forse messa paradossalmente in secondo piano dalla statura morale e dal carisma che la accompagnavano.
Cito tre illustri testimoni.
Per Gianni Brera era difensore sostanzialmente ineguagliato: «Baresi II è dotato di uno stile unico, prepotente, imperioso, talora spietato. Si getta sul pallone come una belva: e se per un caso dannato non lo coglie, salvi il buon Dio chi ne è in possesso! Esce dopo un anticipo atteggiandosi a mosse di virile bellezza gladiatoria. Stacca bene, comanda meglio in regia: avanza in una sequenza di falcate non meno piacenti che energiche: avesse anche la legnata del gol, sarebbe il massimo mai visto sulla terra con il brasiliano Mauro, battitore libero del Santos e della nazionale brasiliana 1962".
Diego Armando Maradona, che in un famoso dopopartita indossò la sua maglia, poi esposta nella casa in Argentina assieme a poche altre, la teneva in gran conto: "questa è di un grandissimo giocatore; io penso che Franco Baresi è il massimo come difensore; questo è un ricordo che mi porterò per tutta la vita".
domenica 20 settembre 2026
Cima di Terrarossa
Uscita fuori sacco, faccio scegliere al giovane.
E tanto già lo so che opterà per la più alta.
Alla Cima di Terrarossa mi ero già avvicinato 11 anni fa, all'epoca (stessa stagione) non si era saliti per la neve dopo Huda Paliza.
Partenza mattutina, siamo alla base al parcheggio dell'altopiano presto, ma è già pieno di macchine. Giornata magnifica.
Di buona lena raggiungiamo il Di Brazzà dove prendiamo un caffè, e poi via su. Meno male che mi aspetta, di volata sorpassiamo i numerosi escursionisti, salutiamo i soliti stambecchi a pochi metri dal sentiero, ed in due ore scarse arriviamo alla Cima. Il panorama è magnifico, persino il sobrio estensore della guida si è lasciato per una volta andare. A fianco il Montasio, e cogliendo con uno sguardo il Miezegnot abbiamo sotto la Val Saisera, sullo sfondo Lussari e Cacciatore, più vicino Nabois Grande e Iof Fuart. Di fronte, il gruppo del Canin.
Si comprende come la vera bellezza così a portata di mano attiri così tante persone: nella discesa ne incontreremo almeno una cinquantina, per trovare un posto sulla circoscritta sommità avranno dovuto fare la coda.
Facciamo in tempo a tornare quasi al rifugio prima che sia tempo di addentare i panini, una pausa per comprare il formaggio alla malga e via tornare.
mercoledì 16 settembre 2026
Diritti da conquistare e difendere, istituzioni, Europa: nella vita di Emma Bonino c'è il nostro futuro. Speriamo.
Emma Bonino è mancata, ed io sono tra i pochissimi, circa il 2%, a cui non poteva essere rivolto il suo noto invito: "amatemi di meno, votatemi di più".
Dopo Massimo sono mancati Spadaccia, Cicciomessere, Dupuis, Bandinelli, lasciandoci il ricordo di una stagione gloriosa e, per usare il titolo della Bonfreschi, di "un'idea di libertà".
Di quella storia Emma è stata luminosa protagonista e prodotto, capace di apparire all'esterno quasi un alter ego di Pannella (all'esterno: per un radicale Bonino può stare a Pannella come per un tifoso del Napoli Careca sta a Maradona), e di diventare una stimata persona delle istituzioni, cui sono stati oggi tributati funerali di stato (grazie al governo che l'ha deciso).
La persona non generava nè cercava simpatia, tantomeno consenso slegato dalle battaglie cui teneva, e che ha perseguito con le forze sparute della risicata militanza che lo accompagnava, e con quelle straordinarie della sua tenacia, intelligenza, preparazione. Tra le moltissime sconfitte, le poche vittorie hanno le stimmate dei grandi risultati politici, quelli capace di cambiare il volto di una società, la vita di molte persone, un po' anche la storia.
La stima e la gratitudine largamente riconosciute, con corale partecipazione ai funerali di stato, con bei discorsi in particolare di Magi, Cappato e Manconi, ed alla veglia del giorno prima, evidenziano in particolare tre aspetti ascritti a suo merito, e che vorremmo ritrovare non nell nostro passato, ma nel nostro futuro.
Il suo ruolo di campionessa delle lotte per la conquista dei diritti, sia in Italia che all'estero, per la difesa delle donne più indifese con quello che è stato definito "femminismo liberale", nel pieno dello spirito radicale e con la tenacia di chi anche nei mesi scorsi ricordava la necessità di far seguire alla conquista la difesa costante di quei diritti.
La ferma volontà di portare le battaglie nate nella società, nella strada, fuori dalla politica, nelle istituzioni, che rispettava e difendeva come luogo in cui i diritti ed il diritto potevano trovare il loro duraturo riconoscimento.
Il riconoscimento dell'importanza dell'Europa, che considerava come ha ricordato Della Vedova una zattera che può condurci fuori dalla tempesta, e che ha avuto il coraggio di porre al centro del suo ultimo progetto politico, chiedendo Piu Europa nel momento in cui questa era ai minimi nella considerazione del pubblico.
Molte volte il suo volto, la sua voce, la sua azione ci sono apparse come il lumicino che illuminava la speranza.
Ora Marco è morto, Emma è morta, e anche la democrazia non si sente tanto bene.
sabato 12 settembre 2026
Monte Forato
mercoledì 9 settembre 2026
La rivoluzione americana
di Tiziano Bonazzi
giovedì 3 settembre 2026
Monte Volaia: chiedimi se sono felice
Ecco un vecchio pallino.
Ascesa trascurata, il nome fa andare al famoso, bellissimo lago e per la stessa fatica si va sul Coglians poco più avanti: in 7 ore di cammino non ho incontrato umani.
Le condizioni appaiono ideali, parto e alle 8.50 sono alla base Edelweiss, scelgo di fare il percorso ad anello suggerito dalla guida, anche se forse era meglio tornare come all'andata.
Come mi accade in solitaria il passo è spedito, raggiungo nel tempo prefissato, con percorso nel bosco, i resti di casera chianaletta. Svoltato nella valle adiacente, dopo aver errato l'imbocco del sentiero riprendo a risalire in zona ora aperta ed erbosa, portandomi rapidamente al bivio per la forcella Ombladet. Da qui l'indicazione per la cima (generosa) è di 1.30 h. Dopo una breve pausa risalgo per il sentiero che ora diviene pietroso, per condurre alfine a delle installazioni belliche incredibilmente costruite a mt 2300 e oltre, nella tacca di Sassonero.. Da quest'ultima il sentiero prosegue lungamente per percorrere la costa delle elevazioni che lascio alla destra prima di arrivare ai piedi della cima del Volaia. Nella strada fori praticati per la roccia e poi scorci naturali mi lasciano già intravvedere, laggiù, il laghetto e alle spalle la possente parete del Coglians. L'ultimo tratto, nel quale trovo anche piccoli residuati nevosi composti da fiocchi tondi di dimensioni insolitamente grandi, comporta una salita a tratti faticosa per la cima, a metri 2470, che conquisto solitario, atteso da un'inaspettata, da queste parti, giornata soleggiata.
Ecco la felicità, quella che può dare solo la vera bellezza. Da un lato il Lago Volaia, piccolino nello scorcio laggiù, ai piedi del gigante; dall'altro i pascoli di Bordaglia, ben visibili le due casere ma non il laghetto. In fondo la valle Fleons ed i monti di Sappada, laggiù lo stabilimento dell'acqua minerale.
domenica 30 agosto 2026
Monte Rest
E' tempo di repliche!
L'importante è andare, spesso nei posti nuovi mi dico che qui vorrei tornarci, e le mete già visitate cominciano a essere un bel po'.
Dall'oggi a domani mi viene chiesta un'escursione a Tramonti, visto che va bene facile propongo subito la casera Rest con eventuale estensione al monte.
Partenza in tutta tranquillità alle 10.45 dal passo, ci vuole circa 1 h 15 minuti per raggiungere la casera che è deserta, il tempo tiene e nonostante la velatura si vede tutta la val tramontina.
La vetta così vicina è troppo invitante, una scappata la facciamo. Non c'è vento questa volta, ma la consueta bella e spaziosa vista.
Il pranzo alla casera è piacevole, giusto in tempo per scappare via, recupero figlia impellendo.
sabato 29 agosto 2026
Anello in Val Zemola
Si va nelle montagne pordenonesi, la Val Montanaia l'abbiamo già smarcata, scelgo la Val Zemola.
Come ogni volta, è come l'asino di Buridano, non so risolvermi tra le alternative proposte dal file: Forcella del Duranno, Monte Zita, Anello della val Zemola in senso antiorario, rifugio cava Buscada.
Opto per un misto, con ascesa al Monte Zita e deviazione per il rifugio Maniago.
Partenza alle 7 per raggiungere ad ora adeguata Casera Mela, al parcheggio ci ritroviamo una comitiva di veneti con cui ci incroceremo fino all'arrivo. Dovevano essere i sentieri del silenzio, ma vabbè.
Percorriamo la strada per circa 90 minuti, portandoci a breve distanza dal Cava Buscada, dove parte il sentiero per il Rifugio Maniago e casera Bedin. Poco prima di questa partirebbe l'ascesa alla forcella Zita e poi alla cima, ma decidiamo di procedere abbattendo il dislivello di 400 metri. Il tempo tiene, il sole si alterna a rade nuvole, compresa quella che per l'intera giornata ci impedirà di vedere la cima del Duranno, che comunque si staglia imponente di fronte a noi.
Dalla Casera, in cui non ci fermiamo vista l'affollata compagnia, parte il sentiero per il rifugio, che in lungo saliscendi parte nel bosco parte in costa ci porta ad arrivare alla meta, con qualche minuto di vantaggio sulla concorrenza, poco prima delle 13. Il rifugio ha una nuova gestione di ragazzi giovani, è un piacere gustare un piatto di pasta con la visuale della vallata da una parte, e la parete del Duranno dall'altra. Le cime che lo contornano, più basse, sono intervallate da una serie di forcelle tutte accessibili con sentieri ben segnalati.
Dopo circa un'ora di pausa ridiscendiamo per il sentiero diretto, che derapa piacevole nel bosco, fino al incontrare la carrareccia che imbocchiamo, allungando brevemente ma mantenendo la quota che altrimenti avremmo dovuto recuperare.
Al parcheggio accogliamo l'invito che la Casera offre di una bevanda fredda, e contempliamo il magnifico panorama progettando un bel pranzo con vista Duranno.
Selvaggia, oggi non solitaria, ma comunque insolita manifestazione della vera bellezza
domenica 23 agosto 2026
Campanile di Val Montanaia.
Chiedetemi se ho visto un posto più bello, e mi fermerò a lungo a pensare se ne riesco a indicarne un altro.
La conca in cui si erge il Campanile di Val Montanaia, contornata dagli Spalti di Toro, è vera meraviglia e meritato oggetto di immagini copertina della nostra montagna, insieme a lui, il nostro leggendario pinnacolone.
Ci salgo con i ragazzi, ci tengo che lo vedano, che magari tra molti anni possano dire "ci sono stato la prima volta con lo zio, con papà".
La strada per arrivarci è lunga, ma come dico sempre non molto di più di quello che ci conduce ad altre mete più tradizionali, e consente un nuovo tuffo nella meraviglia che è la Val Cimoliana.
Una breve tappa al Pordenone e si parte, i ragazzi non hanno bisogno di tante pause. La giornata è ideale, le nuvole ci sottraggono ad una nefasta esposizione al sole sulla pietraia iniziale. La salita ha una pendenza costante relativamente faticosa, fin quando non si apre alla fascia in cui compare rada vegetazione. L'ultimo tratto è compiuto al cospetto del Campanile, ai ragazzi dico andate, ci vediamo al bivacco, voglio salire con calma ed assaporarmi l'attesa della meraviglia.
Il bivacco Perugini è vuoto, allora non è una chimera passare una notte qui; sentiamo anche suonare tre volte la campana, molti scalatori sono all'opera. Tra gli escursionisti la più parte parla straniero, viene da lontano ad ammirare il nostro campione.
E' questo un luogo che non delude, l'unica cosa che guasta il momento è il pensiero che si dovrà ripartire. Visto che è presto (due ore di ascesa) ci sarebbe il tempo per l'ascesa alla forcella, sbaglio a non approfittarne. Dopo una lunga pausa riprendiamo la via del ritorno.














































