Franco Baresi non c'è più, le lacrime di Paolo sono quelle di tanti di noi.
Perchè piangiamo? Lo spiega Luca Gelmini in un articolo sul Corriere, che ho postato in un gruppo sentendomi subito in dovere di precisarne l'autore, che non era farina del mio sacco (perchè sembrava esserlo):
Ma perché piangi per Franco Baresi ? Hai cinquantatré anni, tre figli, non sei più il ragazzino che si commuove davanti al poster appeso in cameretta. Il calcio non è la tua famiglia, Baresi non è un parente. L’hai incontrato una volta sola e quel selfie scattato a San Siro, diventato la tua foto profilo su WhatsApp, lo avranno in archivio altre migliaia di tifosi.
Eppure piangi. Piangi a lungo. Perché ci sono uomini che finiscono per diventare compagni di strada senza che tu te ne accorga. Non li frequenti, non li conosci davvero, ma attraversano la tua vita. Per chi è cresciuto milanista, Franco Baresi non è stato semplicemente il capitano più vincente . È stato il Milan.
La sua grandezza non era scontata. Franco non era un predestinato come Gianni Rivera o Paolo Maldini. Se l’è sudata la gloria. Quel sorriso appena accennato, quello sguardo sempre serio, quasi sofferente: in campo si percepiva che stava giocando di più che una semplice partita di pallone. E ti immedesimavi all’istante. La sua maglia (la leggendaria 6) era la tua maglia, la sua fatica era la tua fatica.
Perché Franco da Travagliato aveva il senso di responsabilità. Se Buzzati l’avesse visto giocare avrebbe coniato solo per lui la definizione di doverista, il dovere prima di tutto. Non spariva quando la nave imbarcava acqua, non «schettinava» via. Restava sul ponte, anche a costo di affondare. Le sconfitte se le caricava sulle spalle. E gli è capitato di affondare. Con il Milan, nelle due retrocessioni in Serie B, quando avrebbe potuto andarsene e invece rimase.
E con l’Italia, nella notte di Pasadena. Giocò una finale immensa contro il Brasile, da Pallone d’Oro. Poi arrivarono i rigori. Il primo lo calciò lui. Alto. L’immagine che resta è quella di Franco in lacrime, consolato da Arrigo Sacchi. Piangeva perché sentiva di aver tradito i compagni. Era fatto così: il capitano non si attribuiva i meriti, si prendeva la colpa. È stato un’autorità naturale, senza il bisogno di tanti discorsi e manfrine. Un leader lontano dalla teatralità di un generale. Ma dove lo trovi un altro così?
La grandezza del campione è indiscutibile; ma forse messa paradossalmente in secondo piano dalla statura morale e dal carisma che la accompagnavano.
Cito tre illustri testimoni.
Per Gianni Brera era difensore sostanzialmente ineguagliato: «Baresi II è dotato di uno stile unico, prepotente, imperioso, talora spietato. Si getta sul pallone come una belva: e se per un caso dannato non lo coglie, salvi il buon Dio chi ne è in possesso! Esce dopo un anticipo atteggiandosi a mosse di virile bellezza gladiatoria. Stacca bene, comanda meglio in regia: avanza in una sequenza di falcate non meno piacenti che energiche: avesse anche la legnata del gol, sarebbe il massimo mai visto sulla terra con il brasiliano Mauro, battitore libero del Santos e della nazionale brasiliana 1962".
Diego Armando Maradona, che in un famoso dopopartita indossò la sua maglia, poi esposta nella casa in Argentina assieme a poche altre, la teneva in gran conto: "questa è di un grandissimo giocatore; io penso che Franco Baresi è il massimo come difensore; questo è un ricordo che mi porterò per tutta la vita".
Paolo Maldini
spiega cosa è stato il Capitano per lui, che solo è stato poi capace di eguagliarne la grandezza, seguirne l'esempio:
Ciao Franco,
Oggi provo la stessa sensazione di quando, per un qualsiasi motivo, non potevi scendere in campo al
nostro fianco: come faremo senza il nostro Capitano?
Mi hai insegnato a lottare fino all’ultimo respiro, cosa significhino l’attaccamento alla maglia e il valore di essere un vero leader. Lo hai fatto con l’esempio, ogni giorno: poche parole, ma tantissimi fatti.
Mi hai protetto quando ero un bambino, mi hai guidato da ragazzo e mi hai ispirato da uomo. Sei stato il calciatore più forte con cui abbia mai avuto l’onore di giocare.
Il calcio è fatto di passione, di rivalità anche accese, ma ci sono uomini che riescono a superarle per il rispetto che si sono guadagnati, non solo sul campo.
Non ho creduto ai miei orecchi quando il suo ricordo durante il triangolare a Udine è stato occasione di un coro della curva: "Baresi! Baresi!": mai sentita la Nord inneggiare a uno che non ha mai giocato per noi. Eppure nella mente della gente è evidentemente rimasto non il ricordo della sua classe, nè delle sue giocate, nè della
straordinaria partita di Pasadena culmine della carriera in nazionale, ma quello di un capitano che seppe restare fedele alla maglia anche quando voleva dire scendere in B, e votarsi ad un futuro che allora pareva molto diverso da quello che poi regalò Berlusconi. Baresi stava sulle palle, da avversario, come i campioni che ti fanno perdere le partite, e alcuni cori che lo bersagliavano ben ne danno la misura. Ma poi i veri tifosi sanno riconoscere, insieme al simbolo di un calcio che non c'è più, il valore di uno che ha impersonato quello che loro chiedono (chiederebbero? chiedevano?) al loro capitano.
Lo spiega
Imarisio:
A quei tempi faceva freddo già a ottobre, e il riscaldamento in classe era un lusso. Stavano per cominciare gli anni Ottanta. Con le mani intirizzite ci passavamo da un banco all’altro i bigliettini con il gioco adolescenziale dell’elenca i tuoi cinque idoli, che siano chitarristi rock, personaggi della televisione o sportivi. Al primo posto, molti di noi scrivevano Franco Baresi. E non abbiamo mai cambiato idea, neppure oggi che salutiamo per l’ultima volta il piccolino e poi l’uomo adulto, il campione che è rimasto, che non ci ha mai abbandonato, anche quando avrebbe avuto tutte le ragioni per farlo.Poi la sorte cambiò gioco: Poi arrivò Silvio Berlusconi e tutto cambiò, la storia del calcio, l’Italia, i costumi. Tutto, tranne lui. Franco attraversò i migliori anni della nostra vita calcistica rimanendo fedele a sé stesso, a quella antica impronta che gli derivava dall’odore di concime dei campi di Travagliato, dalla dignità della fatica, del guadagnarsi il pane quotidiano con il sudore della fronte.
Non fu mai, glamour, il nostro piscinin. Intanto erano esplosi gli anni dell’edonismo reaganiano, dell’opulenza non solo sportiva portata in dono da Arcore, ma lui non fu mai figlio di quell’epoca, continuava a essere il passato remoto vivente di un tempo lontano, superato dalla modernità. Una persona semplice, che aveva però il dono divino di capire il gioco come nessun altro. Ha sempre parlato poco, convinto che l’esempio fosse l’unica possibile moneta corrente, conservando quella diffidenza guardinga di chi ha imparato sulla sua pelle che basta un attimo, un giorno o un mese, per perdere tutto.
Fu unico, l'ultimo di altri tempi, purtroppo non futuri: Paolo, inteso come Maldini, il figlio di Cesare, è stato il campione di quel periodo, prototipo di un altro modello di calciatore, professionista integerrimo e anche lui modello di una serietà oggi perduta, ma in qualche modo è stato un predestinato, ha vissuto gli anni dell’opulenza, dei trionfi, dell’epopea. Franco è stato una cosa diversa. Lui c’era anche prima, è stato l’unica luce nel buio, è stato con noi nella buona come nella cattiva sorte.
Quando la gente si stupì del suo recupero da record per la finale di Pasadena, noi non fummo affatto sorpresi. Non c’era più la scuola media Antonio Fogazzaro, non c’era più quell’Italia. Ma sapevamo chi era Franco, conoscevamo la sua capacità di soffrire, la sua dedizione monacale. Adesso che il viaggio tremendo è terminato, che tutta l’Italia lo ricorda a testa alta, la palla incollata ai piedi e lo sguardo rivolto verso un orizzonte lontano, il condottiero che comandava la squadra di club più forte della storia del calcio e la Nazionale, a noi rimane anche l’immagine di un essere umano diverso, fatto di uno stampo ormai introvabile e non più riproducibile.
Gli stessi sentimenti che provano i molti campioni che l'hanno incrociato indicandolo poi come esempio di comportamento: cioè un campione.
Belli
tra gli altri i ricordi di
Rivera,
Collovati,
Bergomi, quest'ultimo co-protagonista della sua ultima uscita pubblica, l'accensione della fiaccola olimpica, Delpiero che ha ricordato il suo gesto all'Heysel.
La sua unicità divenne oggetto di un coro, oggi diffuso.
Ciao Capitano, per una volta dire che non vedremo un altro come Franco Baresi non è una vuota frase dettata dall'emozione, ma una certezza.
Mi hai fatto piangere di nuovo, come Luca Gelmini, come la notte che lasciasti il calcio.
Ti voglio ricordare come nel poster che per anni ho avuto in camera, mentre alzi la coppa nella notte di Barcellona che ho avuto l'inestimabile fortuna di vivere dal vivo