sabato 9 maggio 2026

Ringraziare, non dimenticare, avere un groppo in gola

Sono tecnicamente uno scampato alla furia del terremoto. Domrivo in culla nella casa dei miei nonni, a Gemona. Mia madre racconta che riuscì ad arrivare alla culla la piano di sopra, non a riportarmi di sotto, i 59 secondi li trascorse nel pianerottolo della casa che poi risultò semidistrutta. Non ho ricordi, ovviamente, di quanto accadde mentre avevo solo 18 mesi. Ricordo invece negli anni successivi la vita nelle krivaje, le messe nella baracca, i cantieri ovunque e la malta, talmente invitante che ero tentato di mangiarla. Il nonno intendo alla ricostruzione con un paio di muratori telefonava trafelato alla ditta Forgiarini ordinando un sacco di cemento alla volta, meglio essere prudenti. Ricordo nel 1986 la visita del Presidente Cossiga: veniva a constatare che la ricostruzione era completata, dopo 10 anni.


  

Il terremoto del 76. Un anno fa dissi ad una collega di fuori: vedrai nel 2026, anniversario dei cinquanta anni , che celebrazioni in grande stile.

Un sisma di mezzo secolo fa è un fatto storico, al più produttivo come ogni altro di conseguenze, di cui due generazioni portano la responsabilità ben più di quell'evento genetico. E, fuori dal Friuli, di quel che accadde nel 1976 non vi sarebbe comprensibilmente memoria, se non ci tenessimo noi così tanto.

Non è facile trasmettere l’importanza che il terremoto riveste quale fattore identitario di una comunità, di un popolo. Ogni 6 maggio, e quest’anno di più per la rotondità della ricorrenza, si ravviva un crogiolo di emozioni in cui il ricordo delle persone scomparse in quella che fu una tragedia di dimensioni immani si incontra con la gratitudine per la eccezionale solidarietà ricevuta, e poi con l’orgoglio di aver reagito con le nostre prerogative, compostezza determinazione e spirito di sacrificio, portando alfine a termine una ricostruzione che è stata materiale e morale, financo trasformata in occasione di sviluppo.

Per molti, come quelli della mia età, per fatto anagrafico, non si tratta di un ricordo, ma della scoperta di quello che siamo, o almeno di quello che vorremmo pensare di essere, per tutti è un'emozione che ogni volta è impossibile trattenere. 

In passato mi è capitato di chiedermi se nella narrazione incentrata sul “modello Friuli” non vi fosse eccesso autocelebrativo, contrastante la modestia e l’understatement che ci contraddistinguono, e anche ci piacciono.  Che la risposta debba essere negativa ho cominciato a pensarlo quando ascoltai una frase buttata li da Bordin durante una rassegna stampa; se Massimo diceva, di fatto riproducendo la famosa ellittica frase di Zamberletti, che oltre al modello c'erano i friulani, forse del vero c'era.

Nei giorni scorsi, durante le celebrazioni che l'Amministrazione ha organizzato senza risparmio, questo è stato ribadito dalle più alte cariche dello Stato intervenute a Gemona con significativi discorsi, rendendo il merito che a questo punto ci prendiamo. 

Dobbiamo ringraziare la Presidente Meloni, per le sue frasi molto belle. Non ha dimenticato di citare le importanti scelte operate dalla stato, la nomina di Zamberletti e la nascita della Protezione civile, la ricostruzione fedele, l'autonomia ed il ruolo dei sindaci. Eravamo pronti a fare dibessoi, ma abbiamo avuto grande aiuto (da tutta Italia dice la Presidente, da tutto il mondo aggiungo io). Lo abbiamo evocato e meritato con l'impegno e la serietà, costruendo un esempio che è importante ricordare e porre a base della quotidiana attività. Il pudore mi trattiene dal ricordare quanto la Presidente ha detto quale giudizio complessivo sulla ricostruzione. 

Dobbiamo ringraziare il Presidente Mattarella, che ha ripetuto al consiglio regionale straordinario, dall'altissimo scranno che occupa, queste parole: "A quella stagione, a quegli anni, a quel contesto di desolazione e di preoccupazione, le dirigenze dell’epoca, le popolazioni – come è stato già sottolineato da chi è intervenuto: dal Presidente del Consiglio, dal Presidente della Regione, dal Sindaco, dal Presidente del Consiglio regionale – hanno opposto determinazione e grande energia, quella di una volontà di vita che ricomincia, attingendo al seme della cultura e del carattere della gente friulana.  Viene da pensare che il concetto di resilienza trovi qui, in questa terra, la sua radice.

Friuli, Italia: Il nostro Paese conserva formidabili risorse morali di umanità e senso di unità, che sa esprimere nei momenti più difficili, prezioso patrimonio sociale e civile.

Dopo aver ricordato, oltre a Zamberletti, Comelli e Biasutti, Mattarella ha ricordato che " il futuro dipende da noi, che l’esito della storia non è mai scontato ma è affidato alla responsabilità e alle scelte di persone e comunità. Un insegnamento qui manifestato, in Friuli, che vale sempre.  Anche oggi, di fronte alle guerre, agli squilibri crescenti nel mondo, alle volontà di sopraffazione."

L'impegno a mantenere i nostri valori, a operare senza dare per scontati diritti e le istituzioni, pur migliorabili, grazie ai quali viviamo in pace e relativa prosperità, ricorre sempre nei discorsi del Presidente: Nell’ottantesimo anniversario del voto che volle la Repubblica e diede origine alla sua Costituzione, oggi qui a Gemona, nella solenne cornice del Consiglio regionale, insieme agli amministratori locali, insieme ai rappresentanti delle istituzioni, del volontariato, in una terra e di fronte a un popolo capace di affrontare le avversità, di rialzarsi, ribadiamo - in un momento di memoria e di impegno - il Patto di non lasciarci fuorviare nel cammino di progresso, nell’affermazione dei valori di solidarietà e di coesione, che qui sono stati, in maniera esemplare, vissuti e realizzati.

Il modello Friuli dunque.  E' che siamo talmente abituati (indotti?) a vedere ovunque inconcludenza burocratica, malaffare, disonestà, che ci troviamo spiazzati quando le cose sono semplicemente andate come dovevano andare. Parlo non dei friulani, ma dello Stato, che da subito fu presente, investì ingenti risorse, fece le scelte giuste in campo organizzativo, confidò nella maniera appropriata nell’autonomia e nella responsabilità delle comunità colpite, che risposero al tanto ricevuto facendo la propria onesta parte, sapendo essere comunità, declinando il principio di sussidiarietà in concreto, prima ancora che venisse concettualizzato.

Deve questo essere un modello, e non la normalità? Vorrei (voglio) non crederlo.

Quanto alla parte che vi abbiamo avuto noi (i miei nonni, i miei genitori), che siano gli altri ad indicarla. Noi continueremo a ringraziare e non dimenticare, mentre ascoltiamo le vecchie storie, i vecchi racconti, i vecchi slogan, ogni volta con quel groppo alla gola.


domenica 3 maggio 2026

Riccardino

Caro Riccardino, mi ero preparato giusto due parole, nel caso fossero necessarie.

Volevo anche cantare "Father and son", per dirti che la maggiore età non è solo una festa, arriva il momento della responsabilità e delle scelte; si apre quella dinamica in cui i vecchi danno consigli che traggono inevitabilmente dalla loro esperienza, i giovani non li ascoltano, perchè credono di essere diversi, ed hanno ragione a crederlo, perchè lo sono, ogni persona è unica. Il Magna non è venuto ed il duetto che avevo immaginato è saltato, e poi non c'era Francesco.

Alla fine è saltato anche il discorso, tra il timore di esagerare e la volontà di non prendermi un palcoscenico che non era il mio.

Auguri Riccardino.

Intorno al tuo diminutivo si sprecano i commenti, in realtà esso non allude nè alla statura nè all'età: è intriso della gratitudine che proviamo perchè con la tua presenza hai reso migliori tutti i nostri giorni, in questi 18 anni.

Una volta una maestra ad un colloquio disse a tua madre: "Riccardo è il vero bambino: sereno, capace di sorprendersi, arrabbiarsi, gioire, senza troppe fisime e complicazioni". E tu sei così, buono, gentile  elemento di equilibrio tra tutti, capace di sopportare le angherie di Francesco, di dire una buona parola ai nonni, di adattarti agli umori dei genitori, vigile a come si veste Margherita alle feste. A me, mi accompagni allo stadio, in trasferta, mi porti anche in montagna, rendendomi felice.

E' una fortuna tua e delle persone che ti stanno e ti staranno accanto questa attenzione agli altri: hai preso il cuore buono del nonno, solo declinandolo in salsa settentrionale. 

E nonostante questo, quando c'è bisogno, Riccardo non resta un'acqua cheta, è capace di mettere in campo personalità e impegno, e tutto il resto che serve.

Insomma, Riccardo, te lo devo dire: sei il figlio che tutti vorrebbero.

E allora sono fortunato, perchè c'è Margherita, la figlia che tutti vorrebbero, e Ciccio, il nostro Ciccio, il figlio maggiore che tutti vorrebbero.

Caro Riccardino, cari ragazzi, grazie per quello che siete. Saremo sempre dalla vostra parte.