Mi viene in aiuto nell'argomentazione un articolo di Ferrara di qualche giorno fa, che prende le mosse da un'intervista di Zerocalcare a Repubblica. Non ho trovato il testo integrale di questa (mi dispiace), mi devo accontentare dei molti resoconti. Si parla di Genova, 25 anni dopo, riassume Ferrara:
Zerocalcare c’era, e rivendica tutto in un’intervista a Repubblica. Usa un tono nostalgico per il dissenso armato, per la guerriglia dai metodi insurrezionalisti, e censura nel suo campo politico la tendenza al vittimismo, l’idea che si parli delle vittime della repressione poliziesca e non del conflitto organizzato, e di quel tipo di conflitto, della sua radicalità anarchica, che secondo lui supera in forza morale resistente anche le idee e le motivazioni della protesta. La sinistra ha dimenticato, secondo Zerocalcare, che il nucleo forte della protesta di piazza è nella sua espressione violenta, da un quarto di secolo crea un panteon vittimista e lo coltiva, ma non osa richiamare la grandiosità di quei momenti di scontro diretto e soccombe a un’ideologia securitaria della destra che fa di tutto ciò che si muove un reato di devastazione e saccheggio, un comportamento sociale deviante.
Nella narrazione di Zerocalcare si mescola la lettura dell'oggi con il ricordo di un momento di formazione. Quest'ultimo può interessare o meno, il punto stimolante è il ruolo del dissenso, la sua capacità di contribuire a creare un mondo migliore e la forma, anche violenta, che questo può (deve?) assumere.
Gli organizzatori della contromanifestazione del 2001 pensavano che "un altro mondo è possibile". Giovani, movimenti, famiglie volevano gridarlo, provare a farlo stando insieme con gioia, determinazione e utopia, contestando i capi di stato ed il sistema che essi rappresentavano.
Andò molto diversamente, come ricorda Ferrara.
Genova fu teatro di scontri furenti tra manifestanti e polizia, durante i quali un carabiniere di leva di vent’anni sparò dall’abitacolo di una camionetta per difendersi da un’aggressione violenta e uccise colpendolo alla testa un giovane di vent’anni che brandiva un estintore contro di lui.La protesta era contro una riunione di otto capi di stato e di governo, il G8. La piattaforma era la rivendicazione di un altro mondo possibile contro gli sviluppi economici, sociali e politici della globalizzazione, eguaglianza e pauperismo contro mercati liberi, tecnologie e autorità degli stati. Tutti persero la testa. La piazza, che era composita e divisa tra sognatori e casseurs, fu violentissima, devastazione e saccheggio, molotov e sassaiole, incendi e attacchi duri alla polizia. La repressione di stato fu inevitabile ma spietata, fuori dai canoni di uno stato di diritto, con arresti indiscriminati, pestaggi e torture alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Fu una guerra urbana, un episodio infelice e tragico, una degenerazione incontrollata di dissenso e repressione, e su quella guerra si stese l’ala della leggenda, del mito, della mostrificazione del nemico.
Intanto l’altro mondo possibile lo hanno creato i ricercatori dei vaccini, i socialdemocratici delle terze vie alla guida dei governi, i populisti e i tecnocrati miliardari che hanno avvolto il pianeta nella rete di possibilità di comunicazione e di nuova intelligence dei dati che fa il bene e il male, come sempre frammisti, dal rincoglionimento cognitivo di una generazione quasi perduta al dispiegamento di possibilità di difesa e contrattacco di un eroico paese europeo aggredito dall’autocrazia russa. Il mondo reale non è una palla di fumo ideologico, non è il teatro dei sogni, il dissenso è il sale delle democrazie in lotta di civiltà contro gli incubi fondamentalisti e imperiali che insidiano il primato declinante dell’occidente, ma è il dissenso a mani nude delle Politkovskaia e dei Navalny, è l’antagonismo elettorale democratico di un Mamdani o di altri che si battono contro ogni forma di populismo e di demagogia, è la fatica di ogni giorno per uscire dalla tenaglia fra violenza sociale e repressione di stato.
Un cazzo di manifesto del riformismo.
Credo e spero che un ventenne non possa condividerlo, che sia veramente convinto di cambiare lui il mondo con una rivoluzione, da preparare in manifestazioni cortei e magari qualche scazzottata, ma io boomer ritrovo in queste parole il cuore dell'intelligenza che ci ha dato il mondo, imperfetto e migliorabile, in cui Zerocalcare può liberamente sparare a zero sul governo, e se vuole candidarsi a guidarlo, e cambiare idea quante volte vuole senza che lo passi a trovare l'FSB, e senza che sua sorella, se ne ha una, debba portare il fottuto velo.
I ragazzi di Genova non si sono persi di vista. Sono stati poi NO TAV, NO TAP, poi PRO PAL, e Askatasuna vuol dire libertà.
Anche qui sarebbe necessario conoscere, distinguere, considerare che l'operato di qualcuno orienta il giudizio su tutti gli altri, che spesso la pensano e operano diversamente.
Però la mia impressione, sintetizzata nel modo più banale, è che una bella causa si trova sempre, l'importante è fare un bello scontro con la polizia. Che sembra non aspettare altro, come il governo che ha già nel cassetto il prossimo decreto sicurezza.
Tralascio i violenti veri, quelle per cui menare le mani è lo scopo di tutto. Sono probabilmente minoranza, ma riescono sempre a rendersi protagonisti, e chi si lascia coinvolgere, anche strumentalizzare, ne è oggettivamente complice e vittima al tempo stesso. Penso agli altri, a quelli che veramente sperano di cambiare il mondo, mi chiedo se non comprendono che la protesta che conduce solo ad uno scontro, che non produce se non reazioni liberticide, soddisfa forse la loro voglia di partecipare, la vanità di essere gli unici puri: ma se non cambia le cose, non serve a un cazzo.
Tutto poi si può dire, ma una cosa non la digerisco.
Che uno si scelga un nome che è un concetto importante, a suo modo sacro, e poi pretenda di esserne l'incarnazione.
In basco askatasuna vuol dire libertà, pare.
Ma che la libertà, non la possibilità di fare quel cazzo che ci fare ma lo stato che rende la vita degna di essere vissuta, l'ideale politico per cui hanno lottato e sono morti i migliori uomini che siano esistiti, possa essere rappresentata da quei signori, da quei ragazzi, incontra un mio gigantesco NO.
Cantate le vostre canzoni, fate lo vostre battaglie, se potete state lontani da quelli che alla prima occasione vi useranno e rovineranno il vostro impegno fracassando il cranio di un questurino: ma non chiamatele con il nome di quello per cui sono morti gli americani e i neozelandesi sbarcati ad Anzio, per cui sono stati assassinati Carlo Rosselli, Giacomo Matteotti, Alexsej Navalny e infiniti altri, per cui è vissuto Sacharov, per cui sono stati imprigionati Mandela e Aung San Suu Kyi, per cui quel ragazzo cinese ha cercato, con la borsa in mano, di fermare i carroarmati. Per il quale soffrono e muoiono, da 50 anni, i vostri coetanei di Teheran, per i quali non si è mai vista una sfilata dei NO PASDARAN.

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