lunedì 27 aprile 2026

Anello del Monte Lovinzola

I due indiziati si danno malati, qualche dubbio se andare lo stesso mi viene: penso al rimpianto che avrei, e parto.

Alle 8.10 sono alla partenza a Sella Chianzutan, meta sinora sempre trascurata, giusto all'apertura del bar perfettamente ristrutturato.

Mi incammino di buona lena, seguirò il percorso della guida e non quello più battuto, sulla "via del marmo".

L'ascesa abbastanza rapida nel bosco mi conduce al bivio, invece che la diretta alla cava di marmo prendo la via per Casera Val, immersa nella neve scesa in settimana. Incontro un escursionista che scende, ha trovato troppa neve e rientra. Penso seriamente ad abbandonare il programma ripiegando sulla pista che conduce alla cima, ma alla fine decido di proseguire, pur con l'occhio al vicinissimo Verzegnis che sarebbe mio in meno di mezzora.




Ho puntato tutto sull'essere sul versante sud, e mi va bene: la forcella Cormolina divide il lato nord completamente innevato da quello su cui riesco ad incamminarmi, sulla cresta che superate 4 cime mi condurrà alla meta. 

Da subito il panorama si apre imponente sulle vallate giù, mentre in saliscendi riesco a restare sull'esile traccia, in alcuni casi dovendo anche arrampicarmi, sia pure in tutta sicurezza. 

C'è anche la fatica, ma il premio è grande quando arrivo in cima, a quota 1860. Una sola parola, meravigliosa, descrive la vista dalla cima, che spazia su 4 vallate. Si vede a sinistra Ampezzo, con Enemonzo, Raveo e Villa, da cui parte la val Degano visibile fino a Ovaro, e sullo sfondo il grande massiccio. In mezzo, Tolmezzo e la valle del But fino a Imponzo, l'Amariana che sembra una piramide, e poi Amaro e le Giulie sullo sfondo.

Che gioia, e che soddisfazione esserci arrivato. 

Giusto sotto la cima c'è la cava di marmo, incredibile pensare ad una produzione quassù!

Tocca andare, la vita è anche dover lasciare le cose belle, io resterei qui. Le sorprese non sono finite, alla base della cava scopro i binari che traportavano i giganteschi blocchi di marmo alla base della teleferica. Superata una galleria, ecco la teleferica! Due grandi tabelloni ne ricordano la storia.

Causa convocazione a Udine a metà pomeriggio, devo rinunciare a completare il giro che prevede la risalita a Colle dei larici, dirimpetto alla cava, ed un lungo anello per rientrare alla partenza. Accorcio con la via diretta, con il dispiacere attenuato dalla certezza che ritornerò, magari in buona compagnia.

Il bar ora è stracolmo di motociclisti accorsi a godersi sole e birre, per me la solita coca fresca prelude ad un rientro.

Giornata magnifica, con la vera bellezza a riempire gli occhi e il cuore anche dove non te la aspetteresti. 









domenica 19 aprile 2026

Malga Priu

Si ritorna in sentiero, propendiamo per una soluzione facile, un anello per malghe nel bosco nel vallone di Ugovizza. Dobbiamo fare presto, nel pomeriggio è prevista pioggia

Prima della partenza sosta d'obbligo nel solito bar-negozio sulla statale.

Impossibile questa volta perdersi, la via è costantemente segnalata e si svolge nella bellissima foresta, per poi sbucare su un'assolata radura ai piedi del monte Zabet.

Alla malga Mezesnig facciamo sosta per il panino, decidendo di abbreviare il percorso direttamente verso malga Priu. Arrivandoci dall'alto inizialmente la scambiamo per il bungalow, davvero singolare, che è stato costruito poco a nord dell'edificio principale.

Dev'essere davvero singolare dormirci, immersi nella pace e nella vera bellezza, penso prima di prendere la discesa.






lunedì 13 aprile 2026

L'antidoto. Libertà, ambiente, tecnologia. Manifesto ottimista contro la dittatura del catastrofismo

di Claudio Cerasa

La nostra vanità è sempre piacevolmente vellicata quando ritroviamo qualcuno dei nostri pensieri della domenica in opere di scrittori, giornalisti, commentatori.

In questo (che non è un libro, ripete vezzosamente) Cerasa sviluppa, porta a sistema e ne fa ragione a suo modo rivoluzionaria un paio di ideuzze che ho spesso sostenuto, nelle rare conversazioni extracalcistiche.

Almeno in tema di sicurezza, e poi in genere sulle prospettive di un giovane d'oggi, mi sono spesso trovato a proporre il punto di vista opposto a quello dominante, che tutto sia una rovina, addirittura invocando in certi casi la forza dei dati, della realtà. 

Dopo il pistolotto iniziale, in cui dà conto del suo intento, da copione controcorrente, di offrire una narrazione opposta alla corrente, fondandola sull'osservazione di dati e statistiche, da contrapporre a quella dominante per la quale ci stiamo avviando verso una multiforme catastrofe, Cerasa declina il suo ottimismo illuminista (illuminismo ottimista) in diversi campi, facendo ampio ricorso a citazione di quei dati e di quelle statistiche, oltre che di autori da cui ha tratto ispirazione.

Un primo versante indaga ("Visto, si infanghi. Contro il circo mediatico del rancore") sulle responsabilità della stampa nel proporre la narrazione catastrofista, descrivendo i meccanismi in base ai quali vendono di più le geremiadi e le profezie di sventure che le buone notizie, e facendo appello alla responsabilità dei giornalisti di offrire, con una più corretta descrizione della realtà, un migliore servizio ai loro lettori, ma anche alla loro professionalità.

Nel secondo capitolo viene ripreso un tema che sta riprendendo voga, la proclamazione dell'orgoglio occidentale, e la descrizione dei molti motivi per cui, non nascondendo errori e colpe del passato, il way of life, e soprattutto il complesso di valori e istituzioni rende quella che per alcuni è la morente civiltà occidentale il migliore dei posti in cui vorremmo (e tutti gli altri vorrebbero) vivere.

"Smascherare l'agenda della fuffa" è un catalogo di dati, mo' me li segno, in base ai quali l'Italia reale è un paese molto migliore di quella percepita. In cui aumenta la speranza di vita, calano i crimini, aumenta il lavoro, migliora la condizione femminile. Addirittura cala l'evasione fiscale... 

E che dire della globalizzazione. Has it gone too far? Forse si, e, Cerasa lo ammette, difenderla è impopolare. Ma osservare la ricchezza che ha prodotto in molti paesi, e di più il fatto che è una condizione che rende la guerra meno appetibile, è diventato naturale quando il populismo diventato trumpismo si è incaricato, mostrando come le politiche protezionistiche e sovranistiche mettono in luce, con i loro disastri, i vantaggi che i mercati aperti recano al benessere delle nazioni e alla libertà loro e degli individui... La globalizzazione, Cerasa cita Calamandrei, è come l'aria, ci si accorge di quanto è importante solo quando viene a mancare.

Un'interessante digressione viene condotta sul tema dei mutamenti climatici, dove Cerasa propone una importante alternativa tra il negazionismo ed il catastrofismo. Evidenziando la possibilità di una terza via in cui è soprattutto la capacità di trovare soluzioni tecnologiche che attenuino o evitino i rischi che non vengono negati, mostra quello che è poi il leit-motiv del libro, ovvero una prospettiva che in termini politici definiremmo riformista, capace di (provare a) cambiare le cose invece di rinunciarvi in nome dello sfascio inevitabile.

Il capitolo sull'Europa si fonda sulla capacità di reazione dimostrata, sull'orlo della rovina, nei confronti dei due traumi rappresentati dal Covid e dalla guerra di Putin. Pare impossibile (ma bisognerebbe rileggere le parole di Mattarella a Marsiglia, n.d.b.), ma "si scrive Europa, si legge ottimismo".

Il capitolo sulla giustizia: "il più grande generatore di sfiducia verso il futuro: la gogna", è stato scritto prima del referendum, e con il senno del poi dimostra che il cammino dell'ottimista non è privo di inciampi.

Cerasa affronta quindi un altro tema che mi è caro, quello della demografia, e anche qui trovo riproposto un mio vecchio refrain, per il quale non sono certo economiche le ragioni per cui non si fanno figli. Cosa serve per combatterle: "In tre parole: fiducia nel futuro. In due parole: meno catastrofismo. In una parola: ottimismo".

L'ultimo capitolo è particolare. Cerasa è direttore di un giornale che ha sperimentato un'edizione interamente redatta dall'intelligenza artificiale, di cui parla con dovizia e naturale orgoglio. Ovvio immaginare, ma lo avremmo fatto comunque arrivati a questo punto del libro, che consideri l'AI una opportunità da cogliere e da governare, per non trattarla "come i tassisti hanno fatto con Uber, e l'unico modo per non esserene schiacciati è provare a governarla, senza celebrarla troppo, senza demonizzarla a priori". Offre un elenco di tre aree in cui l'uomo resta necessario (meno male!): fiducia (nuovi ruoli di governance della AI), integrazione (professionisti della AI, "idraulici" del sistema) e gusto.

Il pessimismo, conclude Cerasa, non è un destino, ma una scelta.

La sua prospettiva non sarà inattaccabile, ma è di certo interessante, e soprattutto conveniente: a essere ottimisti, possiamo solo guadagnarci. 


 

La spartizione

 di Piero Chiara.


Ho scoperto questo gustoso romanzo grazie alla trasposizione cinematografica trovata, del tutto casualmente su Raiplay, con Tognazzi nei panni del collega (vecchio stampo, eh... "venga a prendere un caffè da noi") Emerenziano Paronzini, in servizio all'Ufficio Bollo e Demanio di Luino.

Trama bene congegnata, intorno all'ingresso di Paronzini in una casa di tre sorelle che finiscono per spartirsene i favori, consumandone le forze fino all'estremo.

domenica 5 aprile 2026

Casera Ungarina e Malga Confin nella Val Venzonassa

Pochi giorni fa, alla presentazione di un corso al CAI, un ciarliero istruttore ad un certo punto ha proposto la necessità che, quando scendiamo dalla montagna, portiamo quaggiù un po' di quello che si prova lassopra.

Armonia, pace, educazione, amicizia si respirano a pieni polmoni come l'aria pura, sui sentieri e le mulattiere che portano in alto.

E lo stupore di riconoscere, a 40 chilometri da Udine, in val Venzonassa, la vera bellezza, nascosta solo a chi non la vuole cercare.

Parto di buon mattino, sarò in solitaria e fino all'ultimo sono stato in dubbio, e riesco con qualche incertezza a trovare il punto di avvio dell'anello suggerito dalla guida, sulla rotabile che costeggia la Venzonassa e parte dal piccolo borgo subito a nord delle mura di Venzone. Sono le 8.30, l'altitudine è circa 480.

Superata una galleria mi incammino di buona lena, giungendo dopo circa un'ora al Borgo Prabunello, agglomerato di poche costruzioni ben conservate. Nel mentre le osservo, uno degli occupanti mi invita ad entrare nel suo stavolo. Loris dà prova dell'ospitalità montanara: provo inutilmente a contrarla chiedendo un caffè, ma mi rassegnerò a berne tracce in un mare di grappa al sedano selvatico. 

Riparto dopo mezzora continuando sulla rotabile, che sembra fatta apposta per gli appassionati di mountain bike (ed infatti ne incontrerò), e procedendo senza soste lungo i tornanti mi perdo la scorciatoia (meglio così, il sentiero era certamente innevato), e completo l'ascesa alla Malga Confin, a metri 1330. 

I locali appaiono magnificamente conservati, dev'essere uno spettacolo passare una notte quassù. Il panorama spazia dalle montagne che, a sud, mostrano il versante innevato, alla vallata rigata dalla strada che ho percorso. Sullo sfondo si intravede il letto del Tagliamento. I prati circostanti meno esposti al sole conservano ancora un incerto manto nevoso, negli altri sono fioriti dei magnifici crocus bianchi. Tutto è pace e bellezza. Sono le 11.30 ed è presto per mangiare, tra l'altro Loris mi ha proposto del formaggio della malga quale pretesto per accompagnarlo con un bicchiere di bianco.

Mi incammino quindi pensoso verso la Malga Ungarina, che dista una mezzora scarsa. Da qui si propone una diversa vista, con Venzone ed il letto del fiume protagonisti del fondovalle. E' tempo di preparare e consumare il doppio panino allo speck, nel mentre mi interrogo sul punto di partenza del sentiero. 

E' qualche metro sotto la malga, e conduce in orizzontale per un lungo tratto che costeggia il vallone del Rio Grande, il cui letto innevato attraverso dopo un'inaspettata risalita. Da qui è un dolce discendere, in un lungo sentiero nel bosco, fino al bivio che conduce alla chiesa di S. Antonio. Davanti alla chiesa una panca mi invita alla sosta e mi concedo un sonnellino baciato dal sole primaverile, che scalda il corpo e l'anima.

Nel breve tratto che segue ci sono ancora 300 metri di discesa, infatti trovo un sentiero discretamente ripido, cui applico la mia consueta lentezza nelle fasi discendenti, per arrivare alla macchina alle 16.30.