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mercoledì 5 novembre 2025

Pasolini e la morte

 di Giuseppe Zigaina


Ho già citato questo singolare saggio 10 anni fa, nella ricorrenza di quella notte ad Ostia. Zigaina è stato un artista importante a livello locale, e ogni giorno apprezzo i suoi mosaici che adornano le scale dell'ufficio. Nell'ultima parte della sua vita si è dedicato a sviluppare una teoria del tutto originale sulla morte del suo fraterno amico Pasolini, per la quale il poeta friulano (cito la definizione, orgogliosamente riduttiva, che campeggia sul segnale stradale presente sulla via di Udine che gli è stata dedicata) avrebbe dato corpo ad un "martirio per autodecisione".

Proprio così.

Come Zigaina raccontò in una memorabile intervista nella quale fece restare addirittura zitto l'intervistatore Daniele Capezzone, saremmo di fronte ad "un giallo puramente intellettuale", alla costruzione della propria morte come espressione artistica capace di dare (un) senso (diverso) a tutta la sua opera.

Una decisione presa da un anno, la morte programmata di domenica, il giorno dei morti, e preparata come "messa in scena" degli atti significativi della sua presenza nel mondo.

Zigaina desume la sua incrollabile sicurezza da indizi disseminati nell'opera di Pasolini, alcuni versi della quale, letti per la verità con il filtro della cultura di cui è capace l'autore e con la sua capacità di cogliere il significato diverso da quello apparente, dissimulato in giochi linguistici e semantici, colti in scelte stilistiche, in enigmi e profezie che a suo dire compongono la volontà di costruire un evento simbolico che assurga alla categoria del mito. 

la morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi

oppure

L’uomo […] si esprime soprattutto con la sua azione […] perché è con essa che modifica la realtà e incide nello spirito. Ma questa azione manca di unità ossia di senso, finché essa non è compiuta. […] Finché io non sarò morto nessuno potrà garantire di conoscermi veramente, cioè di poter dare un senso alla mia azione, che dunque, in quanto momento linguistico, è mal decifrabile. È dunque assolutamente necessario morire, perché, finché siamo vivi, manchiamo di senso[…]La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi, […] e li mette in successione, facendo del nostro presente […] un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile […]. Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci

Per dare un esempio dell'esercizio di cui è composta quest'opera, Zigaina ha scovato, tra le edizioni di Una disperata vitalità VIII, nella quale vengono citati Ostia e il suo mare come luogo della fine, l'omissione nel verso dantesco citato delle significative parole "suo dannaggio sogna"

(Conclusione funerea: con tavola sinottica — ad uso della facitrice del «pezzo» — della mia carriera di poeta, e uno sguardo profetico al mare dei futuri millenni.)

«Venni al mondo al tempo
dell'Analogica.
Operai
in quel campo, da apprendista.
poi ci fu la Resistenza
e io
lottai con le armi della poesia.
Restaurai la Logica, e fui
un poeta civile.
Ora è il tempo
della Psicagogica.
Posso scrivere solo profetando
nel rapimento della Musica
per eccesso di seme o di pietà.»

Se ora I 'Analogica sopravvive
e la Logica è passata di moda
(e io con lei:
non ho più richiesta di poeia),
la Psicagogica
c'è
(ad onta della Demagogia
sempre più padrona
della situazione).

È così
che io posso scrivere Temi e Treni
e anche Profezie;
da poeta civile, ah sì, sempre!»

«Quanto al futuro, ascolti:
i suoi figli fascisti
veleggeranno
verso i mondi della Nuova Preistoria.
lo me ne starò là,

qual è colui che                                                  

sulle rive del mare
in cui ricomincia la vita.
Solo, o quasi, sul vecchio litorale
tra ruderi di antiche civiltà,
Ravenna
Ostia, o Bombay — è uguale —
con Dei che si scrostano, problemi vecchi
— quale la lotta di classe —
che
si dissolvono...
Come un partigiano
morto prima del maggio del'45,
comincerò piano piano a decompormi,
nella luce straziante di quel mare,
poeta e cittadino dimenticato.»

Le tre parole mancanti vengono richieste a Dante, allusione al mito di Giona reinterpretato nella versione finnica del Vainamonen.

Temi e treni non vogliono dire quello che pensiamo: i treni sono ovviamente il "lamento funebre" effettivamente riportato sul vocabolario come quarto significato (ho controllato).

Mi fermo: sono di fronte ad una sceneggiatura in cui i personaggi che girano attorno a Zigaina-Pasolini sono Maria Callas, Ninetto Davoli, Mircea Eliade e Frazier, Dante e Sor Ciappelletto.

Resta il dubbio se il giallo fosse quello che Pasolini costruì e interpretò, secondo Zigaina, o quello che fattosi suo interprete compone ora il pittore di Cervignano.

E' credibile, questa ricostruzione così diversa da tutte quelle che si sono affannate a ricostruire la morte di Pasolini?

Forse non di meno di quelle date per vere nelle sentenze che i tribunali hanno pronunciato sul caso, ed io, quasi quasi, faccio endorsement, non perchè ne sia convinto ma per fiducia nell'idea che la letteratura comprenda la realtà umana meglio della scienza (forense, nel caso in questione).

Ho ricordato i 50 anni dalla morte di Pasolini oltre che sul libro guardando ed ascoltando la voce di Zigaina, rileggendo l'intervista a Colombo e lo scritto per il congresso dei radicali. 

Ho riascoltato la canzone di De Gregori, i cui versi restituiscono una versione ancora diversa di quella notte, evidentemente ispirata da poesia :

E voglio vivere come i gigli nei campi,
come gli uccelli nel cielo campare.
E voglio vivere come i gigli nei campi
e sopra i gigli nei campi volare.

Sarebbe giusto onorarlo leggendo le sue opere, ma mi sembra giusto ricordare di nuovo le parole che gli dedicò, prima di cambiare idea, Giorgio Bocca:

Già, il vecchio Pasolini Pier Paolo, cinquanta chili di una rabbia che è solitudine, amore, timidezza, incontinenza, paura, genio. Cinquanta chili di uomo. Ma non è questo che fa tenerezza o mette a disagio, ma ben altro: sentirsi in debito con lui per conto di tutti e non sapere che fare, come ripagarlo dell’intelligenza che ci ha dato in questi anni, generosamente. Non è il denaro che vuole anche se noi ci guardiamo bene dal darglielo; né siamo autorizzati a concedergli quella esenzione dalla morale comune che chiede con tanta ingenua insistenza: diamogli almeno la stima intellettuale che merita (su diamogliela cuori spugnosi e cervellini esangui), diciamolo che è il migliore di tutti.



domenica 12 novembre 2017

Leggere coincidenze

Quelle cose che ti capitano e che ti fanno pensare.
Giovedì, rientrato dal lavoro, accendo Radio Freccia.
Questa volta la radio non passa Neil Young ma il pezzo che chiude lo stesso disco di "Certe Notti".
"Leggero" non è fra le canzoni più noti di Liga, ma fra le più amate dai fan più anziani (quorum ego), direi anche la mia preferita in assoluto. Una volta ci chiudeva i concerti: è un inno per intimi.
Io la ascoltavo da ragazzo, ero all'università.
Mi ricordo di averla messa con il walkman a palla, sul pulmann, quella volta che  con il Pascià andai a Vicenza per una vittoriosa trasferta (che goduria il gol di Helveg al 90'!).
Leggero, nel vestito migliore, senza andata né ritorno, senza destinazione. Leggero, nel vestito migliore, nella testa un po' di sole ed in bocca una canzone.
Pochi minuti dopo, giovedì, mi trovo in mano il Messaggero Veneto.

Resoconto della giornata di Renzi in Friuli. Strette di mano, selfie, discorsi. Ah, di strada per Rauscedo si è fermato a Casarsa alla tomba di Pasolini. Lo apprendiamo da un suo tweetAltro
“E io camminerò leggero, andando avanti, scegliendo per sempre la vita” Un fiore, a Casarsa, sulla tomba di Pier Paolo Pasolini #trenoPd #PPP #avanti
E bravo Renzie, Royalbaby, Renzusconi: paraculo quanto vuoi, ma intanto fa un gesto oggettivamente rimarchevole, e poi induce qualcuno (quorum ego, e magari qualche altro, magari meno numerosi dei fan del Liga) a cercare la poesia da cui è tratto questo bel verso.

La sorpresa è che il verso è tradotto dal friulano, dal componimento Saluto e augurio, inserita in La Nuova gioventù del 1975 (dai che ne imparo più d'una, oggi).
Attacco:
A è quasi sigùr che chistaa è la me ultima poesia par furlàn;  
Brividi (è forse l'ultima poesia in assoluto che scrisse).
Non l'avrei certo compresa da solo, senza leggerne qui o qui, e forse nemmeno dopo. Al solito PPP è troppo al di sopra, e infonde in ciò che scrive tutta il portato del suo essere uomo, poeta, "politico".
Certo il dialogo con il giovane fascista, cui si rivolge come Socrate a Fedro, è tutto volto a delineare cosa sia quel terribile peso di difendere, da poeta, i valori arcaici e popolari.
La chiusa però ci porta lì dove ero partiti: 
Ciàpiti su chistu pèis, fantàt ch’i ti mi odiis:
puàrtilu tu. Al lus tal còur. E jo ciaminarai
lizèir, zint avant, sielzìnt par sempri
la vita, la zoventùt.
Anche lui voleva essere leggero:
E senti le vene,
piene di ciò che sei,
e ti attacchi alla vita che hai




Saluto e Augurio

A è quasi sigùr che chista
a è la me ultima poesia par furlàn;
e i vuèj parlàighi a un fassista
prima di essi (o ch’al sedi) massa lontàn. 

Al è un fassista zòvin,
al varà vincia un, vincia doi àins:
al è nassùt ta un paìs,
e al è zut a scuela in sitàt. 

Al è alt, cui ociàj, il vistìt
gris, i ciavièj curs:
quand ch’al scumìnsia a parlàmi
i crot ch’a no’l savedi nuja di politica

e ch’al serci doma di difindi il latìn
e il grec, cuntra di me; no savìnt
se ch’i ami il latin, il grec - e i ciavièj curs.
Lu vuardi, al è alt e gris coma un alpìn.

"Ven cà, ven cà, Fedro.
Scolta. I vuèj fati un discors
ch’al somèa un testamìnt.
Ma recuàrditi, i no mi fai ilusiòns

su di te: jo i sai ben, i lu sai,
ch’i no ti às, e no ti vòus vèilu,
un còur libar, e i no ti pos essi sinsèir:
ma encia si ti sos un muàrt, ti parlarài.

Difìnt i palès di moràr o aunàr,
in nomp dai Dius, grecs o sinèis.
Moùr di amòur par li vignis.
E i fics tai ors. I socs, i stecs.

Il ciaf dai to cunpàins, tosàt.
Difìnt i ciamps tra il paìs
e la campagna, cu li so panolis,
li vas’cis dal ledàn. Difìnt il prat

tra l’ultima ciasa dal paìs e la roja.
I ciasàj a somèjn a Glìsiis:
giolt di chista idea, tènla tal còur.
La confidensa cu’l soreli e cu’ la ploja,

ti lu sas, a è sapiensa santa.
Difìnt, conserva prea. La Repùblica
a è drenti, tal cuàrp da la mari.
I paris a àn serciàt, e tornàt a sercià

di cà e di là, nass’nt, murìnt,
cambiànt: ma son dutis robis dal passàt.
Vuei: difindi, conservà, preà. Tas:
la to ciamesa ch’a no sedi 

nera, e nencia bruna. Tas! Ch’a sedi
’na ciamesa grisa. La ciamesa dal siun.
Odia chej ch’a volin dismòvisi
e dismintiàssi da li Paschis... 

Duncia, fantàt dai cialsìns di muàrt,
i ti ài dita se ch’a volin i Dius
dai ciamps. Là ch’i ti sos nassùt.
Là che da frut i ti às imparàt

i so Comandamìns. Ma in Sitàt?
Scolta. Là Crist a no’l basta.
A coventa la Gl’sia: ma ch’a sedi
moderna. E a coventin i puòrs. 

Tu difìnt, conserva, prea:
ma ama i puòrs: ama la so diversitàt.
Ama la so voja di vivi bessòj
tal so mond, tra pras e palàs

là ch’a no rivi la peràula
dal nustri mond; ama il cunfìn
ch’a àn segnàt tra nu e lòur;
ama il so dialèt inventàt ogni matina,

par no fassi capì; par no spartì
cun nissùn la so ligria.
Ama il sorel di sitàt e la miseria
dai laris; ama la ciar da la mama tal fì. 

Drenti dal nustri mond, dis
di no essi borghèis, ma un sant
o un soldàt: un sant sensa ignoransa,
un soldàt sensa violensa.

Puarta cun mans di sant o soldàt
l’intimitàt cu’l Re, Destra divina
ch’a è drenti di nu, tal siùn.
Crot tal borghèis vuàrb di onestàt,

encia s’a è ’na ilusiòn: parsè
che encia i parons, a àn
i so paròns, a son fis di paris
ch’a stan da qualchi banda dal momd.

Basta che doma il sintimìnt
da la vita al sedi par diciu cunpàin:
il rest a no impuàrta, fantàt cun in man
il Libri sensa la Peràula.

Hic desinit cantus. Ciàpiti
tu, su li spalis, chistu zèit plen.
Jo i no pos, nissun no capirès
il scàndul. Un veciu al à rispièt

dal judissi dal mond; encia
s’a no ghi impuarta nuja. E al à rispièt
di se che lui al è tal mond. A ghi tocia
difindi i so sgnerfs indebulìs,

e stà al zoùc ch’a no’l à mai vulùt.
Ciàpiti su chistu pèis, fantàt ch’i ti mi odiis:
puàrtilu tu. Al lus tal còur. E jo ciaminarai
lizèir, zint avant, sielzìnt par sempri 

la vita, la zoventùt.
Traduzione

È quasi sicuro che questa
è la mia ultima poesia in friulano:
e voglio parlare a un fascista,
prima che io, o lui, siamo troppo lontani.

È un fascista giovane,
avrà ventuno, ventidue anni:
è nato in un paese
ed è andato a scuola in città.

È alto, con gli occhiali, il vestito
grigio, i capelli corti:
quando comincia a parlarmi,
penso che non sappia niente di politica

e che cerchi solo di difendere il latino
e il greco contro di me; non sapendo
quanto io ami il latino, il greco - e i capelli corti.
Lo guardo, è alto e grigio come un alpino.

"Vieni qua, vieni qua, Fedro.
Ascolta. Voglio farti un discorso
che sembra un testamento.
Ma ricordati, io non mi faccio illusioni

su di te: io so, io so bene,
che tu non hai, e non vuoi averlo,
un cuore libero, e non puoi essere sincero:
ma anche se sei un morto, io ti parlerò.

Difendi i paletti di gelso, di ontano,
in nome degli Dei, greci o cinesi.
Muori d’amore per le vigne.
Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi.

Per il capo tosato dei tuoi compagni.
Difendi i campi tra il paese
e la campagna, con le loro pannocchie
abbandonate. Difendi il prato

tra l’ultima casa del paese e la roggia.
I casali assomigliano a Chiese:
godi di questa idea, tienla nel cuore.
La confidenza col sole e con la pioggia,

lo sai, è sapienza sacra.
Difendi, conserva, prega! La Repubblica
è dentro, nel corpo della madre.
I padri hanno cercato e tornato a cercar

di qua e di là, nascendo, morendo,
cambiando: ma son tutte cose del passato.
Oggi: difendere, conservare, pregare. Taci!
Che la tua camicia non sia

nera, e neanche bruna. Taci! che sia
una camicia grigia. La camicia del sonno.
Odia quelli che vogliono svegliarsi,
e dimenticarsi delle Pasque...

Dunque, ragazzo dai calzetti di morto,
ti ho detto ciò che vogliono gli Dei
dei campi. Là dove sei nato.
Là dove da bambino hai imparato 

i loro Comandamenti. Ma in Città?
Là Cristo non basta.
Occorre la Chiesa: ma che sia
moderna. E occorrono i poveri

Tu difendi, conserva, prega:
ma ama i poveri: ama la loro diversità.
Ama la loro voglia di vivere soli
nel loro mondo, tra prati e palazzi

dove non arrivi la parola
del nostro mondo; ama il confine
che hanno segnato tra noi e loro;
ama il loro dialetto inventato ogni mattina,

per non farsi capire; per non condividere
 con nessuno la loro allegria.
Ama il sole di città e la miseria
dei ladri; ama la carne della mamma nel figlio

Dentro il nostro mondo, dì
di non essere borghese, ma un santo
o un soldato: un santo senza ignoranza,
o un soldato senza violenza.

Porta con mani di santo o soldato
l’intimità col Re, Destra divina
che è dentro di noi, nel sonno.
Credi nel borghese cieco di onestà,

anche se è un’illusione: perché
anche i padroni hanno
i loro padroni, e sono figli di padri
che stanno da qualche parte nel mondo.

È sufficiente che solo il sentimento
della vita sia per tutti uguale:
il resto non importa, giovane con in mano
il Libro senza la Parola.

Hic desinit cantus. Prenditi
tu, sulle spalle, questo fardello.
Io non posso: nessuno ne capirebbe
lo scandalo. Un vecchio ha rispetto

del giudizio del mondo: anche
se non gliene importa niente. E ha rispetto
di ciò che egli è nel mondo. Deve
difendere i suoi nervi, indeboliti,

e stare al gioco a cui non è mai stato.
Prenditi tu questo peso, ragazzo che mi odii:
portalo tu. Risplende nel cuore. E io camminerò
leggero, andando avanti, scegliendo per sempre

la vita, la gioventù.

lunedì 23 novembre 2015

Il mio PPP

Non sono mancate, all'inizio di queste mese, le manifestazioni di vario genere a ricordo di Pier Paolo Pasolini.
I maestri bisognerebbe onorarli da vivi ascoltando il loro insegnamento spesso profetico, e non ricordarli come "figurine" buone per essere inserite una canzone di Jovanotti o nel Pantheon di Veltroni.  
Un articolo di Buttafuoco alla Buttafuoco coglie bene questo aspetto: Il POTERE non ha ucciso Pasolini, lo ha ridotto a immaginetta buona. E' forse anche vero che cogliere la grandezza del suo profilo intellettuale è necessaria una capacità di contestualizzare molto, troppo difficile senza una profonda cultura storica: Se i trentenni non leggono Pasolini un motivo ci sarà.  Chi lo pensa farebbe bene a meditare sulle lacrime spese nell'orazione funebre di Moravia: "Abbiamo perso un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel molto. ne nascono solo tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà uno dei pochi che conteranno come poeta".
Tuttavia certe celebrazioni, hanno queste contraddizioni e che magari fanno male alle persone che ricordano il trattamento riservato in vita al celebrato, oltre a rendere un omaggio che per quanto postumo è dovuto, aiutano a scoprire, rileggere, conoscere.
In altre parole fanno cultura: magari qualcuno (quorum ego) avrò preso in mano un libro da uno scaffale. 

Personalmente mi sono incontrato più volte con l'opera di Pasolini, cui mi sono accostato credendo di doverla ritenere più importante dell'opera che è stata la sua vita, la sua interpretazione del ruolo di intellettuale ed il suo drammatico vissuto personale.
Ho visto alcuni dei suoi film trovandoli impossibili, ho faticato a finire "ragazzi di vita" mentre mi ha emozionato "il sogno di una cosa", ho pianto vedendo a teatro i "turcs", ho constatato il grave vuoto della assenza di uno come lui leggendo gli "scritti corsari", nel meridiano "scritti politici" che mi sono fatto regalare e che resta in attesa di essere terminato.
Sempre ne ho invidiato tremendamente invidiato la sua intelligenza, la stessa che ha fatto dire a Giorgio Bocca (che poi ebbe su di lui ben diverse espressioni): Già, il vecchio Pasolini Pier Paolo, cinquanta chili di una rabbia che è solitudine, amore, timidezza, incontinenza, paura, genio. Cinquanta chili di uomo. Ma non è questo che fa tenerezza o mette a disagio, ma ben altro: sentirsi in debito con lui per conto di tutti e non sapere che fare, come ripagarlo dell’intelligenza che ci ha dato in questi anni, generosamente. Non è il denaro che vuole anche se noi ci guardiamo bene dal darglielo; né siamo autorizzati a concedergli quella esenzione dalla morale comune che chiede con tanta ingenua insistenza: diamogli almeno la stima intellettuale che merita (su diamogliela cuori spugnosi e cervellini esangui), diciamolo che è il migliore di tutti.  

Ecco alcune tracce dei miei incontri con il poeta.

La battaglia di Valle Giulia.
Ho letto la Poesia Il PCI ai giovani alle medie (il mio professore di lettere era un comunista di quelli veri ma aveva l'onestà intellettuale come faro). E' stata una delle prime volte in cui ho avuto chiaro che può esserci un punto di vista diverso che può capovolgere la realtà delle cose. Un chiaro esempio del ruolo dell'intellettualità.
Nella poesia il parteggiare per i poliziotti era opzione che discendeva da un'analisi contestuale legata al momento e ad una particolare concezione della lotta di classe comunque interna al marxismo. Il frammento in cui li si contrappone ai figli di papà del movimento è purtroppo diventata un'altra delle "figurine", usata da chiunque voglia dare un tono ad una propria posizione che non c'entra nulla, come da ultimo ha dimostrato Renzi che si è detto "PASOLINIANAMENTE" per i poliziotti che in val di susa contrastano i no-tav.
Ridotto ad avverbio, e da uno che non ha mai letto un libro. 

Pasolini e i radicali
Pannella e i radicali spesso indulgono a considerare uno dei loro (nostri) PPP. Il testo di riferimento è Pasolini e i radicali, testo dell'intervento al congresso radicale che Pier Paolo non potè tenere in quanto ucciso due giorni prima, e che contiene delle analisi che compendiano dichiarazioni di stima di cui siamo sempre andati giustamente orgogliosi:
 Dunque, bisogna lottare per la conservazione di tutte le forme, alterne e subalterne, di cultura. E' ciò che avete fatto voi in tutti questi anni, specialmente negli ultimi. E siete riusciti a trovare forme alterne e subalterne di cultura dappertutto: al centro della città, e negli angoli più lontani, più morti, più infrequentabili. Non avete avuto alcun rispetto umano, nessuna falsa dignità, e non siete soggiaciuti ad alcun ricatto. Non avete avuto paura né di meretrici né di pubblicani, e neanche - ed è tutto dire - di fascisti...
...I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri. Ora, dire alterità è enunciare un concetto quasi illimitato. Nella vostra mitezza e nella vostra intransigenza, voi non avete fatto distinzioni. Vi siete compromessi fino in fondo per ogni alterità possibile. Ma una osservazione va fatta. C'è un'alterità che riguarda la maggioranza e un'alterità che riguarda le minoranze. Il problema che riguarda la distruzione della cultura della classe dominata, come eliminazione di una alterità dialettica e dunque minacciosa, è un problema che riguarda la maggioranza...
...So che sto dicendo delle cose gravissime. D'altra parte era inevitabile. Se no cosa sarei venuto a fare qui? Io vi prospetto - in un momento di giusta euforia delle sinistre - quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova »trahison des clercs : una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita. Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione »creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili . Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera. Contro tutto questo voi non dovete far altro (io credo) che continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili.
Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare.

Pasolini e la morte.
Anni fa ascoltai nella trasmissione serale di Capezzone un'intervista con Zigaina, pittore di Cervignano, amico di Pasolini e recentemente scomparso.
Per la prima ed ultima volta sentii Capezzone zittito mentre Zigaina enunciava la sua teoria per la quale la morte di Pasolini non fu nè un fatto di cronaca nera nè un complotto, ma l'atto finale di un'opera d'arte realizzata dal poeta. Una morte programmata ed annunciata a più riprese nella propria opera, quale atto finale di una vita essa stessa vissuta quale espressione artistica, un "martirio per autodecisione".
Ecco il link nel magnifico archivio di radioradicale: link
Ho recentemente letto, con comprensibile sconcerto e perdurante incredulità uno dei tre volumi della "trilogia della morte di Pasolini", precisamente "Pasolini e la morte. Un giallo puramente intellettuale". 
Dall'intervista: "Mentre Pasolini si avvicina sempre più alla morte il suo problema è di comunicare al mondo, quindi senza preoccuparsi troppo di essere un poeta elegiaco, lirico, comunicare come poi avrebbe dovuto scoprire il suo linguaggio gergale, perchè Pasolini, è questo è uno dei suoi aforismi, diceva: 'la morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter essere compresi'. Lui mentre dice queste cose, già sta comunicando un qualcosa ai suoi spettatori, come lui diceva. Ma nel non poter più essere compresi perchè,se dopo la morte nessuno riesce più a capire, come si sta rischiando, il suo linguaggio gergale, e nessuno riesce a tradurlo, Pasolini è destinato a scomparire o a restare uno dei tanti. E' come se Mozart avesse fatto le sue sinfonie per un'orchestra di sordomuti che non sa leggere le note"
Roba tosta.

I Turcs tal friul.
Il dramma in friulano è stato rappresentato in poche occasioni, viste le difficoltà nel casting. Nel 1995 ero abbonato al Rossetti di Trieste; una domenica pomeriggio mi sono ritrovato ad assistere alla messa in atto che Elio de Capitani aveva immaginato con queste motivazioni "Voglio tentare l'impresa, non semplice - spiega il regista - di mettere in scena questo testo in un'epoca in cui il mondo torna, se mai l'ha lasciato, sul sentiero delle non più ideologiche ma religiose guerre, pensando agli ultimi della terra, le colonne di profughi che lasciano le loro case con la stessa tristezza negli occhi, in tutto il mondo". La straordinaria forza poetica, la bravura degli attori, il di più di lirismo della marilenghe si incrociarono con vicende tragiche che da poco mi avevano coinvolto e mi ritrovai in lacrime nell'assistere alla rappresentazione del dolore assoluto così bene offerta dalla Moralcchi. E' stata senza dubbio l'esperienza artistica più emozionante della mia vita.
Pochi mesi dopo ho costretto tutta la famiglia ad assistere all'ultima rappresentazione, tenuta nello straordinario teatro costituita dall'aia dei Colonos di Villacaccia. A un certo punto della rappresentazione, quando si stavano avvicinando al paese le pericolose orde turchesche e la Morlacchi implorava la Madonna perché salvasse suo figlio, ed il dramma descrive l'innalzarsi di un vento provvidenziale che sbaraglia l'invasore, si è alzato improvvisamente un reale colpo di vento che ha fatto venire i brividi, ma non di freddo, a tutti i presenti perché sembrava fosse comandato e previsto dalla regia.
Emozione nuovamente indimenticata e indimenticabile.

Profezie
Qui è il caso di lasciare parlare la poesia Alì degli Occhi Azzurri:
Alì dagli Occhi Azzurri  
uno dei tanti figli di figli, 
scenderà da Algeri, 
su navi a vela e a remi. 
Saranno con lui migliaia di uomini 
coi corpicini e gli occhi 
di poveri cani dei padri 
[...] 
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi, 
a milioni, vestiti di stracci asiatici, 
e di camicie americane.
Cos'altro può servire a dimostrazione che la poesia ha un livello di intelligenza superiore, capace di prevedere eventi epocali con 30 anni di anticipo?

Mi sa che Moravia aveva ragione.