sabato 21 ottobre 2017

L'ultimo rigore di Faruk

di Gigi Riva (il giornalista, non Rombo di Tuono)
L'ultimo rigore è quello che sbagliò Faruk Hadžibegić ai mondiali di Italia 90, nei partita dei quarti di finale Jugoslavia - Argentina.
Passò l'Argentina (che ci eliminò poi a Napoli infrangendo il sogno delle notti magiche), e il fortissimo squadrone balcanico perse l'occasione di vincere il mondiale.
Il rigore sbagliato diventa, nella vulgata popolare, simbolo di qualcosa che poteva andare diversamente, oltre che il pretesto per raccontare la storia di come andarono quegli anni, con la dissoluzione della Jugoslavia vista dagli occhi di un calciatore, un privilegiato, e di un serajevese.
Personaggi di un dramma che lascia soprattutto incredulità sono tra gli altri Osim, Arkan, Mihajlovic.  Bazdarevic. Ovviamente Zvone Boban.
Poteva andare diversamente? 
No, lo ammette l'autore. 
E cosa sarebbe successo se Faruk Hadžibegić non avesse sbagliato il rigore? Sì, proprio quello, l’ultimo rigore della Jugoslavia, l’atto conclusivo, il sipario. Non sarebbe cambiato niente. Come niente ha cambiato il canestro finale di Savić, suggello sul Mondiale vinto del basket. Perché allora quel rigore è diventato sostanza del rimpianto, atto fatale, svolta, esempio? Perché il calcio è l’infanzia, e l’infanzia è la Jugoslavia. Perché non costa niente sognare. Perché solo qui ha un senso letterale quella sovrapposizione lessicale che altrove suona pornografica. L’attaccante, il «bomber», «spara» una fucilata, se è molto violenta un «missile». Una squadra «cinge d’assedio» l’area avversaria, va «all’assalto». In trasferta «si espugna» il campo «nemico». E via discorrendo con racconti infarciti di parole intercambiabili. Valgono per la guerra e per il calcio. Certo sarebbe stato bello se il calcio avesse invertito l’inerzia di una storia di guerra già scritta.

Colazione da Tiffany

di Truman Capote
Penso di essere fra i pochissimi: ho letto il libro senza aver visto il film. Niente snobismo, mancanza sul lato cinematografico e voglia di prendere in mano Capote dall'altra.
Lettura piacevole e integrante, la scrittura è veramente di gran livello. 
Il romanzo è lei, ragazza "selvatica", sregolata indulgente e autoindulgente, perfetto oggetto di vera poesia.
E di un tipo di amore diverso, di quelli che fanno dire al narratore semplicemente: Mi domandai qual era il suo nome, perchè ero sicuro che ormai ne aveva uno, ero sicuro che era arrivato in un posto che era il suo. posto. E, capanna africana o quel che sia, spero lo stesso anche di Holly.

Il giudice e il generale

di Luis Sepulveda.

Raccolta di articoli scritti attorno agli anni in cui il giudice spagnolo Garzon provò a incriminare Pinochet (notizia di cui apprese a Udine!).
Perfetto per il mio trip sulla storia delle dittature sudamericane.
Sepulveda ricorda gli anni della giovinezza e della speranza di un mondo migliore. Speranza uccisa, non solo metaforicamente, dalla parte della società cilena che inventò e sostenne il sanguinario dittatore.
Ma forse ancor di più da coloro, molti, che non si schierarono: Lo capisco con tristezza, perché non sa cosa si è perso ad autoemarginarsi da quel bel sogno di trasformare una società chiaramente ingiusta.
E poi da coloro, che, dopo il passaggio alla democrazia vigilata, non pretendevano che si facesse giustizia sul passato.
Non si dimentica nè si perdona.
E certo in queste pagine npon troviamo le ragioni della (real)politica, ma  le ragioni della letteratura (perchè scrivo), oltre a quelle del cuore. 
Scrivo dalla solitaria barricata del creatore di mondi e, con le parole di Osvaldo Soriano, «dalla responsabile soddisfazione di chi sa di essere stato invitato ad abitare nel cuore della gente migliore».

Il minuto di silenzio

di Gigi Garanzini
Che grande idea, la Spoon River del pallone!
Ritratti di decine di campioni che ci hanno lasciato, ricordati con un aneddoto, un episodio, una giocata: giusto un minuto, al massimo due, per leggerne uno.
Divorato.
Scopri chi era Pedernera, rimaledici l'arbitro Aston, ripassi chi era Cesarini, immagini le cannonate di Levratto.
La formula lascia la curiosità di saperne di più su molti di loro (e invita quindi a nuove letture).
Inevitabilmente il pensiero corre anche ai molti campioni non menzionati perchè sono ancora tra noi, e che quindi impediscono che questa possa essere "una storia del calcio" (senza Pelè e Maradona?).

Fare l'amore

di Rossana Campo
La folgorante scoperta di Michele Mari mi ha indotto a vincere il mio antico tabù per i romanzi dei viventi: capovolgendolo con un nuovo trip per gli scrittori miei coetanei (più o meno).
Questo della Campo, interessante per alcune trovate stilistiche (tipo dei capitoli che sono trascrizioni di chat) è un libretto sulla passione, ma soprattutto sul modo diverso in cui un uomo e una donna (non) vi si abbandonano.
Non una buona idea, aver letto Mari prima. 
Un po' come veder giocare Messi e poi trovarsi la domenica Kevin Lasagna.

Storie dal fondo

di Massimiliano Santarossa
Ho approcciato Santarossa qualche anno fa per mera simpatia per un coetaneo e quasi conterraneo che scriveva. Il libro era "Cosa succede in città" e non mi ah lasciato grandi tracce.
L'anno scorso, a Pordenonelegge trovandomi al padiglione della Biblioteca dell'Immagine mi sono imbattuto in una selva di "Padania" e ho deciso di prenderlo. Con la simpatica appendice che a venderlo, dall'altra parte del tavolino, c'era lo stesso Santarossa. Gli ho detto: "E' la prima volta che compro un libro direttamente dall'autore". 
Padania mi è piaciuto. Una scrittura a suo modo potente, un ritratto di un domani che è già oggi in cui il benessere economico e la ricerca del piacere non riescono a coprire quel buco dentro.
Quest'anno, di nuovo a Pordenonelegge, ho visto che ne hanno fatto una trilogia con "Gioventù d'asfalto". E prendiamola.
"Storie dal fondo" racconta storie periferiche, non tanto perchè ambientate Villanova, ma per il tipo umano che tratteggia (i nove su dieci che non ce l'hanno fatta). 
Tutti con quel buco dentro, di cui parlava il protagonista di "Radio Freccia", e che è il vero protagonista di tante delle prime canzoni del Liga.
Ecco, Santarossa lo vedo un po' come Ligabue. 
Non è certo Bob Dylan, la voce è un po' così, quelli di cui parla sono ragazzi (uomini) molto diversi da me, le sue canzoni suonano tutte uguali. 
Ma è uno che riconosco.

Caporetto. Storia e memoria di una disfatta

di Nicola Labanca
Ormai da qualche anno indirizzo parte delle letture sul filone delle ricorrenze, fruendo con ciò anche di talune novità editoriali sfornate per l'occasione. E questo è l'anno del centenario di Caporetto.
A Estoria ho partecipato ad un incontro con Labanca sull'argomento, che preannunciava l'uscita di questo libro.
Detto fatto, l'ho ordinato prima che uscisse e poi letto (divertente) nel mese di pubblicazione.
E' un testo interessante e positivamente caratterizzato dalla mole non eccessiva, che permette di non perdersi fra i dettagli militari. 
Una prima sezione ripropone un precedente studio sulla documentazione allegata alla Relazione ufficiale dell'inchiesta su Caporetto. 
Nella parte centrale la descrizione degli eventi, oltre ad attribuire il giusto spazio al punto di vista dei vincitori, conferma la spiegazione militare della rotta, senza con ciò negare che lo scollamento fra le motivazioni delle truppe e la condotta cadorniana della guerra ebbe un suo ruolo.
E' un testo di sintesi in cui, come sempre per questo autore, trova ampio spazio la descrizione della storiografia sugli eventi trattati, che mai come in questo caso assume grande importanza.

Il romanzo del vecjo

di Gigi Garanzini

Un po' autobiografia, un po' intervista, questo libretto è un gradevole ritratto di quell'hombre vertical che fu Bearzot. 
Il centro ovviamente è l'epopea del mundial, non solo perchè fu l'apice di una carriera (e della storia del calcio italiano), ma per i riflessi personali di una vicenda in cui il tipo d'uomo che era lui si contrappose alla canea degli altri, avvoltoi e poi opportunisti.    
Garanzini che già scrisse, forse con maggiore partecipazione, "La leggenda del Paròn", delinea così le caratteristiche (e quindi la continuità) dei due maestri: "Rocco aveva inventato lo spogliatoio, lui inventò il gruppo".
Non meno interessante il giudizio di Brera: "Predica male, razzola bene".
Costruì una grande squadra, fece due mondiali alla grande vincendo il più difficile di sempre, poi fallì  (ammissione) l'appuntamento con il rinnovamento che serviva.
Fu uomo di contrapposizioni: vedere i giudizi su Allodi, Sacchi, Matarrese.
Interessante anche i continui riferimenti alle origini friulane, i ricordi di un piccolo mondo antico che forse non c'è più (grandi analogie, su questo, con il libro di Zoff).
Ingiustamente dimenticato.
Nella foto accanto al Presidente: il più grande allenatore friulano, il più grande giocatore friulano, il capitano dell'Udinese.

lunedì 16 ottobre 2017

Giorgiana Masi. Indagine su un mistero italiano

di Concetto Vecchio
Bravo il giornalista di Repubblica a ricostruire, dopo quarantanni, con il piglio di un cronista d'antan, questo episodio sconcertante. 
Giusto Massimo Bordin potrebbe avere qualcosa da puntualizzare.
Restituendo un po' di umanità ad una ragazza che certo non desiderava divenire un'eroina nel pantheon radicale, molta è l'attenzione al clima in cui si preparò la tragedia, ed al modo in cui vi parteciparono i principali protagonisti, in primis Cossiga per una volta forse tradito dalle sue amate forze dell'ordine, e poi Pannella la cui profezia ha talmente colpito l'autore da essere il motivo per cui il libro è stato scritto. E poi Luca Boneschi, cui il tributo deriva non da parole e giudizi dell'autore ma semplicemente dalla descrizione del suo operato.

Canone inverso

di Paolo Maurensig

Mi aveva preso parecchio, il film di Ricky Tognazzi visto ormai molti anni fa.
Il libro è anche meglio, fino alla duplice sorpresa finale.
Da rileggere per apprezzare meglio gli indizi seminati dall'autore.