mercoledì 9 settembre 2026

La rivoluzione americana

di Tiziano Bonazzi


Nella consueta tradizione di letture collegate a ricorrenze, mi imbatto in questa interessante opera, i temi della quale sono in realtà due. Accanto alla vicenda storica della nascita degli Stati Uniti e delle sue  interpretazioni si staglia infatti un ripetuto riferimento alla dicotomia tra mito da quelle indotto, legato a esigenze e domande del tempo in cui sono formulate, e la realtà storica.
Il nodo è il superamento dell’”eccezionalismo americano”, dell’idea per il quale gli Stati Uniti siano una nazione predestinata, per disegno divino o comunque unico, alla realizzazione inimitabile di un destino che costituisce l’affermazione autentica del valore della libertà.
Tanto nel descrivere le vicende ricostruite senza il senno del poi ideologizzato, quanto nel capitolo in cui affronta espressamente il tema delle interpretazioni, Bonazzi riporta inevitabilmente ad una complessità, che smentisce quel mito, come anche ulteriori interpretazioni rette dalle ideologie del momento, nel nome di un lavoro che ha portato gli storici contemporanei più seri a trovarsi come “assediati in un Fort Apache circondato da feroci indiani che li attaccano all’insegna di una rivolta del popolo a difesa della tradizione americana”.
La trattazione parte ripercorrendo la fondazione delle colonie, anche qui riportando al reale (relativo) significato alcuni dei miti fondativi, ed inquadrando le singole vicende, spesso piuttosto diverse tra loro, nell’ambito di una vicenda europea. Anche quando fuggivano (in America, come negli stessi periodi fuggivano anche altrove), i coloni ritenevano di trasferirsi in un’altra parte dello stesso impero britannico, di essere parte della stessa comunità politica e legati alla origine europea. In assenza di una strutturazione amministrativa e politica dell’Impero, i rapporti giuridici erano regolati da concessioni, patenti, convenzioni di diritto privato; mentre l’economia era integrata in quella imperiale, l’aspetto sociale riceveva uno sviluppo determinato dal “salutar neglect” del governo e dalle condizioni della loro formazione, in un rapporto con la madrepatria che Bonazzi definisce “mimetico-antagonista”: le colonie avevano cultura e istituzioni inglesi, ma rappresentavano aspetti antagonisti dell’Inghilterra seicentesca.
Nel Settecento, sempre all’insegna del salutar neglect, grazie a pace interna, sviluppo e economico e boom demografico, si rese meno conflittuale il pluralismo religioso e si diffusero le trasformazioni in atto in Gran Bretagna, tra cui Bonazzi evidenzia il ruolo dell’illuminismo scozzese e del revivalismo, contribuendo ad una crescente “britishness” delle colonie. Le società si organizzarono con le forme consentite dalla conformazione dei centri abitati collocati in ampie estensioni, in assenza di vere strutture amministrative, e quindi favorendo una diffusa pratica di autogoverno e la molteplicità dei centri decisionali; le elite che si affermavano al loro interno, oltre a non essere chiuse, potevano prevalere nei rapporti politici guadagnando e mantenendo il consenso del ceto medio. L’autore evidenzia la totale assenza, nella prima parte del Settecento, di un nazionalismo americano, essendo al contrario le rivendicazioni politiche finalizzate a mantenere le libertà britanniche.
Evento decisivo nel promuovere un cambiamento fu la guerra dei Sette anni. Oltre a essere combattuta anche in America, permettendo a molti americani di affrontare un’esperienza militare moderna, e per le ripercussioni territoriali che ne scaturirono, esso determinò un nuovo approccio della madrepatria ai rapporti con l’Impero (non più visto con “gli occhi del commercio”, ma con “gli occhi dello stato”), e provocò necessità finanziarie (anche per lo stanziamento di truppe nella regione) per le quali vennero introdotte sia pur limitate nuove forme di tassazione delle colonie. 
Bonazzi parla di “danno collaterale” della guerra, ove la necessità di un più stringente controllo del territorio si contrapponeva alla sensazione dei coloni di dover avere maggiore autonomia. Questa contrapposizione, in occasione di un episodio tutto sommato marginale quale lo Stamp act, fece venire al pettine il nodo di diverse aspettative sul modo di partecipare all’Impero, che per Bonazzi sarebbe del tutto sbagliato leggere come lotta contro una lontana autocrazia di un popolo che si sentiva già libero; mentre l’esito imprevisto che si generò scaturì dalla richiesta di esercitare le proprie libertà (compresa l’autodeterminazione fiscale) di sudditi britannici.
Tale esito comprende le forme di protesta contro lo Stamp act, la formazione di strutture associative anche intercoloniali, le risposte del governo inglese, il dazio sul te e via proseguendo la convocazione di un Congresso continentale e la formazione dell’esercitò continentale.
Quando ho iniziato questa recensione avevo tempo ed entusiasmo, in una sera lignanese in cui purtroppo non l'ho terminata.
Dopo i capitoli che ho ricordato Bonazzi descrive gli eventi bellici, soffermandosi a lungo sulla divisione tra i ribelli, i lealisti e la maggioranza in attesa degli eventi, segno inevitabile di una complessità che non dimentica in nessuna parte del libro.
Altre pagine sono dedicate alla scrittura della dichiarazione di indipendenza (pubblicata per intero con traduzione), all'impatto della rivoluzione sui rapporti sociali, al ruolo dell'atteggiamento di Giorgio III, al conflitto di interessi che trovò la sua soluzione (con dei vincitori individuabili) nella scrittura della Costituzione, al pensiero dei principali protagonisti, Hamilton, Madison, Paine.
Bonazzi propone una interpretazione, che si pone in posizione intermedia tra l'eccezionalismo e le interpretazioni svalutative, della rivoluzione Americana come momento pienamente inserito nel processo di espansione dell'Europa e dei suoi modelli politico ed economici, e la definisce evento fondante la modernità in particolare per il suo ruolo nell'affermazione del contrattualismo.
"generosa utopia che lasciò in eredità al mondo euromericano una società e una cultura flessibili e pluraliste, aperte nel senso che consentivano opposizione e contrasto, ma intrecciate a ben evidenti gerarchie di potere nelle quali momenti di libertà si potevano ottenere, come in Europa, solo attraverso il conflitto sociale".  

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