lunedì 4 maggio 2020

I senzapannella

Nel giorno del suo novantesimo compleanno, onorandolo come fosse ancora tra noi, moltissimi hanno sentito la necessità di ricordare Marco Pannella.
La straordinaria personalità del rapporto che avevano con lui tutti quelli che lo hanno conosciuto, e anche quelli che lo consideravano un amico anche con una frequentazione solo radiofonica (ed era un vero amico, di quelli che ti insegnano, ti indicano la via, ti correggono; ti aiutano a ricordarti di pensare) è spiccata nei mille ricordi, inevitabilmente aperti dalla professione scontata ma autentica: manca a me, manca a tutti.
Novanta personalità hanno firmato una lettera, pubblicata anche da Manifesto e Fatto quotidiano, per augurarti "Buon compleanno". Si può ascoltarla recitata sulla radio, ricca dei riferimenti ai molti con cui dialogò Marco.
Il TG5 gli ha dedicato un servizio, breve ma pieno di cuore (e bisogna ringraziare Clemente Mimum per ricordarlo sempre, anche con due begli articoli nei giorni scorsi). Guido Del Turco in due minuti ha saputo condensare quasi tutto, partendo dagli ultimi giorni nella mansarda, mostrandolo con Enzo Tortora, davanti a delle carceri, e soprattutto riportando il suo ultimo messaggio politico: "Non mollate, perchè storicamente abbiamo già vinto".
Chissà se anche questa volta aveva, contro ogni evidenza, ragione lui. 
Tra i commenti, si distinguono quelli animati di stima da quelli densi d'amore.
Tra i primi Rolling Stone, che lo celebrò in un bellissimo articolo con DJ-AX, Mattia Feltri che ripubblica il coccodrillo del 2016,   e Guido Vitiello che lo ricorda irripetibile extraterrestre che ora è atterrato su chissà quale altro pianeta, a calpestare nuove aiuole. Poi  Taradash lo definisce il leader immaginario, illudendosi e illudendoci che chi vorrà ricostruire questo Paese dovrà fare i conti con lui. Francesco Rutelli ricorda che è stato l'uomo del garantismo e della politica per temi.  
Tra i secondi un bel pezzo di Valter Vecellio, il biografo che da sciasciano apre con un giudizio del grande scrittore e (qui lo si può scrivere) dirigente radicale: “E’ il solo uomo politico italiano che costantemente dimostri di avere il senso del diritto, della legge e della giustizia”. 
Ed è difficile restare indifferenti alle parole di Sergio D'Elia: "Sei stato l’uomo che ha salvato la mia vita, mi ha fatto rinascere, da una prima vita segnata dalla violenza a una seconda dedicata alla nonviolenza, al diritto, ai diritti umani.
Mi hai aiutato a capire - continua D’Elia - che non è vero che i fini giustificano i mezzi, che è vero semmai il contrario: che i fini più nobili, le idee giuste possono essere pregiudicati e distrutti da mezzi sbagliati usati per conseguirli, e uccidere le proprie idee è il delitto peggiore che si possa commettere.
Mi hai insegnato la nonviolenza, questa forza sottile e invisibile, eppure dura e durevole come un filo d’acciaio, religiosa nel senso etimologico del termine, che tiene insieme, lega indissolubilmente le persone anche se si trovano su fronti opposti. La nonviolenza è la forza della coscienza, del dialogo, dell’amore, la forza che ha connotato la tua vita, Marco, mai ‘contro’ qualcosa o qualcuno, ma sempre ‘per’ e ‘con’. Quanti violenti hai disarmato con la nonviolenza!”  
Ieri in una maratona lunga oltre dieci ore, alla Pannella, che ho ascoltato in diretta e parte recuperata poi, lo hanno ricordato in tantissimi. (Ex) Militanti e dirigenti, politici, uomini di cultura e di spettacolo.
Impossibile sintetizzare i migliori interventi, anche se è facile commuoversi al ricordo della Parachini, o alle parole quasi tenere di Bertinotti, alla nostalgia di Sofri. Riflettere ascoltare il tributo di Andrea Orlando, di Martelli, di Macaluso, di Paolo Mieli. Sorridere ascoltando da Stefania Craxi la lettera che Marco scrisse al padre. Capire da D'Elia, Della Vedova e Loquenzi come l'incontro con Pannella cambiò loro la vita. Ascoltare le parole "pesate"di Saviano.   
Per quasi tutti dobbiamo fuggire dalla tentazioni di chiederci cosa direbbe ora, Marco. Ma lo facciamo inevitabilmente, appunto perchè manca, e non è solo la nostalgia dei tempi andati.
E' che da quattro anni siamo, inevitabilmente, i Senzapannella.
Politici, giornalisti, uomini di grande cultura. Alla fine le parole migliori le ha trovate un artista,Vasco
Le idee radicali di Marco Pannella, per combinazione,erano molto simili alle mie, ai temi delle mie canzoni: abbattere il pregiudizio, sospendere il giudizio, tolleranza, anticlericalismo; e, cosa da non poco, antiproibizionismo. Finalmente un approccio moderno alla vita sociale, con l' uomo e i suoi diritti al centro di tutto; davanti anche le logiche di partito, di sinistra, di destra o di centro. Avevo praticamente il mio alter ego politico. Anticonformista, contro l' ipocrisia, un portatore di coscienza decisamente rock. Un idealista nel tentativo di "sbigottismo" e di cambiamento della società, società italiana. Un uomo politico onesto, che al posto dei salotti sceglie sempre la provocazione e la piazza; e che inoltre, ricordiamoci bene, ha sacrificato tutto il suo patrimonio personale. Quanti altri lo faranno? W Marco Pannella.

Con un canestro di parole nuove, calpestare nuove aiuole

venerdì 1 maggio 2020

1 maggio. Festa del lavoro o funerale del lavoro?

C'è voluto al solito il Presidente Mattarella, con un messaggio al solito misurato e capace di parlare ai cittadini nel linguaggio delle istituzioni, della Costituzione, per ricordare l'importanza del lavoro come fondamento della Repubblica.

Il lavoro è stato motore di crescita sociale, economica, nei diritti, in questi settantaquattro anni di Repubblica.
Perché il lavoro è condizione di libertà, di dignità e di autonomia per le persone. Consente a ciascuno di costruire il proprio futuro e di rendere l’intera comunità più intensamente unita.

Sorrido al pensiero che due giorni fa, con parole certamente meno ispirate, esprimevo sconsolato analogo concetto.
A partire dal lavoro si deve ridisegnare il modo di essere di un Paese maturo e forte come l’Italia.
La fabbrica, i luoghi di lavoro, hanno orientato e plasmato i modi di vivere nei nostri borghi e nelle nostre città, e l’opera stessa delle istituzioni chiamate ad assicurare la realizzazione della solidarietà politica, economica e sociale prevista dalla Costituzione.
I ceti produttivi, imprenditori e lavoratori sono il motore della nostra società, la fonte della ricchezza comune cui molti, troppi altri non contribuiscono in eguale misura, cui poi dobbiamo la libertà di cui godiamo (godevamo?).
Aiutarli, invece di penalizzarli, dargli mascherine, non multe, consentire loro di ripartire per se stessi e per noi, questo dovrebbe essere l'unico pensiero fisso di un governo.
Se non per convinzione, per furbizia, per mantenere la vacca che mungiamo e ci fa vivere
Se non si è nemmeno in grado di dare, come dice il Presidente, indicazioni ragionevoli e chiare, quella di oggi è stata non la festa, ma il funerale del lavoro.
Da esponente di un mondo privilegiato, posto fisso, stipendio sicuro, che in questi giorni ha realizzato che in fondo in fondo il proprio lavoro non è così importante, almeno nel breve periodo, ci sto male, a pensare alle persone che soffrono perchè non possono lavorare, mentre a me il 23 hanno accreditato bel bella la mensilità.
Mi trovo a camminare incazzato nel giardino, distogliendomi dalla lettura dei resoconti di tanto disastro, purtroppo più rari degli alfieri di un pensiero unico, capace di stendere manifesti contro chi critica un governo così capace o inappuntabile, di bollare come "scellerato o delinquente" chi (quorum ego) pensa che siano possibili misure diverse da quelle prese.
Che tristezza, che amarezza.

mercoledì 29 aprile 2020

La salute è la cosa più importante. Proprio sicuri?

No.
Nulla è più importante della libertà.
"La mia libertà equivale alla mia vita".

giovedì 23 aprile 2020

L'antipatico

di Claudio Martelli
Ho approcciato con molto interesse questo breve saggio, a comporre una personalissima trilogia da lettore, con la monumentale biografia di Massimo Pini su Craxi e l'autobiografia di Martelli. 
E' indubbio che la materia mi appassiona non poco, tanto per il riguardare (una parte di) quel milieu laico - riformista che è fra i miei riferimenti politici, quanto per i molti dubbi che a mio avviso genera il finale della sua storia, quanto infine per la consapevolezza di non aver colto, nel momento in cui vivevo parte degli eventi, il loro vero significato.
A cavallo degli anni 90 ero un lettore (supergiù quindicenne) di Repubblica; sulla soglia della maggiore età ho vissuto con molti altri Tangentopoli come una speranza di rinnovamento, di un Paese  migliore che ben si confaceva con la verde età delle speranze, delle illusioni.
Solo dopo, aiutato dal senno del poi e della sempre maggiore frequentazione della radio radicale, ho compreso l'abisso in cui conduceva certo giustizialismo, e la ingenuità di certe speranze, di certi unilaterali affidamenti.
Il libro dichiaratamente non è una biografia. Un po' tributo personale, un po' manifesto politico, inevitabilmente tende all'indulgenza, che personalmente perdono per la stima che ho di entrambi.  
Nella prima parte Martelli individua per sommi capi i principali meriti che attribuisce al Craxi politico: il recupero delle tradizioni riformiste, la difesa dell'autonomia politica, il sostegno ad una rivisitata versione del socialismo liberale rossettiano, l'aver ricomposto una frattura tra il patriottismo ed il socialismo, ed infine la passione per la libertà che ha caratterizzato il suo impegno internazionale a favore di popoli e movimenti.
La seconda parte ripercorre le tappe della ascesa e della caduta di Craxi; ne ricorda oltre ai molti alcuni errori. Attribuisce infine la caduta al culmine di una lotta politica che vide convergere gli interessi del "quarto partito", il partito del potere e del denaro, con il regolamento di conti da parte di alcuni acerrimi avversari, con la nuova situazione internazionale che paradossalmente finì per dare nuova verginità agli sconfitti.
Martelli, che in tutto il libro non parla di sè nel del suo rapporto con Craxi, dà insomma una lettura integralmente politica alla vicenda, del tutto svalutando la portata decisiva della questione morale, e paradossalmente anche gli aspetti "garantisti", su cui molti altri hanno incentrato i ricordi.
Del resto "Poiché era tutto politico, per vocazione e per professione, una volta che si era assegnato una missione la perseguiva assumendosi la responsabilità degli atti e delle parole, senza temere né di macchiarsi di una colpa né di affrontare l’odio. La colpa e l’odio sono inseparabili compagni dell’uomo politico come lo sono l’amicizia e la lotta.
Non si può diventare capi senza fare dei torti e senza macchiarsi di una colpa. Si comincia pensando di far male solo ai nemici atavici e agli avversari di turno, eventualmente ai loro amici e alleati e, non di rado, succede che lo si faccia pure ai propri amici e alleati. Talvolta persino a se stessi.
Del resto, anche se un politico sceglie infallibilmente il male minore, ha pur sempre scelto un male, è intrato nel male e si è macchiato di una colpa. Dunque, con ciò si è guadagnato l’odio almeno di una parte. Più lungo sarà il tragitto, più si estenderà il novero dei meriti e dei successi, più si allungheranno anche l’elenco dei torti e la lista delle colpe e degli odi.
La politica è un’arte così tremendamente difficile e derisoria che mentre ti illudi di usarla per cambiare il mondo, non ti accorgi che ha già cambiato te."   
La rivendicazione del ruolo della politica è una costante: “La politica è sintesi di molti mestieri, una professione che non possono fare i dilettanti ma i professionisti di questo mestiere: i politici.” Sul punto Craxi rieccheggiava le parole di Croce: “L’unica vera onestà politica è la capacità politica, la capacità di realizzare gli scopi che ci si è assegnati. Nessun areopago di purissimi imbecilli potrà mai sostituirsi a una classe politica capace, espressa da una libera competizione democratica.”
Martelli precisa che non è possibile distinguere il politico dall'uomo: Craxi era un fighter, un combattente, un sincero democratico che, in tutta onestà e con tutta la serietà che il compito richiedeva, si assunse la responsabilità di difendere la democrazia dai suoi nemici. Ed era un politico educato alla dura scuola della realtà, perfettamente consapevole che la politica è la continuazione della guerra con altri mezzi, mezzi meno cruenti, anche se tutt’altro che pacifici. Così, del resto, era l’epoca in cui visse quasi tutta la sua vita, un’epoca affatto pacifica.
Nei "reduci" che recentemente hanno ricordato Craxi nel ventennale della morte è molto vivo il senso della comunità, il dolore per la sua dispersione. Infatti La storia di Craxi non è solo la storia di un leader politico e di un uomo di stato. È la storia di un’idea, di una tradizione politica che comincia assai prima ma che con lui si rinnova e si amplia, superando gli antichi confini, esplorando nuovi orizzonti.
Senza un recupero e un ripensamento del lascito di Craxi, quella storia rischia di esaurirsi nella condanna o nei travisamenti, nella diaspora o nell’oblio, e la storia del socialismo e quella italiana ne risulterebbero amputate e deformate.
Personalmente credo che al giorno di oggi siano temi che interessano poco e a pochi, in un Paese che già non brilla per l'onore che riserva alla memoria di sè.
Martelli prova a riepilogare, nell'epilogo:
Craxi era innanzitutto un democratico, un uomo della polis moderna, schierato per tradizione famigliare e per scelta personale dalla parte socialista, perché voleva lottare per la libertà, la giustizia e il progresso sociale in Italia e in tutto il mondo.
Per tutta la sua vita è stato un patriota – un socialista tricolore, cioè un nazionalista democratico – e un combattente per i diritti dei popoli e per i diritti dell’uomo e della donna.
Per tutta la sua vita politica ha contrastato la vecchia destra: dunque i reazionari, i bigotti, i nostalgici. Con ancor più decisione ha lottato contro la nuova destra, quella dalle buone maniere e dalle pessime abitudini tra cui, sovrana, quella di capitalizzare i profitti e socializzare le perdite, quella che, padrona del potere e del denaro, vorrebbe esserlo anche dello stato e della politica.
È stato il primo capo di governo socialista e, sollevandosi da uomo di parte a uomo di stato, ha guidato l’Italia a traguardi economici ineguagliati, conquistandole un prestigio internazionale altrettanto ineguagliato.
Voleva e ha perseguito una grande riforma della repubblica e delle sue istituzioni, ma ha mancato l’obiettivo per l’insuperabile e irresponsabile rifiuto di quasi tutte le altre forze politiche.
Nato e cresciuto nella repubblica dei partiti, troppo tardi ne ha descritto e condannato la degenerazione nel malaffare. Assumendosi con coraggio la sua parte di responsabilità in parlamento, si è esposto alla contestazione dei faziosi estremisti e alla persecuzione giudiziaria, che con lui si è accanita non solo per gli errori compiuti, ma anche per l’onestà di averli riconosciuti.
Vittima di una giustizia politica che con lui ha usato una durezza senza pari, ha trovato rifugio in un paese vicino, amico dell’Italia. Malato e stanco, dovendo affrontare un delicato intervento chirurgico gli è stato negato un salvacondotto per essere operato in Italia ed è morto per le conseguenze post-operatorie.
È stato il primo capo di governo socialista e, sollevandosi da uomo di parte a uomo di stato, ha guidato l’Italia a traguardi economici ineguagliati, conquistandole un prestigio internazionale altrettanto ineguagliato.
Voleva e ha perseguito una grande riforma della repubblica e delle sue istituzioni, ma ha mancato l’obiettivo per l’insuperabile e irresponsabile rifiuto di quasi tutte le altre forze politiche.
Nato e cresciuto nella repubblica dei partiti, troppo tardi ne ha descritto e condannato la degenerazione nel malaffare. Assumendosi con coraggio la sua parte di responsabilità in parlamento, si è esposto alla contestazione dei faziosi estremisti e alla persecuzione giudiziaria, che con lui si è accanita non solo per gli errori compiuti, ma anche per l’onestà di averli riconosciuti.
Vittima di una giustizia politica che con lui ha usato una durezza senza pari, ha trovato rifugio in un paese vicino, amico dell’Italia. Malato e stanco, dovendo affrontare un delicato intervento chirurgico gli è stato negato un salvacondotto per essere operato in Italia ed è morto per le conseguenze post-operatorie.
Come quella di Moro, anche la famiglia di Craxi ha rifiutato i funerali di stato offerti da un’ipocrita nomenklatura.
Riposa a Hammamet nel cimitero dei cristiani. La piccola tomba guarda il mare e l’Italia lontana. Sulla sua lapide sono incise le parole che tante volte ha ripetuto:
La mia libertà equivale alla mia vita.
Ogni anno, il 20 gennaio, migliaia di italiani si recano sulla sua tomba e depositano un fiore o un biglietto.

mercoledì 22 aprile 2020

Quando rispettare le regole sembra una colpa (ma non lo è)

Ti capita spesso.
Sono conoscenti, amici, anche parenti stretti.
Fanno quella cosa che non si può, ma ci serve o ci piace, ed in fondo che male c'è; te lo raccontano cercando la complicità che li scusa e li assolve.
Brutta situazione: sbracare diventando correo, e la prossima volta comportarsi nella stessa maniera, o irrigidirsi facendo la parte del moralista?
Per mia fortuna non ho mai avuto il timore di restare sulle mie posizioni anche se poco frequentate; e nessuno è mai riuscito a farmi sentire in colpa, mentre facevo semplicemente, senza giudicare gli altri, quel che sentivo giusto.  

Burocrazia: problema eterno, solo colpa degli altri?

Eterna recriminazione, eterno problema, eterno scoglio ad un vivere moderno e civile, la burocrazia declinata all'Italiana è tale che la parola che la descrive è utilizzata quasi esclusivamente nella sua accezione negativa che in quella tecnica, neutra.
In tempo del coronavirus ogni ritardo è danno, e non sono mancate, rinforzate, le richieste di disboscarla, abbatterla,questa burocrazia.
La tesi non enunciata è che vi sia una buona (prevalente) quota di burocrazia che esiste solo perchè questa ha bisogno di autoaffermarsi, di creare le condizioni per vivere ed ingrassare, e che si potrebbe immediatamente eliminare.
A mio avviso questa visione, che coglie certamente parte di verità, ne trascura altra non meno importante.
La burocrazia esiste quale componente organizzativa dell'amministrazione di interessi pubblici. Ogni procedimento è volto alla tutela di un interesse, ragionevolmente meritevole (la tutela del territorio, le entrate pubbliche, l'igiene pubblica ecc.). E' possibile tutelarli senza sommergere di obblighi adempimenti i cittadini, gli operatori commerciali? Tutti questi adempimenti esistono solo per garantire il lavoro ai dipendenti pubblici dei relativi uffici (il tecnico comunale, il funzionario dell'Agenzia delle Entrate, l'ispettore dell'ASL), oppure almeno in parte sono necessari perchè altrimenti i cittadini, gli operatori commerciali agirebbero senza il necessario rispetto di quegli interessi?
Esemplichiamo. Per avere i 600 € bisogna fare una domanda con molti documenti; in Svizzera invece bastava una richiesta in carta semplice e la sera stessa avevi i soldi sul conto. Ma a parità di condizioni quanti nostri concittadini avrebbero richiesto ed avuto i soldi senza averne diritto?
Migliorare la burocrazia (in senso tecnico), abbattere la burocrazia (in senso deteriore) si può e si deve. 
Ma la colpa non è solo del governo e dei burocrati    

domenica 19 aprile 2020

L'unificazione legislativa e i codici del 1865

di Alberto Aquarone
Studio molto specifico sui codici dei 1865; c'è una prima parte con un breve studio ed un'altra, estremamente interessante ma difficilmente fruenda da un lettore "normale", documentaria, con i progetti di legge, interventi parlamentari e via dicendo.
E' stato un po' uno sfizio, questo, preso a scatola chiusa per via dell'autore.

venerdì 17 aprile 2020

Non manca solo agli imbecilli

L'urlo di Emanuele Macaluso al funerale laico di Massimo Bordin, riecheggiato dal titolo di questo post, nella sua esagerazione esprimeva vero dolore. 
Io sono tra quanti, un anno dopo la sua scomparsa, lo provano veramente, ancora oggi, per la mancanza di Massimo.
Le parole dei tanti che oggi lo ricordano (Chiocci, Martini, Coccia, Bonino-Spadaccia; e Guido Olimpio, memore della straordinaria cultura di Bordin, che immagina di ritrovare "raro e disperso, in un mare di ritagli") sembrano non potere aggiungere molto a quanto già detto un anno fa. 
E tuttavia Massimo Teodori  non manca di rammentarci che "Massimo non era un “semplice cronista” come voleva auto-rappresentarsi, né un generico militante politico, e neppure soltanto quell’autorevole professionista della rassegna stampa che per anni ha generosamente donato a centinaia di migliaia di ascoltatori, oltre che alla classe dirigente del paese, il piacere di ascoltare le sue parole. E’ stato qualcosa di più della sommatoria di questi e altri aspetti della sua multiforme attività.

E’ stato un protagonista del nostro tempo. Con una cultura politica in cui sulla giovanile passione per la sinistra di classe aveva innestato una vocazione liberaldemocratica dedita allo stato di diritto, alla giustizia giusta e al socialismo libertario e riformatore. Con l’intelligenza di chi sa riconoscere a prima vista uomini e cose e ne sa valutare vizi e virtù, autenticità e fasullaggini. Con la forza intellettuale del monaco laico che non si pavoneggia di saggi ma guarda a quell’olimpo antiautoritario e minoritario in cui brillano le stelle dei grandi eretici del Novecento, fossero i coraggiosi dissidenti storici del comunismo, gli appassionati rivoluzionari trotskisti, o i cantori libertari alla Albert Camus e George Orwell fino al nostro Leonardo Sciascia, scrittore per eccellenza fuori dalle righe".
Personalmente ho apprezzato molto il ricordo del TG5 e soprattutto un articolo straordinario del ministro Peppe Provenzano su "Il Manifesto", che parla di Sicilia, della Caltanissetta del dopoguerra, di Macaluso e delle conversazioni su Sciascia. Lo scrittore che "ci aveva ammonito sui ricordi, al punto da scoraggiare anche queste righe: «La morte è terribile non per il non esserci più ma, al contrario, per l’esserci ancora e in balìa dei mutevoli ricordi, dei mutevoli sentimenti, dei mutevoli pensieri di coloro che restano». Anche questa profezia di Sciascia mi si è sembrata avverarsi, spesso contro Sciascia. Solo pochissime eccezioni, su tutte Bordin". E che veniva citato da Bordin «Io non sono un garantista: sono uno che crede nel diritto, che crede nella giustizia» per poi chiosare: «Sciascia credeva nella giustizia secondo diritto, che è fatta anche di sostanza».  E ancora Bordin che al quarantennale de "L'affaire Moro" parla del Pierre Menard delle Finzioni di Borges. 
Provenzano ha definito il suo ricordo "strettamente personale". Cogliendo un punto fondamentale, che Bordin era parte della vita di moltissime persone. Ognuno ha il suo ricordo, ritrovare in quello di un altra persona Sciascia, Pierre Menard e quel libro di Macaluso è stato un po' come ri-conoscerla.












lunedì 13 aprile 2020

Sei problemi per don Isidro Parodi

di Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares

In cerca di svago, riprendo in mano questo singolare libro, unico giallo scritto da Borges (sia pure a quattro mani con Adolfo Bioy Casares).
Comincio a ritrovare nel volume una carta d'imbarco Roma - Trieste del 13 marzo 2013. Del resto uso segnalibri "datati" (scontrini, biglietti del treno o del bus) apposta per poter riandare, anni dopo, al momento in cui lessi un libro.  
Fantastico è l'aggettivo perfetto e pregnante per descrivere le opere del poeta argentino, e questa, pur essendo una sorta di divertissement, lo merita appieno.
Le funamboliche tirate verbali messe in bocca ai diversi personaggi divertono e lasciano costantemente nel dubbio se si tratti di prosa o satira, a volte strappano vere risate. Il rovesciamento del punto di vista operato da Isidro Parodi nelle poche, conclusive parole, consente di svelare l'enigma, forse nemmeno così nascosto, se l'attenzione non fosse andata più che alla trama al meraviglioso mondo di parole che la compone 
E probabilmente sfugge, al solito, al poco colto lettore (me provr'om) qualche tema filosofico e qualche topos letterario, nei diversi racconti, pur collegati tra loro, che compongono l'opera.
Delizioso. 

domenica 12 aprile 2020

Le origini dell'imperialismo americano

di Alberto Aquarone
Ho scoperto ancora all'Università questo autore, di cui sono diventato un modesto cultore.
In questo testo, molto specialistico, affronta da par suo la tematica del sorgere e del particolare atteggiarsi dell'imperialismo americano nei tre lustri che iniziano dal fatidico 1898.
Ci si trova a seguire le vicende del console in Manciuria, nelle discussioni fra favorevoli e contrari  all'annessione delle Filippine, nell'appoggio riluttante dato dal Dipartimento di stato a questo o a quel dittatore sudamericano.
La mano sapiente di Aquarone, capace di tirare le fila della mole sterminata di materiale esaminata ed offerta al lettore, di orientarsi in una complessità non negata ma interpretata con rigore storiografico. 
L'apparato delle note, che impressiona per la cultura e l'ampiezza di documentazione che sottintende, evidenzia una volta di più quale virtuoso della storia è stato Aquarone.