di George L. Mosse
sabato 31 gennaio 2026
La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933)
giovedì 29 gennaio 2026
Let's stand for America on the streets of Minneapolis
domenica 25 gennaio 2026
Verità per Giulio Regeni, giusto processo per Jacques Moretti
Ormai le uniche notizie buone, a cercarle, sono quelle che riportano le parole di Mattarella.
Riporto quelle che ha dedicato all'anniversario, il decimo, dell'omicidio di Giulio Regeni
«L’annuale commemorazione che la comunità di Fiumicello Villa Vicentina dedica a Giulio Regeni, raccoglie l’Italia intera in un sentito e commosso tributo per una vita ignobilmente spezzata.
A dieci anni dalla sua scomparsa, ribadiamo le ragioni universali della giustizia e del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, contro ogni forma di tortura.
Il rapimento e il barbaro assassinio di Giulio, un nostro concittadino, rimangono una ferita aperta nel corpo della comunità nazionale.
Rivolgo anzitutto un affettuoso pensiero ai suoi genitori, colpiti dal dolore inconsolabile per la perdita di un figlio - avvenuta per cause abiette e con modalità disumane - ammirevoli esempi di coraggio e determinazione nella ricerca della verità.
Un’esigenza condivisa da tutti gli italiani e non solo.
Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale e delle relazioni internazionali.
L’impegno di quanti, con dedizione, hanno operato e operano per corrispondere, in questa vicenda, alla sete di verità storica e giudiziaria, merita rispetto e gratitudine.
La piena collaborazione delle autorità egiziane nel dare risposte adeguate alle richieste della magistratura italiana, per accertare i fatti e assicurare alla giustizia i responsabili, continua a rappresentare un banco di prova.
Nella dolorosa ricorrenza odierna, rinnovo la vicinanza della Repubblica alla famiglia Regeni e l’impegno del nostro ordinamento affinché sia onorata la memoria di Giulio facendo piena luce sulle circostanze e le responsabilità che ne segnarono il tragico destino».
Della Repubblica che è vicina ai Regeni faccio parte anch'io, sono lieto che non si sia spento il movimento che li ha aiutati nella loro battaglia, che ho condiviso fin da subito, pur non nutrendo illusioni che potesse portare molto di più che a salvare la forma in maniera dignitosa, con un processo e parole illuminate come quelle del Presidente.
Le ragioni della realpolitik sono sin da subito prevalse, che Paola e Claudio riescano a trovare un po' di consolazione nella solidarietà che nella loro lotta trovano in molti mi sembra già un risultato.
Continuiamo quindi a dirlo: "Verità per Giulio Regeni!", dieci anni dopo, in un mondo che è del tutto cambiato.
Oggi manifestanti indifesi sono uccisi a sangue freddo da uomini dello stato che rimarrano impuniti non al Cairo, ma a Minneapolis. Cosa ci riserva il futuro, non lo sappiamo, e poco possiamo fare.
Forse mantenere la bussola sulla comprensione degli aspetti fondamentali del funzionamento di uno stato di diritto, della democrazia.
Tale Jacques Moretti proprietario del locale svizzero in cui è avvenuto un incendio con strage di molti ragazzi, tra cui degli italiani, fruisce di una norma del codice di procedura penale elvetico ed esce dalla cautelare su cauzione. E' piantonato dalla polizia nella sua villa. Apriti cielo. Scandalo, Ministri della stessa Repubblica presieduta da Mattarella rilasciano dichiarazioni di fuoco, viene richiamato l'ambasciatore.
Emerge lo spirito della bestia, che è in tutti noi, non ne faccio una questione politica: che Moretti dovrebbe marcire in galera, buttiamo la chiave, viene dato per fatto assodato.
A mio avviso deve invece essere chiarito che Jacques Moretti è un presunto innocente, imputato in un processo per reato colposo dalle gravi conseguenze, che ha esercitato un diritto previsto dal suo codice.
L'essenza del diritto è la protezione di un interesse che l'ordinamento tutela e assicura al titolare, se questi decide di esercitarlo non dev'esserci giudizio morale nè discrezionalità che lo intralci, men che meno discriminazione in base alla persona.
Il rispetto dei diritti dei peggiori, dei colpevoli, degli assassini, è quello che distingue un vero stato di diritto.
E quindi anche di Jacques Moretti, ammesso che venga provata la sua responsabilità, che mi può sembrare grave ed evidente, ma deve essere accertata secondo le regole e garantendo tutte le difese.
Le levate di scudi anche per via diplomatica, per tacere della evidente sottovalutazione che fanno dei principi di separazione dei poteri, possono essere buone per la propaganda. Danno consolazione, di nuovo, alle famiglie delle vittime alimentando la convinzione che la tutela di questi non passi dal diritto ma dalla vendetta.
E' questa convinzione che dobbiamo sostenere, che la stampa più consapevole dovrebbe propagare, che la politica più accorta non dovrebbe trascurare in favore di quanto maggiormente assicura consenso, nello stesso spirito e con lo stesso buon diritto con cui chiediamo verità per Giulio.
Khomeini, De Sade e io
Di Abnousse Shalmani
Non deve essere una persona facile, Abnousse. Almeno se ci si limita a contare le persone con cui si è scontrata, di cui ha perso l’amicizia, che semplicemente ascrive alla categoria degli idioti.
A ben osservare, pretendeva solo la comprensione integrale
ed immediata di quanto le è caro e importante, la libertà di essere una donna
non sottomessa che pretende per se e per tutte le altre, anche quelle che
sembrano non volerla. Intollerante a chi non la comprendeva, all’antitesi del
padre sempre incline a orientare la sua profonda intelligenza alla
giustificazione di dissenzienti ed erranti.
E’ un libro scritto 10 anni fa, a tratti urticante,
difficilmente collocabile in un genere, per quanto segua le vicende della vita
non la inquadrerei come autobiografia.
Le vicende di esule narrate tanto nella genesi della scelta
familiare di partire da Teheran quanto negli eventi che periodicamente
mettevano in discussione un’integrazione sostanzialmente riuscita, si integrano
con la ricostruzione di una personalità intellettuale fortemente segnata dai
libri, ed in particolare dall’incontro con i
libri del libertinismo francese.
Finchè ci saranno dei lettori, finchè ci sarà la voglia,
per quanto minima di alzare la testa al di là di se stessi, esisteranno uomini
di genio capaci di rovesciare il tiranno. Finchè ci sarà la parola. E’ ciò che
la lettura in particolare, e l’arte in generale, fanno per noi: aprire le
saracinesche della mente, spingerci al confronti con altre sensazioni, altre
voci, altri infiniti.
Le pagine che destano maggiore riflessione sono quelle in
cui critica la liceità dell’uso del velo, e contesta il riflesso di gran parte
della comunità islamica francese, ma anche di parte della sinistra, di cui giudicare
tale critica espressione di razzismo o islamofobia. Si colloca in sostanza
sulla linea di Michel Onfray di cui ho già parlato.
Costante è la difesa della libertà delle donne, che però se
la devono prendere e guadagnare, sottraendosi alla parte della vittima per
prendere quella del protagonista.
I barbuti e le cornacchie, le puttane, i borghesi distratti compaiono
qua e là a popolare una battaglie di idee i cui due poli sono De Sade, rifugio
liberatorio nella parola capace di descrivere la liberazione integrale del
corpo, e Khomeini, ossessione che impersona il riflesso reazionario e
antifemminile.
Non è certo un’opera da Nobel per la letteratura, di certo fa pensare.
E pensare soprattutto alle ragazze e ragazzi di Teheran. Forza ragazze, forza ragazzi, questa maledetta notte dovrà pur finire.
domenica 18 gennaio 2026
Il mondo di ieri
venerdì 2 gennaio 2026
Storia dei beni di Pesariis
di Luciano Sidar
Questa breve ma accurata opera, che risale al 1957, si occupa di un frammento di storia locale collegato all'esistenza, in un comune della nostra Carnia, di una proprietà collettiva di beni attribuita alla frazione di Pesariis, facente parte degli antichi istituti degli usi civici .
L'opera si incentra su una trentennale vicenda giudiziaria che vide contrapporsi, un secolo fa, il Comune di Prato Carnico e la sua frazione, che chiedeva il riconoscimento di un antichissimo diritto di proprietà su boschi e prati.
La puntuale analisi dei processi viene preceduta ed accompagnata da cenni alla storia locale e agli istituti giuridici di riferimento, frutto della profonda cultura dell'autore, per decenni segretario comunale di Prato Carnico, e di ricerche di archivio che, considerato l'anno di edizione del volume, meritano sicura ammirazione.
La vicenda risale al tempo del Patriarcato, e alle donazioni e privilegi attribuite agli abitanti della Carnia (già nel XIII secolo), poi confermati dalla Serenissima nel 1420, a seguito della dedizione di quelle terre al suo dominio. In sostanza la proprietà delle terre veniva formalmente mantenuta dal governo centrale (prima la Patria, poi la Serenissima), che però cedeva possesso ed uso agli abitanti, garantendo anche la tutela di usurpazioni e appropriazioni.
Lasciamo la parola a Luciano, pagina 121: I Patriarchi di Aquileia che ebbero il dominio anche civile sulla Carnia fino al 1420, incominciarono a regolare l'uso dei boschi comunali confermando e legittimando lo stato di possesso, e la Repubblica Veneta subentrando nella detta epoca ai Patriarchi, assicurò ai Carnici che i loro privilegi e consuetudini sarebbero rispettati. Ed in seguito la Repubblica impedì le usurpazioni, le alienazioni e le divisioni dei beni allo scopo di conservare in perpetuo il godimento alla generalità degli abitanti, come si deduce dai decreti Ducali 16 luglio 1420, 16 aprile e 15 febbraio 1726 e dai Decreti in Pregadi 28 giugno 1557 e 9 gennaio 1602. Appunto col Decreto di Pregadi del 9 gennaio 1602 fu stabilito di formare un catasto di beni comunali per rispettare lo stato di fatto e di possesso esistente, di consacrare e confermare con atto di autorità a ciascun Comune il godimento dei fondi che già possedeva. Ed a tale scopo furono incaricati i periti Peretti e Banderini, i quali certamente, oltre ad un esame delle singole località dovevano, in mancanza di titoli e documenti, prestar fede ai merighi ed ai vecchi del tempo i quali deferivano giuramento, in quanto la consuetudine costante, non interrotta, ammessa specificamente da tutti, assurgeva a titolo legale per la affermazione di proprietà.
Dopo la parentesi napoleonica, fu il governo austriaco a rinunciare anche formalmente alla proprietà dei beni nel 1839. La volontà di dare una veste formale a tale proprietà indusse i frazionisti, nel 1894, a richiedere al Re Umberto, che la concesse con R.D. del 1896, l'autorizzazione a mantenere un patrimonio separato da quello del Comune.
Fu poi la mancata esecuzione da parte del Comune del Decreto che vide iniziare una lunga vertenza, con ripetute azioni, appelli e ricorsi di cui l'autore ripercorre con precisione l'evolversi, con malcelata simpatia nei confronti dei frazionisti, facendo diffusa citazione dei contrapposti motivi e riportando ampi stralci dei provvedimenti.
Le argomentazioni delle parti, che sono riassunte in un efficace dialogo immaginario a pagina 134, si fondano sugli antichi documenti, sulla collaborazione di valenti consulenti non solo legali, ma anche storici. Desta interesse che gran parte della causa si concentri sul contenuto della perizia effettuata nel 1606, quale testo di riferimento dell'estensione fisica del diritto di proprietà della frazione.
La durata della causa, che inizia in epoca crispina, vede sullo sfondo il Regno d'Italia passare dallo stato liberale, attraverso la guerra, al regime fascista, portando l'autore a confrontarsi con la legge comunale e provinciale del 1915 e quella del 1934, e terminando in una fase in cui era entrato in vigore il Regolamento 332 del 1928 sul riordinamento degli usi civici.
La lunga amicizia con mio padre, suo collega, e la mia famiglia, ha lasciato il ricordo di un grande numero di belle serate, prima nella casa di Osais, poi in quella che costruì, per i suoi ultimi anni, a San Leonardo, ma anche sul terrazzo dell'appartamento a Lignano City e nella nostra casa, in cui lui e Fiorella sono stati per oltre vent'anni ospiti d'onore la sera di natale. Fin da piccolo ho ascoltato con rapita attenzione i resoconti dei favolosi viaggi, gli spunti tratti dall'ultimo film visto, dai suoi libri, soprattutto su tematiche di storia antica, che così tanto amava, e i racconti del tempo della guerra e del periglioso dopoguerra. Personaggi che alle mie orecchie finivano per diventare quasi romanzeschi erano l'oggetto di aneddoti in cui si esercitava il suo humor inglese; il tono diventava serio quando si faceva questione di onestà e serietà, prerogative che pretendeva dagli altri non senza averle pienamente incarnate in quarant'anni di carriera da segretario che non esito ad additare quale esempio di etica e competenza per qualsiasi pubblico funzionario. La Val Pesarina, che nel libro chiama con aggettivo che mi ha intenerito il nostro canale, è stata, più del paese di origine in cui è tornato tutto sommato riluttante, la sua vera casa, condivisa con Fiorella che per lui lasciò, alla fine degli anni 40, Roma per Osais. Dalla capitale ad una frazione di montagna in cui si parlava solo carnico, per amore: vederli assieme, anche cinquantanni dopo, offriva l'esempio di un sodalizio umano e sentimentale di cui ho conosciuto pochissimi eguali.
Quando veniva da noi, per anni Luciano si presentò non con pastarelle o bottiglie di vino, ma con libri di storia per ragazzi per il bambino di casa, che ero io. Ho sempre pensato di dovere a quei libri la mia passione.
Della gratitudine che non posso più diversamente manifestare prenda il posto il piccolo omaggio che rendo ora.
Gli eredi non si dorranno se scansiono alcuni capitoli dell'opera.
lunedì 29 dicembre 2025
L'Agnese va a morire
di Renata Viganò
Recupero questo libro, che già aveva caldeggiato il prof Bellanti quando ero alle medie, nello scaffale dei suoceri, in cui mi rifugio per scappare dalla temuta tombola di natale.
La Viganò ha fatto la Resistenza, da lei non mi aspetto certo, in un libro scritto ancora nei '40, l'onore ai vinti e il mea culpa sugli eccessi dei partigiani. Non ci sono le tre Italie descritte da Oliva, ma quella giusta dei partigiani fieri ed onesti e quella sporca e cattiva dei fascisti, tirapiedi dei tedeschi descritti come sorta di animali assetati di dolore altrui. Nella valle sono tutti dalla parte dei partigiani, salvo i pochi collaborazionisti, del tutto assente è quella terza Italia che per Oliva è stata maggioritaria.
L'Agnese è un donnone che mai avrebbe pensato di occuparsi non si dica di armi, ma di politica, e invece ci si trova dentro per la perdita del suo uomo prelevato e ucciso dai tedeschi. Eppure non è l'occasione ma l'istintiva percezione di quale sia la parte giusta a farne un'instancabile staffetta e collaboratrice di una brigata nelle valli di Comacchio. Un anno di clandestinità in rifugi improvvisati, "caserme" nelle valli di pesca, baracche ricavate nei canneti, mentre i compagni lottano, muoiono, sfuggono alle bombe degli alleati che promettono di essere dalla loro parte, ma non arrivano mai e anzi uccidono.
Il sacrificio finale simboleggia quello di una generazione che trovatasi con il fucile in mano senza nemmeno capire il perchè l'ha usato per difendere la libertà e l'onore di una nazione.
Libro onesto e sincero nella sua partigianeria, nè documentarista nè romanzo dai complessi significati, piuttosto simile ad un film neorealista con cui condivide l'amore per quell'Italia semplice e bambina, che si poteva ancora sognare di cambiare.
domenica 28 dicembre 2025
Rifugio Chiampizzulon (reloaded)
Organizziamo una zingarata invernale, l'idea è che diventi un'abitudine, come lo è già il caos organizzativo.
Propongo il Monte Talm, già battezzato 10 anni orsono: da Sostasio, no da Ludaria, alla fine prevale quest'ultima opzione.
A Piani di Vas non si arriva, la strada è interrotta molto prima e invasa da un sottile manto di neve fino da quota 1000. Ci incamminiamo sulla strada, come da copione manchiamo il bivio e ci ritroviamo dritti dritti al rifugio Chiampizzulon, dove un sole malandrino scompare poco dopo il nostro arrivo.
Sempre straordinaria la vista sul Coglians, ma sullo sfondo si intravedono le principali cime delle Giulie, la vera bellezza.
Un panino e via; per il ritorno montiamo i ramponcini nuovi nuovi, che ci aiuteranno a non cadere.
Bella giornata.
giovedì 25 dicembre 2025
I convitati di pietra
di Michele Mari
domenica 21 dicembre 2025
Prime di sere
di Carlo Sgorlon
Da ragazzo ebbi modo, non ricordo bene le circostanze, di vedere la trasposizione cinematografica di questo romanzo, che l'autore ha composto in friulano traducendo una sua precedente opera.
Il protagonista è un ex carcerato per duplice omicidio, che dopo molti anni torna, negli anni 50 del secolo scorso, nei suoi paesi della pedemontana, nel cuore di un inverno freddo come le condizioni di vita e l'accoglienza che gli viene riservata.
Nel povero Friuli del tempo, ancora del tutto legato alla vita nei campi e ad un'economica di sussistenza, non è semplice per nessuno sbarcare il lunario, men che meno per chi si porta dietro lo stigma di un omicidio.
Eppure la tenacia e la capacità di soffrire aiutano Eliseu ad andare avanti, trovando delle persone che gli danno una possibilità per cercare e trovare il suo grande desiderio, un lavoro che non lo faccia costantemente restare in apprensione per il domani.
La storia copre l'arco temporale di un anno, i lavori accettati da Eliseu seguono il ciclo delle stagioni e lo vedono impegnato nelle più svariate mansioni. Al è murador, marangon, contadin e cjarador. La ripulsa ottenuta dalla sorella è compensata dalla accoglienza di Rite De Luca e del figlio Ricart, con i quali il rapporto è alla friulana, di pochi valori e gesti significativi, accendendo il desiderio di avere, oltre al pane, anche le rose, cioè una famiglia.
Ma accettare la proposta di matrimonio significherebbe rinunciare alla pensione del marito, e questo la prudenza di Rite non può prenderlo in considerazione, perchè rischiare il futuro di Ricart non si può, piuttosto si deve rinunciare alla sua "piccola felicità".
Eliseu tentenna: andarsene o accettare la situazione? La pace ritrovata nella sua campagna lo porta alla decisione finale.
Insieme a Eliseu, il vero protagonista è il Friuli povero rurale del tempo, i suoi valori semplici e legati alla cultura contadina, che Sgorlon tratteggia con amore e condivisione profittando del lirismo della lingua friulana.
A mi è plasut une vore chest libri.









