Da molto nutrivo il desiderio di affrontare questa autobiografia del tutto singolare.
Singolare perchè di una vita non vengono narrati se non in minima parte gli eventi, ma le idee, la tensione intellettuale e spirituale; perchè appare davvero stupefacente la quantità di individui eccezionali con cui Zweig entrò in relazione ed amicizia, Freud, Strauss, Mann, Sahw, Croce, Rodin, Dalì, Rilke, Pirandello, Toscanini, Hesse, e molti altri i cui nomi, in tutta sincerità, ho appreso leggendo. Singolare infine per la coincidenza con anni terribili, in cui il mondo imperniato sulla sicurezza e l'immobilismo estetizzante dell'Austria Felix cedette il passo al passo dell'oca delle camicie brune, battistrada di quella che dovette apparirgli, tragica al punto da rifiutarne la sopportazione, la vittoria dell'irrazionalità sul mondo della spirito.
Una buona sintesi si trova nella sua stessa prefazione:
Nel periodo prebellico ho conosciuto il grado e la forma più alta della libertà individuale, per vederla poi al più basso livello cui sia scesa da secoli; sono stato festeggiato e perseguitato, libero e legato, ricco e povero. Tutti i cavalli dell'Apocalisse hanno fatto irruzione nella mia vita, carestie e rivolte, inflazione e terrore, epidemie ed emigrazione; ho visto crescere e diffondersi sotto i miei occhi le grandi ideologie delle masse, il bolscevismo in Russia il fascismo in Italia, il nazionalsocialismo in Germania, e anzitutto la peste peggiore, il nazionalismo che ha avvelenato la fioritura della nostra cultura europea. Inerme e impotente, dovetti essere testimone dell'inconcepibile ricaduta dell'umanità in una barbarie che si riteneva da tempo obliata e che risorgeva invece con il suo potente e programmatico dogma dell'antiumanità. A noi fu concesso di vedere, dopo secoli e secoli, guerre senza dichiarazioni di guerra, ma con campi di concentramento, torture, saccheggi e bombardamenti sulle città inermi, di vedere orrori che le ultime cinquanta generazioni non avevano più conosciuto e che quelle future è sperabile non più tollereranno. D'altra parte, quasi per paradosso, nello stesso periodo in cui il nostro mondo regrediva moralmente di un millennio, ho veduto la stessa umanità raggiungere mete inconcepite nel campo tecnico e intellettuale, superando in un attimo quanto era stato fatto in milioni di anni: la conquista dell'aria con l'aeroplano, la trasmissione della parola umana nello stesso secondo per tutto il pianeta e quindi il superamento dello spazio, la disgregazione dell'atomo, la guarigione delle più subdole infermità, la quasi quotidiana attuazione insomma di quanto ieri era ancora inattuabile. Mai prima d'oggi l'umanità nel suo insieme si è comportata più satanicamente e non mai d'altra parte ha compiuto opere così prossime a Dio.
Ahi ahi Herr Zweig, la mia curiosità era al tempo stesso vellicata e frenata dal timore di confrontare le sue riflessioni con quelle indotte dall'attualità.
Il mondo di ieri era quello della Vienna, grande capitale di impero millenario, in piena bella Epoque, il "mondo della sicurezza e della ragione creatrice, in cui noi avevamo avuto educazione e dimora". Certo il figlio di un ricco industriale che poteva permettersi di dedicarsi in toto alle aspirazioni artistiche viveva diversamente da un contadino, un bottegaio o un operaio, e diversamente doveva serbare ricordo di quel tempo; ma quell'epoca in cui il continuo progresso scientifico materiale appariva espressione di un'inarrestabile ascesa verso tempi migliori certo iscriveva tutti nella categoria che Clark ha definito dei "sonnambuli".
Siamo anche noi sonnambuli? Ci troviamo anche noi, alla lettura delle notizie, come Zweig nel 1913 mentre seguiva la guerra balcanica: "Ogni volta si sussultava spaventati, per poi trarre un gran sospiro dicendo: "Questa volta non ancora, e speriamo mai!"?
Dopo la follia della guerra, la lenta ripresa, e per Zweig una stagione di successo personale ed artistico, una realizzazione piena, in un decennio bruscamente interrotto, nel 1933, dall'ascesa la potere di Hitler.
Due volte sull'altar, due volte nella polvere.
I libri, prima venduti a milioni, bruciati e vietati, l'esilio prima intermittente e poi definitivo, una dolorosa presa d'atto.
La seconda guerra che arriva, ma questa volta con le masse che l'accolgono fataliste e taciturne, avendo perso l'ingenua credulità di quelle del 1914.
Il racconto dell'esilio è sfumato, e gli aspetti personali rimangono sullo sfondo della descrizione della temperie morale. Zweig fu soprattutto un intellettuale europeo che tentava di edificare una Repubblica delle lettere, in cui la sovranità appartenesse alle idee, fondata sull'amore per l'arte, la musica, la poesia, sui valori della fratellanza e dell'umanesimo, sulla convinzione dell'appartenenza ad una comune civiltà.
Non potè quindi affrontare, alla soglia dei sessantanni, l'affermarsi dei totalitarismi e del nazionalismo, l'ascesa di Hitler che con visione forse semplicistica individua come fonte dell'odio che stroncò per la seconda volta il suo sogno.
Il racconto termina il 1 settembre 1939.
La pagine più accorate sono quelle in cui viene descritto "il mondo di ieri", nel primo capitolo significativamente intitolato "il mondo della sicurezza", per la facilità con il quale nel medesimo si poteva prevedere l'andamento di una vita, nel quale "Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito: tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisa... tutto nel vasto impero appariva saldo e inamovibile". La sicurezza ed un progresso economico costante riflettevano magnifiche scoperte scientifiche portate ad immediato utilizzo (luce pubblica, telefono, auto), si dedicava tempo e risorse alla cura del corpo, allo sport, alle vacanze; si diffondevano diritti per le persone, vi era una "fede nella irrestibile forza conciliatrice della tolleranza. Lealmente credevamo che i confini e le divergenze esistenti tra le nazioni o le confessioni religiose avrebbero finito per scioglersi in un comune senso di umanità, concedendo così a tutti la pace e la sicurezza, i beni supremi".
Nel caso particolare di Vienna tanto benessere materiale e spirituale induceva ad una speciale aspirazione per la cultura, in particolare la poesia e la musica. Zweig ne descrive i tratti, soffermandosi sul ruolo che vi ebbe il desiderio di integrazione della borghesia ebraica.
A completamento del quadro Zweig si sofferma su due aspetti. Il primo è legato al sistema educativo, che giudica rigido, arido e inutile se non alla funzione di soggiogare lo spirito degli allievi e introdurli in condizione di inferiorità nel sistema, nel quale la gioventù era vista come un peccato, un vizio da superare. Il secondo si collega alla ipocrita eliminazione della sfera della sessualità e del corpo dagli argomenti di cui si poteva occupare la società, con l'ovvio risultato di confinarla alla clandestinità.
Uscito dal liceo, Zweig potè permettersi non solo di dedicarsi alla sua passione per l'arte (cita l'interessante assioma di Emerson, per il quale "i buoni libri sostituiscono la migliore università, e si può diventare un ottimo storico, filosofo o giurista senza aver frequentato l'università e nemmeno il liceo", ohibò questa la pensavo pure io), ma anche a soggiorni all'estero nel corso dei quali la sua tensione al cosmopolitismo trova nutrimento nella conoscenza di importanti artisti di altre nazioni, prima in Europa, poi in America, in Africa e in India.
Con il senno del poi, Zweig racconta di come, in contrasto con la comunione spirituale che aveva intessuto con poeti e scrittori francesi, belgi e italiani, avvertì da diversi segnali l'avvelenarsi del clima che portava alla guerra europea.
Della guerra ricorda soprattutto il contrasto fra l'accorrere al richiamo patriottico della maggior parte degli intellettuali e la realtà bellica, pur intravista da lontano, in un campo di prigionieri russi nel quale "ebbi subito l'impressione che quegli uomini semplici sentissero la guerra con più umana equità dei nostri professori universitari e dei nostri poeti: cioè come una sventura da cui erano stati senza loro colpa toccati, e perciò appunto chiunque fosse implicato in quella disgrazia finiva per essere considerato una specie di fratello".
La sua reazione fu partecipare alla "lotta per la fraternità spirituale", in cui ebbe un ruolo speciale un soggiorno in Svizzera nel quale potè constatare il mantenimento, nella comunità di esiliati delle opposte parti, di una visione del conflitto come evento di crudeltà e violenza.
Alla fine del conflitto, Zweig, tornò in Austria stabilendosi a Salisburgo, che vide trasformarsi da piccolo borgo in città grazie alla sua vocazione culturale e agli eventi ad essa collegati. Superate le grandi difficoltà dell'immediato dopoguerra di cui dà conto, furono per lui gli anni del successo e della fama, penso di possa dire della felicità, lunga il decennio dal 1923 al 1933. Quest'ultimo viene individuato come spartiacque per la presa del potere di Hitler, poi seguito in rapida successione dalla annessione dell'Austria e dal precipitare del mondo verso la guerra. Zweig narra gli episodi personali che gli svelarono il mutamento della temperie morale, che lo videro protagonista del bando e poi della distruzione dei suoi libri, fino alla inevitabile scelta dell'esilio, che lo vide in Inghilterra nel momento degli eventi decisivi: "E mi fu chiaro: ancora una volta il passato era morto, il lavoro compiuto cancellato, l'Europa, la nostra patria per la quale avevamo vissuto, era distrutta e per un tempo che andava ben al di là della nostra vita."
Zweig nella inevitabile delusione e stanchezza sbagliava sulla misura del tempo che poteva ricostituire la fratellanza europea, la sua vita avrebbe potuto vedere il trattato di Roma nel 1957; ma forse aveva già prefigurato l'estremo passo.
In questo passaggio definisce, nel 1941, l'Europa "la nostra patria": se mai l'Europa sarà, Stefan Zweig dovrà essere considerato un padre della patria.

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