lunedì 29 dicembre 2025

L'Agnese va a morire

 di Renata Viganò


Recupero questo libro, che già aveva caldeggiato il prof Bellanti quando ero alle medie, nello scaffale dei suoceri, in cui mi rifugio per scappare dalla temuta tombola di natale.

La Viganò ha fatto la Resistenza, da lei non mi aspetto certo, in un libro scritto ancora nei '40, l'onore ai vinti e il mea culpa sugli eccessi dei partigiani. Non ci sono le tre Italie descritte da Oliva, ma quella giusta dei partigiani fieri ed onesti e quella sporca e cattiva dei fascisti, tirapiedi dei tedeschi descritti come sorta di animali assetati di dolore altrui. Nella valle sono tutti dalla parte dei partigiani, salvo i pochi collaborazionisti, del tutto assente è quella terza Italia che per Oliva è stata maggioritaria.

L'Agnese è un donnone che mai avrebbe pensato di occuparsi non si dica di armi, ma di politica, e invece ci si trova dentro per la perdita del suo uomo prelevato e ucciso dai tedeschi. Eppure non è l'occasione ma l'istintiva percezione di quale sia la parte giusta a farne un'instancabile staffetta e collaboratrice di una brigata nelle valli di Comacchio. Un anno di clandestinità in rifugi improvvisati, "caserme" nelle valli di pesca, baracche ricavate nei canneti, mentre i compagni lottano, muoiono, sfuggono alle bombe degli alleati che promettono di essere dalla loro parte, ma non arrivano mai e anzi uccidono.  

Il sacrificio finale simboleggia quello di una generazione che trovatasi con il fucile in mano senza nemmeno capire il perchè l'ha usato per difendere la libertà e l'onore di una nazione.

Libro onesto e sincero nella sua partigianeria, nè documentarista nè romanzo dai complessi significati, piuttosto simile ad un film neorealista con cui condivide l'amore per quell'Italia semplice e bambina, che si poteva ancora sognare di cambiare.

domenica 28 dicembre 2025

Rifugio Chiampizzulon (reloaded)

Organizziamo una zingarata invernale, l'idea è che diventi un'abitudine, come lo è già il caos organizzativo.

Propongo il Monte Talm, già battezzato 10 anni orsono: da Sostasio, no da Ludaria, alla fine prevale quest'ultima opzione.

A Piani di Vas non si arriva, la strada è interrotta molto prima e invasa da un sottile manto di neve fino  da quota 1000. Ci incamminiamo sulla strada, come da copione manchiamo il bivio  e ci ritroviamo dritti dritti al rifugio Chiampizzulon, dove un sole malandrino scompare poco dopo il nostro arrivo.

Sempre straordinaria la vista sul Coglians, ma sullo sfondo si intravedono le principali cime delle Giulie, la vera bellezza.

Un panino e via; per il ritorno montiamo i ramponcini nuovi nuovi, che ci aiuteranno a non cadere.

Bella giornata.







giovedì 25 dicembre 2025

I convitati di pietra

 di Michele Mari


E mi pagano pure.
Così probabilmente pensa Michele Mari, che secondo me si è divertito come un matto a scrivere questo libro.
Per fortuna diverte anche il lettore.
I componenti di una classe del liceo si accordano per investire annualmente una somma che negli anni diventerà una fortuna, da dividere tra i tre superstiti.
La riffa incide sui rapporti tra gli ex compagni, che Mari si diverte a dipingere con i tratti più disparati, attribuendo ad alcuni di loro talune delle sue manie, non lesinando i consueti giochi verbali,  formidabili elenchi, accurati indirizzi.
Il devoto di Gene Hackman,  il campione di autoerotismo, la casta ninfomane, il buon padre di famiglia, l'inattesa predatrice, lo scommettitore... ognuno dei 30 reduci della III A trova il suo piccolo o grande ritratto. Alcuni dei ragazzi diventeranno vecchi, la quota di morti non naturali è insolitamente alta, avrà questo a che fare con la riffa?
Mari in ottima forma.



domenica 21 dicembre 2025

Prime di sere

 di Carlo Sgorlon


Da ragazzo ebbi modo, non ricordo bene le circostanze, di vedere la trasposizione cinematografica di questo romanzo, che l'autore ha composto in friulano traducendo una sua precedente opera.

Il protagonista è un ex carcerato per duplice omicidio, che dopo molti anni torna, negli anni 50 del secolo scorso, nei suoi paesi della pedemontana, nel cuore di un inverno freddo come le condizioni di vita e l'accoglienza che gli viene riservata.

Nel povero Friuli del tempo, ancora del tutto legato alla vita nei campi e ad un'economica di sussistenza, non è semplice per nessuno sbarcare il lunario, men che meno per chi si porta dietro lo stigma di un omicidio.   

Eppure la tenacia e la capacità di soffrire aiutano Eliseu ad andare avanti, trovando delle persone che gli danno una possibilità per cercare e trovare il suo grande desiderio, un lavoro che non lo faccia costantemente restare in apprensione per il domani.

La storia copre l'arco temporale di un anno, i lavori accettati da Eliseu seguono il ciclo delle stagioni e lo vedono impegnato nelle più svariate mansioni. Al è murador, marangon, contadin e cjarador. La ripulsa ottenuta dalla sorella è compensata dalla accoglienza di Rite De Luca e del figlio Ricart, con i quali il rapporto è alla friulana, di pochi valori e gesti significativi, accendendo il desiderio di avere, oltre al pane, anche le rose, cioè una famiglia.

Ma accettare la proposta di matrimonio significherebbe rinunciare alla pensione del marito, e questo la prudenza di Rite non può prenderlo in considerazione, perchè rischiare il futuro di Ricart non si può, piuttosto si deve rinunciare alla sua "piccola felicità".

Eliseu tentenna: andarsene o accettare la situazione? La pace ritrovata nella sua campagna lo porta alla decisione finale.

Insieme a Eliseu, il vero protagonista è il Friuli povero rurale del tempo, i suoi valori semplici e legati alla cultura contadina, che Sgorlon tratteggia con amore e condivisione profittando del lirismo della lingua friulana.

A mi è plasut une vore chest libri.


lunedì 15 dicembre 2025

Udinese 1 Napoli 0

 Quando dico che meritiamo di più, intendo (non solo ma anche) serate come questa.


Una partita gagliarda, la sorte che finalmente tende una mano negando nel finale un non meritato pareggio al Napoli, ed ecco che battiamo, dopo i vicecampioni d'Europa, anche i campioni d'Italia.
Si, abbiamo goduto.
Cantiamo, esultiamo, dedichiamo un ricordo agli amici napoletani e torniamo a casa sapendo che il buonumore durerà almeno metà settimana.
Per questo uno tifa; ma non si cancella la lunga serie di delusioni e la pochezza dello spettacolo.
Questa squadra che diversamente motivata potrebbe ambire (oddio che parola sconosciuta) ad un bel campionato può almeno proporre un paio di serate decenti all'anno, nelle quali dimenticare il manifesto dell'anticalcio che siamo diventati.
Godiamo qualche giorno, fino alla prossima debacle, tanto domenica finalmente la viola cancella lo zero nella casella vittorie.  




domenica 7 dicembre 2025

Studiare non serve (?)

Ricordo bene quanto mi diceva mio nonno, per il quale il lavoro ed i sacrifici affrontati erano giustificati dalla guadagnata possibilità di far studiare i propri figli, garantendogli così un futuro.

Ai suoi tempi, ed ancora quand'ero bambino, lo studio era considerato lo strumento per elevare la propria condizione.

L'idea pare passata completamente fuori moda. Oggi la scuola sembra poco più di un parcheggio, nell'attesa che un colpo della sorte ovvero una buona idea rechino non una progressiva e meritata affermazione in una professione, ma direttamente il successo, ovviamente molto danaroso.

La laurea, quando non irrisa, non conferisce alcuna distinzione sociale, il lavoro intellettuale ha perso ogni primazia su quello manuale sia sul piano della reputazione sia su quello economico.

E' definitivamente un mondo diverso.

Migliore?

Sarebbe sciocco poter pensare di poter rispondere, se non con la miope prospettiva di una generazione che ha fatto il suo tempo.

Sostengo però che lo studio e l'approfondimento che comportano fatica, formano una persona dotandola oltre che di conoscenze di capacità di discernimento, la rendono più capace di intendere se stessa e la vita che la circonda, di autodeterminarsi per quel poco che è consentito. Insomma di essere più liberi.

Ma importa veramente a qualcuno?


domenica 30 novembre 2025

Brontosauri. La società post-biblica e quelli che resistono

Può una recensione di un trattato di diritto penale, o meglio del suo primo volume di oltre 1200 pagine, sollevare riflessioni sulla direzione che sta prendendo la società, sui massimi sistemi?

Mi sono imbattuto in un interessante sito sistemapenale.it, contenente molti contributi di carattere tecnico assieme ad altri di carattere generale sull'argomento che gli dà il nome, ed anche l'intervento di un professore di nome Luis Greco nell'ambito della presentazione del trattato "Diritto penale" di Massimo Donini, di cui è uscito il primo volume.
Greco si chiede quale senso possa avere un'opera del tipo di cui decanta i meriti nell'attuale società. La riflessione si connette alla caratterizzazione del nostro mondo, rispetto a quella in cui "L’egemonia e la nobiltà del libro erano, tuttavia, un dato incontestabile, qualcosa che nessuna volgarizzazione «guttenberghiana» era riuscita a mettere in discussione."

Riporto per intero il cuore del ragionamento (sottolineature mie):

Ebbene: alle molteplici proposte dei sociologi per caratterizzare il presente – società dell’informazione o della rete, società della stanchezza o del «burnout», società dell’accelerazione – aggiungerò l’unica che, nel nostro incontro, mi sembra davvero contare: la società post-biblica. Siamo la prima società le cui caste intellettuali si sono disconnesse non solo dalla Bibbia, ma anche dal «biblos», dal libro come fonte di acquisizione e trasmissione del sapere.

Librerie chiuse, biblioteche deserte. Case editrici in bancarotta e acquistate da grandi conglomerati  internazionali, che non hanno più il libro come loro prodotto di punta, scommettendo sempre più su imponenti, per non dire opprimenti, banche dati. In classe, gli studenti non portano più con sé i loro codici; sulle pareti delle case e talvolta anche negli studi dei professori, scaffali vuoti o addirittura un quadro (in genere di dubbio gusto). Il libro ha perso la sua egemonia. È sempre più percepito come un corpo estraneo, un residuo di un’altra epoca, un brontosauro, un fossile.

Ma la morte del libro non uccide solo il libro. Una società senza libri è anche una società senza scrittori di libri. I postmoderni/strutturalisti hanno parlato, decenni fa, della «morte dell’autore». Non potevano immaginare, tuttavia, quanto l’espressione, pensata come metafora o addirittura come programma, avrebbe guadagnato in ordinaria empiricità. La società senza libri è una società in cui le idee si distaccano da chi le ha concepite, le creazioni dai loro creatori. In cui i punti di riferimento che la tradizione aveva elevato a garanzie di affidabilità si dissolvono o vengono sostituiti da altre istanze. Nel caso del diritto, da tribunali anonimi che, negli ultimi decenni, hanno acquisito un protagonismo che fino ad allora era privilegio dei grandi pensatori. Dove prima figuravano Carrara e Ferri, Arturo Rocco e Manzini, Bettiol e Bricola, oggi si trovano la Corte di cassazione e la Corte costituzionale, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Corte Europea di Giustizia.

Probabilmente appartengo all’ultima generazione che studiava leggendo da copertina a copertina un trattato in più volumi. Le nuove generazioni consultano ancora un trattato, anche se, quando leggono, preferiscono il manuale o addirittura il cosiddetto riassunto (in Germania: lo “Skript”) offerto dal professore stesso, trovato su Google o addirittura rigurgitato da un ChatGPT. Questo quando leggono, e non si accontentano di ascoltare podcast o guardare video su YouTube, Instagram e TikTok. I testi senza nomi e senza testa generati dalla cieca ars combinatoria dell’intelligenza artificiale sono solo la punta provvisoria di questo fenomeno che sto chiamando società post-biblica, in cui il libro e l’autore sono morti abbracciati.

Ohibò. Annoto le citazioni delle opere che contengono le varie definizioni e ricado nel solito infantile "l'avevo pensato anch'io". 

Proseguo. Greco illustra la profondità dell'opera e la sua capacità di collegare filosofia, storia, politica ai temi dogmatici (mi ha convinto prof, lo ordino), grazie alla quale "Il lettore vedrà presentarsi davanti ai propri occhi una sintesi impressionante e unica del meglio del penalismo non solo italiano, ma anche tedesco, spagnolo ed europeo, non solo contemporaneo, ma degli ultimi secoli; il lettore sarà introdotto ai personaggi e alle idee che hanno costruito la nostra disciplina. Il libro è una celebrazione «della cultura penalistica, nella sua parte centrale che non è cultura delle pene, ma dei valori e dei precetti»". 
Ma poi arriva alla domanda: c'è posto per un libro che "non solo istruisce, ma educa, coltiva; non solo informa, ma forma il lettore" nella società che ha sopra descritto?
E risponde: "Una società che ha lasciato indietro il libro è una società che ha lasciato indietro la cultura. Non c’è mai stato un momento in cui lo sforzo di recupero e resistenza ... sia stato più urgente... In una società post-biblica, in cui tutto passa e tutto invecchia prima ancora di maturare, Donini ci offre un monumento che celebra la calma e la cura nello studio e nella riflessione, che recupera la nostra migliore tradizione. I critici sminuiranno ciò che dico come un elogio tra brontosauri. Preferisco semplicemente credere di trovarmi di fronte a un esercizio di umanesimo penale."

Dovrei chiudere con le sue parole, ma riconoscendo in esse una versione più alta e matura di mie vecchie riflessioni annoto un paio di cose.
Com'è vero che il diritto, che appare ai più (che non lo conoscono) una disciplina arida e oggetto di mera acquisizione mnemonica, è una disciplina fortemente umanistica nella quale si trovano la storia, i valori, insomma l'uomo.
E poi. Lo studio ragionato, prolungato nel tempo e meditato alla luce di una cultura che spazia in altre discipline è capace di produrre sintesi cui anche AI faticherà ad arrivare, e dal lato del fruitore a fornire strumenti di comprensione anch'essi necessitanti studio, lunghezza della durata, fatica. 
Senza gli uni e gli altri mancheranno la cultura, la comprensione della realtà e del significato delle cose più alte, e gli uomini che in tale mancanza vivranno saranno inevitabilmente meno liberi, meno uomini.



giovedì 27 novembre 2025

Nè sempre nè mai

 di Giorgio Scerbanenco


Nei libri di Scerbanenco uomini e donne si amano sempre al punto di stare male, come Kirk Mesana e Nadia, come Michela, come in questo rosa/noir Rossella, Marta, Rik e perfino Ligi che abbandona la sua elvetica lealtà.  

La scrittura ti cattura, i personaggi li senti vicini e soffri con loro.

C'è aria di casa, a partire dalla copertina che ritrae villa Mainardis, c'è sabbia, bora, pineta, Sbarco dei Pirati e stradone che porta a Latisana. 

Le storie si intrecciano, tutti avevano un motivo per uccidere Paolo Ferri, ed il desiderio di scoprire chi è stato induce a non riporre il libro appena iniziato prima di averlo concluso.




mercoledì 26 novembre 2025

Non la vedo bene, cara libertà

Diceva Pannella che dove c'è strage di diritto, c'è strage di popoli.

La formula esprimeva il contributo che poteva (può? potrà?) dare l'affermarsi dello stato di diritto, sul piano delle relazioni tra i popoli e su quello dei diritti degli individui, alla libertà e alla vita stessa delle persone.

Forse solo io intravedo un collegamento tra fenomeni che agiscono su piani completamenti diversi, la crisi dell'ordine internazionale liberale fondato sul diritto internazionale e sul multilateralismo e la progressiva messa in discussione dei principi del diritto penale liberale da parte del populismo giudiziario.

Il ciclone della seconda presidenza Trump ha spazzato via, insieme alle illusorie certezze di centralità del "vecchio Occidente", principi, prassi e comportamenti che disciplinavano i rapporti tra stati secondo regole, talvolta criticabili e forse anche tali da favorire il permanere di uno status quo, ma volte ad assicurare una situazione di pace, convivenza civile, risoluzione pacifica delle controversie.

La legge del più forte, il possesso delle "carte", le tattiche di negoziazione più spregiudicate sembrano essere i fattori che determinano ora lo scoppio e la fine di conflitti, decisioni unilaterali e financo interventi militari in paesi esteri. La promozione di questa tendenza da parte della potenza che era stata il faro, l'ispiratore e l'indubbio centro (anche di potere) del vecchio ordine liberale, che a noi malaccorti sembrava essere l'artefice di decenni di pace, benessere e libertà (almeno nostra, ovviamente) lascia attoniti e sconcertati rispetto alle possibile conseguenze, che ben si possono prefigurare se uno degli effetti che si sono prodotti è la corsa al riarmo.

Di certo non par vero di poter misurarsi con il nuovo paradigma ai molti dittatori e autocrati che reggono le sorti di paesi di grande importanza.

A me, poverino, non par vero che possano esservi loro epigoni e fan tra di noi. Eppure eppure. Mi chiedo, ma cosa devo pensare di chi vorrebbe vivere nel mondo che ha in mente Putin, se non che ha l'animo del servo, che vuole essere un servo?

Forse la libertà, che tanto amiamo ma che tanto diamo per scontata, non piace veramente a tutti così tanto.

Nel frattempo, nella giornata contro la violenza sulle donne, il parlamento italiano approva all'unanimità il reato di femminicidio.  

Ne parlo con attenzione che misuro per la gravità del fenomeno che la nuova norma vuole contrastare.

Ma, santoddio, nemmeno i morti sono tutti uguali? Il barbone ucciso per gioco, il bambino ucciso a coltellate dalla madre, valgono di meno di una fidanzata uccisa?

Immediata sensibilità a livello della casalinga di Voghera soccorre a far comprendere l'assurda sperequazione che viene generata, e trascuro di soffermarmi sulle evidenti incostituzionalità della norma.

Eppure non un parlamentare che si sia alzato per obbiettare, per spiegare, per dire che le migliori intenzioni non possono giustificare il tradimento del principio di eguaglianza, persino lui sacrificato all'altare della norma simbolo.

E poi la pena, la pena che deve essere alta, perchè il colpevole deve soffrire e magari buttiamo la chiave. Che orrore, questo desiderio di una pena che lasci il reo in carcere il più possibile, e se la sentenza non è abbastanza rigida dagli al giudice.

La crisi del diritto penale liberale e il dilagare del panpenalismo evidenziano una serie di tendenze il cui unico denominatore comune è l'evidente procedere verso un sistema in cui avremo minore libertà.

Incapacità della politica di affrontare i problemi che vengono delegati alla repressione giudiziaria; strumentalizzazione del sistema penale con norme manifesto ma di difficile applicazione; risposta all'insicurezza (talora reale e talora indotta) illusoriamente affidata a pene più alte ed esemplari, con oblio dei principi costituzionali della rieducazione della pena e del giusto processo.  

Qui non c'è l'agire del più forte infischiandosene delle regole, distruggendo il sistema fondato sulle regole; anzi formalmente si introduce una nuovo reato e si affida al diritto (penale) il compito di contrastare un grave fenomeno, compito che toccherebbe alla politica. Ma il diritto penale, da strumento di ultima istanza, diventa mezzo di affermazione di valori e identità, con conseguente perdita di razionalità e sistematicità.

Che sfacelo, e non parlo degli aspetti tecnici evidenti a chi il diritto penale lo conosce solo superficialmente, ma degli schemi concettuali e del modo di pensare di chi costantemente agisce con simili provvedimenti, e soprattutto del fatto che, immagino (e spero) per ragioni di consenso, non si sia trovato un solo parlamentare che abbia trovato il modo di richiamare il rispetto della Costituzione, un giornalista che propagandi il dubbio che pure, tra persone come me con cui ho modo di parlare, esiste. 

Non la vedo bene, cara libertà.


Di seguito il testo sull'argomento composto da Copilot:

Domanda:

 componi un testo che abbia ad oggetto la crisi dello stato di diritto tanto nel contesto internazionale quanto in quello interno. parla dell'affermarsi della legge del più forte nel diritto internazionale, e della correlata crisi dell'ordine liberale. Collega l'esposizione alla crisi nel diritto interno dei principi del diritto penale liberale ed il dilagare del panpenalismo, prendendo spunto dall'introduzione del reato di femminicidio e delle correlate critiche che sono state avanzate dalla dottrina penalistica

Ecco un testo che affronta i punti richiesti:


La crisi dello Stato di diritto: tra contesto internazionale e interno

Negli ultimi decenni, lo Stato di diritto – pilastro dell’ordine giuridico moderno – attraversa una fase di profonda crisi, tanto sul piano internazionale quanto su quello interno. Tale crisi si manifesta attraverso fenomeni che mettono in discussione i principi di legalità, uguaglianza e limitazione del potere, sostituendoli con logiche di forza e di emergenza.


1. Il contesto internazionale: la legge del più forte e il declino dell’ordine liberale

Il diritto internazionale, tradizionalmente fondato sul principio di sovranità e sul rispetto delle norme pattizie, è oggi segnato dall’affermarsi della legge del più forte. Le grandi potenze, anziché sottostare a regole comuni, tendono a imporre unilateralmente i propri interessi, ricorrendo a strumenti economici, militari e tecnologici che svuotano di efficacia le istituzioni multilaterali.
La crisi dell’ordine liberale, nato nel secondo dopoguerra, si traduce in:

  • erosione del multilateralismo, con il progressivo indebolimento di ONU e organismi internazionali;
  • strumentalizzazione del diritto internazionale, piegato a giustificare interventi selettivi;
  • ritorno alla geopolitica di potenza, che sostituisce la logica cooperativa con quella competitiva.

In questo scenario, il diritto perde la sua funzione di limite e si trasforma in un mezzo di legittimazione del potere, minando la fiducia nella normatività globale.


2. Il contesto interno: crisi del diritto penale liberale e dilagare del panpenalismo

Parallelamente, sul piano interno si assiste alla crisi dei principi del diritto penale liberale, fondato su legalità, offensività, proporzionalità e extrema ratio. La crescente domanda di sicurezza e giustizia simbolica ha favorito il fenomeno del panpenalismo, ossia la tendenza a risolvere problemi sociali attraverso la creazione di nuovi reati e l’inasprimento delle pene.

Un esempio emblematico è l’introduzione del reato di femminicidio. Sebbene animato da finalità di tutela delle donne contro la violenza di genere, esso ha suscitato critiche nella dottrina penalistica:

  • violazione del principio di uguaglianza, poiché introduce una tutela differenziata basata sul genere;
  • rischio di diritto penale simbolico, che privilegia la risposta emotiva rispetto all’efficacia preventiva;
  • erosione del principio di frammentarietà, ampliando il catalogo dei reati in modo non sempre coerente con la ratio del sistema.

Queste scelte legislative riflettono una trasformazione culturale: il diritto penale, da strumento di ultima istanza, diventa mezzo di affermazione di valori e identità, con conseguente perdita di razionalità e sistematicità.


3. Un filo rosso: dalla forza internazionale alla forza interna

Il nesso tra i due fenomeni è evidente: tanto nel contesto globale quanto in quello nazionale, il diritto tende a cedere alla pressione della forza – militare, economica o mediatica – e dell’emergenza. La crisi dello Stato di diritto non è solo giuridica, ma politica e culturale: segna il passaggio da un paradigma normativo a uno pragmatico, dove la regola è subordinata alla contingenza.


Conclusione
Contrastare questa deriva richiede un duplice sforzo: riaffermare il primato delle regole nel sistema internazionale e recuperare, sul piano interno, la razionalità del diritto penale liberale, evitando che il panpenalismo diventi la risposta ordinaria alle sfide sociali. Solo così sarà possibile preservare la funzione garantista del diritto e la sua capacità di limitare il potere.


Vuoi che amplii il testo con riferimenti dottrinali e citazioni di autori (ad esempio Ferrajoli, Zaffaroni, o altri penalisti) oppure che lo trasformi in un saggio argomentativo con introduzione, tesi e conclusione più marcate?

Articolo di Fiandaca