venerdì 27 marzo 2026
L'ufficio delle cose perdute. O forse no
mercoledì 18 marzo 2026
L'ora Zero
Niente paillettes, Renato ha offerto uno spettacolo altamente concettuale, l'ascolto di una prestazione canora di primordine richiedeva (avrebbe richiesto) di essere accompagnato da riflessione sui temi proposti.
lunedì 16 marzo 2026
La guerra di Corea
L'opera è essenziale, ed organizzata in alcuni capitoli che trattano in primis la questione storiografica (fu guerra civile locale o guerra mondiale?), dopo, partitamente, i prodromi fino al 1950, la guerra vera e propria, la condizione delle popolazione civile e dei militari, il biennio delle trattative, ed infine i riflessi del conflitto sulla guerra fredda e sui paesi che a vario titolo intervennero.
Nel citare i leader le cui decisioni furono determinanti nel conflitto, l'autore non manca di evidenziarne la distanza dalla popolazione che dovette subirne le conseguenze, invero tremende, ma nondimeno tali da lasciare alcuni di loro indifferenti.
La novella degli scacchi
di Stefan Zweig
Dopo averne letto mirabilie, mi sono procurato questo romanzo breve, scritto da Zweig negli ultimi mesi prima del suicidio.
I significati metaforici sono evidenti, ed evidente ragione dell'opera.
Il campione del mondo di scacchi è un individuo privo di qualità che non siano la straordinaria capacità al gioco, spiritualmente inesistente, senza vita morale.
Eppure l'era in cui vive consente che siano questi gli individui che giungono al successo, spazzando via quegli altri che, nel mondo di ieri, si elevavano per le loro doti intellettuali e spirituali.
All'alter ego epigono del tempo andato è concessa una battaglia senza speranza, che può condurre solo alla follia e alla sconfitta.
martedì 10 marzo 2026
Il Bullo. Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente
di Antonio Caprarica
Superato l'orrore per una inguardabile copertina mi accingo alla lettura di questa opera di Caprarica, giornalista di valore e saggista capace di scrittura accattivante ma documentata.
Dell'uomo del momento abbiamo seguito, con il fiato sospeso, tutte le mosse e le sparate, Caprarica ce le ricorda organizzandole in un quadro organico e facendole precedere dalla storia della sua ascesa.
La cosa sensazionale non sono le boutades, le mosse spericolate, le forzature, ma il fatto che (molto) spesso abbiano trovato qualcuno pronto a prenderle sul serio, invece di dire un semplice NO.
La svolta con la seconda presidenza appare netta in tutta la sua determinazione e sfacciataggine nel non riconoscere limiti, con una forza che fa comprendere perchè spesso non vi sia reazione.
Quando sarà passata, come ricorderemo questo periodo!
domenica 8 marzo 2026
Monte Cuar
E' ora di ripartire, ma ai primi di marzo si impone una mezza montagna.
Una breve consultazione della guida suggerisce il Monte Cuar. E chissà se convincerò Alberto a procedere fino al vicino Flagjel.
L'avvicinamento comprende una lunga rotabile che parte poco prima di Avasinis, sono oltre 10 km di strada in buono stato ma molto stretta, sino a a Cuel di Forchia (884).
L'attacco è piuttosto ripido, una marcata pendenza che cede presto il pasto ad una carrareccia, poi di nuovo ad un sentiero che costeggia la cresta del monte. Ad un centinaio di metri dalla vetta, un breve passaggio sul versante nord ci fa incontrare la neve, che ci accompagnerà fino alla cima. Già si è aperta una ampia visuale sul lago di Cavazzo da una parte, le Giulie sullo sfondo, ed il letto del fiume da quest'altra parte.
Raggiunta la cima (1484), su cui sono collocate a breve distanza una madonnina e una campana, la visuale è ancor più ampia e comprende le dolomiti friulane e, laggiù, il Coglians.
Dopo la breve pausa panino, inizia la discesa, che tanto lo sapevo che il Flagjel lo vedremo la prossima volta. Il sentiero è tutto innevato, e la pista che ci deve portare a malga Cuar deve essere percorsa con una certa cautela, e ad un certo punto abbandonata per accorciare la via direttamente sul bianco pendio.
D'estate dev'essere una favola da quassù. E' tempo di cercare, con qualche incertezza, il sentiero, imboccato il quale dopo pochi minuti abbandoniamo la neve, per immetterci su una magnifica carrareccia che ci conduce fin quasi al ritorno.
La vera bellezza si trova anche a bassa quota, esperienza molto soddisfacente che spero di ripetere presto.

sabato 7 marzo 2026
La verità sul calcio degli scienziati spagnoli
Mi ricordo quella volta che Giannnìi Brera, commentando una dichiarazione di Mattheus, lo definì "non propriamente un nipotino di Hegel".
Spesso i grandi giocatori, anche quello che in campo di distinguono per carisma e capacità di lettura delle situazioni, non sono persone di eccelsa intelligenza e ne dà riprova il loro percorso post-agonistico.
Ne è un esempio Ruud Gullit, profeta del Milan sacchiano, pallone d'oro e capitano dell'unica Olanda vincente della storia, uno che stravolse come un uragano una serie A infarcita di campioni, sia per le sue performance eccezionali, sia per la capacità di dire e fare cose che da un calciatore non erano allora attesa (aveva le treccine, suonava la chitarra).
Si capisce che non sia una cima ogni volta che apre bocca, e dopo la prima esperienza al Chelsea di fatto ha avuto solo la panchina dell'Anzhi.
Oggi è alla ribalta della cronaca per una sua dichiarazione sul calcio moderno.
Ho deciso di smettere di guardare calcio. Non mi piace più il nostro sport. Ho visto Arsenal-Chelsea, che spazzatura di partita!...Vedo giocatori che cercano di conquistare calci d'angolo, che cercano di ottenere rimesse laterali, vedo raccattapalle pronti a dare gli asciugamani ai giocatori. Il calcio è diventato terribile. Spero che non sia questa la direzione che stiamo prendendo... Sto aspettando giocatori che tornino a puntare i difensori, qualcuno come Lamine Yamal. Mi manca la gioia! Non mi diverto più a guardare il calcio. Tutti si limitano ad eseguire i loro compiti in campo. Dove sono i giocatori che dribblano? Dove sono i giocatori con gli attributi? Perché tutti passano? Passaggi, passaggi e ancora passaggi!
Vuoi vedere, ohibò, che il vecchio campione, pur non essendo un nipotino di Spinoza, questa volta ha fatto centro.
Gasperiniane aggressioni sulla trequarti, Kostiani passaggi all'indietro, partite incentrate artetanamente sui corner, guardioleschi tiki taka stanno oggettivamente rovinando il calcio, la sua magia che sta nei colpi unici estratti dalla tecnica (o dalle prestazioni atletiche) dei grandi campioni.
La frase chiave è quella dei calciatori dediti al compitino: se un giocatore della massima serie non ha in testa la giocata, il dribbling, il tiro inaspettato, ma solo l'esecuzione di uno scatto per eseguire lo schema ideato dal suo mister, tanto vale giocare alla playstation.
Qualcuno ascolti il vecchio Ruud.
domenica 1 marzo 2026
Anello del Cumieli - Santa Agnese
A 570 sul livello del mare, sul Monte Cumieli non si può nemmeno dire di essere sulla villipesa (ma a me nondimeno cara) "mezza montagna".
Sapevo che, più di una ascesa montana, stavo affrontando un viaggio pensieroso alle radici della mia famiglia materna.
Il Monte Cumieli è un sasso che fa (relativa) ombra al paese di Ospedaletto, frazione di Gemona dove vivevano i miei antenati, e vivono ancora mio zio e la sua discendenza, in prossimo incremento.
Da bambino, durante le lunghe settimane estive che trascorrevo a Gemona, ci andavo con il nonno, che aveva un pezzo di bosco sul limitare del lago Minisini. Era il solo posto, diverso da casa sua, in cui aveva piacere di stare. "O voi tal lot", diceva, e per ore se ne andava a pulire il bosco, piantumare, fare legna. Bando ai sentimentalismi, per la generazione a cui apparteneva, nata al rombo del cannone, tutto aveva funzioni pratiche e non estetiche: la legna serviva a fare funzionare lo spolert e la caldaia ad alimentazione mista che scaldava la casa. Ricordo in maniera un po' sfuocata una volta che, nel "lot", aveva appena piantato degli steli, così sottili che a me sembrava impossibile potessero diventare alberi, e lui mi spiegò: "la maggior parte morranno, quelli che resistono li taglierete voi tra venti anni".
Da moltissimi anni non ci tornavo. Parto con la dovuta calma dirigendomi dal borgo mulino sulla via del lago. Presto incontro il laghetto, che negli anni 80 era una palude invasa dalle canne, ed è stato oggetto di un'opera di sistemazione meritoria, che dà risalto alla particolarità di un lago alpino a 200 metri di altitudine. Con un po' di emozione mi avvicino al lot, da lontano vedo dei mezzi... il Fiorino dello zio! Lui e Carlo sono all'opera per il taglio (quando "far legna" descrive esattamente l'operazione e non il lavoro di un medianaccio alla Gattuso) insieme ad amici e conoscenti, come la consuetudine dello scambio di manodopera per i lavori rurali prescrive.
Dopo un breve saluto mi incammino per il sentiero, tralascio l'accesso al Forte e mi dirigo diretto al bivio per la Cima. Non godrò stante la folta foschia di una grande vista dall'alto, ma sono contento di averla raggiunta, lo dirò ad Alberto.
Rientro sul sentiero che porta a Santa Agnese, altra madeleine proustiana. Ricordo la chiesetta in rovina distrutta dal terremoto, e diverse gite in quella sella dove è posta la chiesetta che è un po' il cuore spirituale di Gemona. La bella ristrutturazione e la facile accessibilità la rendono ora una meta abbastanza frequentata, ed anche in una grigia domenica di inizio marzo vi trovo più di qualcuno.
L'idea è percorrere, dopo una breve pausa per il caffè, l'anello sul lato nord del Cumieli. Le tracce sono buone ma prive di indicazioni, mi oriento un po' a sensazione e dopo un'oretta scarsa mi collego ad una strada con degli stavoli dove pacifico vive un gregge di pecore. Un agnellino nero (sarà un discolo?) si attacca alle mammelle di mamma pecora mentre il resto della famiglia guarda silenzioso.
Dalla strada è rapido l'arrivo, dal lato superiore al Forte Ercole. Ho portato un libretto e mentre finisco quello che è rimasto nel thermos leggo di questa costruzione nell'ambito delle fortificazioni (volute da Spingardi, guarda il collegamento...) predisposte durante la guerra. Caporetto rese tutto inutile, il forte fu fatto saltare prima di entrare mai in azione, ma i resti sono in buono stato e consentono una interessante visita.
E' tempo di rientrare, chissà se lo zio e Carlo hanno finito. Arrivato al lago vedo un camioncino stipato di una fila ordinata di tronchi, le operazioni sono ancora in corso anche se volgono al termine. Il rancio li attende all'una, si percepisce che non hanno fretta di finire perchè il lavoro non è un peso, ma parte della loro vita. Scambio quattro chiacchiere con lo zio, è reduce dalla celebrazione dei 50 anni del coro, poi scoprirò che è stato anche premiato quale membro anziano. Penso che tra quei tronchi c'è forse qualcuno degli steli piantati dal nonno, che lo zio e Carlo hanno ben raccolto la sua eredità materiale e spirituale, che un cerchio si è chiuso e che un altro se ne aprirà a giugno con la nuova generazione.
Recuperata l'auto non mi trattengo dal fare un salto in paese. Dietro la piazza c'è ancora il campetto di calcetto in erba, che ricordo quel torneo, ma ora anche il murale recentemente inaugurato che riporta un componimento vergato da Luciano Mainardis, "Cjante a Ospedal". Parla della gente di Ospedaletto, con il suo asilo, la sua chiesa, le sue osterie.
Penso a quanto sia veramente unica questa comunità di persone laboriose, oneste, pronte al lavoro come alle occasioni di divertimento assieme, capace di declinare pienamente, senza clamore ed in spirito autenticamente friulano la parola "condivisione".
domenica 15 febbraio 2026
La più grande rivoluzione della storia umana
Alla presentazione di un libro di Caprarica, interessante intervento di Walter Veltroni.
Per Veltroni è avvenuta "la più grande rivoluzione della storia umana", il sovvertimento dei meccanismi del potere reale indotto dalla rivoluzione digitale.
Il nuovo potere immaginato è una piramide con un King ed i follower che possono solo fare rumore.
Antidoto: l'Europa deve assumere il ruolo di riferimento dei valori occidentali lasciato cadere dall'America.
"Trump è il figlio di questi tempi, il figlio di tempi in cui è avvenuta una gigantesca rivoluzione con la quale la democrazia non ha saputo fare i conti.
E’ accaduta la più grande rivoluzione della storia umana così
le democrazie hanno fatto finta che tutto avvenisse secondo un principio di
continuità tra un secolo all' altro, tra un millennio all' altro, e invece la
rivoluzione digitale che ha completamente trasformato tutto ciò che c' era
prima: i modi di produzione, le forme di conoscenza. le relazioni umane e ha
trasferito il potere nelle mani di pochi gruppi.
Che hanno però non come le sette sorelle del petrolio una
capacità di pressione indiretta ma che controllano direttamente la vita di
ciascuno di noi. Tutti noi siamo dipendenti dai mezzi che queste big tech hanno
prodotto e queste big tech chiedono solo che non ci siano regole.
Il paradosso è che la democrazia si è arresa. Per guidare
una macchina ci vogliono diciott' anni, ci vuole la patente, ci vuole la cintura
di sicurezza e una macchina serve solo ad andare da un posto all'altro. Per
usare un cellulare o per essere sicuri che ciò che c'è dietro la gigantesca
macchina del cellulare corrisponda ad un minimo di pluralismo e di
competitività e di concorrenza non serve nessuna patente, anzi bisogna correre
liberi e selvaggi.
Perché la sostanza di cui Trump è interprete è un'idea del
potere riorganizzato. Dopo quello che è successo nella prima parte del
Novecento e poi quello che è successo fino all' ottantanove quando ci siamo
liberati di regimi dittatoriali comunisti che erano all' est. Noi abbiamo
sostanzialmente costruito con la democrazia delle istituzioni che collocavano
tra i cittadini, intesi come singoli cittadini, e chi aveva responsabilità di
governo: si chiamavano partiti, sindacati, associazioni culturali, giornali,
magistratura, cultura, intellettuali. Tutto questo è stato nel corso di questi
anni destrutturato con una aggressività che sì certo a volte ha fatto leva
anche sugli errori la cultura Wok sicuramente, ma che aveva in sostanza dietro
di sé ciò che questi qui hanno teorizzato. Non è che bisogna andare a scoprirlo,
lo hanno detto. Dicono delle cose fuori dalla grazia di Dio qualcuno di loro
parla persino dell'Armageddon, della possibilità di un D-Day nel quale il mondo
mondano viene travolto da una spaventosa crisi dopo la quale i rinascerà
mondato dalla sua corruzione morale eccetera eccetera.
Però a fronte di questo questi signori sostengono che in
sostanza il mondo deve essere governato con una piramide in cima alla quale c'è
un imperatore, un king che domina tutto e magari lo fa anche in nome di
un superiore… quando Trump dice “Dio è soddisfatto del mio lavoro”, affermazione
che nessuno di noi purtroppo in grado di smentire ma che appare paradossale, ci
sta facendo capire che lui è lì in nome di… e poi sotto i followers che al
massimo possono far rumore e l'imperatore.
Questo il nuovo potere che si sta organizzando entrante esattamente il simbolo di tutto questo per cui, e finisco, io penso che tocchi all' Europa prendere in mano i valori occidentali. Ho scritto in un editoriale sul Corriere la sera una parola che nella mia vita non ho mai detto prima: ho scritto che bisogna diventare estremisti, estremisti dell'Europa. Bisogna che l'Europa di fronte al processo di abdicazione da parte degli Stati Uniti in questo momento della storia del ruolo che tutti democratici e repubblicani hanno saputo assicurare di riferimento dei valori occidentali, nel momento in cui questi valori vengono lasciati cadere qualcuno li deve assumere e io penso che questa sia il grande ruolo dell'Europa e proprio qui infatti volevo arrivare."
sabato 14 febbraio 2026
Il mio mondo, al contrario
E' circolato qualche giorno fa un programma riassunto in uno slogan:
"Prima la Patria, poi lo Stato, infine, solo se compatibile, il diritto."
La prima comparazione apre immediata ad un colpo di stato: se lo stato non corrisponde a quello che un gruppo ritiene il bene della nazione, quel gruppo è legittimato ad abbatterlo.
Lo stato viene prima del diritto: quindi lo stato è concepibile senza rispetto del diritto, può agire al di sopra di esso.
Non nominata a bella posta, in quanto soggetto che riesce a mettere sullo stesso piano le tre entità, la Repubblica.
Difficile concentrare in così poche parole concetti con cui essere in così totale disaccordo, così lontani da quello che siamo riusciti, in maniera sia pure imperfetta e perfettibile, a costruire.
Stupidi siamo noi
Se c'è una affermazione che considero veramente poco intelligente, è quella che talora ricorre nei giudizi riassuntivi sui sostenitori di questo o quel partito, uomo politico, quesito referendario.
"Tutti quelli che votano XY sono degli stupidi"
"Chi vota BOH è dalla parte della mafia".
Quanta incomprensione della complessità della politica, del suo essere impasto di idee, sogni e interessi, ed emozioni irrazionali. Quanto disprezzo per le persone, il loro vissuto con le esperienze anche drammatiche, i loro desideri. Per la reale essenza della democrazia.
sabato 7 febbraio 2026
La bellezza italiana
Molto spesso ultimamente, raccolgo significato da discorsi che vengono tenuti in contesti anche molto diversi tra di loro. Eventi e manifestazioni nel corso dei quali vengono pronunciati costituiscono evidentemente occasione di riflessione di sintesi, che è più raro cogliere in contesti comunicativi caratterizzati dalla velocità, dall'immediatezza rispetto all'oggetto cui si riferiscono, dalla logica dello slogan.
Quanto poi vengano ascoltati, senza la mediazione/riduzione dei media e soprattutto dei social, è altro discorso.
Ci sono le Olimpiadi in Italia. L'ultima volta fu 20 anni fa, quella precedente 70 anni fa. Ciò vuol dire, con buona probabilità, che non ne vedrò altre.
Assistere alla cerimonia di apertura dovrebbe costituire una emozione, oltre che una sorta di dovere civico. Ma pare che molti non se ne accorgano, e quindi in pochi avranno potuto apprezzare Giovanni Malagò che ha trovato modo di parlare, oltre che dei valori olimpici, dell'Italia come "Paese di storia e innovazione, di creatività, cultura e passione", che accoglie i Giochi in "un contesto unico di bellezza naturale e culturale."
La chiave più alta del discorso parla della bellezza, valore che assume nel nostra paese un significato unico: Perché la bellezza italiana non ci appartiene come un bene: ci è stata affidata dalla storia come una responsabilità. La bellezza è più di un valore estetico. È un’energia. Un’energia che scorre sotto la superficie di ciò che vediamo. Vive solo se si trasmette, se diventa forza morale, culturale e civica, capace di plasmare il futuro.
La grande bellezza dell'arte e della nostra natura, che ha segnato sul nostro spirito al punto da renderci (inconsapevoli?) amanti della bellezza nelle cose della nostra vita quotidiana, e quindi a nostra volta produttori di bellezza con i nostri stilisti, i nostri artisti, i nostri architetti, i nostri artigiani, è quindi, oltre a un dono che dovremmo riconoscere, una missione?
Questo momento magico sarà una fonte immensa di orgoglio nazionale....
sabato 31 gennaio 2026
Alex e Renee, Akram e Amir
Ricorderemo i nomi di quelli che sono morti sulle strade di Minneapolis.
Credo che Alex e Renee resteranno nella memoria come Jan Palach, come l'ignoto cinese davanti ai carriarmati nel 1990.
Uccisi da teppaglia intruppata in milizia federale, perchè solidarizzavano, senza violenza, con le vittime di una repressione cieca e sconclusionata.
Alex e Renee probabilmente comprendevano che il prevaricare della forza sul diritto, sui diritti, che è di per se violenza, era il presagio di una violenza che poteva colpire anche loro: ma non avrebbero mai immaginato, così presto.
Ricorderemo Alex e Renee perchè il loro assassinio ha fatto comprendere anche al più fideista dei sostenitori di certe politiche e di certi metodi che un limite invalicabile è stato passato.
Conosciamo i nomi di Alex Pretti e Renee Good perchè il loro omicidio è avvenuto negli Stati Uniti, dove fa notizia un fatto di questa portata.
Ma non possiamo dimenticare che negli stessi giorni, a centinaia e migliaia ragazzi e ragazze, donne e uomini sono stati massacrati in Iran perchè si oppongono ad un regime che da 50 anni opprime il loro Paese privandoli delle libertà più necessarie.
Non conosciamo i loro nomi, nonostante qualcuno meritoriamente cerchi di raccoglierli per onorare la memoria:
A questi ragazzi, Akram e Amir e tutti gli altri, va il nostro pensiero sofferente. La rabbia per la violenza che li ha uccisi, la stessa da mezzo secolo che li tormenta sotto forme di leggi liberticide, si mescola alle lacrime per le vite spezzate nel nome falsamente invocato di Dio.
In alcune discussioni, alle nostre latitudini (per il momento) sicure, compare una assertiva convinzione che nulla giustifichi non dico la violenza, ma anche la reazione che ad essa opponendosi metta a rischio l'incolumità e fors'anche la vita.
Con certe idee, saremmo ancora tutti servi della gleba, e allora prendiamo esempio dai soldati ucraini e dai ragazzi iraniani, mostriamoci pronti a difendere questo nostro modo di vita cui siamo così attaccati, ad anche il benessere che lo consente.
Ricorderemo quelli che sono morti nelle strade di Minneapolis e Teheran
La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933)
di George L. Mosse
giovedì 29 gennaio 2026
Let's stand for America on the streets of Minneapolis
domenica 25 gennaio 2026
Verità per Giulio Regeni, giusto processo per Jacques Moretti
Ormai le uniche notizie buone, a cercarle, sono quelle che riportano le parole di Mattarella.
Riporto quelle che ha dedicato all'anniversario, il decimo, dell'omicidio di Giulio Regeni
«L’annuale commemorazione che la comunità di Fiumicello Villa Vicentina dedica a Giulio Regeni, raccoglie l’Italia intera in un sentito e commosso tributo per una vita ignobilmente spezzata.
A dieci anni dalla sua scomparsa, ribadiamo le ragioni universali della giustizia e del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, contro ogni forma di tortura.
Il rapimento e il barbaro assassinio di Giulio, un nostro concittadino, rimangono una ferita aperta nel corpo della comunità nazionale.
Rivolgo anzitutto un affettuoso pensiero ai suoi genitori, colpiti dal dolore inconsolabile per la perdita di un figlio - avvenuta per cause abiette e con modalità disumane - ammirevoli esempi di coraggio e determinazione nella ricerca della verità.
Un’esigenza condivisa da tutti gli italiani e non solo.
Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale e delle relazioni internazionali.
L’impegno di quanti, con dedizione, hanno operato e operano per corrispondere, in questa vicenda, alla sete di verità storica e giudiziaria, merita rispetto e gratitudine.
La piena collaborazione delle autorità egiziane nel dare risposte adeguate alle richieste della magistratura italiana, per accertare i fatti e assicurare alla giustizia i responsabili, continua a rappresentare un banco di prova.
Nella dolorosa ricorrenza odierna, rinnovo la vicinanza della Repubblica alla famiglia Regeni e l’impegno del nostro ordinamento affinché sia onorata la memoria di Giulio facendo piena luce sulle circostanze e le responsabilità che ne segnarono il tragico destino».
Della Repubblica che è vicina ai Regeni faccio parte anch'io, sono lieto che non si sia spento il movimento che li ha aiutati nella loro battaglia, che ho condiviso fin da subito, pur non nutrendo illusioni che potesse portare molto di più che a salvare la forma in maniera dignitosa, con un processo e parole illuminate come quelle del Presidente.
Le ragioni della realpolitik sono sin da subito prevalse, che Paola e Claudio riescano a trovare un po' di consolazione nella solidarietà che nella loro lotta trovano in molti mi sembra già un risultato.
Continuiamo quindi a dirlo: "Verità per Giulio Regeni!", dieci anni dopo, in un mondo che è del tutto cambiato.
Oggi manifestanti indifesi sono uccisi a sangue freddo da uomini dello stato che rimarrano impuniti non al Cairo, ma a Minneapolis. Cosa ci riserva il futuro, non lo sappiamo, e poco possiamo fare.
Forse mantenere la bussola sulla comprensione degli aspetti fondamentali del funzionamento di uno stato di diritto, della democrazia.
Tale Jacques Moretti proprietario del locale svizzero in cui è avvenuto un incendio con strage di molti ragazzi, tra cui degli italiani, fruisce di una norma del codice di procedura penale elvetico ed esce dalla cautelare su cauzione. E' piantonato dalla polizia nella sua villa. Apriti cielo. Scandalo, Ministri della stessa Repubblica presieduta da Mattarella rilasciano dichiarazioni di fuoco, viene richiamato l'ambasciatore.
Emerge lo spirito della bestia, che è in tutti noi, non ne faccio una questione politica: che Moretti dovrebbe marcire in galera, buttiamo la chiave, viene dato per fatto assodato.
A mio avviso deve invece essere chiarito che Jacques Moretti è un presunto innocente, imputato in un processo per reato colposo dalle gravi conseguenze, che ha esercitato un diritto previsto dal suo codice.
L'essenza del diritto è la protezione di un interesse che l'ordinamento tutela e assicura al titolare, se questi decide di esercitarlo non dev'esserci giudizio morale nè discrezionalità che lo intralci, men che meno discriminazione in base alla persona.
Il rispetto dei diritti dei peggiori, dei colpevoli, degli assassini, è quello che distingue un vero stato di diritto.
E quindi anche di Jacques Moretti, ammesso che venga provata la sua responsabilità, che mi può sembrare grave ed evidente, ma deve essere accertata secondo le regole e garantendo tutte le difese.
Le levate di scudi anche per via diplomatica, per tacere della evidente sottovalutazione che fanno dei principi di separazione dei poteri, possono essere buone per la propaganda. Danno consolazione, di nuovo, alle famiglie delle vittime alimentando la convinzione che la tutela di questi non passi dal diritto ma dalla vendetta.
E' questa convinzione che dobbiamo sostenere, che la stampa più consapevole dovrebbe propagare, che la politica più accorta non dovrebbe trascurare in favore di quanto maggiormente assicura consenso, nello stesso spirito e con lo stesso buon diritto con cui chiediamo verità per Giulio.
Khomeini, De Sade e io
Di Abnousse Shalmani
Non deve essere una persona facile, Abnousse. Almeno se ci si limita a contare le persone con cui si è scontrata, di cui ha perso l’amicizia, che semplicemente ascrive alla categoria degli idioti.
A ben osservare, pretendeva solo la comprensione integrale
ed immediata di quanto le è caro e importante, la libertà di essere una donna
non sottomessa che pretende per se e per tutte le altre, anche quelle che
sembrano non volerla. Intollerante a chi non la comprendeva, all’antitesi del
padre sempre incline a orientare la sua profonda intelligenza alla
giustificazione di dissenzienti ed erranti.
E’ un libro scritto 10 anni fa, a tratti urticante,
difficilmente collocabile in un genere, per quanto segua le vicende della vita
non la inquadrerei come autobiografia.
Le vicende di esule narrate tanto nella genesi della scelta
familiare di partire da Teheran quanto negli eventi che periodicamente
mettevano in discussione un’integrazione sostanzialmente riuscita, si integrano
con la ricostruzione di una personalità intellettuale fortemente segnata dai
libri, ed in particolare dall’incontro con i
libri del libertinismo francese.
Finchè ci saranno dei lettori, finchè ci sarà la voglia,
per quanto minima di alzare la testa al di là di se stessi, esisteranno uomini
di genio capaci di rovesciare il tiranno. Finchè ci sarà la parola. E’ ciò che
la lettura in particolare, e l’arte in generale, fanno per noi: aprire le
saracinesche della mente, spingerci al confronti con altre sensazioni, altre
voci, altri infiniti.
Le pagine che destano maggiore riflessione sono quelle in
cui critica la liceità dell’uso del velo, e contesta il riflesso di gran parte
della comunità islamica francese, ma anche di parte della sinistra, di cui giudicare
tale critica espressione di razzismo o islamofobia. Si colloca in sostanza
sulla linea di Michel Onfray di cui ho già parlato.
Costante è la difesa della libertà delle donne, che però se
la devono prendere e guadagnare, sottraendosi alla parte della vittima per
prendere quella del protagonista.
I barbuti e le cornacchie, le puttane, i borghesi distratti compaiono
qua e là a popolare una battaglie di idee i cui due poli sono De Sade, rifugio
liberatorio nella parola capace di descrivere la liberazione integrale del
corpo, e Khomeini, ossessione che impersona il riflesso reazionario e
antifemminile.
Non è certo un’opera da Nobel per la letteratura, di certo fa pensare.
E pensare soprattutto alle ragazze e ragazzi di Teheran. Forza ragazze, forza ragazzi, questa maledetta notte dovrà pur finire.
domenica 18 gennaio 2026
Il mondo di ieri
venerdì 2 gennaio 2026
Storia dei beni di Pesariis
di Luciano Sidar
Questa breve ma accurata opera, che risale al 1957, si occupa di un frammento di storia locale collegato all'esistenza, in un comune della nostra Carnia, di una proprietà collettiva di beni attribuita alla frazione di Pesariis, facente parte degli antichi istituti degli usi civici .
L'opera si incentra su una trentennale vicenda giudiziaria che vide contrapporsi, un secolo fa, il Comune di Prato Carnico e la sua frazione, che chiedeva il riconoscimento di un antichissimo diritto di proprietà su boschi e prati.
La puntuale analisi dei processi viene preceduta ed accompagnata da cenni alla storia locale e agli istituti giuridici di riferimento, frutto della profonda cultura dell'autore, per decenni segretario comunale di Prato Carnico, e di ricerche di archivio che, considerato l'anno di edizione del volume, meritano sicura ammirazione.
La vicenda risale al tempo del Patriarcato, e alle donazioni e privilegi attribuite agli abitanti della Carnia (già nel XIII secolo), poi confermati dalla Serenissima nel 1420, a seguito della dedizione di quelle terre al suo dominio. In sostanza la proprietà delle terre veniva formalmente mantenuta dal governo centrale (prima la Patria, poi la Serenissima), che però cedeva possesso ed uso agli abitanti, garantendo anche la tutela di usurpazioni e appropriazioni.
Lasciamo la parola a Luciano, pagina 121: I Patriarchi di Aquileia che ebbero il dominio anche civile sulla Carnia fino al 1420, incominciarono a regolare l'uso dei boschi comunali confermando e legittimando lo stato di possesso, e la Repubblica Veneta subentrando nella detta epoca ai Patriarchi, assicurò ai Carnici che i loro privilegi e consuetudini sarebbero rispettati. Ed in seguito la Repubblica impedì le usurpazioni, le alienazioni e le divisioni dei beni allo scopo di conservare in perpetuo il godimento alla generalità degli abitanti, come si deduce dai decreti Ducali 16 luglio 1420, 16 aprile e 15 febbraio 1726 e dai Decreti in Pregadi 28 giugno 1557 e 9 gennaio 1602. Appunto col Decreto di Pregadi del 9 gennaio 1602 fu stabilito di formare un catasto di beni comunali per rispettare lo stato di fatto e di possesso esistente, di consacrare e confermare con atto di autorità a ciascun Comune il godimento dei fondi che già possedeva. Ed a tale scopo furono incaricati i periti Peretti e Banderini, i quali certamente, oltre ad un esame delle singole località dovevano, in mancanza di titoli e documenti, prestar fede ai merighi ed ai vecchi del tempo i quali deferivano giuramento, in quanto la consuetudine costante, non interrotta, ammessa specificamente da tutti, assurgeva a titolo legale per la affermazione di proprietà.
Dopo la parentesi napoleonica, fu il governo austriaco a rinunciare anche formalmente alla proprietà dei beni nel 1839. La volontà di dare una veste formale a tale proprietà indusse i frazionisti, nel 1894, a richiedere al Re Umberto, che la concesse con R.D. del 1896, l'autorizzazione a mantenere un patrimonio separato da quello del Comune.
Fu poi la mancata esecuzione da parte del Comune del Decreto che vide iniziare una lunga vertenza, con ripetute azioni, appelli e ricorsi di cui l'autore ripercorre con precisione l'evolversi, con malcelata simpatia nei confronti dei frazionisti, facendo diffusa citazione dei contrapposti motivi e riportando ampi stralci dei provvedimenti.
Le argomentazioni delle parti, che sono riassunte in un efficace dialogo immaginario a pagina 134, si fondano sugli antichi documenti, sulla collaborazione di valenti consulenti non solo legali, ma anche storici. Desta interesse che gran parte della causa si concentri sul contenuto della perizia effettuata nel 1606, quale testo di riferimento dell'estensione fisica del diritto di proprietà della frazione.
La durata della causa, che inizia in epoca crispina, vede sullo sfondo il Regno d'Italia passare dallo stato liberale, attraverso la guerra, al regime fascista, portando l'autore a confrontarsi con la legge comunale e provinciale del 1915 e quella del 1934, e terminando in una fase in cui era entrato in vigore il Regolamento 332 del 1928 sul riordinamento degli usi civici.
La lunga amicizia con mio padre, suo collega, e la mia famiglia, ha lasciato il ricordo di un grande numero di belle serate, prima nella casa di Osais, poi in quella che costruì, per i suoi ultimi anni, a San Leonardo, ma anche sul terrazzo dell'appartamento a Lignano City e nella nostra casa, in cui lui e Fiorella sono stati per oltre vent'anni ospiti d'onore la sera di natale. Fin da piccolo ho ascoltato con rapita attenzione i resoconti dei favolosi viaggi, gli spunti tratti dall'ultimo film visto, dai suoi libri, soprattutto su tematiche di storia antica, che così tanto amava, e i racconti del tempo della guerra e del periglioso dopoguerra. Personaggi che alle mie orecchie finivano per diventare quasi romanzeschi erano l'oggetto di aneddoti in cui si esercitava il suo humor inglese; il tono diventava serio quando si faceva questione di onestà e serietà, prerogative che pretendeva dagli altri non senza averle pienamente incarnate in quarant'anni di carriera da segretario che non esito ad additare quale esempio di etica e competenza per qualsiasi pubblico funzionario. La Val Pesarina, che nel libro chiama con aggettivo che mi ha intenerito il nostro canale, è stata, più del paese di origine in cui è tornato tutto sommato riluttante, la sua vera casa, condivisa con Fiorella che per lui lasciò, alla fine degli anni 40, Roma per Osais. Dalla capitale ad una frazione di montagna in cui si parlava solo carnico, per amore: vederli assieme, anche cinquantanni dopo, offriva l'esempio di un sodalizio umano e sentimentale di cui ho conosciuto pochissimi eguali.
Quando veniva da noi, per anni Luciano si presentò non con pastarelle o bottiglie di vino, ma con libri di storia per ragazzi per il bambino di casa, che ero io. Ho sempre pensato di dovere a quei libri la mia passione.
Della gratitudine che non posso più diversamente manifestare prenda il posto il piccolo omaggio che rendo ora.
Gli eredi non si dorranno se scansiono alcuni capitoli dell'opera.
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