martedì 10 gennaio 2017

I professionisti dell'antimafia (articolo integrale,30 anni dopo)




Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono « eroi della sesta»:
1) « Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (Il giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).
2) « Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966).
Il punto focale . Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s'intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane « ricercatore» dell'Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l'attenzione dell'autore è rivolta non tanto alla « mafia in sé» quanto a quel che « si pensava la mafia fosse e perché»: punto focale, ancora oggi, della questione: per chi - si capisce- sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di un'isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica. Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza (preferibile senz'altro - anche se alluvionata di retorica - all'effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l'impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga, Pirandello e Guttuso. 
Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l'illusione che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto ricordare, siano serviti - a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia poiché c'è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione un libro) - siano serviti ai tanti, tantissimi che l'hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo i più li abbiano letti, per così dire, « en touriste», allora; e non so come li leggano oggi. Tant'è che allora il « lieto fine» - e se non lieto edificante - era nell'aria, per trasmissione del potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film In nome della legge, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge. 
Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto, nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò, tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo, completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e, con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo per, il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la « pièce» era stata dal, suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per Fabbri, avvertimento e non a concluderla col trionfo del bene): andava a finir, male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e, vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto, sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un « esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia, venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al, problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un'indagine e un'analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n'è voluto per avere finalmente questa accurata, indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo. 
Nel primo fascismo. idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l'istanza rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell'invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell'ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi « risorgimentali» - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena, dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l'arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi). 
Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange « rivoluzionarie» per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - garantire al fascismo almeno l'immagine di restauratore dell'ordine - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti. 
Le guardie del feudo. E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto. 
Mori, dice Duggan, « era per natura autoritario e fortemente conservatore», aveva « forte fede nello Stato», « rigoroso senso del dovere». Tra il '19 e il '22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse - quel periodo di ozio - a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che certamente contribuì a farlo apparire come l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana. 
Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l'innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c'è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica) nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole. 
Sicché se ne può concludere che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come « mafioso». Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando. 
E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: « et pour cause», come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico. 
Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel « notiziario straordinario n. 17» (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da pane del più giovane aspirante". 
Per far carriera. Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come « la diversa anzianità», che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel « superamento», (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria - è « magistrato di eccellenti doti», e lo si può senz'altro definire come « magistrato gentiluomo», anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna « a lui assolutamente non imputabile»: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza « che comunque non può essere trascurata», anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo « piatisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere». E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava. 
I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di « magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?


Leonardo Sciascia

dal Corriere della sera , 10 gennaio 1987

lunedì 9 gennaio 2017

Etica per un foglio

A quarantadue anni suonati posso riepilogare alcune massime di azione della persona cui vorrei assomigliare.
Non imperativi categorici, piccole massime "radicali".  

Pretendi da te stesso quello che chiedi agli altri

Fai quel che devi, accada quel che può

Male non fare, paura non avere

Accetta la responsabilità di quel che fai e pre-occupatene 

domenica 8 gennaio 2017

Lampi

Direi che il dato più probante e preoccupante della corruzione italiana non tanto risieda nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e nella privata, quanto nel fatto che si rubi senza l'intelligenza del fare e che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche e private imprese. In queste persone la mediocrità si accompagna ad un elemento maniacale, di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo segno, ma che alle prime difficoltà comincia a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli. Si può dire di loro quel che D'Annunzio diceva di Marinetti: che sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità: solo che nel contesto in cui agiscono l'imbecillità appare – e in un certo senso e fino a un certo punto è – fantasia. In una società bene ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica di "impiegati d'ordine"; in una società in fermento, in trasformazione, sarebbero stati subito emarginati – non resistendo alla competizione con gli intelligenti – come poveri "cavalieri d'industria"; in una società non società arrivano ai vertici e ci stanno fin tanto che il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia
Leonardo Sciascia,  24 luglio 1982 

sabato 31 dicembre 2016

La speranza è l'ultima a morire...

...ma alla fine muore, diceva la vignetta di Altan sull'ultimo numero dell'Espresso.
In un anno caratterizzato dai molti lutti, la speranza che il declino del nostro modo di vivere non sia inarrestabile rischia di essere la vera e più grande vittima.
A mezzanotte ci faremo come al solito gli auguri di un anno migliore.
Sembra facile, visto quello ultimo scorso, ma la mente ricorda l'identico pensiero, un anno fa...

domenica 25 dicembre 2016

Eroi d'infanzia, ma non solo


Quand'ero piccolo, si faceva un gran parlare di Andrej Sakharov, già importante fisico "padre della bomba H", poi premio Nobel quale esponente più in vista della dissidenza sovietica.
Il Parlamento europeo ha istituito Il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, un riconoscimento assegnato annualmente allo scopo di premiare personalità od organizzazioni che abbiano dedicato la loro vita alla difesa dei diritti umani e delle libertà individuali.
A parte questo, Sakharov è del tutto dimenticato nella pubblicistica e anche nei vari "Pantheon" dei movimenti e delle personalità in voga.
In me invece è ben distinto il ricordo di quella volta che udii evocare il suo nome, la sua esperienza, la sua vita, come personificazione della virtù dell'onestà intellettuale.
Virtù di cui appresi l'esistenza in quell'occasione, e che ho da allora sempre ammirato e cercato nel mio piccolo di perseguire, come fra le più importanti di una persona.  

Ancora sui social

Quanta ragione ha Emma Bonino quando sull'espresso spiega perchè non usa Twitter e affini «che hanno certo aspetti positivi ma rappresentano uno dei drammi formativi più pericolosi del nostro tempo: la negazione della complessità»!

Fini nobili, riuscita drammatica

In questo articolo il giornalista Nicola Porro, uno che quando scende nei dettagli, per autocompiacimento e pigrizia prende spesso topiche solenni, dimostra di aver colto l'essenziale del problema tra pubblico e privato nel nostro Paese:

(I politici...)  Per combattere l’evasione, hanno reso la vita impossibile agli onesti. Per combattere l’inquinamento trattano la bottega artigiana come l’Eni. Per combattere il lavoro nero, scrivono norme come quella sul caporalato, che produrranno contenziosi micidiali. Gli obiettivi sono sempre nobili. È il principio che è assurdo. Per colpire pochi casi, ma degni di cronaca, si incasina la vita a tutti.

sabato 24 dicembre 2016

Svolte

C'è un momento nella vita di una generazione in cui le note di una canzone, facciamo "Sarà perchè ti amo" dei Ricchi e poveri, diventano ad una cena di coetanei una cosa che fa emozionare, o forse riflettere, senza un perchè che non sia la presa di coscienza del fatto che stiamo invecchiando.
Del resto il portiere del Milan è nato dopo la nostra laurea.

giovedì 15 dicembre 2016

Un amore così grande

Prima di aprire questo blog condividevo alcune riflessioni calcistiche con alcuni amici colleghi che invariabilmente le subivano senza pensare minimamente ad una replica.



Alcune le ho recuperate qui.

Totò mette dentro il 200mo:
Inviato: lunedì 24 novembre 2014 21:17
Oggetto: In alto i cuori
Ieri grande emozione al Friuli per i veri tifosi bianconeri.L’attesa era stemperata dal parlare d’altro, per ritrosia mista a scaramanzia.
Quando ormai la prima frazione sotto quella che tornerà ad essere la Nord stava per finire senza la solita perla del nostro eroe, gli animi già indugiavano con inquietudine in foschi e preoccupati pensieri: non è che si blocca alle porte del sogno? E se si infortuna? Il nulla prodotto dai dieci onesti pedatori che con lui compongono (dovrebbero comporre) la squadra non aiutava. 
E’ allora che a rompere l’incantesimo ci ha pensato Eupalla, sotto forma di una carambola la cui casualità non sminuisce la bellezza di un gesto tecnico che sublimando rapidità, tecnica e destrezza ha fornito per la speciale occasione il compendio delle doti sensazionali del nostro. 
Tutti i presenti si sono alzati per esultare ancora una volta per l’ennesima magia. L’applauso ha unito ragazzini e tifosi che hanno visto la C, abbonati dai tempi di Zico e i siori dei lounge, cassandre ed inguaribili entusiasti con bicchiere di birra in mano, gli scienziati del “al è mior quant ca non jue Di Nadal” e quelli venuti allo stadio apposta per vedere il suo goal.
Per una volta nessuno ha potuto esimersi dall’ammirazione che purtroppo non è mai diventata l’amore vero e sincero di una città per il suo campione unico.
Un amico, mostrandomi nell’intervallo con orgoglio la ricevuta Snai in cui aveva puntato sula marcatura, l’ha detto chiaramente: “non ci rendiamo conto di che fuoriclasse abbiamo avuto”. 
Gli ho ricordato che nelle nostre ultraventennali elucubrazioni avevamo sempre sognato il campione che diceva no ad una grande e restava con noi, portandoci sempre più in alto. 
E allora non sono le doti tecniche da fuoriclasse assoluto, nè tutti i record che ne fanno l’indiscusso numero uno della storia di una società che ha annoverato almeno altri 5-6 campioni di classe mondiale, tra cui un autentico craque, nè l'incredibile longevità agonistica (152 dei 200 gol segnati dopo i trentanni) a renderlo ai miei occhi eroe inimitabile, ma l'aver voluto incarnare quel sogno. 
 Ho il rimpianto di non aver potuto leggere quale iperbole avrebbe coniato Gianni Brera per cantare le gesta di questo prestipedatore. 
Di certo la sua storia, le sue giocate, i suoi goal raccontano meglio di qualsiasi prosa il calcio nella sua essenza più genuina.
Cari nipoti, se non vi conoscerò, sappiate che quando il numero 10 era indossato da un piccolo grande uomo che con il pallone faceva quello che voleva, io c'ero.




Sconfitta in semifinale di coppa Italia con la Fiore:
Inviato: mercoledì 12 febbraio 2014 16:14
Oggetto: Orgoglio ferito
Un altro giorno dopo in cui l’amarezza toglie le parole.
Come già altre molte volte, nel solco di quello che ormai è il tratto distintivo della nostra storia, la delusione si accoda al senso dell’impresa sfiorata, accarezzata perché a portata di mano e poi sfuggita per errori che inondano i ricordi di “se”.
… se Cappioli avesse segnato…
… se fischiavano il rigore a Pineda…
… se Bertotto metteva quella palla all’ultimo minuto…
… se Zamboni non faceva quel retropassaggio…
… se Domizzi non stendeva Diego…
… se Armero la piazzava… (questa vale per due partite)
… se Di Natale non sbagliava il rigore…
… se il Mago non faceva il cucchiaio…
… se Totò segnava la prima occasione…
Per me partita capolavoro di Guidolin, cosa si può chiedere di più ad un allenatore. Sotto due volte con gol d’autore ma episodici, mette sotto in casa una delle migliori del campionato (pur con assenze di peso), con una squadra che crea 6 occasioni limpide. Preparazione tecnico tattico mentale perfetta.
Tanto per rimestare in quel rimpianto e nell’orgoglio ferito…

A corredo di un Udinese - Napoli del 2014:
Inviato: lunedì 22 settembre 2014 22:43
Oggetto: totalmente dipendente


Gravi indizi di declino per la scombinata combriccola divisa dal fiume fiancheggiato dai tigli.
Alla terza di campionato ancora nessuna traccia del pippone del lunedì del Ciccio.
Il sottoscritto viene a conoscenza al volgere del venerdì pomeriggio che l'indomani si gioca Milan-Juventus, in altri tempi leit motiv di un paio di settimane di preparazione. 

Il Pito latita nell'organizzazione della cena programmata da inizio estate, incorrendo nelle ire di Schumacher che lo affronta manco fosse Manuel Amoros.

Il biondino con la camicia di fuori che tanto piace ai Malandrini tace in evidente crisi circa la propria scelta eterosessuale.

Il Branca al solito gigioneggia esibendo la sua conoscenza dei risultati del Rovigo Calcio.
Il Mancio si arrovella su un foglio di calcolo elaborato per dimostrare che tanta inedia nel cazzeggio è frutto di operosità accertativa e si rifletterà in un miglioramento dello step di settembre, ma dal quale emerge invariabilmente che facciamo cagare.
Al Friuli intanto il calcio diventa questo sconosciuto. Dovendo scegliere fra la presunzione di Don Rafaè ed il nulla proposto dai nostri, ma con umiltà da autentici sotans, Eupalla non poteva orientarsi diversamente. Per il tifoso medio la clamorosa involuzione tecnica diventa funambolica occasione per addossarne la colpa al Guido colpevole di difensivismo trasmesso per via ereditaria. Con Totò a secco da 120 minuti già si agitano i fini intenditori che lo vedono unico ostacolo per la corsa scudetto di uno squadrone frenato solo dalla sua zavorra. Del resto la partita è ormai uno stanco contorno nell'attesa che parta il coro TOTALMENTE DIPENDENTE, unica vera attrazione par un popul ca non vueli sparì. Spazio all'attesa spasmodica di un cenno con la mano del vice allenatore più acclamato della storia, che si guadagna la pagnotta con una espulsione al novantesimo da vero capopolo. Nel frattempo allignano le illazioni sul culo (metaforico) di Strama, discusso quasi alla pari di quello (reale) del biondino di cui sopra. 
Chi vivrà vedrà, si spera anche tre passaggi di fila.



Dopo un Udinese Atalanta:
Inviato: mercoledì 29 ottobre 2014 15:59
Oggetto: Sognare ad occhi aperti



Qualche volta si può, anche quando gli anni verdi sono passati da un po’.
Domenica ero allo stadio e dopo la prima mezzora di calcio vero visto quest’anno al Friuli ho accomunato nella mia mente l’atteggiamento volitivo della squadra all’insistente vento che soffiava sulle tribune, sul campo, sul cantiere, accarezzando i mirabili numeri di un piccolo inarrivabile campione.
Il pensiero è corso ad un’altra Udinese – Atalanta, del lontano aprile del 1997, durante la quale la bora spirava così forte che i rinvii dei portieri si alzavano come lunghi campanili. Nella ripresa il nostro condottiero si alzò dalla panchina, mano nel cappotto come un piccolo Napoleone, e disse ai ragazzi di andare all’attacco: “il dio del vento è dalla nostra parte!”. Lo ascoltarono i ragazzi, avanzarono con folate più forti del vento e gliene fecero due. Sotto la Nord esultarono il fromboliere venuto dalla Germania ed il giocoliere brasiliano dalle ossa sottili.

La domenica dopo a Torino, il giorno dell’espulsione del povero Genaux e della nascita della difesa a tre, iniziò la leggenda di quel gruppo che fece la storia, e nelle partite che seguirono mostrò un calcio mai più visto a queste latitudini.

Stasera probabilmente la viola si incaricherà di risvegliarmi dal sogno di rivivere quelle settimane entusiasmanti.

Ma magari una fuga di Muriel, con tiro nell’angolino…

Rievocando l'apice:
Inviato: lunedì 4 febbraio 2013 22:09
Oggetto: La storia siamo noi


Carissimi, facendo seguito all'odierno amarcord non riesco a trattenermi dall'inviarvi documentazione della partita, decisa dal mitico La Forgia, che rappresenta uno degli apici della gloriosa storia friulana.
Con la vittoria ottenuta contro la capoclassifica giocando gran parte della partita in dieci (infortunio del portiere, non c'erano le sostituzioni), ci siamo portati a due punti a quattro giornate dal termine.
Basta leggere la formazione del milan sconfitto per capire che trattasi di storia del calcio
Allego link al filmato e articolo di cronaca del corriere dello sport.
https://www.youtube.com/watch?v=axPlBoux3cs
Di seguito il tabellino

29^ giornata
Domenica 1° maggio 1955
Moretti, Udine

UDINESE vs MILAN 3-2
Reti: 46' Menegotti, 50' Bettini, 52' Vicariotto, 62' La Forgia, 81' Schiaffino

UDINESE: Romano, Zorzi I, Degl'Innocenti, Snidero, Pinardi, Magli, Castaldo, Menegotti, Bettini, Selmosson, La Forgia - All.: Bigogno
MILAN: Buffon, Silvestri, Zagatti, Beraldo, C. Maldini, Fontana, Vicariotto, Schiaffino, Nordahl III, Liedholm, Frignani - All.: Puricelli
Arbitro: Jonni



mercoledì 7 dicembre 2016

I primi bianconeri d'Italia

Sarebbe stato più logico che non entrasse, quella mezza rovesciata di Danilo.
La traversa al 93mo di una partita dominata ma non portata a casa era un'immagine perfetta per descrivere il leit-motiv di una storia, l'arrivare sempre ad un passo dall'impresa.
Abbiamo vinto, a coronamento di una bella festa in cui non le celebrazioni, ma la ritrovata unità fra una squadra e lo stadio hanno ricordato il legame speciale tra questa terra ed il suo simbolo sportivo.

Perfino una coreografia, nella quale dominava una scritta molto azzeccata:

UDINESE CALCIO 1896 - 120 ANNI DI ORGOGLIO, STORIA E TRADIZIONE

L'orgoglio di un popolo:    LA GENTE COME NOI NON MOLLA MAI
Una storia lunga 120 anni: I PRIMI BIANCONERI D'ITALIA                  
Una tradizione di nobiltà:   NON TIFO PER GLI SQUADRONI MA TIFO TE