lunedì 29 dicembre 2025

L'Agnese va a morire

 di Renata Viganò


Recupero questo libro, che già aveva caldeggiato il prof Bellanti quando ero alle medie, nello scaffale dei suoceri, in cui mi rifugio per scappare dalla temuta tombola di natale.

La Viganò ha fatto la Resistenza, da lei non mi aspetto certo, in un libro scritto ancora nei '40, l'onore ai vinti e il mea culpa sugli eccessi dei partigiani. Non ci sono le tre Italie descritte da Oliva, ma quella giusta dei partigiani fieri ed onesti e quella sporca e cattiva dei fascisti, tirapiedi dei tedeschi descritti come sorta di animali assetati di dolore altrui. Nella valle sono tutti dalla parte dei partigiani, salvo i pochi collaborazionisti, del tutto assente è quella terza Italia che per Oliva è stata maggioritaria.

L'Agnese è un donnone che mai avrebbe pensato di occuparsi non si dica di armi, ma di politica, e invece ci si trova dentro per la perdita del suo uomo prelevato e ucciso dai tedeschi. Eppure non è l'occasione ma l'istintiva percezione di quale sia la parte giusta a farne un'instancabile staffetta e collaboratrice di una brigata nelle valli di Comacchio. Un anno di clandestinità in rifugi improvvisati, "caserme" nelle valli di pesca, baracche ricavate nei canneti, mentre i compagni lottano, muoiono, sfuggono alle bombe degli alleati che promettono di essere dalla loro parte, ma non arrivano mai e anzi uccidono.  

Il sacrificio finale simboleggia quello di una generazione che trovatasi con il fucile in mano senza nemmeno capire il perchè l'ha usato per difendere la libertà e l'onore di una nazione.

Libro onesto e sincero nella sua partigianeria, nè documentarista nè romanzo dai complessi significati, piuttosto simile ad un film neorealista con cui condivide l'amore per quell'Italia semplice e bambina, che si poteva ancora sognare di cambiare.

domenica 28 dicembre 2025

Rifugio Chiampizzulon (reloaded)

Organizziamo una zingarata invernale, l'idea è che diventi un'abitudine, come lo è già il caos organizzativo.

Propongo il Monte Talm, già battezzato 10 anni orsono: da Sostasio, no da Ludaria, alla fine prevale quest'ultima opzione.

A Piani di Vas non si arriva, la strada è interrotta molto prima e invasa da un sottile manto di neve fino  da quota 1000. Ci incamminiamo sulla strada, come da copione manchiamo il bivio  e ci ritroviamo dritti dritti al rifugio Chiampizzulon, dove un sole malandrino scompare poco dopo il nostro arrivo.

Sempre straordinaria la vista sul Coglians, ma sullo sfondo si intravedono le principali cime delle Giulie, la vera bellezza.

Un panino e via; per il ritorno montiamo i ramponcini nuovi nuovi, che ci aiuteranno a non cadere.

Bella giornata.







giovedì 25 dicembre 2025

I convitati di pietra

 di Michele Mari


E mi pagano pure.
Così probabilmente pensa Michele Mari, che secondo me si è divertito come un matto a scrivere questo libro.
Per fortuna diverte anche il lettore.
I componenti di una classe del liceo si accordano per investire annualmente una somma che negli anni diventerà una fortuna, da dividere tra i tre superstiti.
La riffa incide sui rapporti tra gli ex compagni, che Mari si diverte a dipingere con i tratti più disparati, attribuendo ad alcuni di loro talune delle sue manie, non lesinando i consueti giochi verbali,  formidabili elenchi, accurati indirizzi.
Il devoto di Gene Hackman,  il campione di autoerotismo, la casta ninfomane, il buon padre di famiglia, l'inattesa predatrice, lo scommettitore... ognuno dei 30 reduci della III A trova il suo piccolo o grande ritratto. Alcuni dei ragazzi diventeranno vecchi, la quota di morti non naturali è insolitamente alta, avrà questo a che fare con la riffa?
Mari in ottima forma.



domenica 21 dicembre 2025

Prime di sere

 di Carlo Sgorlon


Da ragazzo ebbi modo, non ricordo bene le circostanze, di vedere la trasposizione cinematografica di questo romanzo, che l'autore ha composto in friulano traducendo una sua precedente opera.

Il protagonista è un ex carcerato per duplice omicidio, che dopo molti anni torna, negli anni 50 del secolo scorso, nei suoi paesi della pedemontana, nel cuore di un inverno freddo come le condizioni di vita e l'accoglienza che gli viene riservata.

Nel povero Friuli del tempo, ancora del tutto legato alla vita nei campi e ad un'economica di sussistenza, non è semplice per nessuno sbarcare il lunario, men che meno per chi si porta dietro lo stigma di un omicidio.   

Eppure la tenacia e la capacità di soffrire aiutano Eliseu ad andare avanti, trovando delle persone che gli danno una possibilità per cercare e trovare il suo grande desiderio, un lavoro che non lo faccia costantemente restare in apprensione per il domani.

La storia copre l'arco temporale di un anno, i lavori accettati da Eliseu seguono il ciclo delle stagioni e lo vedono impegnato nelle più svariate mansioni. Al è murador, marangon, contadin e cjarador. La ripulsa ottenuta dalla sorella è compensata dalla accoglienza di Rite De Luca e del figlio Ricart, con i quali il rapporto è alla friulana, di pochi valori e gesti significativi, accendendo il desiderio di avere, oltre al pane, anche le rose, cioè una famiglia.

Ma accettare la proposta di matrimonio significherebbe rinunciare alla pensione del marito, e questo la prudenza di Rite non può prenderlo in considerazione, perchè rischiare il futuro di Ricart non si può, piuttosto si deve rinunciare alla sua "piccola felicità".

Eliseu tentenna: andarsene o accettare la situazione? La pace ritrovata nella sua campagna lo porta alla decisione finale.

Insieme a Eliseu, il vero protagonista è il Friuli povero rurale del tempo, i suoi valori semplici e legati alla cultura contadina, che Sgorlon tratteggia con amore e condivisione profittando del lirismo della lingua friulana.

A mi è plasut une vore chest libri.


lunedì 15 dicembre 2025

Udinese 1 Napoli 0

 Quando dico che meritiamo di più, intendo (non solo ma anche) serate come questa.


Una partita gagliarda, la sorte che finalmente tende una mano negando nel finale un non meritato pareggio al Napoli, ed ecco che battiamo, dopo i vicecampioni d'Europa, anche i campioni d'Italia.
Si, abbiamo goduto.
Cantiamo, esultiamo, dedichiamo un ricordo agli amici napoletani e torniamo a casa sapendo che il buonumore durerà almeno metà settimana.
Per questo uno tifa; ma non si cancella la lunga serie di delusioni e la pochezza dello spettacolo.
Questa squadra che diversamente motivata potrebbe ambire (oddio che parola sconosciuta) ad un bel campionato può almeno proporre un paio di serate decenti all'anno, nelle quali dimenticare il manifesto dell'anticalcio che siamo diventati.
Godiamo qualche giorno, fino alla prossima debacle, tanto domenica finalmente la viola cancella lo zero nella casella vittorie.  




domenica 7 dicembre 2025

Studiare non serve (?)

Ricordo bene quanto mi diceva mio nonno, per il quale il lavoro ed i sacrifici affrontati erano giustificati dalla guadagnata possibilità di far studiare i propri figli, garantendogli così un futuro.

Ai suoi tempi, ed ancora quand'ero bambino, lo studio era considerato lo strumento per elevare la propria condizione.

L'idea pare passata completamente fuori moda. Oggi la scuola sembra poco più di un parcheggio, nell'attesa che un colpo della sorte ovvero una buona idea rechino non una progressiva e meritata affermazione in una professione, ma direttamente il successo, ovviamente molto danaroso.

La laurea, quando non irrisa, non conferisce alcuna distinzione sociale, il lavoro intellettuale ha perso ogni primazia su quello manuale sia sul piano della reputazione sia su quello economico.

E' definitivamente un mondo diverso.

Migliore?

Sarebbe sciocco poter pensare di poter rispondere, se non con la miope prospettiva di una generazione che ha fatto il suo tempo.

Sostengo però che lo studio e l'approfondimento che comportano fatica, formano una persona dotandola oltre che di conoscenze di capacità di discernimento, la rendono più capace di intendere se stessa e la vita che la circonda, di autodeterminarsi per quel poco che è consentito. Insomma di essere più liberi.

Ma importa veramente a qualcuno?


domenica 30 novembre 2025

Brontosauri. La società post-biblica e quelli che resistono

Può una recensione di un trattato di diritto penale, o meglio del suo primo volume di oltre 1200 pagine, sollevare riflessioni sulla direzione che sta prendendo la società, sui massimi sistemi?

Mi sono imbattuto in un interessante sito sistemapenale.it, contenente molti contributi di carattere tecnico assieme ad altri di carattere generale sull'argomento che gli dà il nome, ed anche l'intervento di un professore di nome Luis Greco nell'ambito della presentazione del trattato "Diritto penale" di Massimo Donini, di cui è uscito il primo volume.
Greco si chiede quale senso possa avere un'opera del tipo di cui decanta i meriti nell'attuale società. La riflessione si connette alla caratterizzazione del nostro mondo, rispetto a quella in cui "L’egemonia e la nobiltà del libro erano, tuttavia, un dato incontestabile, qualcosa che nessuna volgarizzazione «guttenberghiana» era riuscita a mettere in discussione."

Riporto per intero il cuore del ragionamento (sottolineature mie):

Ebbene: alle molteplici proposte dei sociologi per caratterizzare il presente – società dell’informazione o della rete, società della stanchezza o del «burnout», società dell’accelerazione – aggiungerò l’unica che, nel nostro incontro, mi sembra davvero contare: la società post-biblica. Siamo la prima società le cui caste intellettuali si sono disconnesse non solo dalla Bibbia, ma anche dal «biblos», dal libro come fonte di acquisizione e trasmissione del sapere.

Librerie chiuse, biblioteche deserte. Case editrici in bancarotta e acquistate da grandi conglomerati  internazionali, che non hanno più il libro come loro prodotto di punta, scommettendo sempre più su imponenti, per non dire opprimenti, banche dati. In classe, gli studenti non portano più con sé i loro codici; sulle pareti delle case e talvolta anche negli studi dei professori, scaffali vuoti o addirittura un quadro (in genere di dubbio gusto). Il libro ha perso la sua egemonia. È sempre più percepito come un corpo estraneo, un residuo di un’altra epoca, un brontosauro, un fossile.

Ma la morte del libro non uccide solo il libro. Una società senza libri è anche una società senza scrittori di libri. I postmoderni/strutturalisti hanno parlato, decenni fa, della «morte dell’autore». Non potevano immaginare, tuttavia, quanto l’espressione, pensata come metafora o addirittura come programma, avrebbe guadagnato in ordinaria empiricità. La società senza libri è una società in cui le idee si distaccano da chi le ha concepite, le creazioni dai loro creatori. In cui i punti di riferimento che la tradizione aveva elevato a garanzie di affidabilità si dissolvono o vengono sostituiti da altre istanze. Nel caso del diritto, da tribunali anonimi che, negli ultimi decenni, hanno acquisito un protagonismo che fino ad allora era privilegio dei grandi pensatori. Dove prima figuravano Carrara e Ferri, Arturo Rocco e Manzini, Bettiol e Bricola, oggi si trovano la Corte di cassazione e la Corte costituzionale, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Corte Europea di Giustizia.

Probabilmente appartengo all’ultima generazione che studiava leggendo da copertina a copertina un trattato in più volumi. Le nuove generazioni consultano ancora un trattato, anche se, quando leggono, preferiscono il manuale o addirittura il cosiddetto riassunto (in Germania: lo “Skript”) offerto dal professore stesso, trovato su Google o addirittura rigurgitato da un ChatGPT. Questo quando leggono, e non si accontentano di ascoltare podcast o guardare video su YouTube, Instagram e TikTok. I testi senza nomi e senza testa generati dalla cieca ars combinatoria dell’intelligenza artificiale sono solo la punta provvisoria di questo fenomeno che sto chiamando società post-biblica, in cui il libro e l’autore sono morti abbracciati.

Ohibò. Annoto le citazioni delle opere che contengono le varie definizioni e ricado nel solito infantile "l'avevo pensato anch'io". 

Proseguo. Greco illustra la profondità dell'opera e la sua capacità di collegare filosofia, storia, politica ai temi dogmatici (mi ha convinto prof, lo ordino), grazie alla quale "Il lettore vedrà presentarsi davanti ai propri occhi una sintesi impressionante e unica del meglio del penalismo non solo italiano, ma anche tedesco, spagnolo ed europeo, non solo contemporaneo, ma degli ultimi secoli; il lettore sarà introdotto ai personaggi e alle idee che hanno costruito la nostra disciplina. Il libro è una celebrazione «della cultura penalistica, nella sua parte centrale che non è cultura delle pene, ma dei valori e dei precetti»". 
Ma poi arriva alla domanda: c'è posto per un libro che "non solo istruisce, ma educa, coltiva; non solo informa, ma forma il lettore" nella società che ha sopra descritto?
E risponde: "Una società che ha lasciato indietro il libro è una società che ha lasciato indietro la cultura. Non c’è mai stato un momento in cui lo sforzo di recupero e resistenza ... sia stato più urgente... In una società post-biblica, in cui tutto passa e tutto invecchia prima ancora di maturare, Donini ci offre un monumento che celebra la calma e la cura nello studio e nella riflessione, che recupera la nostra migliore tradizione. I critici sminuiranno ciò che dico come un elogio tra brontosauri. Preferisco semplicemente credere di trovarmi di fronte a un esercizio di umanesimo penale."

Dovrei chiudere con le sue parole, ma riconoscendo in esse una versione più alta e matura di mie vecchie riflessioni annoto un paio di cose.
Com'è vero che il diritto, che appare ai più (che non lo conoscono) una disciplina arida e oggetto di mera acquisizione mnemonica, è una disciplina fortemente umanistica nella quale si trovano la storia, i valori, insomma l'uomo.
E poi. Lo studio ragionato, prolungato nel tempo e meditato alla luce di una cultura che spazia in altre discipline è capace di produrre sintesi cui anche AI faticherà ad arrivare, e dal lato del fruitore a fornire strumenti di comprensione anch'essi necessitanti studio, lunghezza della durata, fatica. 
Senza gli uni e gli altri mancheranno la cultura, la comprensione della realtà e del significato delle cose più alte, e gli uomini che in tale mancanza vivranno saranno inevitabilmente meno liberi, meno uomini.



giovedì 27 novembre 2025

Nè sempre nè mai

 di Giorgio Scerbanenco


Nei libri di Scerbanenco uomini e donne si amano sempre al punto di stare male, come Kirk Mesana e Nadia, come Michela, come in questo rosa/noir Rossella, Marta, Rik e perfino Ligi che abbandona la sua elvetica lealtà.  

La scrittura ti cattura, i personaggi li senti vicini e soffri con loro.

C'è aria di casa, a partire dalla copertina che ritrae villa Mainardis, c'è sabbia, bora, pineta, Sbarco dei Pirati e stradone che porta a Latisana. 

Le storie si intrecciano, tutti avevano un motivo per uccidere Paolo Ferri, ed il desiderio di scoprire chi è stato induce a non riporre il libro appena iniziato prima di averlo concluso.




mercoledì 26 novembre 2025

Non la vedo bene, cara libertà

Diceva Pannella che dove c'è strage di diritto, c'è strage di popoli.

La formula esprimeva il contributo che poteva (può? potrà?) dare l'affermarsi dello stato di diritto, sul piano delle relazioni tra i popoli e su quello dei diritti degli individui, alla libertà e alla vita stessa delle persone.

Forse solo io intravedo un collegamento tra fenomeni che agiscono su piani completamenti diversi, la crisi dell'ordine internazionale liberale fondato sul diritto internazionale e sul multilateralismo e la progressiva messa in discussione dei principi del diritto penale liberale da parte del populismo giudiziario.

Il ciclone della seconda presidenza Trump ha spazzato via, insieme alle illusorie certezze di centralità del "vecchio Occidente", principi, prassi e comportamenti che disciplinavano i rapporti tra stati secondo regole, talvolta criticabili e forse anche tali da favorire il permanere di uno status quo, ma volte ad assicurare una situazione di pace, convivenza civile, risoluzione pacifica delle controversie.

La legge del più forte, il possesso delle "carte", le tattiche di negoziazione più spregiudicate sembrano essere i fattori che determinano ora lo scoppio e la fine di conflitti, decisioni unilaterali e financo interventi militari in paesi esteri. La promozione di questa tendenza da parte della potenza che era stata il faro, l'ispiratore e l'indubbio centro (anche di potere) del vecchio ordine liberale, che a noi malaccorti sembrava essere l'artefice di decenni di pace, benessere e libertà (almeno nostra, ovviamente) lascia attoniti e sconcertati rispetto alle possibile conseguenze, che ben si possono prefigurare se uno degli effetti che si sono prodotti è la corsa al riarmo.

Di certo non par vero di poter misurarsi con il nuovo paradigma ai molti dittatori e autocrati che reggono le sorti di paesi di grande importanza.

A me, poverino, non par vero che possano esservi loro epigoni e fan tra di noi. Eppure eppure. Mi chiedo, ma cosa devo pensare di chi vorrebbe vivere nel mondo che ha in mente Putin, se non che ha l'animo del servo, che vuole essere un servo?

Forse la libertà, che tanto amiamo ma che tanto diamo per scontata, non piace veramente a tutti così tanto.

Nel frattempo, nella giornata contro la violenza sulle donne, il parlamento italiano approva all'unanimità il reato di femminicidio.  

Ne parlo con attenzione che misuro per la gravità del fenomeno che la nuova norma vuole contrastare.

Ma, santoddio, nemmeno i morti sono tutti uguali? Il barbone ucciso per gioco, il bambino ucciso a coltellate dalla madre, valgono di meno di una fidanzata uccisa?

Immediata sensibilità a livello della casalinga di Voghera soccorre a far comprendere l'assurda sperequazione che viene generata, e trascuro di soffermarmi sulle evidenti incostituzionalità della norma.

Eppure non un parlamentare che si sia alzato per obbiettare, per spiegare, per dire che le migliori intenzioni non possono giustificare il tradimento del principio di eguaglianza, persino lui sacrificato all'altare della norma simbolo.

E poi la pena, la pena che deve essere alta, perchè il colpevole deve soffrire e magari buttiamo la chiave. Che orrore, questo desiderio di una pena che lasci il reo in carcere il più possibile, e se la sentenza non è abbastanza rigida dagli al giudice.

La crisi del diritto penale liberale e il dilagare del panpenalismo evidenziano una serie di tendenze il cui unico denominatore comune è l'evidente procedere verso un sistema in cui avremo minore libertà.

Incapacità della politica di affrontare i problemi che vengono delegati alla repressione giudiziaria; strumentalizzazione del sistema penale con norme manifesto ma di difficile applicazione; risposta all'insicurezza (talora reale e talora indotta) illusoriamente affidata a pene più alte ed esemplari, con oblio dei principi costituzionali della rieducazione della pena e del giusto processo.  

Qui non c'è l'agire del più forte infischiandosene delle regole, distruggendo il sistema fondato sulle regole; anzi formalmente si introduce una nuovo reato e si affida al diritto (penale) il compito di contrastare un grave fenomeno, compito che toccherebbe alla politica. Ma il diritto penale, da strumento di ultima istanza, diventa mezzo di affermazione di valori e identità, con conseguente perdita di razionalità e sistematicità.

Che sfacelo, e non parlo degli aspetti tecnici evidenti a chi il diritto penale lo conosce solo superficialmente, ma degli schemi concettuali e del modo di pensare di chi costantemente agisce con simili provvedimenti, e soprattutto del fatto che, immagino (e spero) per ragioni di consenso, non si sia trovato un solo parlamentare che abbia trovato il modo di richiamare il rispetto della Costituzione, un giornalista che propagandi il dubbio che pure, tra persone come me con cui ho modo di parlare, esiste. 

Non la vedo bene, cara libertà.


Di seguito il testo sull'argomento composto da Copilot:

Domanda:

 componi un testo che abbia ad oggetto la crisi dello stato di diritto tanto nel contesto internazionale quanto in quello interno. parla dell'affermarsi della legge del più forte nel diritto internazionale, e della correlata crisi dell'ordine liberale. Collega l'esposizione alla crisi nel diritto interno dei principi del diritto penale liberale ed il dilagare del panpenalismo, prendendo spunto dall'introduzione del reato di femminicidio e delle correlate critiche che sono state avanzate dalla dottrina penalistica

Ecco un testo che affronta i punti richiesti:


La crisi dello Stato di diritto: tra contesto internazionale e interno

Negli ultimi decenni, lo Stato di diritto – pilastro dell’ordine giuridico moderno – attraversa una fase di profonda crisi, tanto sul piano internazionale quanto su quello interno. Tale crisi si manifesta attraverso fenomeni che mettono in discussione i principi di legalità, uguaglianza e limitazione del potere, sostituendoli con logiche di forza e di emergenza.


1. Il contesto internazionale: la legge del più forte e il declino dell’ordine liberale

Il diritto internazionale, tradizionalmente fondato sul principio di sovranità e sul rispetto delle norme pattizie, è oggi segnato dall’affermarsi della legge del più forte. Le grandi potenze, anziché sottostare a regole comuni, tendono a imporre unilateralmente i propri interessi, ricorrendo a strumenti economici, militari e tecnologici che svuotano di efficacia le istituzioni multilaterali.
La crisi dell’ordine liberale, nato nel secondo dopoguerra, si traduce in:

  • erosione del multilateralismo, con il progressivo indebolimento di ONU e organismi internazionali;
  • strumentalizzazione del diritto internazionale, piegato a giustificare interventi selettivi;
  • ritorno alla geopolitica di potenza, che sostituisce la logica cooperativa con quella competitiva.

In questo scenario, il diritto perde la sua funzione di limite e si trasforma in un mezzo di legittimazione del potere, minando la fiducia nella normatività globale.


2. Il contesto interno: crisi del diritto penale liberale e dilagare del panpenalismo

Parallelamente, sul piano interno si assiste alla crisi dei principi del diritto penale liberale, fondato su legalità, offensività, proporzionalità e extrema ratio. La crescente domanda di sicurezza e giustizia simbolica ha favorito il fenomeno del panpenalismo, ossia la tendenza a risolvere problemi sociali attraverso la creazione di nuovi reati e l’inasprimento delle pene.

Un esempio emblematico è l’introduzione del reato di femminicidio. Sebbene animato da finalità di tutela delle donne contro la violenza di genere, esso ha suscitato critiche nella dottrina penalistica:

  • violazione del principio di uguaglianza, poiché introduce una tutela differenziata basata sul genere;
  • rischio di diritto penale simbolico, che privilegia la risposta emotiva rispetto all’efficacia preventiva;
  • erosione del principio di frammentarietà, ampliando il catalogo dei reati in modo non sempre coerente con la ratio del sistema.

Queste scelte legislative riflettono una trasformazione culturale: il diritto penale, da strumento di ultima istanza, diventa mezzo di affermazione di valori e identità, con conseguente perdita di razionalità e sistematicità.


3. Un filo rosso: dalla forza internazionale alla forza interna

Il nesso tra i due fenomeni è evidente: tanto nel contesto globale quanto in quello nazionale, il diritto tende a cedere alla pressione della forza – militare, economica o mediatica – e dell’emergenza. La crisi dello Stato di diritto non è solo giuridica, ma politica e culturale: segna il passaggio da un paradigma normativo a uno pragmatico, dove la regola è subordinata alla contingenza.


Conclusione
Contrastare questa deriva richiede un duplice sforzo: riaffermare il primato delle regole nel sistema internazionale e recuperare, sul piano interno, la razionalità del diritto penale liberale, evitando che il panpenalismo diventi la risposta ordinaria alle sfide sociali. Solo così sarà possibile preservare la funzione garantista del diritto e la sua capacità di limitare il potere.


Vuoi che amplii il testo con riferimenti dottrinali e citazioni di autori (ad esempio Ferrajoli, Zaffaroni, o altri penalisti) oppure che lo trasformi in un saggio argomentativo con introduzione, tesi e conclusione più marcate?

sabato 15 novembre 2025

Il grande Principe

Serata di grande emozione al teatrone. 

Il ritorno del Principe ha catturato le attenzioni di molti, per puro caso sono riuscito a trovare un ingresso.

Non c'era bisogno di questa ulteriore prova per saperlo, abbiamo a Udine il più grande cantante italiano.

Con puntualità strepitosa, il nostro attacca uno show di 100 minuti nel quale esegue interamente Rimmel nel cinquantesimo anniversario della pubblicazione.


Aggiungendo i 4-5 pezzi più famosi di altri dischi, si compone una scaletta quasi perfetta rispetto a quella che avrei composto io, persino "Il signor Hood" ci finisce dentro.

Non manca nulla: Sempre e per sempre, La leva calcistica, Generale, Bufalo Bill, possiamo cantare a squarciagola.

Con l'età la ritrosia si è allentata, al pubblico è concesso qualche scambio di battute e l'omaggio con Stelutis alpinis, ovviamente proposto con aristocratico silenzio.

E' il momento di massima emozione, nel mio quadrilatero personale con Atlantide, Il Signor Hood e Pezzi di vetro.


L'esecuzione de "La donna cannone" sublima la classe cristallina, ed il solito pensiero è a come mai avrà trovato quelle parole che riescono farci capire realmente i sentimenti che proviamo, che vogliono spiegarci da mezzo secolo la stessa cosa: 
Tu non credere se qualcuno ti dirà,
che non sono più lo stesso ormai.
Pioggia e sole abbaiano e mordono,
ma lasciano, lasciano il tempo che trovano.
E il vero amore può nascondersi, confondersi,
ma non può perdersi mai.
Sempre e per sempre, dalla stessa parte, mi troverai.
Lunga vita al Principe Francesco.


 










martedì 11 novembre 2025

Come ordinare una biblioteca

 di Roberto Calasso


Mi sono lasciato tentare da questo divertissement di Calasso, che raccoglie 4 suoi interventi, di cui il primo (gli altri sembrano poco più di un riempitivo) porta il nome dell'opera e si occupa, come ben s'intende, di bibiliofilia e rapporto con i libri, o meglio della bibliofilia dell'autore.

La scrittura sempre perfetta e la confidenza con la quale Calasso sembra trattare il lettore non riescono ad ingannarci: tra noi poveri amanti della lettura ed un raffinato uomo di cultura come lui passa più di un abisso.

Noi, nel parlare della nostra anti-bibilioteca, al massimo saremmo arrivati a richiamare Eco. 

Lui ci porta da Adolf Loos, Hofmannsthal, Pierre Bayle, Aby Warburg, Bobi Bazlen, Borges, Eisler, Carlyle, Gabriel Naudè, Isaiha Berlin, Aldo Manuzio.

Ha i libri posseduti ed annotati da Sacks, la lettera 42 di Brodskij, è stato presentato alla London library da Chatwin.

Nella prima pagina c'è tutto quello che c'era da dire: Il miglior ordine, per i libri, non può che essere   plurale, almeno altrettanto quanto la persona che usa quei libri. Non solo, ma deve essere allo stesso tempo sincronico e diacronico: geologico (per strati successivi), storico (per fasi, incapricciamenti), fisiologico (connesso all’uso quotidiano in un certo momento), macchinale (alfabetico, linguistico, tematico). È chiaro che la giustapposizione di questi criteri tende a creare un ordine a chiazze, molto vicino al caos.

Rimane solo il superfluo, e qui cominciamo a divertirci, mentre ci racconta:

La regola del buon vicino, la serendipity in salsa libraria;

Cosa è una vera collana (una serie di libri che, tutti, dovrebbero interessare ad un suo lettore ideale); 

Chi è il vero lettore;

A cosa (non) serve l'ordine alfabetico;

La grande virtù dei libracci;

La peculiarità che rende la prima edizione anche unica;

L'importanza dei libri che non si leggono subito

La libreria ideale (sta/stava a Barcellona);

Le necessità di annotare sui libri (corro a nascondermi dietro la lavagna);

L'equazione tra la presenza di un'istituzione come la Londo Librabry e la civiltà;

L'importanza delle dimensioni dei volumi (pensando agli in-folio di Bartolo da Sassoferrato che papà teneva in corridoio).

sabato 8 novembre 2025

Un uomo

Chi è un uomo?

E' un che sa dire molti sì, ma quando serve è capace di dire no.

mercoledì 5 novembre 2025

Pasolini e la morte

 di Giuseppe Zigaina


Ho già citato questo singolare saggio 10 anni fa, nella ricorrenza di quella notte ad Ostia. Zigaina è stato un artista importante a livello locale, e ogni giorno apprezzo i suoi mosaici che adornano le scale dell'ufficio. Nell'ultima parte della sua vita si è dedicato a sviluppare una teoria del tutto originale sulla morte del suo fraterno amico Pasolini, per la quale il poeta friulano (cito la definizione, orgogliosamente riduttiva, che campeggia sul segnale stradale presente sulla via di Udine che gli è stata dedicata) avrebbe dato corpo ad un "martirio per autodecisione".

Proprio così.

Come Zigaina raccontò in una memorabile intervista nella quale fece restare addirittura zitto l'intervistatore Daniele Capezzone, saremmo di fronte ad "un giallo puramente intellettuale", alla costruzione della propria morte come espressione artistica capace di dare (un) senso (diverso) a tutta la sua opera.

Una decisione presa da un anno, la morte programmata di domenica, il giorno dei morti, e preparata come "messa in scena" degli atti significativi della sua presenza nel mondo.

Zigaina desume la sua incrollabile sicurezza da indizi disseminati nell'opera di Pasolini, alcuni versi della quale, letti per la verità con il filtro della cultura di cui è capace l'autore e con la sua capacità di cogliere il significato diverso da quello apparente, dissimulato in giochi linguistici e semantici, colti in scelte stilistiche, in enigmi e profezie che a suo dire compongono la volontà di costruire un evento simbolico che assurga alla categoria del mito. 

la morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi

oppure

L’uomo […] si esprime soprattutto con la sua azione […] perché è con essa che modifica la realtà e incide nello spirito. Ma questa azione manca di unità ossia di senso, finché essa non è compiuta. […] Finché io non sarò morto nessuno potrà garantire di conoscermi veramente, cioè di poter dare un senso alla mia azione, che dunque, in quanto momento linguistico, è mal decifrabile. È dunque assolutamente necessario morire, perché, finché siamo vivi, manchiamo di senso[…]La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi, […] e li mette in successione, facendo del nostro presente […] un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile […]. Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci

Per dare un esempio dell'esercizio di cui è composta quest'opera, Zigaina ha scovato, tra le edizioni di Una disperata vitalità VIII, nella quale vengono citati Ostia e il suo mare come luogo della fine, l'omissione nel verso dantesco citato delle significative parole "suo dannaggio sogna"

(Conclusione funerea: con tavola sinottica — ad uso della facitrice del «pezzo» — della mia carriera di poeta, e uno sguardo profetico al mare dei futuri millenni.)

«Venni al mondo al tempo
dell'Analogica.
Operai
in quel campo, da apprendista.
poi ci fu la Resistenza
e io
lottai con le armi della poesia.
Restaurai la Logica, e fui
un poeta civile.
Ora è il tempo
della Psicagogica.
Posso scrivere solo profetando
nel rapimento della Musica
per eccesso di seme o di pietà.»

Se ora I 'Analogica sopravvive
e la Logica è passata di moda
(e io con lei:
non ho più richiesta di poeia),
la Psicagogica
c'è
(ad onta della Demagogia
sempre più padrona
della situazione).

È così
che io posso scrivere Temi e Treni
e anche Profezie;
da poeta civile, ah sì, sempre!»

«Quanto al futuro, ascolti:
i suoi figli fascisti
veleggeranno
verso i mondi della Nuova Preistoria.
lo me ne starò là,

qual è colui che                                                  

sulle rive del mare
in cui ricomincia la vita.
Solo, o quasi, sul vecchio litorale
tra ruderi di antiche civiltà,
Ravenna
Ostia, o Bombay — è uguale —
con Dei che si scrostano, problemi vecchi
— quale la lotta di classe —
che
si dissolvono...
Come un partigiano
morto prima del maggio del'45,
comincerò piano piano a decompormi,
nella luce straziante di quel mare,
poeta e cittadino dimenticato.»

Le tre parole mancanti vengono richieste a Dante, allusione al mito di Giona reinterpretato nella versione finnica del Vainamonen.

Temi e treni non vogliono dire quello che pensiamo: i treni sono ovviamente il "lamento funebre" effettivamente riportato sul vocabolario come quarto significato (ho controllato).

Mi fermo: sono di fronte ad una sceneggiatura in cui i personaggi che girano attorno a Zigaina-Pasolini sono Maria Callas, Ninetto Davoli, Mircea Eliade e Frazier, Dante e Sor Ciappelletto.

Resta il dubbio se il giallo fosse quello che Pasolini costruì e interpretò, secondo Zigaina, o quello che fattosi suo interprete compone ora il pittore di Cervignano.

E' credibile, questa ricostruzione così diversa da tutte quelle che si sono affannate a ricostruire la morte di Pasolini?

Forse non di meno di quelle date per vere nelle sentenze che i tribunali hanno pronunciato sul caso, ed io, quasi quasi, faccio endorsement, non perchè ne sia convinto ma per fiducia nell'idea che la letteratura comprenda la realtà umana meglio della scienza (forense, nel caso in questione).

Ho ricordato i 50 anni dalla morte di Pasolini oltre che sul libro guardando ed ascoltando la voce di Zigaina, rileggendo l'intervista a Colombo e lo scritto per il congresso dei radicali. 

Ho riascoltato la canzone di De Gregori, i cui versi restituiscono una versione ancora diversa di quella notte, evidentemente ispirata da poesia :

E voglio vivere come i gigli nei campi,
come gli uccelli nel cielo campare.
E voglio vivere come i gigli nei campi
e sopra i gigli nei campi volare.

Sarebbe giusto onorarlo leggendo le sue opere, ma mi sembra giusto ricordare di nuovo le parole che gli dedicò, prima di cambiare idea, Giorgio Bocca:

Già, il vecchio Pasolini Pier Paolo, cinquanta chili di una rabbia che è solitudine, amore, timidezza, incontinenza, paura, genio. Cinquanta chili di uomo. Ma non è questo che fa tenerezza o mette a disagio, ma ben altro: sentirsi in debito con lui per conto di tutti e non sapere che fare, come ripagarlo dell’intelligenza che ci ha dato in questi anni, generosamente. Non è il denaro che vuole anche se noi ci guardiamo bene dal darglielo; né siamo autorizzati a concedergli quella esenzione dalla morale comune che chiede con tanta ingenua insistenza: diamogli almeno la stima intellettuale che merita (su diamogliela cuori spugnosi e cervellini esangui), diciamolo che è il migliore di tutti.



domenica 26 ottobre 2025

Il calcio è della gente?

Ma per favore!
Per quattro piccioli Milan Como si giocherà a Perth.
Quanto riveli questo del rispetto dei tifosi, della non dico prevalenza, ma strapotere del business sull'aspetto sportivo, pare superfluo ripeterlo.
Un calciatore evidenzia l'incongruità, viene attaccato con veemenza dal presidente della lega. Evidentemente quest'ultimo pretende che ricchi emolumenti annientino la libertà di esprimere il proprio pensiero, quanta pochezza culturale e civile!
I tifosi interessati vogliono protestare con uno striscione? Giammai, non può entrare.
Censura di regime.
C'è un chiaro disegno, sostituire i tifosi con degli spettatori plaudenti.
Vedi anche musica a palla che copre i cori, settori pieni zeppi di stranieri, prezzi per persone che assistono ad un evento e non ad una partita della loro squadra.
Le inchieste hanno fornito un formidabile pretesto per far fuori dalle curve una bella fetta di ultras che, delinquenti a parte, sono una delle componenti migliori del calcio.

Mi ricordo le prime volte...

Mandi Corello, goodbye

Dal tuo Friuli mandi, barbe Cornelio!

Ti ricorderemo con grande affetto e con viva simpatia, ma anche con tutta la gratitudine che dobbiamo ad una generazione, quella dei nostri nonni, che con il lavoro ed il sacrificio non solo ha posto le fondamenta materiali del nostro benessere, ma ci anche dato un luminoso esempio di come si possa perseguire il miglioramento per sè, i propri cari, la comunità, con il lavoro serio, l’onestà, la forza silenziosa.

Sulla soglia dei 30 anni hai lasciato la tua terra, la tua famiglia per andartene dall'altra parte del mondo.
Lavoro, sacrificio per costruire un nuovo focolare, una famiglia che è cresciuta e ti ha circondato con grande affetto, accompagnandoti a superare la soglia dei 100.
Le poche volte che ci siamo incontrati mi ha colpito la tua energia, la  "quiet strenght" che si percepiva dai tuoi racconti, dai quali era bello conoscere un mondo diverso.
Eri attaccato alle tue radici, alla tua famiglia e specialmente a tuo fratello che chiamavi "la mia guida". Difficile dimenticare quella sera a Venzone in cui ci salutasti sapendo che era l'ultima volta.
Sei venuto al mondo in una casa senza riscaldamento, te ne vai mentre si intravede cone l'intelligenza artificiale governerà la nostra vita.  Dal Friuli si emigra di nuovo, non per sussistenza, ma per cercare stipendi adeguati.
Quanto ti viene risparmiato, dubito che ti piacerebbe.
Fin ta l'ultin tu as fevelat furlan, polse in pâs.

sabato 18 ottobre 2025

Monte Osternig

C'ero stato con Claudio in una vita precedente, la volta che passammo due notti in tenda con Francesco e le ragazze.
Da allora avevo solo accarezzato, le diverse volte che abbiamo raggiunto il Nordio-Deffar, questa celebre e frequentata cima con cui terminano le Alpi Carniche.
L'escursione è gradevole, in una bella giornata di ottobre, a passo tranquillo e senza difficoltà né fatica raggiungiamo la cima in 2 ore e mezza.
Il rinomato panorama offre una bella vista sull'ordinata vallata austriaca; purtroppo delle nubi in lontananza ci precludono quello a sud, sulle nostre Giulie.
La vera bellezza.

sabato 27 settembre 2025

Le questioni dell'età contemporanea

 di Alberto Mario Banti


Nel mio vagare di acquisto in acquisto (librario) la bussola sono certe passioni consolidate, le bibliografie di alcuni volumi, autori seguiti; talvolta la bussola non c'è e a "guidare" è la lista proposta dai bookseller online.

Una guida ragionata e competente la offre questo volume di grande interesse in cui Alberto Mario Banti seleziona, limitandosi alla storia contemporanea, alcuni temi storiografici, e cita gli autori che su di essi hanno offerto i contributi più significativi. Non, come dichiarato, un volume sulla storiografia, ma una proposta di antologia, certo sufficiente a riempire una mezza dozzina di vite di un lettore.

Questo l'elenco delle questioni, ad ognuna un capitolo, che può essere affrontato in maniera del tutto autonoma:

la rivoluzione francese; 
la rivoluzione industriale; 
nazioni e nazionalismi; 
il risorgimento italiano; 
le classi sociali; 
imperialismo/colonialismo; 
disciplinamento del desiderio, disciplinamento dei corpi;
la grande guerra; 
la rivoluzione bolscevica e l'Unione sovietica; 
il fascismo; 
la Seconda guerra mondiale: 'guerra civile europea', occupazioni e Resistenza; 
il nazismo e lo sterminio degli ebrei; 
il totalitarismo; 
storia delle donne, storia di genere; 
globalizzazione e conflitti culturali; teorie della civilizzazione.

 

domenica 21 settembre 2025

Libri a metà

Non riesco a finirli.

La causa deve ancora essere definita, stanchezza, distrazioni, forse ne comincio troppi.

Sul tavolino ce n'è una dozzina, altri li ho riposti.

Il Risorgimento di Banti era ben avviato, ancor di più la Storia del conflitto israelo palestinese di Vercelli.

Ma non li ho finiti, passando ad altro come la Storia di Roma di Momigliano, quella del Confine Orientale di Worsdorfer (questo lo avrò iniziato almeno 4-5 volte).

Il libro della Bonfreschi sul partito radicale ci è arrivato assieme a "Giustizia e politica" di Ferrajoli, che è un testo da meditare, appuntare, richiederebbe qualche giorno dedicato come per i libri dell'università, gli stessi da dedicare a "Storia minima della popolazione del mondo". Il pamphlet di Molinari sulla nuove guerra contro le democrazie forse riuscirò a finirlo, come non mi è riuscito per il libro di Corni su "L'italia occupata 1917-1918), come sicuramente  farò per "Come ordinare una bibilioteca".

Il grande cruccio è poi "Vita e destino", iniziato due o tre volte.

Nel frattempo stavo per cliccare il prossimo acquisto, ogni tanto mi riesce di trattenermi (meno male che c'erano Giuseppe e Andrea con me, altrimenti quella bancarella a Roma la svuotavo).

  

Dare i numeri

L'altro giorno stava seguendo un corso di formazione, elemento di partenza dell'argomento affrontato era una statistica per la quale le persone al lavoro rendono mediamente il 40% del loro potenziale.

Esaurita la spiegazione sull'importanza di sviluppare il potenziale latente, sono intervenuto per chiedere alla docente se sapesse come lo studio citato avesse calcolato il numero (mi riesce difficile immaginare i dati utilizzati per il calcolo, in effetti). Non lo sapeva, nonostante il suo ragionamento vi trovasse fondamento.

L'analisi dei numeri viene spesso trascurata, ai più diversi livelli, anche quanto da essi si muove per fare delle scelte importanti. E' una osservazione che ho avuto modo di fare spesso, intervenendo da consumato guastafeste in innumerevoli discussioni.

Un caso a mio avviso lampante è l'andamento della criminalità, i cui numeri sono costantemente i vistosamente in calo mentre si diffonde la percezione opposta, costantemente propalata, alimentata e posta alla base di ragionamenti ed opzioni politiche.

Una persona che conosco è aduso citare, appena la incontri, gli ultimi fatti di cronaca nera locale; ma vende allarmi, e una volta mi confessò: "se vendessi aspirapolveri, direi che è pieno di acari". 

Non ci vuole molto a capire che il mercato dell'insicurezza è spinto da spera di trarne dividendi economici e politici.

Poi ci sono i dati.

Gli omicidi nel 1991 erano 1938, l'anno scorso sono stati 301. La tabelle ufficiale (dati polizia criminale) è la seguente:

Il tasso di omicidi (Nr/100.000 abitanti) ci vede come tra i paesi con meno omicidi al mondo, negli ultimi 10.  La Francia ne ha il triplo, gli USA 10 volte tanto.

L'Istat ha effettuato, nel 2016 e poi nel 2023,  interviste che misurano anche i crimini non denunciati. Lo studio evidenzia un vistoso caso di persone coinvolte in delitti, con la prevedibile eccezione delle truffe informatiche:
Ci sarebbe da essere orgogliosi, al pari di desiderosi di migliorare ancora.
Ma molti preferiscono alimentare paure, creare insicurezze da scarica su nemici belli e pronti.

lunedì 8 settembre 2025

Cima del lago

Causa improvvisa defezione la programmata visita nell'agognata Val Cimoliana è tramutata nell'altrettanto desiderata ascensione della Cima del lago, già calendarizzata per il mese scorso e poi saltata.

Lunghezza e dislivello sono considerevoli e fonte di un pelo di preoccupazione. La difficoltà principale si rivelerà la fatica, soprattutto nella discesa.

La lunga ascesa offre ampia varietà di ambienti: sentiero di fondovalle, percorso nel bosco, ripido canale pietoso, costante salita che conduce alla sella del lago, 800 metri più sopra. 

Per lunghi tratti ci accompagna la severa sorveglianza della parete dello Iof Fuart, di fronte a noi.

Il cartello indica 1.10 alla cima, ci vorrà mezz'ora buona in più per arrivarci tra i mughi, qualche breve tratto in cui usare le mani, ed una lunga traversata che da un certo punto si svolge sul versante sloveno.

L'arrivo a quota 2116 offre il premio promesso, e anche qualcosa di più: oltre all'unica vista sul lago, un vasto ed eccezionale panorama che include tutte le principali vette delle Giulie, dal Canin fino al Mangart.

Una coppia di pietre pare una poltrona che invita a restare, contemplando la vera bellezza.

Il ritorno rende al solito di più l'idea di quanta è la strada percorsa. Fatico e faccio un po' da palla al piede, ma sono nondimeno felice.

Carta tabacco 19, sentiero 653, dislivello 1200, H min 970 max 2116 ascesa 4 h, discesa 3,5.










domenica 24 agosto 2025

La geodemografia

 di Massimo Livi Bacci


Diverse delle ultime letture, quella di Graziosi in particolare, hanno rinfocolato la mia curiosità sulla demografia ed in particolare sulla sua incidenza nelle dinamiche politiche e storiche.

Questa raccolta di interventi del massimo esperto italiano in materia offre diversi spunti interessanti, precisando che la geodemografia non è una nuova materia, ma una prospettiva che considera le popolazioni per gli effetti che provocano sul piano politico.

Gli otto capitoletti si fanno leggere facilmente, ripetendo alcuni concetti e fornendo spunti sui vari argomenti.

Il "breve ritratto della popolazione del mondo", oltre a fornire un quadro a "volo d'uccello" sulla storia della popolazione del mondo e le sue prospettive, ricorda che il rapporto tra la floridezza demografica e la potenza di un paese è problematico.

Livi Bacci parla poi di confini, etnie, capitali, delle migrazioni e del loro utilizzo come arma, soprattutto psicologica, soffermandosi su diversi casi che utilizza per esemplificare le sue argomentazioni.

domenica 17 agosto 2025

Slenza est

Escursione organizzata all'ultima, il caldo minaccia (ma anche la pioggia), ricorriamo ai "Sentieri del bosco", Slenza Est da Piani di Pontebba.

Una lunga carrareccia ci porta da ovest a est, un'ascesa di quasi 2 ore per arrivare ad un fenomenale ripiano prativo, dove inizia il sentiero nel bosco.

La lunga camminata nel bosco ci conduce alla meta, la casera alta, poco sotto le pendici della Slenza Est.

Tralascio la cima, il piacere questa volta è la strada, che è tanta e induce alla necessità di tornare, giusto in tempo per schivare la pioggerellina che ci accoglie a Piani. 




 


sabato 9 agosto 2025

Lago di Bordaglia

E' lo sfondo del mio desktop, è uno dei luoghi in cui ogni friulano dovrebbe tornare ogni 4-5 anni.


Ci tenevo a portarci i miei figli, dopo un bel po' di trattative riesco ad organizzare.

La partenza con qualche contrattempo suggerisce di abbandonare l'idea dell'anello, prendiamo la via diretta, l'inizio per la carrareccia consente un buon riscaldamento, il caldo non si fa sentire più del dovuto nelle due ore che portano alla casera bassa.

Con un po' di sorpresa la troviamo gestita da due giovanissimi ragazzi, abitata da un gruppo scout.

Dopo un breve ristoro raggiungiamo in mezzora il lago che è il nostro obbiettivo. Vinco la tentazione di un bagno, ricordando quello di quasi trentanni fa. Il pranzo nella pace e nella bellezza invita a restare, mi appisolo per poi incontrare una conoscenza, anche lui salito con la famiglia.

Quando viene l'ora di partire non manca il magone, provo a risalire dalla casera alta per rifare la foto.

Non è proprio la stessa, la vera bellezza mi dà un nuovo appuntamento 




venerdì 8 agosto 2025

La Cripta dei Cappuccini

 di Joseph Roth

Per molti anni ho indicato questo libro tra i miei favoriti, avendolo letto già al ginnasio grazie alle provvide prescrizioni della professoressa Lorenzon.
La qualità della narrazione di Roth si avvicina alla perfezione stilistica, garantisce un autentico piacere estetico della lettura che ho ritrovato ( forse superandolo) solo in Leonardo Sciascia.
In questo romanzo, tra i più noti dello scrittore asburgico e forse quello in cui maggiore è l'immedesimazione tra l'autore ed il protagonista, il tema centrale è la perdita del "mondo di ieri" e lo smarrimento di una generazione che dopo quella perdita non riesce a trovare il suo posto nel mondo, nella vita. 
Joseph Trotta è l'esponente di un'aristocrazia di giovane formazione, ma perfettamente integrata nel mondo mitteleuropeo che a Vienna vive senza svolgere alcuna attività che non sia l'impersonare i valori della monarchia asburgica. Fa parte di un gruppo di gaudenti che vivono "alla nottata", ostentando  disincanto verso le donne, la politica e i rapporti con le generazioni precedenti. La noia viene interrotta dalla visita di persone molto lontane da quell'ambiente, un cugino caldarrostaio sloveno ed un vetturino ebreo galiziano, che spezzano la routine del gruppo ma delineano lo spaccato di una società in cui le diversità nazionali, religiose e di classe trovano una composizione organica in un mondo raccolto accanto alla figura paterna dell'imperatore. 
I fatti sono narrati con il costante riferimento al senno del poi, letti quale costante presagio di una tragedia: "La morte incrociava già le sue mani ossute sopra i calici dai quali bevevamo".
La tragedia non è la guerra, ma la fine di un mondo che essa comportò.
Allo scoppio del conflitto (mirabile il passaggio in cui esso viene annunciato con il semplice riferimento all'incipit del celebre proclama con cui fu annunciata, da Francesco Giuseppe, "Ai miei popoli"), Trotta affronta i passaggi della partenza, della prigionia, del ritorno in una Vienna non più capitale di un impero, "vivo per errore":
"Ero di nuovo a casa. Tutti noi avevamo perso rango e posizione e nome, casa e denaro e valori: passato, presente e futuro. Ogni mattina quando aprivamo gli occhi, ogni notte quando ci mettevamo a dormire imprecavamo alla morte che invano ci aveva attirato alla sua festa grandiosa. E ognuno di noi invidiava i caduti. Riposavano sotto terra e la primavera ventura dalle loro ossa sarebbero nate le violette. Noi invece eravamo tornati a casa disperatamente sterili, coi lombi fiaccati, una generazione votata alla morte, che la morte aveva sdegnato "    
La modernità viene impersonata, per essere sdegnata, dalle attività cui si dedica la moglie Elizabeth, arti applicate, e dalla sua famiglia, i cui valori borghesi appaiono lontani da quelli che appaiono veri a Trotta.
Il figlio e soprattutto la forza della madre costituiscono un appiglio personale, che nulla può contro lo smarrimento per la perdita di qualcosa di più di una patria, di una identità. 
"Dove devo andare, ora, io, un Trotta?" 
La domanda che conclude l'opera è inevitabilmente destinata a restare senza risposta.
Riletto dopo molti anni, questo libro conserva intatta la sua classe. La qualità della narrazione è straordinaria, perle sono nascoste ovunque, specie dove piccoli dettagli costituiscono pretesto per osservazioni di carattere generale. Una maggiore conoscenza del contesto storico e la maturità dei 50 anni aiutano a comprendere ancora meglio alcuni passaggi.
   

Tina

 di Pino Cacucci


La via parallela a quella in cui ho passato la mia adolescenza è via Tina Modotti.

Un nome che ho quindi orecchiato da 40 anni, senza sapere esattamente chi era la persona a cui era appartenuto.

Si tratta di una delle udinesi più note fuori dai confini nostrani, per quanto la sua permanenza tra noi sia stata breve e, a giudicare da quanto racconta Cacucci, nemmeno delle più felici.

La sua vita si è infatti svolta tra gli Stati Uniti ed il Messico, con le significative parentesi in Spagna e Unione Sovietica.

Il racconto di Cacucci segue le vicende di una personalità molto forte, incentrate sul rapporto con l'arte fotografica e la passione politica, che da un certo punto in poi prevale. Appare singolare come una individualità così marcata abbia potuto assestarsi sulle posizioni più allineate allo stalinismo più ortodosso, di cui Tina fu nei fatti un agente.

Cacucci delinea una personalità inquieta soprattutto avvalendosi del rapporto con uomini molto diversi tra loro, Robo, Weston, Guerrero, Mella, Vidali, personalità forti conquistate dal fascino di una donna che non può che essere stato fuori dal comune. 


domenica 20 luglio 2025

Solo tu. Come loro.

Sportweek pubblicando le più belle foto della vittoria di Sinner si esercita nel giochino dell'individuazione (senza classifica) delle più grandi imprese sportive di sempre.
Invitandoci al nostro personale celo, manca.
E allora, limitandomi a quelli a cui ho assistito.
Marcell Jacobs campione olimpico dei 100, la più inattesa delle vittorie nella gara delle gare.
Marco con la barbetta gialla, le lacrime trattenute in eguale misura per il ricordo della fatica, per la gioia della vittoria e per il presagio di quello che gli sarebbe accaduto.
Alberto Tomba che vince dopo il gigante lo speciale olimpico interrompendo il festival di Sanremo.
Valentino che vince la sua prima gara in Yamaha e bacia la moto.
Filippo Magnini campione dei 100 stile.
I fratelli Abbagnale con peppiniello.
Stefano Baldini primo nella maratona che partiva da Maratona, cinto d'alloro nello stadio Panathinaikos.
Il gruppo di di Bearzot nel più grande mondiale che la storia ricordi.
Yuri Chechi più forte della sfortuna, re degli anelli.
La staffetta del fondo che regala ai norvegesi il loro Maracanazo.
Le ragazze di Velasco che rompono il tabù (a Julio non piacerebbe questa), ma anche le tante vittorie della generazione di fenomeni.
Un po' abbiamo goduto.

giovedì 17 luglio 2025

Ho visto Jannik Sinner

Mi avessero detto dieci anni fa che l'Italia non sarebbe andata ai mondiali e che un italiano avrebbe vinto Wimbledon, avrei riso di entrambe le previsioni.

Ma nella vita tutto può succedere.

Più forte di tutto e tutti, degli avversari che lo guardano sconsolati tirare così forte, della Wada, dei gufi che è meglio Alcaraz, della scimmia che poteva diventare quella incredibile sconfitta a Parigi, finalmente anche di quell'antipatico di Carlos, dopo aver vinto già 3 Slam, le finals, 2 volte la Coppa Davis, gli Internazionali, Sinner completa una carriera già da sogno vincendo il torneo dei tornei.

Un Italiano vincitore di Wimbledon!

Mentre molti dei cronisti ricordavano (bravi) Gianni e Rino che non sono riusciti a vederlo, Jannik si inerpicava sulla tribuna abbracciando mamma e papà e Mark.

Già, il ragazzo d'oro baciato dal talento e da una mente fenomenale è anche un bravo ragazzo, una persona che non ha perso l'umiltà e la capacità di riconoscere le cose che contano, che si dichiara orgoglioso di essere italiano.  

Le partite non riesco a vederle, troppa tensione. Ascolto in sottofondo e mi ritrovo i pugni serrati e il groppo in gola come per uno scatto di Marco, come per quella corsa di Marcello.

Le classifiche si sprecano, sarà il GOAT dello sport italiano, del tennis?

Probabilmente si. Ce ne freghiamo ora, ci godiamo l'abbraccio con papà Hanspeter.




domenica 6 luglio 2025

Carnera

 di Daniele Marchesini

In questo libro, che inseguivo da molti anni, si mescolano i tratti di una biografia del campione di Sequals e molto contesto storico.


L'informata ricerca di Marchesini mantiene un giusto equilibrio tra mito e ricostruzioni demolitorie, come dimostra l'assennato giudizio sui rapporti con il regime.

Carnera ebbe molte vite: bambino nel Friuli della fame più nera, adolescente emigrato in Francia e reclutato come gigante da esibire nel circo, giovane atleta costruito sia come pugile sia come personaggio in maniera controversa, campione celebrato ed utilizzato dalla propaganda del regime, poi rapidamente ex campione in declino e quasi alla fame, infine uomo capace di costruirsi una nuova carriera nella lotta, di nuovo campione del mondo.

Conobbe principi, capi di stato attrici e miliardari; la fame e gli abiti eleganti, il circo e le cabine di lusso dei transatlantici; la gloria e la solitudine dopo la sconfitta, la popolarità e l'abbandono di chi si era arricchito a suo danno.

Marchesini dedica attenzione alla vita degli emigranti, al contrastato affermarsi della boxe come sport popolare, al ruolo della malavita nell'affare che diventò, al giudizio sul reale valore sportivo di quello che fu soprattutto un personaggio, ma anche un atleta che seppe crescere, ai meccanismi della pubblicità e al ruolo dell'eroe sportivo nella società di massa, alla cura del corpo nella ideologia fascista, alla strumentalizzazione del campione poi seguita dalla censura applicata  alle immagini della sua sconfitta.

Sullo sfondo rimane l'uomo che fu il più grande campione espresso da questa terra, un uomo che conobbe la fatica ed il dolore, ma seppe rialzarsi e alla fine conquistare quello a cui teneva, il benessere per la sua famiglia.

Mi sovvengono, collegamento certo arbitrario, le parole di Gigi De Agostini in un'intervista alla Gazzetta di qualche settimana fa:

"De Agostini, che qualità si riconosce? 

La tenacia. Una volta in nazionale mi infortunai alla caviglia, Boniperti mi telefonò: guarda che domenica devi stringere i denti, sennò che friulano sei? Ogni volta che la vita si mette di mezzo ci ripenso. Ho avuto il tumore, ho problemi al cuore, sono brachicardico e di recente mi hanno messo un pacemaker. Ma guardo avanti con speranza e fermezza, sennò che friulano sarei?"

Primo restò uno di noi. Il vero momento di gioia descritto nel libro è quello, commovente, del suo ritorno da campione a Sequals, paese nel quale poi rientrò anche per morirvi e trovarvi sepoltura.

Non molti anni fa anche Giovanna Maria rientrò a vivere in Friuli, con queste parole: 

"Fin da piccola papà mi parlava continuamente del suo Friuli. Mi ha colpito nell’anima quella sua passione profonda per un paese che lo ha visto nascere povero ma che gli ha dato tanta ricchezza dentro: umiltà, dignità e un grande amore per la sua famiglia. Da anni volevo tornare in questo paese straordinario ma la vita ha voluto che prendessi un’altra strada. "