Sono giorni densi di eventi, parte di un momento che avvertiamo come quello di una possibile svolta per il nostro futuro, massì, diciamolo, per la storia.
Come nel 1989, come dopo l'11 settembre, come quando fu eletto Obama: non sarà più come prima.
E' vero che non dobbiamo lasciarci trascinare dal giudizio facile, comprendere che gli eventi non sono mai (così completamente) negativi o positivi come ci appaiono, comprendere che una sospensione del giudizio consentirà al medio termine di farci meglio valutare quanto accade. E' vero che ogni tempesta poi passa, che per quanto danni possa fare questo o quel governo, un giorno più o meno lontano ne verrà uno a sostituirlo.
Eppure, eppure, questo torno di giorni in cui la nuova amministrazione americana ha dimostrato di voler mantenere tutto quanto prospettato in campagna elettorale non può che indure in riflessione preoccupata.
Alcuni provvedimenti verranno ridimensionati nell'ambito dei check and balances, altri (o gli stessi) contribuiranno a mitigare gli eccessi dell'opposto estremismo della cultura woke e dei suoi consimili, tuttavia che una nuova fase si apra in via duratura per le relazioni internazionali appare un fatto ineluttabile.
Dazi, fine del multilateralismo, seria revisione dei rapporti atlantici caratterizzeranno i prossimi anni aprendo una stagione in cui sembra che a farla da padrone saranno i rapporti di forza, con noi europei a dover decidere se assistere al nostro definitivo declino o se siamo ancora in grado di prendere in mano il nostro destino.
Nel deserto di idee di un dibattito domestico in cui tutto viene visto sotto l'angolo visuale della piccola provincia (cioè se questo o quello giova o danneggia il governo in carica), è al solito il nostro Presidente ad accendere la luce, con due mirabili discorsi in pochi giorni, a Marsiglia per l'ennesima laurea e a Gorizia per Go25!
A Marsiglia, con lo spazio che una lectio magistralis gli consentiva, il Presidente ha ricordato il valore del multilateralismo e delle organizzazioni internazionali, il ruolo dell'Unione europea nel garantire settant'anni di pace.
Ha preso le mosse dall'attuale crisi dell'Ordine internazionale, per fare una parallelo con gli anni 30 del secolo passato. Si tratta di argomenti ben noti e già sviluppati sia da altri che dal Presidente, che in questa occasione ha particolarmente rimarcato il ruolo positivo dell'Onu e persino della Società delle Nazioni, ed ha pronunciato parole di chiarezza inusitata.
Quanto accadde dopo la crisi del 29 comportò la nascita di regimi autoritari "attratti dalla favola che regimi dispotici e illiberali fossero più efficaci nella tutela degli interessi nazionali". Il conflitto in luogo della cooperazione fu il progetto del Terzo Reich: "L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura." Quando negli anni Trenta del secolo scorso, assistemmo a un progressivo sfaldarsi dell'ordine internazionale, che mise in discussione i principi cardine della convivenza pacifica, a cominciare dalla sovranità di ciascuna nazione nelle frontiere riconosciute, la risposta fu l'appeasement. "La strategia dell’appeasement non funzionò nel 1938. La fermezza avrebbe, con alta probabilità, evitato la guerra. Avendo a mente gli attuali conflitti, può funzionare oggi?
Quando riflettiamo sulle prospettive di pace in Ucraina dobbiamo averne consapevolezza."
Rivolgendosi agli studenti, che vede partecipi, attivi, pieni di progetto, Mattarella ricorda che il loro (il nostro) attuale destino è frutto delle scelte volute dopo la Seconda guerra mondiale. "Cooperazione e non competizione. Fraternità laddove regimi e governi avevano voluto seminare odio". Il periodo di pace susseguito, che sarebbe giusto ricordare maggiormente, nel proposito che si prolunghi e non venga mai interrotta, dimostra che "la pace è possibile. Che una pace rispettosa dei diritti della persona, delle comunità e dei popoli, è possibile. Che non si tratta di aspirazioni ireniche, non sorrette da fatti."
Dopo la fine della Guerra Fredda sembrava compiersi "l’internazionalismo kantiano: sembrava a portata di mano una pace universale fondata sui valori liberali e democratici." Una breve illusione, durata ventanni e costellata di grandi progetti e aspirazioni ad una stagione in cui "l’umanità sembrava esser divenuta consapevole di essere legata a un destino comune, a una unica responsabilità".
Nella fluida situazione internazionale, con nuovi attori anche non statuali ed una nuova articolazione multipolare dell’equilibrio mondiale (G7, G20, BRICS), si riaffaccia, tuttavia, con forza, e in contraddizione con essa, il concetto di “sfere di influenza”, all’origine dei mali del XX secolo e che la mia generazione ha combattuto. Tema cui si affianca quello di figure di neo-feudatari del Terzo millennio - novelli corsari a cui attribuire patenti - che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica, per gestire parti dei beni comuni rappresentati dal cyberspazio nonché dallo spazio extra-atmosferico, quasi usurpatori delle sovranità democratiche."
Mancano solo nomi e cognomi, in questa fase che è di Conquista, come già altre in passato
Regole e strumenti ci sarebbero per affrontare questa fase e allora perché il sistema multilaterale sembra non riuscirci, con il rischio del ripetersi di quanto accaduto negli anni Trenta del secolo scorso: sfiducia nella democrazia, riemergere di unilateralismo e nazionalismi?
Oggi come allora si allarga il campo di quanti, ritenendo superflue se non dannose per i propri interessi le organizzazioni internazionali, pensano di abbandonarle.
Interessi di chi? Dei cittadini? Dei popoli del mondo? Non risulta che sia così.
Le conseguenze di queste scelte, la storia ci insegna, sono purtroppo già scritte."
Questa si che è chiarezza: a chi conviene, uscire dall'OMS? Ai cittadini americani? Dall'UE: agli operai inglesi?
Che fare? È il momento di agire: ricordando le lezioni della storia e avendo a mente il fatto che l’ordine internazionale non è statico.
Arriva il passaggio chiave, il nucleo di quello che vuole dirci il Presidente:
Che la pace non è un dono gratuito della storia.
Che statisti e popoli, per conseguirla, devono dispiegarvi il loro impegno.
Che la pace occorre volerla, costruirla, custodirla.
Anche con la paziente messa in campo di misure di fiducia.
Il ruolo chiave ce l'ha l'Europa.
L’Europa intende essere oggetto nella disputa internazionale, area in cui altri esercitino la loro influenza, o, invece, divenire soggetto di politica internazionale, nell’affermazione dei valori della propria civiltà?
Può accettare di essere schiacciata tra oligarchie e autocrazie?
Con, al massimo, la prospettiva di un “vassallaggio felice”.
Bisogna scegliere: essere “protetti” oppure essere “protagonisti”?...
L’Europa appare davanti a un bivio, divisa, come è, tra Stati più piccoli e Stati che non hanno ancora compreso di essere piccoli anch’essi, a fronte della nuova congiuntura mondiale.
E ancora, con orgoglio: "L’Unione Europea è uno degli esempi più concreti di integrazione regionale ed è, forse, il più avanzato progetto - ed esempio di successo - di pace e democrazia nella storia."
Cita Weil e Moro, Mattarella, per poi dire la sua. Un giorno (spero lontano) citeremo questo discorso:
L’Unione Europea - e in essa Francia e Italia - deve porsi alla guida di un movimento che nel rivendicare i principi fondanti del nostro ordine internazionale sappia rinnovarlo, attenta alle istanze di quanti dall’attuale costruzione si sentano emarginati.
La chiusura è solo formalmente rivolta agli studenti, parla tutti noi e soprattutto alla nostra classe dirigente:
Care studentesse e cari studenti,
la storia è incisa nei comportamenti umani.
Il futuro del pianeta passa dalla capacità di plasmare l’ordine internazionale perché sia a servizio della persona umana.
Le scelte di multilateralismo e solidarietà di oggi determineranno la qualità del vostro domani.
Si tratta di non ripetere gli errori del passato, ma di dar vita a una nuova narrazione.
Lacrime.
Grazie, Presidente, per averci ricordato in quale mondo vogliamo vivere.