mercoledì 10 giugno 2026

Ci avete rotto tutto

Iniziano i mondiali trumpiani, fanculo al calcio e ai veri tifosi, let's do a lot of money.


Non lo riconosco più, lo sport che amo fin dal mio primo ricordo in assoluto, papà che dice "Ci sono gli europei, ci guardiamo un sacco di partite" (Italia 80, 8 squadre, 14 partite in tutto).

Mondiale a 48 squadre, suddiviso in 3 nazioni ospitanti, giocano Capo Verde e Curacao. Noi non ci siamo, è un discorso a parte, una terribile delusione per i ragazzi, non siamo stati capaci di battere la Bosnia.

Leggo che i biglietti della finale sono da 4000 dollari in su: potranno comprarseli sono emiri, oligarchi russi, panzoni americani con fabbrichetta e qualche poveraccio idiota che vende la casa. I veri appassionati si fottano. Lo sport del popolo venduto per 4 soldi, che finiranno nelle tasche di pochi loschi figuri, regole vecchie di anni sacrificate all'americanata di turno, show nell'intervallo compreso.

Certo, domani si inizia a giocare e saremo tutti incollati alla tv. Lo spettacolo probabilmente sarà grande, lo guarderò anche io tifando per gli scalcinati e per quelli che giocano contro la Francia. 

Ma che tristezza, vederti così.


Ci han concesso solo una vita

Adesso dimmi come è andata?
com'è stato?
il viaggio di una vita lì con te.
Io spero tutto bene, tutto come
progettavate voi da piccole

Mi passa la vita davanti, mentre ascolto Liga che rispolvera i vecchi pezzi, in una serata a Bibione in cui Giove Pluvio si fa inaspettatamente generoso e ci risparmia il previsto acquazzone.

Penso che ho ricevuto quale inaspettato regalo dei 17 anni "Ligabue - Lambrusco Coltelli Rose E Popcorn", allora usava il vinile. Ero al primo anno di università quando ho consumato il cd di "Buon Compleanno Elvis". Appena iniziato a lavorare mi sono comprato "Miss Mondo", appena sposato canticchiavo "Fuori come va?". Quando è arrivato Ciccio sentivo che "L'amore conta" e che era il mio "Happy Hour" (Nomi e Cognomi. Nell'estate 2010, in preda ad un "Colpo all'anima", sentivo che il "Meglio deve ancora venire" (Arrivederci Mostro). E così via.

Suonano le vecchie canzoni in cui Luciano ci ha raccontato un po' i cazzi di una rockstar che va su e giù da un palco, un po' quelli nostri, quelli dei mediani, di quelli che giravano i calendari chiedendosi se stavano prendendo abbastanza, di quelli che si vedevano con una del loro stesso giro. Suonano soprattutto i pezzi rock, raccolti per album, e infatti quello più recente è del 2005. 

Luciano offre uno spettacolo gradito perchè propone i brani più noti, è raro trovarsi ad un concerto in cui si conoscono praticamente tutte le canzoni; e mi chiedo se concede questo ai fan perchè non riesce a dare altro, la grinta, l'adrenalina, la voglia di fare un po' di rumore. Sembra stanco, non sorride mai, parla poco, persino il momento pacifista sembra fatto per dovere di firma.

Canta che ti passa, anche il magone per quella vita che ci han concesso, qua non rimborsano mai, e che ti accorgi è già un bel po' in là, quasi si vede la fine.

Io non lo so
quanto tempo abbiamo
quanto ne rimane
io non lo so
che cosa ci può stare
io non lo so
chi c'è dall'altra parte
non lo so per certo
so che ogni nuvola è diversa
so che nessuna è come te

domenica 7 giugno 2026

Monte Musi, Cima est da Sella Carnizza

Tra le cime da non perdere ho puntato il Monte Musi, quota bassa ma dislivello importante,  vista la guida credo sia fattibile l'opzione da Sella Carnizza (mt 1086=, che raggiungiamo via Resia dopo un lungo percorso.

Ci inoltriamo nel bosco, seguendo dopo poco dei segnavia rossi che indicano dei sentieri che costeggiano il bosco in quota... forse un po' troppo.

Strada sbagliata in partenza, perdiamo quasi un'ora. recuperiamo nel bel bosco di faggio, che finisce a quota 1400 circa. Altra lunga variante in quota, fino ad una breve risalita che porta ad un  insolito paesaggio, in cui una frana ha raccolto giganteschi massi (alti anche 7-8 metri), ambiente quasi lunare. La salita nella roccia è parecchia, finche si apre la vista della sella, lassù. Sembra vicina, ma l'ultimo tratto è particolarmente ripido, devo ridiscendere per prendere lo zaino del mio compagno di escursione. Per lui la salita è finita, siamo quasi in vetta e al solito io non voglio perdermela. Dalla cima est si apre la vista, purtroppo velata, della pianura, in basso il bivacco Brollo domina da una posizione veramente inviadiabile.

Dall'altra parte il Canin e il Montasio, leit motivi delle ultime tre escursioni. L'ho visto prima da ovest, di taglio, poi da sotto la gigantesca parete nord, ora, lo osservo da lontano, nel suo vestito migliore, la parte sud che dà sui Piani. Tanta fatica, ma la vera bellezza non è lontana.

Lunghissima la strada del ritorno, ci aspetta una bibita fresca in uno dei due ristori vicino alla sella.





mercoledì 3 giugno 2026

La Repubblica e l'orgoglio

E' per circostanza casuale, a Riccardo viene consegnata copia della Costituzione, che per la prima volta partecipo alla celebrazione del 2 giugno.

Nei discorsi ed in interventi la cui preparazione ha richiesto lavoro e cura meritori si parla di Costituzione, di diritti, parecchio dell'importanza della partecipazione femminile, molto impegno dedicando all'intento di trasmettere certi concetti e certi valori ai giovani.

Giusta preoccupazione. Mi chiedo però quanto essi siano riconosciuti e rispettati anche da quelli che giovani non sono più.

La consapevolezza di cosa sia la Repubblica non c'è. Si parla di Italia, spesso per autodenigrazione, qualche volta con orgoglio acritico, mai si considera che sempre Italia poteva essere, ma non la Repubblica che dovremmo riconoscere ed amare, ma regime autoritario, oppure Repubblica popolare.

Ne parlo con i ragazzi. Quello che si celebra il 2 giugno è il fatto che i nostri nonni ci hanno dato un regime politico, sicuramente perfettibile, in cui la libertà ed i diritti hanno ancora un valore.

Io credo possiamo esserne orgogliosi.



domenica 31 maggio 2026

Febbre a 90'

di Nick Hornby

L'Arsenal ha vinto la Premier e poi si è giocato, perdendola giusto ieri, la finale di Champions. 

Non l'ho mai avuto in simpatia, men che mai da quando l'ha preso in mano Arteta. Tuttavia mi è parso indicato rendergli omaggio leggendo finalmente "Febbre a 90'"

In questo libro molto noto Hornby parla della sua ossessione per il calcio e per l'Arsenal in particolare, collegandola in vari modi alla sua vita personale che però sempre cede di fronte all'Arsenal.

Molte cose fanno di quest'opera un libro superato: fu scritto prima della formidabile stagione di Wenger che ha certamente mutato pelle al Boring Arsenal e probabilmente alla percezione che i tifosi hanno del club, e prima della nascita della Premier League, tanto che suona beffardo quel passaggio in cui si invidiano... gli stadi della Serie A!.

Molte altre però ne fanno un classico, capace di dare dignità ad una categoria, quelli che lui chiama gli ossessionati (trovandone anche qualcuno che lo è più di lui), che un mio amico definì i "malati di calcio", e per i quali io ho talvolta usato l'espressione "grande tifoso (dell'Udinese)".

Me ne vengono in mente almeno 4-5, tra i miei conoscenti.

Noi che quando ritroviamo quell'altro, conosciuto al liceo o giù di lì, ci mettiamo a parlare dell'ultima partita come se ci fossimo visti l'altro ieri e non cinque anni fa.

Noi che quando ci preannunciano una cerimonia familiare, guardiamo terrorizzati il calendario.

Noi che quando perdiamo, siamo incazzati fino al mercoledì.

Noi che ci mandiamo i messaggi per commentare quello che ha detto il mister Giacomini il lunedì sera. 

Noi che dopo una bella vittoria, ci svegliamo l'indomani stringendo ancora i pugni.

Noi che possiamo parlare per mezzora delle conseguenze dell'espulsione del povero Genaux. (Juventus - Udinese 0-3, e fu solo l'inizio)

Noi che non ci perdoniamo, quando manchiamo una partita di Coppa Italia, martedì alle 17.30.

Noi che è finito il campionato da una settimana, e tra 4-5 giorni cominceremo a sbuffare perchè non è ancora uscita la campagna abbonamenti.

Noi che uno di loro fa l'assicuratore. Una volta nel suo ufficio voleva vendermi qualche nuova polizza, alla mia resistenza fece una sensata domanda: "Ma tu, di cosa hai paura veramente?". Ed io: "Ma è chiaro, della retrocessione".  

Ah già, l'Arsenal. Il libro con scelta felice è organizzato quale commento a singole partite, con qualche rara vittoria, sopra tutte lo scudetto del 1989 in cui c'è il famoso paragone con l'orgasmo, e molte grigie partite ancor più delle prime capaci di costruire un legame unico e inscindibile tra il "grande tifoso" ed il club.

In molti passaggi mi sono divertito, in altri riconosciuto (quello che lui immagina come ipotesi, di sfottere un futuro figlio del Tottenham, io l'ho provato facendo piangere Francesco con una sfrenata esultanza durante una finale Juventus - Lazio, gol di Cataldi), altri mi hanno fatto riflettere nel momento in cui già trentanni fa intravedevano come un pericolo la perdita del legame con gli strati popolari e lo strapotere delle TV. Bisognerà ammettere che tutta questa crisi non c'è, a livello globale, lasciamo stare lo stato orribile della Serie A.

Hornby usa parole appropriate per descrivere perchè il calcio è uno sport bellissimo, perchè il ruolo del tifoso che guarda è anche quello di uno che lo spettacolo lo fa; racconta quella strana gelosia che ci coglie quando qualche neofita del tifo appena arrivato partecipa ad una vittoria come noi che la aspettavamo da tanti anni; come i tifosi assomigliano alle caratteristiche del club come i cani ai loro padroni.   

Datato, sì, ma con tutte le stimmate di un classico.

Anello dello Iof di Somdogna

Il progetto di una sera in bivacco viene abbandonato per via del tempo, sostituito da una escursione breve. Mi gioco lo Iof di Somdogna, che ritengo idonea a testare i ragazzi.

Dopo l'interminabile strada che porta alla Sella, ci muoviamo dalle 9, in rapida ascesa, per quanto la parte iniziale sia piuttosto ripida, e raggiungiamo in un volgere relativamente breve la panoramica cima. Siamo di fronte alla colossale parete nord del Montasio, mentre la vista spazia sulla val Dogna da una parte, sulle più importanti cime delle Giulie dall'altra.

Sono felice di condividere la vera bellezza con Riccardo e i suoi amici.

Scartiamo l'alternativa di una ridiscesa sullo stesso itinerario, per intraprendere l'anello, sperabilmente nella versione più breve. Alla quota prevista di 1610, però non riesco ad identificare il sentiero che deve condurci al Grego, probabilmente sommerso da un po' di neve residua. Procediamo quindi in costa fino a portarci a pochi metri dal bivacco Stuparich, che a questo punto visitiamo con promessa di tornare. 

Tornati al bivio per il 611 iniziamo una ripida discesa, che precorro quantificando di quanto dovrò risalire. Quanto il sentiero si inoltra nel bosco, in effetti, incontriamo due o tre strappi non particolarmente graditi, ma che superiamo di buona lena.

Alle 13.45 siamo al Grego, ci aspetta un buon pranzo servito con incredibile velocità, di fronte alla vista difficilmente comparabile che offre questo rifugio. Una breve sosta a guardare le grandi cime, ed anche il fronte di un temporale che avanza rapidamente, inducendoci a guadagnare tramite la pista di servizio l'auto.

    



martedì 26 maggio 2026

E adesso?

Ogni volta che finisce il campionato mi sovviene quella volta che Giovanni, in un mesto lunedì, mi disse: E adesso che cazzo facciamo fino a settembre?

Monte Schenone

Si riparte all'improvvisata, punto l'obbiettivo sullo Iof di Dogna. 

L'anello proposto dalla guida è parecchio lungo, penso di accorciarlo con un rientro diretto dopo aver doppiato le due cime.

Partenza alle ore 9 da Malga Poccet, raggiunta dopo una lunga percorrenza della rotabile da Pietratagliata. Ambiente magnifico e suggestivo. Abbandonata ben presto la mulattiera dopo il ricovero Jeluz, ci inerpichiamo sul sentiero che conduce ad una forcellina. Nel corso dell'ascesa ho una piccola contrattura, che non  mi impedisce di proseguire.

Il panorama è mirabile. Da un lato i monti di Pontebba, dall'altra la sagoma del Montasio in una inconsueta visuale "di taglio". Segeuendo la traccia a destra ci spostiamo, poco sotto la cresta, verso il Monte Schenone, che raggiungiamo soffermandoci accanto alla croce ad ammirare la vista, a quota 1950. 

Abbandoniamo la vetta perchè vogliamo dirigerci verso lo Iof di Dogna, con un po' di fatica individuiamo una traccia che scende nell'erba, fino a farci trovare un'esile sentiero marchiato 602, e finalmente risalire, non senza superare l'intralcio di fitti mughi. Siamo quasi arrivati, alla volta di una nuova forcelletta, suberntra la decisione di fermarci.

Non grande idea quella di rientrare con una variante: per evitare la ripida risalita sull'erba ci incamminiamo su un lungo tracciato in quota che ci porta ad un vistoso allungamento del percorso. Non senza fatica riguadagniamo la prima forcella. Le ascese sono finite, possiamo riguadagnare la macchina con il percorso dell'andata.

Quest'anno sono fortunato, in posti misconosciuti trovo sempre la vera bellezza.




 

giovedì 21 maggio 2026

L'archetipo italiano della libertà

Ricorrono oggi dieci anni dalla scomparsa di Marco Pannella

Con una formula bella e importante Francesco Merlo ha definito Marco "l’archetipo italiano della libertà, proprio come Garibaldi è l’archetipo dell’uomo d’azione, Berlinguer della moralità, Gramsci del pensiero profondo e Papa Giovanni della bontà". Archetipo della libertà. Bella definizione. E' la trovata dell'articolo nel quale la magnifica prosa di Merlo indulge nel ricordare episodi vecchi ed arcinoti (ma forse solo a me), regalando tuttavia diverse chicche e soprattutto rievocando la profezia che compose con Marco, quand'era prossimo alla fine, che da morto i suoi meriti sarebbero stati riconosciuti da quelli che da vivo lo disprezzavano e, soprattutto, non lo votavano.

L'articolo di Merlo triangola con il ricordo di Mattarella ed i tanti interventi degli amici: la cultura, le istituzioni, la sua gente, tutti uniti a rendere omaggio a Marco, tanti con un leit motiv comune che è "mi ha cambiato la vita".

Il triangolo ha al suo centro la gente comune, i carcerati, gli obbiettori, gli sconfitti, ai diritti dei quali Pannella ha dedicato la sua vita.

Giusto riportare le parole del Presidente della Repubblica: "Pannella ha legato il suo nome a campagne referendarie che hanno rappresentato svolte nella vita sociale, con l’uso dei referendum popolari come leva dell’azione politica. Il tema dei diritti civili, come espansione delle libertà costituzionali, ha costituito il filo che nel tempo ha legato le sue molteplici esperienze e alleanze.

Il leader radicale fu uomo del dialogo, come nel caso delle decisioni che portarono a interventi straordinari della Repubblica per combattere la fame nel mondo, oltre che protagonista in passaggi delicati della vita delle istituzioni.
Europeista tenace e convinto, coerente sostenitore dello Stato di diritto, irriducibile avversario della pena di morte, difensore della dignità dei detenuti, lascia un’eredità che riserva valori anche a chi non ha condiviso tutte le sue battaglie"

Da uomo delle istituzioni, è stato doveroso il ricordo in un convegno in Parlamento, con Rutelli, Letta, Casini, Martelli

I mille aneddoti si alternano nelle interviste, negli interventi alla maratona oratoria con il sincero rimpianto, come quello commosso di Ilaria Cucchi, non certo l'unica a rendere grato omaggio a quello che è considerato un maestro, che insegnava non in cattedra ma in strada, tra la gente. Ricorda Ilaria:  di Marco Pannella rimane molto, Marco Pannella è stato un esempio e un po' per tutti noi che ci occupiamo del tema dei diritti ed in particolare delle carceri. Personalmente io non potrò mai dimenticare quando Ilaria Cucchi, pochi giorni dopo la morte di suo fratello incontrò Marco Pannella, ed entrò a far parte del mondo dei radicali. Io credo che Marco Pannella sia stato, resterà per sempre l'esempio di cosa vuol dire fare politica e quella politica vera, quella politica alla quale io mi sono ispirata, che continua ad essere parte della del mio modo parte fondamentale del mio modo di lavorare,  la politica fatta per la gente, in mezzo alla gente... Non dimentichiamo mai tutto ciò che ha fatto per la realtà delle carceri, per i detenuti. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare quanta strada ha fatto sul piano dei diritti, grazie al suo instancabile impegno, ricordiamo tra tutti quanto si è speso per l'aborto, per esempio, per il divorzio e per tutte le battaglie legate ai diritti, e quindi, se è vero che oramai sono 10 anni che non è più tra noi, è altrettanto vero che se si semina qualcosa come ha fatto lui alla fine si rimane sempre senta. ...Ma la targa di Pannella ce lo portiamo tutti dentro io, per prima me la porto dentro si è sentito con me, come faceva notare dalle mie parole emozionate di prima, ed è un'emozione vera pura, perché ribadisco quello il modo di fare politica, Pannella è una targa che ci sarà per sempre e che ciascuno di noi nel suo piccolo si porta dentro e che continua a far crescere. La Cucchi parla di un legame, quello personale che Marco sapeva creare, per innata capacità di empatia e per sincero tratto umanista, con chiunque incontrava, e che riusciva a rendere un tutt'uno con un'iniziativa politica che interessava la persona che aveva di fronte, nella sua vita vera. Anche Folli parla della sua lezione, diventata un metodo che è la vera eredità: "Ravvivare ogni giorno la democrazia con le battaglie civili, il garantismo, la difesa non retorica dello Stato di diritto. Senza fossilizzarsi negli ideologismi che diventano incrostazioni burocratiche, non fare del sistema dei partiti un blocco corporativo. Senza dimenticare che dietro le idee ci sono gli uomini che le rappresentano". 

Persino il Principe, in una lontana intervista, si sbilanciò, parlando di "un amico": Pannella è una delle persone che amo di più.

Nei 10 anni dalla sua scomparsa se ne sono andati tanti altri: Massimo, Spadaccia, Cicciomessere, l'altro giorno Olivier Dupuis, i radicali non ci sono più e non sono nemmeno d'accordo su commemorazioni e sui muri cui appendere una targa. Ha detto Taradash che l'erede non c'è, un po' perchè impossibile, un po' perchè ancora vive: ed è stato bello un mese fa intitolare il convegno organizzato da Rovasio "10 anni di compresenza del nostro agire politico", in cui tra i tanti interventi c'è stato anche quello di un Vittorio Feltri in lacrime.
I giornali non si sono certo sprecati nelle commemorazioni. Al solito si è distinto il Foglio, che domenica ha dedicato la foliazione centrale ad una raccolta di scritti, interviste e discorsi originali del  leader radicale.
La lettura desta al tempo stesso piacere e nostalgia, la scelta operata dal giornale felicemente sintetizza alcuni elementi centrali del pensiero-azione di Marco.

La citatissima prefazione di Underground, oltre motivo per riproporre la famosa parte con le "beatitudini" (che non mi trattengo dal riproporre: Io amo invece gli obiettori, i fuori-legge del matrimonio, i capelloni sottoproletari  anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i nonviolenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste 
disperazione. Amo speranze antiche, come la donna e l’uomo; ideali politici vecchi  quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della  Destra storica. Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di  rafforzamento, anche solo contingente, dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni  sacrificio, morte o assassinio, soprattutto se “rivoluzionario”. Credo alla parola che si  ascolta e che si dice, ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuol essere onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive, ai testi più o meno sacri e alle ideologie. Credo sopra ad ogni altra cosa al dialogo, e non solo a quello “spirituale”: alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente d’evasione o individualistici – e tanto più “privati” mi  appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m’ingegno che siano  riconosciuti) diviene occasione per ricordare quella che fu "La ridefinizione di fascismo e antifascismo secondo Pannella". Nel proporre la sua ferma critica (politica, ma anche antropologica) al manicheismo rivoluzionario e alla lotta di classe, Marco attaccaTu che hai “compreso”, ti sei sentito “compagno” di Notarnicola (e hai fatto bene); che hai vissuto almeno quanto me fra sottoproletari, paria, emarginati, come puoi non comprendere il fascismo di questo antifascismo? Come puoi, ancora, sopportare l’inadeguatezza dell’ingiuria, dell’insulto, del disprezzo, del manicheismo dozzinale, classista, non laico, fariseo, nello scontro di classe che cerchiamo di vivere e di sostenere, nel viver diverso e nuovo che presuppone e che genera? Perché, anche tu, fra fucile, antifascismo e poteri-al popolo-a-pugno-chiuso, continui a vivere di quella vecchia nuova-sinistra che così puntualmente e efficacemente denunci nel libro? E poi... In tutta questa vostra storia antifascista non so dove sia il guasto maggiore: se nel recupero e nella maledizione d’una cultura violenta, antilaica, clericale, classista, terroristica e barbara per cui l’avversario deve essere ucciso o esorcizzato come il demonio, come incarnazione del male; o se nell’indiretto, immenso servizio pratico che rende allo Stato d’oggi e ai suoi padroni, scaricando sui loro sicari e su altre loro vittime la forza libertaria, democratica, alternativa e socialista dell’antifascismo vero. Il fascismo è cosa più grave, seria e importante, con cui non di rado abbiamo un rapporto di intimità. Con parole tanto semplici quanto ispirate il rifiuto della violenza trova la sua ragione politica: La violenza dell’oppresso, certo, mi pare morale; la controviolenza “rivoluzionaria”, l’odio (“maschio” o sartrianamente torbido che sia) dello sfruttato sono profondamente naturali, o tali, almeno, m’appaiono. Ma di morale non m’occupo, se non per difendere la concreta moralità di ciascuno, o il suo diritto ad affermarsi finché non si traduca in violenza contro altri; e quanto alla natura penso che compito della persona, dell’umano, sia non tanto quello di contemplarla o di descriverla quanto di trasformarla secondo le proprie speranze. Insomma, quel che vive, quel che è nuovo è sempre, in qualche misura, innaturale. Perciò non m’interessa molto che la vostra violenza rivoluzionaria, il vostro fucile, siano probabilmente morali e naturali, mentre mi riguarda profondamente il fatto che siano armi suicide per chi speri ragionevolmente di poter edificare una società (un po’ più) libertaria, di prefigurarla rivoluzionando se stesso, i propri meccanismi, il proprio ambiente e senza usar mezzi, metodi idee che rafforzano le ragioni stesse dell’avversario, la validità delle sue proposte politiche, per il mero piacere di abbatterlo, distruggerlo o possederlo nella sua fisicità.

La celebre intervista a Playboy, in un momento in Pannella era il personaggio del momento, contiene oltre a cenni biografici una miniera di spunti interessanti, il principale dei quali è la rivelazione per la quale Il mio manifesto, il manifesto dei radicali, ci viene da un grande poeta, Rimbaud: 'Le raisonnable dérèglement des sens', il ragionevole sregolamento dei sensi. Un politico che cita Rimbaud come canone di ispirazione etica e politica, questo era Pannella.

Il discorso tenuto in Parlamento il giorno della negata autorizzazione a procedere a Craxi, oscurato dalla grandezza del discorso di Bettino, ben evidenzia cosa era quel luogo, cosa la politica, prima che il ciclone di mani pulite li distruggesse, come puntualmente previsto da Pannella, che nondimeno restò coerente con i propri principi e votò per l'autorizzazione. Principi, pensiero, proposta politica coerente, tutto quanto è ormai impossibile trovare assieme oggi . 
 
L'intervento ad un convegno del 2011 fu l'occasione per riproporre la sua analisi sui nefasti effetti dell'obbligatorietà dell'azione penale, del suo essere fatto genetico di amnistia strisciante, clandestina e discrezionale posta nelle mani di ogni PM, chiaramente impossibilitato a gestire un numero  improponibile di processi: Questo è un lascito post-rivoluzionario napoleonico che la monarchia ha subito raccolto, per amministrare la giustizia come una giustizia di Stato, funzionariale, con il giudice,
una parte dei giudici che sono funzionari di Stato, non importa se del Re o della Repubblica. Dopo il fascismo si è stabilito il principio dell’obbligatorietà anche perché continuasse a inverarsi socialmente, sociologicamente, culturalmente questa concezione della giustizia come realtà statuale, statalista, burocratica nel senso migliore della parola; e insieme ad essa il problema di garantire l’indipendenza, problema che si pone con tanta maggiore enfasi soprattutto quando e dove ci sono la realtà di dipendenza oggettiva. Allora si spiega perché poi in Francia si siano un po’ meno preoccupati della indipendenza da garantire, fedeli a quel principio per il quale nemmeno la giustizia deve ritenersi un momento di discendenza divina e sacrale e deve anche essa essere in qualche misura sottoposta al principio democratico e alla concezione dello Stato di diritto, con tutti i guai piccoli o grandi che accadono.

Nell'intervista titolata Sinistra e pacifismo Pannella ha modo di esporre la nota critica al pacifismo in nome della nonviolenza:  “Perché i giovani sappiano, i vecchi ricordino e si cessi di ingannarli: il pacifismo in questo secolo ha prodotto effetti catastrofici, convergenti con quelli del nazismo e del comunismo. Se il comunismo e il nazismo sono messi al bando, il pacifismo merita di accompagnarli....Non violenza e democrazia politica devono vivere quasi come sinonimi. Da un secolo non vi sono guerre tra democrazie, diritto e libertà sono la prima garanzia. E il pacifismo storico, nei fatti, lo ha sempre ignorato”." 

Di estremo interesse e attualità il concetto esposto Al Parlamento europeo nel 2001:  «Voi conoscete l’uomo e la donna arabi e palestinesi solo se incontrano una pallottola israeliana; allora gli date  almeno l’ onore della sepoltura, l’onore del riconoscimento. Dinanzi ai cittadini palestinesi, arabi, del Medio Oriente, che quotidianamente muoiono, assassinati dai loro regimi - sauditi, basisti di destra, di sinistra - dall’alleanza storica, forte degli sceicchi e del potere mediorientale, alleato delle grandi
multinazionali del petrolio e di voi, sinistra più o meno comunista; dinanzi alla realtà curda, che non è solo quella turca, ma anche quella irachena e degli altri; dinanzi alla concreta vita delle donne e degli uomini sauditi, palestinesi, voi ve ne occupate solo se accade che la parte israeliana si scontri, a volte con gravi errori nei loro confronti. Vi accorgete dell’esistenza dell’umanità palestinese solo quando vi serve per denunciare il vostro continuo nemico di oggi, si chiami Stati Uniti d’America, si chiami  Israele... dove sta scritto che l’Unione europea si rende garante degli Stati nazionali, della loro indipendenza e della loro conquista? Non esiste in nessun posto, oggi, scritto nei cuori e nella cultura, il diritto allo Stato nazionale ottocentesco: esiste quello dei diritti civili, politici, umani, nei confronti di qualsiasi autorità statale, centrale o centralizzata, e di questo non avete nessuna nozione!»

Mi piace ricordarlo con le parole che gli dedicò, dieci anni fa Ferrara, soprattutto il saluto finale già allora denso della mancanza che da allora abbiamo provato: Teramano, carico di onorificenze sul campo, guru di una setta luccicante di vita, fu il più clericale dei mangiapreti e uno degli uomini più squisiti, dolci, teneri che la vita italiana pubblica e privata ci abbia dato il privilegio di sfiorare con le nostre infinite rozzezze. Ciao un cazzo, caro Pannella, addio piuttosto.

Con un canestro di parole nuove, calpestare nuove aiuole



martedì 12 maggio 2026

La repubblica di Weimar

 di Gunter Mai


Temo di aver sbagliato acquisto.

Questo agile libretto è incentrato sulle dinamiche politiche della Germania tra il primo dopoguerra e la presa del potere da parte dei nazisti, mentre io ero interessato agli aspetti sociali e culturali della Repubblica.