sabato 15 marzo 2025

Mandi Bruno

Se n'è andato, in un un silenzio così affine alla semplicità della persona che era, Bruno Pizzul.

Nel 2025 le notizie corrono veloci, senza necessità di attendere l'intermediazione del bravo cronista, e subito c'è stato un ininterrotto fluire di ricordi, dentro e fuori del mondo del calcio, di una persona che è stata uno dei più noti giornalisti sportivi, nonchè la voce più famosa d'Italia, legata per tutti ad un tempo in cui la nazionale era patrimonio di tutti e la nazione si fermava per la partita.


Certo, al solito per molti è il ricordo nostalgico di un bel tempo andato. Però è unanime il ricordo di un grande professionista, un pezzo della cultura popolare di questo Paese. 
Era la prima voce del calcio in Rai negli anni in cui primeggiavamo in Europa e nel mondo, titolare delle partite della nazionale dal 1986 al 2002, quelli in cui (dal 1990) abbiamo avuto sempre la squadra più forte al via delle manifestazioni internazionali. E' rimasto senza vittorie, con l'urlo strozzato soprattutto nella finale del 2000, meno ricordata di quella del rigore di Robertobaggio, delle notti magiche. Fu anche la voce della nostra prima trasferta a Lodz, ricordo che qualcuno commentò "si è capito finalmente per chi tifa" (noi lo sapevamo, leggevamo ogni domenica i suoi commenti misurati e competenti sul Messaggero). Fu la voce della notte dell'Heysel, del Milan a Barcellona e Atene, delle vittorie della Doria e del Napoli. La sua cronaca era misurata e volta a mettere al centro del commento la partita, i suoi protagonisti, non l'ego del commentatore, fatta di un linguaggio chiaro e competente. Come ha spiegato Piccinini, dopo i grandi predecessori che facevano una telecronaca "istituzionale", fu il primo a introdurre un po' di passione, ma con la capacità tutta friulana di non darsi troppa importanza. Origini contadine sempre rivendicate e alla fine volutamente riabbracciate, passato da calciatore, studi classici (fu anche Stelliniano: «Da Cormons, dove cominciai a giocare con la squadra parrocchiale, la Cormonese, andai a studiare al liceo Stellini di Udine. Un liceo elitario in cui quelli come me che si dividevano tra il calcio e il latino non erano visti di buon occhio, così optai per i più elastici professori del liceo Dante Alighieri di Gorizia che apprezzavano il mio doppio passo, sport e scuola, e mi portarono al diploma»), laurea in giurisprudenza. Giornalista sportivo per caso, una carriera che ha descritto così Riccardo Cucchi:  "È forse stata la straordinaria simbiosi che si è creata tra la cantilena familiare della voce di Bruno e l’udito, da essa rassicurato, di milioni di appassionati il segreto del successo popolare di Pizzul. Quasi fosse una forma d’arte, il suo timbro inconfondibile è entrato nell’immaginario di tutti, per decenni, facendone quasi uno di casa. Un abbraccio, quello con la sua voce, dato dal fatto che quella sonorità portava con sé quel garbo e quella saggezza, tipicamente friulani, che lo spettatore riconosceva immediatamente dal suo tono pacato ma competente. E accadeva mentre raccontava un rigore, un’azione, uno scontro di gioco. Nulla a che vedere con le telecronache urlate, frementi, schizofreniche di oggi, che descrivono un calcio talvolta ancora appassionante."
Lo hanno ricordano in molti, ex colleghi (bellissimo un articolo su Avvenire) e calciatori, tutti con parole che hanno spesso richiamato la sua genuinità di persona gentile e perbene, alcuni collegandola alle sue origini. Una persona capace di far commuovere nel ricordo un duro come Fabio Capello.

Anche noi lo ricordiamo con l'orgoglio di chi può considerarlo uno di noi, come ha ricordato uno striscione in marilenghe oggi allo stadio, mentre giustamente l'abbiamo onorato con un minuto di applausi.

Non siamo stati i soli. Domenica in molti stadi hanno trovato il modo di ricordarlo:
Verona: “Solo Onore a un grande signore, mandi e gracie Pizzul”: 
Napoli. “C’è un buco per Alemão voce di un calcio che non c’è più. Ora potrai raccontarlo anche lassù. Ciao Bruno”. 
Allianz Stadium: “Tu, voce della speranza in quella tragica notte. Ciao Bruno”. 
Foggia: “Quando il calcio era della gente tu lo raccontavi. Ciao Bruno Pizzul”
Genova: "Ciao Bruno, voce dei Nostri trionfi e di un calcio che non esiste più"

Il più bello è quello di Avellino: “Bruno Pizzul: ricordo romantico della mia gioventù, voce di un calcio che non tornerà più”.

Tra i video che lo ricordano uno dei più gettonati è quello del gol di Schillaci all'Austria. Crossa Vialli, segna Totò, esulta Bruno. Se ne sono andati tutti e tre.
Se li vedi saluta gli altri due, e Gianni Mura e Martellini, Ameri e Ciotti. 
Mandi Bruno. 

domenica 2 marzo 2025

Santa Maria la Longa

Le mie mansioni di tassista mi conducono oggi a Santa Maria la longa, paese di strada sulla via che conduce a Palmanova, con una stazione che vedevo le rare volte in cui, passandoci ogni giorno, ci arrivavo da sveglio.
Scopro che il grande murale che ritrae Ungaretti è dovuto al fatto che proprio qui è stata scritta la celebre poesia "M'illumino d'immenso", la piu cara a generazioni di studenti pigri ma spiritosi.
Il comune ha dedicato al ricordo una serie di foto che ritraggono momenti di vita locale, e targhe ovunque.
Accanto alla palestra le panchine recano l'una una poesia d'amore in marilenghe, l'altra una frase sull'importanza dei documenti nel metodo scientifico, attribuita ad un religioso cui è intitolata l'attigua biblioteca.
Pochi metri a fianco un cantiere segnala che è in costruzione un asilo nido, non lontano da schiere di casette ordinate e con giardini curati.
Il bel sole che mi scalda certo condiziona positivamente l'umore, tuttavia ho il netto sentore di trovarmi immerso nella civiltà, quella costruita dalle piccole cose.
O si, ne abbiamo tanto bisogno.

sabato 22 febbraio 2025

Ci vuole una proroga

Una mia fissa è stilare l'elenco delle cose da fare, abitudine proficua sinchè non comporta un dispendio di tempo superiore a quello profuso nel farle, le cose stesse.

L'anno passato, in vista del temibile traguardo del mezzo secolo, avevo compilato un duplice programma di lettura, da completare prima dello scadere della soglia.

I dodici libri che non ho ancora letto, ma devo leggere prima dei 50 anni.

I dodici libri che devo assolutamente rileggere prima dei 50 anni.

Come ampiamente prevedibile, il programma è stato quasi del tutto disatteso, in parte per la sua vastità, in parte per l'anno vieppiù complicato, in parte per le distrazioni che sottraggono imperdonabilmente tempo alla lettura.

Al secondo e terzo ordine di problematica è possibile porre rimedio, ed eccomi quindi a chiedere ed autoaccordarmi una proroga, fissando un più ragionevole termine di 3 anni da ora.

 Primo elenco:

  Secondo Elenco

Vita e Destino

Moby Dick  

I Buddenbrook                                  

I Fratelli Karamazov                        

L'uomo senza qualità                        

I Miserabili                                        

Oliver Twist                                      

Anna Karenina                                 

Un amore di Swann                         

Lessico Famigliare                          

La Certosa di Parma                        

Madame Bovary                                

Guerra e Pace

Il Dottor Zivago

Il giardino dei Finzi - Contini

Finzioni  

Sostiene Pereira

La Cripta dei Cappuccini

Il giorno della civetta

David Copperfield

Il Gattopardo

Papà Goriot

Appuntamento a Trieste

Uno, nessuno e centomila




giovedì 13 febbraio 2025

Genesis

 di Sebastiao Salgado

Se mi chiedessero di indicare un uomo che ammiro, probabilmente direi Sebastiao Salgado.
Ero ragazzo quando sul Venerdì di Repubblica pubblicarono il suo reportage sulle miniere d'oro da cui è derivato Gold, e fu l'inizio della mia fascinazione per la fotografia.
Quando ho scoperto Genesis, ho compreso che la bellezza delle opere era specchio del suo sforzo (della sua capacità) di rendersi tramite di un'altra e superiore bellezza, quella della natura e dei suoi abitanti.
Nel leggendario "Il sale della terra" Wenders ha narrato molto della vita e dell'opera di questo straordinario artista, concludendo con le immagini della tenuta che lui e Leila sono stati capaci di portare a nuova vita, riforestando ettari di terre divenute aride. La visione della vita che rinasce, per mano di un uomo, tocca ed emoziona.

Con Instituto Terra i Salgado hanno dato vita e corpo (milioni di piante) all'idea che non si debba rassegnarsi all'idea che il pianeta verrà devastato, che le immagini di questo magnifico giro del globonei posti meno raggiungibili non diventino, tra 50 anni, la testimonianza di un  mondo perduto.

Antardine, Amazzonia, Etiopia, Stretto di Bering, Indonesia, Magadascar, Arizona. 

In viaggi che fanno ricordare Mr Livingstone Salgado ha raggiunto mete le più sperdute, incontrato popolazioni che ancora vivono con antiche tradizioni e usi strettamente legati agli elementi della natura che li circonda, fotografato balene, caimani e ghepardi, iguane e pinguini, baobab e fiumi ghiacciati, le montagne a cima piatta dell'amazzonia e l'Ob gelato, iceberg e canyon, donne con dischi labiali e  bambini imbacuccati nelle pelli di renna.

Lunga vita, Tiao, see you in Amazonia







domenica 9 febbraio 2025

In quale mondo vogliamo vivere?

Sono giorni densi di eventi, parte di un momento che avvertiamo come quello di una possibile svolta per il nostro futuro, massì, diciamolo, per la storia.

Come nel 1989, come dopo l'11 settembre, come quando fu eletto Obama: non sarà più come prima.

E' vero che non dobbiamo lasciarci trascinare dal giudizio facile, comprendere che gli eventi non sono mai (così completamente) negativi o positivi come ci appaiono, comprendere che una sospensione del giudizio consentirà al medio termine di farci meglio valutare quanto accade. E' vero che ogni tempesta poi passa, che per quanto danni possa fare questo o quel governo, un giorno più o meno lontano ne verrà uno a sostituirlo.

Eppure, eppure, questo torno di giorni in cui la nuova amministrazione americana ha dimostrato di voler mantenere tutto quanto prospettato in campagna elettorale non può che indure in riflessione preoccupata.

Alcuni provvedimenti verranno ridimensionati nell'ambito dei check and balances, altri (o gli stessi) contribuiranno a mitigare gli eccessi dell'opposto estremismo della cultura woke e dei suoi consimili, tuttavia che una nuova fase si apra in via duratura per le relazioni internazionali appare un fatto ineluttabile.

Dazi, fine del multilateralismo, seria revisione dei rapporti atlantici caratterizzeranno i prossimi anni aprendo una stagione in cui sembra che a farla da padrone saranno i rapporti di forza, con noi europei a dover decidere se assistere al nostro definitivo declino o se siamo ancora in grado di prendere in mano il nostro destino.

Nel deserto di idee di un dibattito domestico in cui tutto viene visto sotto l'angolo visuale della piccola provincia (cioè se questo o quello giova o danneggia il governo in carica), è al solito il nostro Presidente ad accendere la luce, con due mirabili discorsi in pochi giorni, a Marsiglia per l'ennesima laurea e a Gorizia per Go25!

  
A Marsiglia, con lo spazio che una lectio magistralis gli consentiva, il Presidente ha ricordato il valore del multilateralismo e delle organizzazioni internazionali, il ruolo dell'Unione europea nel garantire settant'anni di pace.
Ha preso le mosse dall'attuale crisi dell'Ordine internazionale, per fare una parallelo con gli anni 30 del secolo passato. Si tratta di argomenti ben noti e già sviluppati sia da altri che dal Presidente, che in questa occasione ha particolarmente rimarcato il ruolo positivo dell'Onu e persino della Società delle Nazioni, ed ha pronunciato parole di chiarezza inusitata.
Quanto accadde dopo la crisi del 29 comportò la nascita di regimi autoritari "attratti dalla favola che regimi dispotici e illiberali fossero più efficaci nella tutela degli interessi nazionali". Il conflitto in luogo della cooperazione fu il progetto del Terzo Reich: "L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura."   Quando negli anni Trenta del secolo scorso, assistemmo a un progressivo sfaldarsi dell'ordine internazionale, che mise in discussione i principi cardine della convivenza pacifica, a cominciare dalla sovranità di ciascuna nazione nelle frontiere riconosciute, la risposta fu l'appeasement. "La strategia dell’appeasement non funzionò nel 1938. La fermezza avrebbe, con alta probabilità, evitato la guerra. Avendo a mente gli attuali conflitti, può funzionare oggi?
Quando riflettiamo sulle prospettive di pace in Ucraina dobbiamo averne consapevolezza."
Rivolgendosi agli studenti, che vede partecipi, attivi, pieni di progetto, Mattarella ricorda che il loro (il nostro) attuale destino è frutto delle scelte volute dopo la Seconda guerra mondiale. "Cooperazione e non competizione. Fraternità laddove regimi e governi avevano voluto seminare odio". Il periodo di pace susseguito, che sarebbe giusto ricordare maggiormente, nel proposito che si prolunghi e non venga mai interrotta, dimostra che "la pace è possibile.  Che una pace rispettosa dei diritti della persona, delle comunità e dei popoli, è possibile. Che non si tratta di aspirazioni ireniche, non sorrette da fatti." 
Dopo la fine della Guerra Fredda sembrava compiersi "l’internazionalismo kantiano: sembrava a portata di mano una pace universale fondata sui valori liberali e democratici." Una breve illusione, durata ventanni e costellata di grandi progetti e aspirazioni ad una stagione in cui "l’umanità sembrava esser divenuta consapevole di essere legata a un destino comune, a una unica responsabilità".
Nella fluida situazione internazionale, con nuovi attori anche non statuali ed una nuova articolazione multipolare dell’equilibrio mondiale (G7, G20, BRICS), si riaffaccia, tuttavia, con forza, e in contraddizione con essa, il concetto di “sfere di influenza”, all’origine dei mali del XX secolo e che la mia generazione ha combattuto. Tema cui si affianca quello di figure di neo-feudatari del Terzo millennio - novelli corsari a cui attribuire patenti - che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica, per gestire parti dei beni comuni rappresentati dal cyberspazio nonché dallo spazio extra-atmosferico, quasi usurpatori delle sovranità democratiche." 
Mancano solo nomi e cognomi, in questa fase che è di Conquista, come già altre in passato
Regole e strumenti ci sarebbero per affrontare questa fase e allora perché il sistema multilaterale sembra non riuscirci, con il rischio del ripetersi di quanto accaduto negli anni Trenta del secolo scorso: sfiducia nella democrazia, riemergere di unilateralismo e nazionalismi?
Oggi come allora si allarga il campo di quanti, ritenendo superflue se non dannose per i propri interessi le organizzazioni internazionali, pensano di abbandonarle.
Interessi di chi? Dei cittadini? Dei popoli del mondo? Non risulta che sia così.
Le conseguenze di queste scelte, la storia ci insegna, sono purtroppo già scritte."
Questa si che è chiarezza: a chi conviene, uscire dall'OMS? Ai cittadini americani? Dall'UE: agli operai inglesi?
Che fare? È il momento di agire: ricordando le lezioni della storia e avendo a mente il fatto che l’ordine internazionale non è statico.
Arriva il passaggio chiave, il nucleo di quello che vuole dirci il Presidente:
Che la pace non è un dono gratuito della storia.
Che statisti e popoli, per conseguirla, devono dispiegarvi il loro impegno.
Che la pace occorre volerla, costruirla, custodirla.
Anche con la paziente messa in campo di misure di fiducia.
Il ruolo chiave ce l'ha l'Europa.
L’Europa intende essere oggetto nella disputa internazionale, area in cui altri esercitino la loro influenza, o, invece, divenire soggetto di politica internazionale, nell’affermazione dei valori della propria civiltà?
Può accettare di essere schiacciata tra oligarchie e autocrazie?
Con, al massimo, la prospettiva di un “vassallaggio felice”.
Bisogna scegliere: essere “protetti” oppure essere “protagonisti”?...
L’Europa appare davanti a un bivio, divisa, come è, tra Stati più piccoli e Stati che non hanno ancora compreso di essere piccoli anch’essi, a fronte della nuova congiuntura mondiale.
E ancora, con orgoglio:  "L’Unione Europea è uno degli esempi più concreti di integrazione regionale ed è, forse, il più avanzato progetto - ed esempio di successo - di pace e democrazia nella storia."
Cita Weil e Moro, Mattarella, per poi dire la sua. Un giorno (spero lontano) citeremo questo discorso:
L’Unione Europea - e in essa Francia e Italia - deve porsi alla guida di un movimento che nel rivendicare i principi fondanti del nostro ordine internazionale sappia rinnovarlo, attenta alle istanze di quanti dall’attuale costruzione si sentano emarginati.
La chiusura è solo formalmente rivolta agli studenti, parla tutti noi e soprattutto alla nostra classe dirigente:
Care studentesse e cari studenti,
la storia è incisa nei comportamenti umani.
Il futuro del pianeta passa dalla capacità di plasmare l’ordine internazionale perché sia a servizio della persona umana.
Le scelte di multilateralismo e solidarietà di oggi determineranno la qualità del vostro domani.
Si tratta di non ripetere gli errori del passato, ma di dar vita a una nuova narrazione.
Lacrime.
Grazie, Presidente, per averci ricordato in quale mondo vogliamo vivere.

sabato 1 febbraio 2025

L'uomo assiale

 di Sergio Sarti


Ricevo tramite il figlio dall'editore, persona che conosco da molti anni, una copia di questo singolare libro di Sergio Sarti,  già professore di filosofia allo Stellini e autore di opere non molto note ma sono oggetto di una nuova attenzione.

Singolare è anche la struttura dell'opera, suddivisa in una prima parte composta da quaranta proposizioni che enunciano il programma etico dell'uomo assiale, ed una secondo in cui parte delle stesse viene commentata con ampi riferimenti storici e filosofici.

L'uomo assiale è la persona che rifiuta l'idea che l'esperienza umana si esaurisca nella sua corporeità, negli aspetti materiali, anzi crede che essa sia veramente tale ove riesca a rapportarsi con l'elemento trascendente, a riconoscere un valore superiore, il rapporto con il quale diviene momento qualificante dell'esistenza.   

Sarti ritiene che in ogni momento della civiltà vi sia stata una minoranza di persone che ha attinto questa consapevolezza, ed è stata capace di ritagliarsi con ciò una vita "spiritualmente sana", costituendo un modello che nel mondo moderno (il libro risale a 40 anni fa) viene per lo più rigettato dal prevalente materialismo.

Le proposizioni si incentrano sulla formula "tu sai", attenuandone una componente deontica, e disegnano un modo di essere che è un programma di vita.

domenica 26 gennaio 2025

Errori di prospettiva

C'è un errore molto comune, a cui è difficile sottrarsi.
Far dipendere il proprio giudizio su come vanno le cose dall'evoluzione delle nostre vicende personali.
Le cose mi vanno male, sul lavoro non riconoscono i miei meriti: "a questo mondo vanno avanti solo i raccomandati".
Ottengo una promozione a lungo attesa: "alla fine il merito trionfa".
Al netto del bias che ci porta a spesso a sopravvalutarci, ci vuole uno sforzo in più per sottrarci all'universalizzazione di quel che ci accade.

domenica 19 gennaio 2025

L'arte di essere Marco Pannella. Un manuale per chi brucia di passione e sa che nessuna regola è eterna

 di Patrizio Ruviglioni

Mi sono consegnato, prigioniero consapevole e volontario, alla bravura degli editor di questa piccola casa editrice, Blackie.

Non potevo resistere a questa copertina, al desiderio di lasciarla sul tavolino (dove rimarrà), nè al sottotitolo, e non ho resistito, come nel noto aforisma di Wilde.

L'autore di questo libretto, che lui definisce "una biografia in dieci lezioni di vita", è del 1995, Pannella ha fatto in tempo a conoscerlo nell'ultimo lustro della sua vita e quindi è per lui un uomo di un passato idealizzato, quello che per me possono essere stati Berlinguer o Moro.

Ne ha ricostruito episodi largamente (per un vecchio radicale quale sono) noti della vita, corredandoli con una decina di mini interviste a personaggi noti (c'è anche Toscani, ciao Oliviero!), che hanno parlato del loro Pannella, con l'intento di farlo conoscere alla generazione Z. Chissà quanti appartenenti alla medesima lo leggeranno, grazie comunque Patrizio per averci pensato e provato.

Estetica a parte, di per sè appagante, il libro non aggiunge molto alla mia conoscenza del leader radicale, in gran parte formatasi sul campo (radiofonico) e con le altre biografie che già campeggiano nella mia libreria.

E' interessante la scelta, del tutto personale, di trarre dalla vita di Marco dieci principi.

Io avrei messo come primo quello che mi ha insegnato, "pretendi da te stesso quello che chiedi agli altri", quelli che desume lui sono invece:

1) Prenditi il tuo tempo per diventare te stesso
2) Se gli altri seguono le regole, tu pensa a cambiarle
3) C'è sempre un modo per farsi sentire
4) Solo i morti non cambiano idea
5) La tua eredità sei tu
6) I problemi dei vicino sono i tuo problemi
7) Se non ci credi tu, non ci crederà nessuno
8) Guarda le cose da un'altra prospettiva
9) Vecchio è bello
10) Conta solo la felicità

Con un canestro di parole nuove, calpestare nuove aiuole


sabato 18 gennaio 2025

Gli occhiali d'oro

 di Giorgio Bassani

Un mio vecchio pallino è completare il "Romanzo di Ferrara", forse ce la farò a pezzi.

Il narratore-alter ego anche qui è un giovane ebreo studente in lettere, non sappiamo se si chiami Giorgio pure lui.

La trama si dipana in tre tempi. Nel primo di descrive la vita a Ferrara dello stimato medico Athos Fadigati viene descritta nella sua piena integrazione nella ricca borghesia della città, ove il successo professionale ed il comportamento riservato distolgono sguardi altrimenti occhiuti dalla sua presunta omosessualità. 

Dopo un intermezzo nel quale, complici le trasferte ferroviarie a Bologna, entra in contatto con il narratore ed il gruppo dei suoi coetanei, la scena si trasferisce a Riccione, dove la relazione con uno dei giovani (poi finita male) desta scandalo ed una reazione di rigetto del suo ambiente di riferimento.

Nasce una sorta di amicizia tra Fadigati e il narratore, colpito dal dramma della solitudine del primo, mentre la vicenda si incrocia con l'arrivo delle leggi razziali (sono entrambi ebrei).

Nel mentre il narratore si scopre l'unico a presentire il baratro verso cui ci si sta rivolgendo, il medico pone fine alle sue sofferenze con il suicidio.

Il ritorno della razza. Le radici di un grande problema politico contemporaneo

 di Andrea Graziosi


Mi faccio tentare dal nome di Andrea Graziosi, che anticipa con queste pagine un più ampio volume sulla rilevanza politica delle differenze tra gli uomini.

Buona parte dell'opera è dedicata ad un excursus storico, a partire dalla romanità, sulle concezioni che vi sono state nel mondo occidentale sul rapporto tra l'universalità degli appartenenti al genere umano e le differenziazioni tra gruppi di essi, tenendo ovviamente conto del criterio di distinzione e degli esiti giuridico-politici delle medesime.

Alla tragedia cui ha portato il razzismo scientifico un secolo fa ha fatto seguito una reazione di rigetto del concetto di razza, cui però sono seguiti da un lato la sostituzione  dell'argomento dell'ineguaglianza biologica delle razze con quello dell'assolutizzazione della differenza tra le culture, dall'altro l'utilizzo dello strumento della razza come fondamento delle "affirmative actions".

Le dinamiche economiche e demografiche comportano inevitabilmente un aumento della quota di popolazione che si connota per differenze di colore e di religione, aumento che si incrocia con l'invecchiamento della popolazione e con una situazione di aspettative decrescenti, in maniera che il tema dei "diversi" è da anni politicamente sensibile ed infatti costantemente posto al centro di un dibattito fermo a preconcetti e argomenti retorici e spesso aprioristici (aggiungo io, tanto sul piano dell'indiscriminata accoglienza quanto su quello dell'ostilità venata di reale razzismo).

La sollecitazione di Graziosi è nel senso di aprire una discussione razionale e aperta sul tema di una integrazione che è necessaria, utilizzando le esperienze di altri paesi, ponendo la necessaria attenzione all'ascolto delle componenti che si sentono minacciate, ma anche ricordando un paio di punti fermi.

Il primo è che l'utopia di società, stati e popoli etnicamente puri, i cui riferimento sono storicamente inesistente, è comunque finita.

Il secondo è che "gli esseri umani, nella loro infinita varietà e diversità, sono tali in quanto individui dotati di ragione, lingua, coscienza e libero arbitrio e non perchè appartengono a questo o quel gruppo collettivo o categoria. Queste categorie possono essere e spesso sono espressione di differenze reali e sono altrettanto spesso utili, e persino indispensabili, all'analisi della realtà. ma anche quando lo sono è fondamentale ricordare che si tratta comunque di nostre creazioni intellettuali transeunti e instabili, che radunano e accomunano 'senza chiedere permesso' esseri umani liberi di cambiare idea, responsabili delle proprie scelte e che come tali vanno trattati e rispettati"