domenica 18 gennaio 2026

Il mondo di ieri

 di Stefan Zweig


Da molto nutrivo il desiderio di affrontare questa autobiografia del tutto singolare.
Singolare perchè di una vita non vengono narrati se non in minima parte gli eventi, ma le idee, la tensione intellettuale e spirituale; perchè appare davvero stupefacente la quantità di individui eccezionali con cui Zweig entrò in relazione ed amicizia, Freud, Strauss, Mann, Sahw, Croce, Rodin, Dalì, Rilke, Pirandello, Toscanini, Hesse, e molti altri i cui nomi, in tutta sincerità, ho appreso leggendo. Singolare infine per la coincidenza con anni terribili, in cui il mondo imperniato sulla sicurezza e l'immobilismo estetizzante dell'Austria Felix cedette il passo al passo dell'oca delle camicie brune, battistrada di quella che dovette apparirgli, tragica al punto da rifiutarne la sopportazione, la vittoria dell'irrazionalità sul mondo della spirito.
Una buona sintesi si trova nella sua stessa prefazione: 
Nel periodo prebellico ho conosciuto il grado e la forma più alta della libertà individuale, per vederla poi al più basso livello cui sia scesa da secoli; sono stato festeggiato e perseguitato, libero e legato, ricco e povero. Tutti i cavalli dell'Apocalisse hanno fatto irruzione nella mia vita, carestie e rivolte, inflazione e terrore, epidemie ed emigrazione; ho visto crescere e diffondersi sotto i miei occhi le grandi ideologie delle masse, il bolscevismo in Russia il fascismo in Italia, il nazionalsocialismo in Germania, e anzitutto la peste peggiore, il nazionalismo che ha avvelenato la fioritura della nostra cultura europea. Inerme e impotente, dovetti essere testimone dell'inconcepibile ricaduta dell'umanità in una barbarie che si riteneva da tempo obliata e che risorgeva invece con il suo potente e programmatico dogma dell'antiumanità. A noi fu concesso di vedere, dopo secoli e secoli, guerre senza dichiarazioni di guerra, ma con campi di concentramento, torture, saccheggi e bombardamenti sulle città inermi, di vedere orrori che le ultime cinquanta generazioni non avevano più conosciuto e che quelle future è sperabile non più tollereranno. D'altra parte, quasi per paradosso, nello stesso periodo in cui il nostro mondo regrediva moralmente di un millennio, ho veduto la stessa umanità raggiungere mete inconcepite nel campo tecnico e intellettuale, superando in un attimo quanto era stato fatto in milioni di anni: la conquista dell'aria con l'aeroplano, la trasmissione della parola umana nello stesso secondo per tutto il pianeta e quindi il superamento dello spazio, la disgregazione dell'atomo, la guarigione delle più subdole infermità, la quasi quotidiana attuazione insomma di quanto ieri era ancora inattuabile. Mai prima d'oggi l'umanità nel suo insieme si è comportata più satanicamente e non mai d'altra parte ha compiuto opere così prossime a Dio.
Ahi ahi Herr Zweig, la mia curiosità era al tempo stesso vellicata e frenata dal timore di confrontare le sue riflessioni con quelle indotte dall'attualità.
Il mondo di ieri era quello della Vienna, grande capitale di impero millenario, in piena bella Epoque, il "mondo della sicurezza e della ragione creatrice, in cui noi avevamo avuto educazione e dimora". Certo il figlio di un ricco industriale che poteva permettersi di dedicarsi in toto alle aspirazioni artistiche viveva diversamente da un contadino, un bottegaio o un operaio, e diversamente doveva serbare ricordo di quel tempo; ma quell'epoca in cui il continuo progresso scientifico materiale appariva espressione di un'inarrestabile ascesa verso  tempi migliori certo iscriveva tutti nella categoria che Clark ha definito dei "sonnambuli".
Siamo anche noi sonnambuli? Ci troviamo anche noi, alla lettura delle notizie, come Zweig nel 1913 mentre seguiva la guerra balcanica: "Ogni volta si sussultava spaventati, per poi trarre un gran sospiro dicendo: "Questa volta non ancora, e speriamo mai!"?
Dopo la follia della guerra, la lenta ripresa, e per Zweig una stagione di successo personale ed artistico, una realizzazione piena, in un decennio bruscamente interrotto, nel 1933, dall'ascesa la potere di Hitler. 
Due volte sull'altar, due volte nella polvere.
I libri, prima venduti a milioni, bruciati e vietati, l'esilio prima intermittente e poi definitivo, una dolorosa presa d'atto.
La seconda guerra che arriva, ma questa volta con le masse che l'accolgono fataliste e taciturne, avendo perso l'ingenua credulità di quelle del 1914. 
Il racconto dell'esilio è sfumato, e gli aspetti personali rimangono sullo sfondo della descrizione della temperie morale. Zweig fu soprattutto un intellettuale europeo che tentava di edificare una Repubblica delle lettere, in cui la sovranità appartenesse alle idee, fondata sull'amore per l'arte, la musica, la poesia, sui valori della fratellanza e dell'umanesimo, sulla convinzione dell'appartenenza ad una comune civiltà.
Non potè quindi affrontare, alla soglia dei sessantanni, l'affermarsi dei totalitarismi e del nazionalismo, l'ascesa di Hitler che con visione forse semplicistica individua come fonte dell'odio che stroncò per la seconda volta il suo sogno.  
Il racconto termina il 1 settembre 1939.  
La pagine più accorate sono quelle in cui viene descritto "il mondo di ieri", nel primo capitolo significativamente intitolato "il mondo della sicurezza", per la facilità con il quale nel medesimo si poteva prevedere l'andamento di una vita, nel quale "Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito: tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisa... tutto nel vasto impero appariva saldo e inamovibile". La sicurezza ed un progresso economico costante riflettevano magnifiche scoperte scientifiche portate ad immediato utilizzo (luce pubblica, telefono, auto), si dedicava tempo e risorse alla cura del corpo, allo sport, alle vacanze; si diffondevano diritti per le persone, vi era una "fede nella irrestibile forza conciliatrice della tolleranza. Lealmente credevamo che i confini e le divergenze esistenti tra le nazioni o le confessioni religiose avrebbero finito per scioglersi in un comune senso di umanità, concedendo così a tutti la pace e la sicurezza, i beni supremi".
Nel caso particolare di Vienna tanto benessere materiale e spirituale induceva ad una speciale aspirazione per la cultura, in particolare la poesia e la musica. Zweig ne descrive i tratti, soffermandosi sul ruolo che vi ebbe il desiderio di integrazione della borghesia ebraica. 
A completamento del quadro Zweig si sofferma su due aspetti. Il primo è legato al sistema educativo, che giudica rigido, arido e inutile se non alla funzione di soggiogare lo spirito degli allievi e introdurli in condizione di inferiorità nel sistema, nel quale la gioventù era vista come un peccato, un vizio da superare. Il secondo si collega alla ipocrita eliminazione della sfera della sessualità e del corpo dagli argomenti di cui si poteva occupare la società, con l'ovvio risultato di confinarla alla clandestinità.
Uscito dal liceo, Zweig potè permettersi non solo di dedicarsi alla sua passione per l'arte (cita l'interessante assioma di Emerson, per il quale "i buoni libri sostituiscono la migliore università, e si può diventare un ottimo storico, filosofo o giurista senza aver frequentato l'università e nemmeno il liceo", ohibò questa la pensavo pure io), ma anche a soggiorni all'estero nel corso dei quali la sua tensione al cosmopolitismo trova nutrimento nella conoscenza di importanti artisti di altre nazioni, prima in Europa, poi in America, in Africa e in India.
Con il senno del poi, Zweig racconta di come, in contrasto con la comunione spirituale che aveva intessuto con poeti e scrittori francesi, belgi e italiani, avvertì da diversi segnali l'avvelenarsi del clima che portava alla guerra europea.
Della guerra ricorda soprattutto il contrasto fra l'accorrere al richiamo patriottico della maggior parte degli intellettuali e la realtà bellica, pur intravista da lontano, in un campo di prigionieri russi nel quale "ebbi subito l'impressione che quegli uomini semplici sentissero la guerra con più umana equità dei nostri professori universitari e dei nostri poeti: cioè come una sventura da cui erano stati senza loro colpa toccati, e perciò appunto chiunque fosse implicato in quella disgrazia finiva per essere considerato una specie di fratello".
La sua reazione fu partecipare alla "lotta per la fraternità spirituale", in cui ebbe un ruolo speciale un soggiorno in Svizzera nel quale potè constatare il mantenimento, nella comunità di esiliati delle opposte parti, di una visione del conflitto come evento di crudeltà e violenza.
Alla fine del conflitto, Zweig, tornò in Austria stabilendosi a Salisburgo, che vide trasformarsi da piccolo borgo in città grazie alla sua vocazione culturale e agli eventi ad essa collegati. Superate le grandi difficoltà dell'immediato dopoguerra di cui dà conto, furono per lui gli anni del successo e della fama, penso di possa dire della felicità, lunga il decennio dal 1923 al 1933. Quest'ultimo viene individuato come spartiacque per la presa del potere di Hitler, poi seguito in rapida successione dalla annessione dell'Austria e dal precipitare del mondo verso la guerra. Zweig narra gli episodi personali che gli svelarono il mutamento della temperie morale, che lo videro protagonista del bando e poi della distruzione dei suoi libri, fino alla inevitabile scelta dell'esilio, che lo vide in Inghilterra nel momento degli eventi decisivi: "E mi fu chiaro: ancora una volta il passato era morto, il lavoro compiuto cancellato, l'Europa, la nostra patria per la quale avevamo vissuto, era distrutta e per un tempo che andava ben al di là della nostra vita."
Zweig nella inevitabile delusione e stanchezza sbagliava sulla misura del tempo che poteva ricostituire la fratellanza europea, la sua vita avrebbe potuto vedere il trattato di Roma nel 1957; ma forse aveva già prefigurato l'estremo passo.
In questo passaggio definisce, nel 1941, l'Europa "la nostra patria": se mai l'Europa sarà, Stefan Zweig dovrà essere considerato un padre della patria. 
 

venerdì 2 gennaio 2026

Storia dei beni di Pesariis

 di Luciano Sidar

 

Questa breve ma accurata opera, che risale al 1957, si occupa di un frammento di storia locale collegato all'esistenza, in un comune della nostra Carnia, di una proprietà collettiva di beni attribuita alla frazione di Pesariis, facente parte degli antichi istituti degli usi civici .

L'opera si incentra su una trentennale vicenda giudiziaria che vide contrapporsi, un secolo fa, il Comune di Prato Carnico e la sua frazione, che chiedeva il riconoscimento di un antichissimo diritto di proprietà su boschi e prati.

La puntuale analisi dei processi viene preceduta ed accompagnata da cenni alla storia locale e agli istituti giuridici di riferimento, frutto della profonda cultura dell'autore, per decenni segretario comunale di Prato Carnico, e di ricerche di archivio che, considerato l'anno di edizione del volume, meritano sicura ammirazione. 

La vicenda risale al tempo del Patriarcato, e alle donazioni e privilegi attribuite agli abitanti della Carnia (già nel XIII secolo), poi confermati dalla Serenissima nel 1420, a seguito della dedizione di quelle terre al suo dominio. In sostanza la proprietà delle terre veniva formalmente mantenuta dal governo centrale (prima la Patria, poi la Serenissima), che però cedeva possesso ed uso agli abitanti, garantendo anche la tutela di usurpazioni e appropriazioni. 

Lasciamo la parola a Luciano, pagina 121: I Patriarchi di Aquileia che ebbero il dominio anche civile sulla Carnia fino al 1420, incominciarono a regolare l'uso dei boschi comunali confermando e legittimando lo stato di possesso, e la Repubblica Veneta subentrando nella detta epoca ai Patriarchi, assicurò ai Carnici che i loro privilegi e consuetudini sarebbero rispettati. Ed in seguito la Repubblica impedì le usurpazioni, le alienazioni e le divisioni dei beni allo scopo di conservare in perpetuo il godimento alla generalità degli abitanti, come si deduce dai decreti Ducali 16 luglio 1420, 16 aprile e 15 febbraio 1726 e dai Decreti in Pregadi 28 giugno 1557 e 9 gennaio 1602. Appunto col Decreto di Pregadi del 9 gennaio 1602 fu stabilito di formare un catasto di beni comunali per rispettare lo stato di fatto e di possesso esistente, di consacrare e confermare con atto di autorità a ciascun Comune il godimento dei fondi che già possedeva. Ed a tale scopo furono incaricati i periti Peretti e Banderini, i quali certamente, oltre ad un esame delle singole località dovevano, in mancanza di titoli e documenti, prestar fede ai merighi ed ai vecchi del tempo i quali deferivano giuramento, in quanto la consuetudine costante, non interrotta, ammessa specificamente da tutti, assurgeva a titolo legale per la affermazione di proprietà.

Dopo la parentesi napoleonica, fu il governo austriaco a rinunciare anche formalmente alla proprietà dei beni nel 1839. La volontà di dare una veste formale a tale proprietà indusse i frazionisti, nel 1894, a richiedere al Re Umberto, che la concesse con R.D. del 1896, l'autorizzazione a mantenere un patrimonio separato da quello del Comune.

Fu poi la mancata esecuzione da parte del Comune del Decreto che vide iniziare una lunga vertenza, con ripetute azioni, appelli e ricorsi di cui l'autore ripercorre con precisione l'evolversi, con malcelata simpatia nei confronti dei frazionisti, facendo diffusa citazione dei contrapposti motivi e riportando ampi stralci dei provvedimenti.

Le argomentazioni delle parti, che sono riassunte in un efficace dialogo immaginario a pagina 134, si fondano sugli antichi documenti, sulla collaborazione di valenti consulenti non solo legali, ma anche storici. Desta interesse che gran parte della causa si concentri sul contenuto della perizia effettuata nel 1606, quale testo di riferimento dell'estensione fisica del diritto di proprietà della frazione.

La durata della causa, che inizia in epoca crispina, vede sullo sfondo il Regno d'Italia passare dallo stato liberale, attraverso la guerra, al regime fascista, portando l'autore a confrontarsi con la legge comunale e provinciale del 1915 e quella del 1934, e terminando in una fase in cui era entrato in vigore il Regolamento 332 del 1928 sul riordinamento degli usi civici.

I riferimenti alla dottrina amministrativa completano un quadro in cui i documenti funzionali alla descrizione della vicenda amministrativa contribuiscono a delineare cenni utili alla conoscenza storica generale della val Pesarina e della Carnia, come nel secondo capitolo espressamente dedicato al loro ordinamento amministrativo. Le note danno conto delle fonti consultate e utilizzate dall'autore, con opera che costituisce un riferimento di sicuro interesse per eventuali approfondimenti che vengono suggeriti: 
Il mio studio è, così, finito. Il compito era arduo; e certamente tale da non permettere una indagine completa, una ricerca esauriente di notizie che si perdono nella notte dei tempi.
Gli archivi (sopratutto quello statale di Venezia) sono prodighi di documenti di inestimabile valore: ma racchiudono in sè la cronaca di secoli accumulata giorno per giorno, raccontano della vita, riflessa nei rapporti amministrativi e giuridici, di generazioni e generazioni: ed è difficile, in poco tempo, ascoltare per tradurre a chi vorrà leggere queste poche pagine, tutto ciò che il passato ci dice in una lingua ieratica e complessa, spesso contradditoria.
Perchè bisogna scegliere tra affermazioni contrastanti, e non sempre si è preparati a vedere giusto nella scelta.
Ma avrò fornito almeno un pretesto ed una traccia, a chi vorrà soddisfare appieno la propria curiosità, introducendolo nello studio di una materia nobile e piena di insegnamenti: la storia del nostro canale, dei privilegi di queste genti, dell'attaccamento che ognuno, quassù, ha avuto per la sua terra.
Si, perchè gli insegnamenti sono molti: e dovrebbero essere raccolti non solo dalle popolazioni ma anche da tutti coloro che reggono la cosa pubblica.I nostri antenati - uniti in libero comune - hanno saputo sempre amministrare con profitto i beni avuti dalla munificenza sovrana, difendere i loro diritti, adeguarsi ai tempi, rendere possibile la vita anche in una valle che allora sembrava inaccessibile; e però la signoria, patriarcale o veneta, non ha mai dimenticato che aveva l'obbligo morale e materiale di soccorrerli con saggi provvedimenti e di non chiedere mai troppo per i bisogni dello stato.
L'esempio deve essere seguito : le nostre popolazioni, rese operose e intelligenti dalla avarezza del suolo, devono oggi trovare la via più idonea per sopravvivere nell'inesorabile sviluppo di quel grave fenomeno che è lo spopolamento della montagna, abbandonando certe attività antieconomiche, ma raddoppiando energie in quelle attività che possono procurare un reddito sicuro, quali il rimboschimento di tutti i terreni in progressivo abbandono, l'ospitalità per il forestiero ecc.; ma chi governa dovrebbe senza indugi capire che è ora di dare un nuovo assetto all'economia montana.
Le parole corrono, il discorso trascende. Le mie possono essere delle ben sprovvedute considerazioni.
Ma se la rievocazione di un modo di vivere che ci tramanda gloriose tradizioni oggi ritenute simbolo della tenacia e dell'orgoglio umano; se il ricordare vicissitudini che provocarono divisione di animi in una stessa grande famiglia rendendo però, nella necessità, più acuto l'ingegno; se il ragionare intorno al più saggio uso dei beni comuni nell'osservanza dei diritti e dei doveri stabiliti dalle leggi; se tutto questo contribuirà a comprendere, con sincerità di intenti, che tutti gli avvenimenti descritti spesso furono ineluttabili e spesso prodotti dalla mancanza di quella comprensione che anche oggi si cerca, allora potrò considerarmi scusato di tutte le lacune che si indicheranno nel mio lavoro.

Credo che in circolazione siano poche le copie di questo volume. Dalle mie ricerche ce l'hanno la Joppi e le biblioteche nazionali, oltre a quella di Forlì per via dell'editore. Chissà in quali altri scaffali o depositi si trova. La ricerca ha restituito anche l'invio di una copia al senatore Tessitori, con autografo di Luciano:


Io sono entrato in possesso di questo volume l'ultima volta che ho visto Fiorella Sidar, il 15 novembre 2015. Me la consegnò dicendomi che le restavano due copie, una la teneva, l'altra la affidava a me. Luciano ci aveva lasciati già da 6 anni. Come con altre persone mi è capitato ho purtroppo trascurato di discorrere con lui un po' di più del molto che conosceva, senza darsene vanto, uomo di straordinaria e raffinata cultura alimentata da vaste letture, viaggi in tutto il mondo e, come dà prova quest'opera, continuo studio.

La lunga amicizia con mio padre, suo collega, e la mia famiglia, ha lasciato il ricordo di un grande numero di belle serate, prima nella casa di Osais, poi in quella che costruì, per i suoi ultimi anni, a San Leonardo, ma anche sul terrazzo dell'appartamento a Lignano City e nella nostra casa, in cui lui e Fiorella sono stati per oltre vent'anni ospiti d'onore la sera di natale. Fin da piccolo ho ascoltato con rapita attenzione i resoconti dei favolosi viaggi, gli spunti tratti dall'ultimo film visto, dai suoi libri, soprattutto su tematiche di storia antica, che così tanto amava, e  i racconti del tempo della guerra e del periglioso dopoguerra. Personaggi che alle mie orecchie finivano per diventare quasi romanzeschi erano l'oggetto di aneddoti in cui si esercitava il suo humor inglese; il tono diventava serio quando si faceva questione di onestà e serietà, prerogative che pretendeva dagli altri non senza averle pienamente incarnate in quarant'anni di carriera da segretario che non esito ad additare quale esempio di etica e competenza per qualsiasi pubblico funzionario. La Val Pesarina, che nel libro chiama con aggettivo che mi ha intenerito il nostro canale, è stata, più del paese di origine in cui è tornato tutto sommato riluttante, la sua vera casa, condivisa con Fiorella che per lui lasciò, alla fine degli anni 40, Roma per Osais. Dalla capitale ad una frazione di montagna in cui si parlava solo carnico, per amore: vederli assieme, anche cinquantanni dopo, offriva l'esempio di un sodalizio umano e sentimentale di cui ho conosciuto pochissimi eguali. 

Quando veniva da noi, per anni Luciano si presentò non con pastarelle o bottiglie di vino, ma con libri di storia per ragazzi per il bambino di casa, che ero io. Ho sempre pensato di dovere a quei libri la mia passione.

Della gratitudine che non posso più diversamente manifestare prenda il posto il piccolo omaggio che rendo ora. 

Gli eredi non si dorranno se scansiono alcuni capitoli dell'opera.

Inizia la storia.

L'ordinamento della Carnia

Pesariis

Ultimo capitolo

 

lunedì 29 dicembre 2025

L'Agnese va a morire

 di Renata Viganò


Recupero questo libro, che già aveva caldeggiato il prof Bellanti quando ero alle medie, nello scaffale dei suoceri, in cui mi rifugio per scappare dalla temuta tombola di natale.

La Viganò ha fatto la Resistenza, da lei non mi aspetto certo, in un libro scritto ancora nei '40, l'onore ai vinti e il mea culpa sugli eccessi dei partigiani. Non ci sono le tre Italie descritte da Oliva, ma quella giusta dei partigiani fieri ed onesti e quella sporca e cattiva dei fascisti, tirapiedi dei tedeschi descritti come sorta di animali assetati di dolore altrui. Nella valle sono tutti dalla parte dei partigiani, salvo i pochi collaborazionisti, del tutto assente è quella terza Italia che per Oliva è stata maggioritaria.

L'Agnese è un donnone che mai avrebbe pensato di occuparsi non si dica di armi, ma di politica, e invece ci si trova dentro per la perdita del suo uomo prelevato e ucciso dai tedeschi. Eppure non è l'occasione ma l'istintiva percezione di quale sia la parte giusta a farne un'instancabile staffetta e collaboratrice di una brigata nelle valli di Comacchio. Un anno di clandestinità in rifugi improvvisati, "caserme" nelle valli di pesca, baracche ricavate nei canneti, mentre i compagni lottano, muoiono, sfuggono alle bombe degli alleati che promettono di essere dalla loro parte, ma non arrivano mai e anzi uccidono.  

Il sacrificio finale simboleggia quello di una generazione che trovatasi con il fucile in mano senza nemmeno capire il perchè l'ha usato per difendere la libertà e l'onore di una nazione.

Libro onesto e sincero nella sua partigianeria, nè documentarista nè romanzo dai complessi significati, piuttosto simile ad un film neorealista con cui condivide l'amore per quell'Italia semplice e bambina, che si poteva ancora sognare di cambiare.

domenica 28 dicembre 2025

Rifugio Chiampizzulon (reloaded)

Organizziamo una zingarata invernale, l'idea è che diventi un'abitudine, come lo è già il caos organizzativo.

Propongo il Monte Talm, già battezzato 10 anni orsono: da Sostasio, no da Ludaria, alla fine prevale quest'ultima opzione.

A Piani di Vas non si arriva, la strada è interrotta molto prima e invasa da un sottile manto di neve fino  da quota 1000. Ci incamminiamo sulla strada, come da copione manchiamo il bivio  e ci ritroviamo dritti dritti al rifugio Chiampizzulon, dove un sole malandrino scompare poco dopo il nostro arrivo.

Sempre straordinaria la vista sul Coglians, ma sullo sfondo si intravedono le principali cime delle Giulie, la vera bellezza.

Un panino e via; per il ritorno montiamo i ramponcini nuovi nuovi, che ci aiuteranno a non cadere.

Bella giornata.







giovedì 25 dicembre 2025

I convitati di pietra

 di Michele Mari


E mi pagano pure.
Così probabilmente pensa Michele Mari, che secondo me si è divertito come un matto a scrivere questo libro.
Per fortuna diverte anche il lettore.
I componenti di una classe del liceo si accordano per investire annualmente una somma che negli anni diventerà una fortuna, da dividere tra i tre superstiti.
La riffa incide sui rapporti tra gli ex compagni, che Mari si diverte a dipingere con i tratti più disparati, attribuendo ad alcuni di loro talune delle sue manie, non lesinando i consueti giochi verbali,  formidabili elenchi, accurati indirizzi.
Il devoto di Gene Hackman,  il campione di autoerotismo, la casta ninfomane, il buon padre di famiglia, l'inattesa predatrice, lo scommettitore... ognuno dei 30 reduci della III A trova il suo piccolo o grande ritratto. Alcuni dei ragazzi diventeranno vecchi, la quota di morti non naturali è insolitamente alta, avrà questo a che fare con la riffa?
Mari in ottima forma.



domenica 21 dicembre 2025

Prime di sere

 di Carlo Sgorlon


Da ragazzo ebbi modo, non ricordo bene le circostanze, di vedere la trasposizione cinematografica di questo romanzo, che l'autore ha composto in friulano traducendo una sua precedente opera.

Il protagonista è un ex carcerato per duplice omicidio, che dopo molti anni torna, negli anni 50 del secolo scorso, nei suoi paesi della pedemontana, nel cuore di un inverno freddo come le condizioni di vita e l'accoglienza che gli viene riservata.

Nel povero Friuli del tempo, ancora del tutto legato alla vita nei campi e ad un'economica di sussistenza, non è semplice per nessuno sbarcare il lunario, men che meno per chi si porta dietro lo stigma di un omicidio.   

Eppure la tenacia e la capacità di soffrire aiutano Eliseu ad andare avanti, trovando delle persone che gli danno una possibilità per cercare e trovare il suo grande desiderio, un lavoro che non lo faccia costantemente restare in apprensione per il domani.

La storia copre l'arco temporale di un anno, i lavori accettati da Eliseu seguono il ciclo delle stagioni e lo vedono impegnato nelle più svariate mansioni. Al è murador, marangon, contadin e cjarador. La ripulsa ottenuta dalla sorella è compensata dalla accoglienza di Rite De Luca e del figlio Ricart, con i quali il rapporto è alla friulana, di pochi valori e gesti significativi, accendendo il desiderio di avere, oltre al pane, anche le rose, cioè una famiglia.

Ma accettare la proposta di matrimonio significherebbe rinunciare alla pensione del marito, e questo la prudenza di Rite non può prenderlo in considerazione, perchè rischiare il futuro di Ricart non si può, piuttosto si deve rinunciare alla sua "piccola felicità".

Eliseu tentenna: andarsene o accettare la situazione? La pace ritrovata nella sua campagna lo porta alla decisione finale.

Insieme a Eliseu, il vero protagonista è il Friuli povero rurale del tempo, i suoi valori semplici e legati alla cultura contadina, che Sgorlon tratteggia con amore e condivisione profittando del lirismo della lingua friulana.

A mi è plasut une vore chest libri.


lunedì 15 dicembre 2025

Udinese 1 Napoli 0

 Quando dico che meritiamo di più, intendo (non solo ma anche) serate come questa.


Una partita gagliarda, la sorte che finalmente tende una mano negando nel finale un non meritato pareggio al Napoli, ed ecco che battiamo, dopo i vicecampioni d'Europa, anche i campioni d'Italia.
Si, abbiamo goduto.
Cantiamo, esultiamo, dedichiamo un ricordo agli amici napoletani e torniamo a casa sapendo che il buonumore durerà almeno metà settimana.
Per questo uno tifa; ma non si cancella la lunga serie di delusioni e la pochezza dello spettacolo.
Questa squadra che diversamente motivata potrebbe ambire (oddio che parola sconosciuta) ad un bel campionato può almeno proporre un paio di serate decenti all'anno, nelle quali dimenticare il manifesto dell'anticalcio che siamo diventati.
Godiamo qualche giorno, fino alla prossima debacle, tanto domenica finalmente la viola cancella lo zero nella casella vittorie.  




domenica 7 dicembre 2025

Studiare non serve (?)

Ricordo bene quanto mi diceva mio nonno, per il quale il lavoro ed i sacrifici affrontati erano giustificati dalla guadagnata possibilità di far studiare i propri figli, garantendogli così un futuro.

Ai suoi tempi, ed ancora quand'ero bambino, lo studio era considerato lo strumento per elevare la propria condizione.

L'idea pare passata completamente fuori moda. Oggi la scuola sembra poco più di un parcheggio, nell'attesa che un colpo della sorte ovvero una buona idea rechino non una progressiva e meritata affermazione in una professione, ma direttamente il successo, ovviamente molto danaroso.

La laurea, quando non irrisa, non conferisce alcuna distinzione sociale, il lavoro intellettuale ha perso ogni primazia su quello manuale sia sul piano della reputazione sia su quello economico.

E' definitivamente un mondo diverso.

Migliore?

Sarebbe sciocco poter pensare di poter rispondere, se non con la miope prospettiva di una generazione che ha fatto il suo tempo.

Sostengo però che lo studio e l'approfondimento che comportano fatica, formano una persona dotandola oltre che di conoscenze di capacità di discernimento, la rendono più capace di intendere se stessa e la vita che la circonda, di autodeterminarsi per quel poco che è consentito. Insomma di essere più liberi.

Ma importa veramente a qualcuno?


domenica 30 novembre 2025

Brontosauri. La società post-biblica e quelli che resistono

Può una recensione di un trattato di diritto penale, o meglio del suo primo volume di oltre 1200 pagine, sollevare riflessioni sulla direzione che sta prendendo la società, sui massimi sistemi?

Mi sono imbattuto in un interessante sito sistemapenale.it, contenente molti contributi di carattere tecnico assieme ad altri di carattere generale sull'argomento che gli dà il nome, ed anche l'intervento di un professore di nome Luis Greco nell'ambito della presentazione del trattato "Diritto penale" di Massimo Donini, di cui è uscito il primo volume.
Greco si chiede quale senso possa avere un'opera del tipo di cui decanta i meriti nell'attuale società. La riflessione si connette alla caratterizzazione del nostro mondo, rispetto a quella in cui "L’egemonia e la nobiltà del libro erano, tuttavia, un dato incontestabile, qualcosa che nessuna volgarizzazione «guttenberghiana» era riuscita a mettere in discussione."

Riporto per intero il cuore del ragionamento (sottolineature mie):

Ebbene: alle molteplici proposte dei sociologi per caratterizzare il presente – società dell’informazione o della rete, società della stanchezza o del «burnout», società dell’accelerazione – aggiungerò l’unica che, nel nostro incontro, mi sembra davvero contare: la società post-biblica. Siamo la prima società le cui caste intellettuali si sono disconnesse non solo dalla Bibbia, ma anche dal «biblos», dal libro come fonte di acquisizione e trasmissione del sapere.

Librerie chiuse, biblioteche deserte. Case editrici in bancarotta e acquistate da grandi conglomerati  internazionali, che non hanno più il libro come loro prodotto di punta, scommettendo sempre più su imponenti, per non dire opprimenti, banche dati. In classe, gli studenti non portano più con sé i loro codici; sulle pareti delle case e talvolta anche negli studi dei professori, scaffali vuoti o addirittura un quadro (in genere di dubbio gusto). Il libro ha perso la sua egemonia. È sempre più percepito come un corpo estraneo, un residuo di un’altra epoca, un brontosauro, un fossile.

Ma la morte del libro non uccide solo il libro. Una società senza libri è anche una società senza scrittori di libri. I postmoderni/strutturalisti hanno parlato, decenni fa, della «morte dell’autore». Non potevano immaginare, tuttavia, quanto l’espressione, pensata come metafora o addirittura come programma, avrebbe guadagnato in ordinaria empiricità. La società senza libri è una società in cui le idee si distaccano da chi le ha concepite, le creazioni dai loro creatori. In cui i punti di riferimento che la tradizione aveva elevato a garanzie di affidabilità si dissolvono o vengono sostituiti da altre istanze. Nel caso del diritto, da tribunali anonimi che, negli ultimi decenni, hanno acquisito un protagonismo che fino ad allora era privilegio dei grandi pensatori. Dove prima figuravano Carrara e Ferri, Arturo Rocco e Manzini, Bettiol e Bricola, oggi si trovano la Corte di cassazione e la Corte costituzionale, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Corte Europea di Giustizia.

Probabilmente appartengo all’ultima generazione che studiava leggendo da copertina a copertina un trattato in più volumi. Le nuove generazioni consultano ancora un trattato, anche se, quando leggono, preferiscono il manuale o addirittura il cosiddetto riassunto (in Germania: lo “Skript”) offerto dal professore stesso, trovato su Google o addirittura rigurgitato da un ChatGPT. Questo quando leggono, e non si accontentano di ascoltare podcast o guardare video su YouTube, Instagram e TikTok. I testi senza nomi e senza testa generati dalla cieca ars combinatoria dell’intelligenza artificiale sono solo la punta provvisoria di questo fenomeno che sto chiamando società post-biblica, in cui il libro e l’autore sono morti abbracciati.

Ohibò. Annoto le citazioni delle opere che contengono le varie definizioni e ricado nel solito infantile "l'avevo pensato anch'io". 

Proseguo. Greco illustra la profondità dell'opera e la sua capacità di collegare filosofia, storia, politica ai temi dogmatici (mi ha convinto prof, lo ordino), grazie alla quale "Il lettore vedrà presentarsi davanti ai propri occhi una sintesi impressionante e unica del meglio del penalismo non solo italiano, ma anche tedesco, spagnolo ed europeo, non solo contemporaneo, ma degli ultimi secoli; il lettore sarà introdotto ai personaggi e alle idee che hanno costruito la nostra disciplina. Il libro è una celebrazione «della cultura penalistica, nella sua parte centrale che non è cultura delle pene, ma dei valori e dei precetti»". 
Ma poi arriva alla domanda: c'è posto per un libro che "non solo istruisce, ma educa, coltiva; non solo informa, ma forma il lettore" nella società che ha sopra descritto?
E risponde: "Una società che ha lasciato indietro il libro è una società che ha lasciato indietro la cultura. Non c’è mai stato un momento in cui lo sforzo di recupero e resistenza ... sia stato più urgente... In una società post-biblica, in cui tutto passa e tutto invecchia prima ancora di maturare, Donini ci offre un monumento che celebra la calma e la cura nello studio e nella riflessione, che recupera la nostra migliore tradizione. I critici sminuiranno ciò che dico come un elogio tra brontosauri. Preferisco semplicemente credere di trovarmi di fronte a un esercizio di umanesimo penale."

Dovrei chiudere con le sue parole, ma riconoscendo in esse una versione più alta e matura di mie vecchie riflessioni annoto un paio di cose.
Com'è vero che il diritto, che appare ai più (che non lo conoscono) una disciplina arida e oggetto di mera acquisizione mnemonica, è una disciplina fortemente umanistica nella quale si trovano la storia, i valori, insomma l'uomo.
E poi. Lo studio ragionato, prolungato nel tempo e meditato alla luce di una cultura che spazia in altre discipline è capace di produrre sintesi cui anche AI faticherà ad arrivare, e dal lato del fruitore a fornire strumenti di comprensione anch'essi necessitanti studio, lunghezza della durata, fatica. 
Senza gli uni e gli altri mancheranno la cultura, la comprensione della realtà e del significato delle cose più alte, e gli uomini che in tale mancanza vivranno saranno inevitabilmente meno liberi, meno uomini.