martedì 11 agosto 2026

Non c'è il lieto fine

I ragazzi di Pradamano sono saliti agli onori delle cronache nazionali, addirittura sono gli eroi dell'estate.

Vendevano limonata per raccogliere due soldini per comprarsi il motorino: denunciati. 

Subito offerti dei motorini gratis: i ragazzi hanno per un po' provato a rifiutare, alla fine hanno accettato.

Non è un lieto fine: il loro sogno volevano guadagnarselo, lo avranno senza fatica con un po' di notorietà, come fossero andate ai pacchi. 

Le letture si incentrano ovviamente sul signore (signora?) che ha denunciato, divenuto simbolo della nostra leva genitoriale che preferisce i ragazzi sul divano con il cellulare e penalizza di chi si dà da fare.

La conclusione mi pare logica: se i giovani osano essere migliori di noi, poi noi come facciamo a parlare male dei giovani?  

Chiosa. Chi è quel signore, quella signora?

Temo siamo noi, purtroppo.

lunedì 10 agosto 2026

Un altro mondo è possibile, ma non è la (sedicente) libertà di Askatasuna

Resto parecchio indietro, ne guadagna la riflessione, ma nuovi fatti si affastellano a complicare una comprensione della realtà già difficile, oltre i veli dell'ideologia e della comprensibile propensione a confondere la realtà che vorremmo con quella che esiste.


E' da un po' che volevo scrivere del mio forte dissenso, che si fa uno con una decisa diversità antropologica, con quel milieu protestatario che attraversa la nostra società, magmatico e pronto a coagularsi in forme e su obbiettivi sempre nuovi (non che sia un male, ma...), e che nell'ultimo volgere di anni si raggruppa intorno al gruppo di Askatasuna.

Vorrei per parlarne saperne e conoscere di più: e dovrei. Riconosco, da sempre convinto dell'importanza delle controculture, quanto sia importante che sia dato spazio al pensiero diverso dal mainstream, e quanto la libertà di espressione e di protesta sia coessenziale ad una reale democrazia. So di non dover trascurare la complessità di movimenti in cui si riconoscono istanze, idee e persone molto diverse tra loro, gran parte delle delle quali animate dalle migliori intenzioni tra cui una è un grande merito, volere un mondo migliore.

Eppure eppure.

Mi viene in aiuto nell'argomentazione un articolo di Ferrara di qualche giorno fa, che prende le mosse da un'intervista di Zerocalcare a Repubblica. Non ho trovato il testo integrale di questa (mi dispiace), mi devo accontentare dei molti resoconti. Si parla di Genova, 25 anni dopo, riassume Ferrara:
Zerocalcare c’era, e rivendica tutto in un’intervista a Repubblica. Usa un tono nostalgico per il dissenso armato, per la guerriglia dai metodi insurrezionalisti, e censura nel suo campo politico la tendenza al vittimismo, l’idea che si parli delle vittime della repressione poliziesca e non del conflitto organizzato, e di quel tipo di conflitto, della sua radicalità anarchica, che secondo lui supera in forza morale resistente anche le idee e le motivazioni della protesta. La sinistra ha dimenticato, secondo Zerocalcare, che il nucleo forte della protesta di piazza è nella sua espressione violenta, da un quarto di secolo crea un panteon vittimista e lo coltiva, ma non osa richiamare la grandiosità di quei momenti di scontro diretto e soccombe a un’ideologia securitaria della destra che fa di tutto ciò che si muove un reato di devastazione e saccheggio, un comportamento sociale deviante.

Nella narrazione di Zerocalcare si mescola la lettura dell'oggi con il ricordo di un momento di formazione. Quest'ultimo può interessare o meno, il punto stimolante è il ruolo del dissenso, la sua capacità di contribuire a creare un mondo migliore e la forma, anche violenta, che questo può (deve?) assumere.

Gli organizzatori della contromanifestazione del 2001 pensavano che "un altro mondo è possibile".  Giovani, movimenti, famiglie volevano gridarlo, provare a farlo stando insieme con gioia, determinazione e utopia, contestando i capi di stato ed il sistema che essi rappresentavano.

Andò molto diversamente, come ricorda Ferrara. 

Genova fu teatro di scontri furenti tra manifestanti e polizia, durante i quali un carabiniere di leva di vent’anni sparò dall’abitacolo di una camionetta per difendersi da un’aggressione violenta e uccise colpendolo alla testa un giovane di vent’anni che brandiva un estintore contro di lui.La protesta era contro una riunione di otto capi di stato e di governo, il G8. La piattaforma  era la rivendicazione di un altro mondo possibile contro gli sviluppi economici, sociali e politici della globalizzazione, eguaglianza e pauperismo contro mercati liberi, tecnologie e autorità degli stati. Tutti persero la testa. La piazza, che era composita e divisa tra sognatori e casseurs, fu violentissima, devastazione e saccheggio, molotov e sassaiole, incendi e attacchi duri alla polizia.  La repressione di stato fu inevitabile ma spietata, fuori dai canoni di uno stato di diritto, con arresti indiscriminati, pestaggi e torture alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Fu una guerra urbana, un episodio infelice e tragico, una degenerazione incontrollata di dissenso e repressione, e su quella guerra si stese l’ala della leggenda, del mito, della mostrificazione del nemico.

Riconosciuta onestà emotiva a Zerocalcare, e reso omaggio al modo in cui i protagonisti della protesta (cita Agnoletto e Casarini) hanno mostrato "rispettabile coinvolgimento nell’utopia della loro gioventù", Ferrara passa al giudizio:

Intanto l’altro mondo possibile lo hanno creato i ricercatori dei vaccini, i socialdemocratici delle terze vie alla guida dei governi, i populisti e i tecnocrati miliardari che hanno avvolto il pianeta nella rete di possibilità di comunicazione e di nuova intelligence dei dati che fa il bene e il male, come sempre frammisti, dal rincoglionimento cognitivo di una generazione quasi perduta al dispiegamento di possibilità di difesa e contrattacco di un eroico paese europeo aggredito dall’autocrazia russa. Il mondo reale non è una palla di fumo ideologico, non è il teatro dei sogni, il dissenso è il sale delle democrazie in lotta di civiltà contro gli incubi fondamentalisti e imperiali che insidiano il primato declinante dell’occidente, ma è il dissenso a mani nude delle Politkovskaia e dei Navalny, è l’antagonismo elettorale democratico di un Mamdani o di altri che si battono contro ogni forma di populismo e di demagogia, è la fatica di ogni giorno per uscire dalla tenaglia fra violenza sociale e repressione di stato.

Un cazzo di manifesto del riformismo. 

Credo e spero che un ventenne non possa condividerlo, che sia veramente convinto di cambiare lui il mondo con una rivoluzione, da preparare in manifestazioni cortei e magari qualche scazzottata, ma io boomer ritrovo in queste parole il cuore dell'intelligenza che ci ha dato il mondo, imperfetto e migliorabile, in cui Zerocalcare può liberamente sparare a zero sul governo, e se vuole candidarsi a guidarlo, e cambiare idea quante volte vuole senza che lo passi a trovare l'FSB, e senza che sua sorella, se ne ha una, debba portare il fottuto velo.

I ragazzi di Genova non si sono persi di vista. Sono stati poi NO TAV, NO TAP, poi PRO PAL, e Askatasuna vuol dire libertà.  

Anche qui sarebbe necessario conoscere, distinguere, considerare che l'operato di qualcuno orienta il giudizio su tutti gli altri, che spesso la pensano e operano diversamente. 

Però la mia impressione, sintetizzata nel modo più banale, è che una bella causa si trova sempre, l'importante è fare un bello scontro con la polizia. Che sembra non aspettare altro, come il governo che ha già nel cassetto il prossimo decreto sicurezza.

Tralascio i violenti veri, quelle per cui menare le mani è lo scopo di tutto. Sono probabilmente minoranza, ma riescono sempre a rendersi protagonisti, e chi si lascia coinvolgere, anche strumentalizzare, ne è oggettivamente complice e vittima al tempo stesso. Penso agli altri, a quelli che veramente sperano di cambiare il mondo, mi chiedo se non comprendono che la protesta che conduce solo ad uno scontro, che non produce se non reazioni liberticide, soddisfa forse la loro voglia di partecipare, la vanità di essere gli unici puri: ma se non cambia le cose, non serve a un cazzo. 

Tutto poi si può dire, ma una cosa non la digerisco. 

Che uno si scelga un nome che è un concetto importante, a suo modo sacro, e poi pretenda di esserne l'incarnazione.

In basco askatasuna vuol dire libertà, pare. 

Ma che la libertà, non la possibilità di fare quel cazzo che ci fare ma lo stato che rende la vita degna di essere vissuta, l'ideale politico per cui hanno lottato e sono morti i migliori uomini che siano esistiti, possa essere rappresentata da quei signori, da quei ragazzi, incontra un mio gigantesco NO.

Cantate le vostre canzoni, fate lo vostre battaglie, se potete state lontani da quelli che alla prima occasione vi useranno e rovineranno il vostro impegno fracassando il cranio di un questurino: ma non chiamatele con il nome di quello per cui sono morti gli americani e i neozelandesi sbarcati ad Anzio, per cui sono stati assassinati Carlo Rosselli, Giacomo Matteotti, Alexsej Navalny e infiniti altri, per cui è vissuto Sacharov, per cui sono stati imprigionati Mandela e Aung San Suu Kyi, per cui quel ragazzo cinese ha cercato, con la borsa in mano, di fermare i carroarmati. Per il quale soffrono e muoiono, da 50 anni, i vostri coetanei di Teheran, per i quali non si è mai vista una sfilata dei NO PASDARAN.  

sabato 25 luglio 2026

Contro gli imperi

di Vittorio Emanuele Parsi

Difficile perdere il vizio, come altri propositi anche quello di non comprare mai un instant book viene vinto dalla grande stima verso il prof Parsi, complice una presentazione con il ministro Crosetto ascoltata qualche giorno fa alla radio.

Il prof in realtà dice esplicitamente che non si tratta di un instant book, ma di un libro lungamente meditato. Di certo segue la riflessione sulla crisi dell'ordine liberale, ma essendo incentrato sul contributo dato da Trump al suo evolversi nel drammatico verso che osserviamo, esso può avere al massimo una gestazione annuale.

Le tesi non sono particolarmente originali, ma è giusto leggerle nella loro nitidezza: le democrazie sono sotto attacco, il rafforzarsi delle autocrazie, anche rivali tra loro, ha come effetto il mettere a rischio la loro reale esistenza, rimane l'Europa come isola in cui i diritti ed il diritto sono il criterio ordinatore dei conflitti, ma la sua capacità di resistere dipende da scelte che devono essere fatte ora e subito, e che riassumono nel rafforzare l'unità dell'Unione Europa e la sua capacità di difendersi (anche militarmente, da sola). 

Il prof evidenzia con nettezza alcuni passaggi ("Daddy ci ha buttato fuori: ora tocca a noi" è il titolo di un capitolo), in particolare che il futuro delle nostre democrazie non è segnato, ma dipende da quello che (anche) noi faremo.

Il libro si apre richiamando una risalente spiegazione ai contesti di mutamento delle relazioni internazionali nella quale si tratteggiano gli stati come Leoni, lupi, agnelli e sciacalli. La capacità di reazione degli agnelli, in cui è facile identificare le democrazie occidentali, dipende (a) dal consenso tra le elite sulla provenienza e natura della minaccia esterna, (b), dal grado di coesione tra le elite e la società, (c) dalla forza delle istituzioni. Se manca uno degli elementi, è difficile trovare le risorse per reagire alle minacce. 

Per Parsi il momento è decisivo: gli "agnelli" europei devono comprendere che la sfida alla loro libertà e mortale, e trovare la forza di diventare leone, oppure scompariranno come donne e uomini liberi.

Il cuore della questione è che il tentativo di riaffermare la pura logica di forza di fronte al diritto internazionale ha trovato un inaspettato alleato negli Stati Uniti, campione e principale beneficiario del precedente ordine. La "battaglia cruciale della nostra epoca" è sconfiggere questo tentativo, rafforzando le istituzioni che lo avversano, e riportare nel campo della libertà gli Stati Uniti. Molte pagine sono dedicate a Trump, definito come presidente "antiamericano" (ha sovvertito l'ordine in cui gli USA dominavano), di cui vengono ricordate le note picconate al sistema multilaterale, ed il loro essere fondate su narrazioni infondate sul piano storico.

L'Europa saprà farsi leone? Deve. Parsi apprezza il famoso discorso di Carney a Davos, che riporta integralmente insieme ad un successivo intervento di Merz, ponendo sostanzialmente a programma la sua proposta di unire le forze delle medie potenze per dare vita ad un player che possa resistere ai tentativi di prevaricazione dei due colossi contrapposti.

giovedì 23 luglio 2026

Storia dell'Italia meridionale

 di Pino Ippolito Arminio


Questo autore ha pubblicato un testo esplicitamente rivolto a denunciare l'antistoricità delle tesi dei neoborbonici. Epperò non rinuncia a interrogarsi sulle ragioni di quella che è stata ed è la questione meridionale, e prova a farlo con una originale "storia dell'italia meridionale".

Affronta le ragioni del permanente ritardo dello sviluppo del Sud,  su cui si discute ormai da 120 anni, non ex professo ma inquadrandole in una storia globale di quelle terre, che prende le mosse dalla formazione del regno dei Borboni. L'introduzione richiama polemicamente una ricerca inglese che ha misurato la differenza di QI dei meridionali, per dedicare significativamente il libro a chi crede che non ad essa, ma a ragioni che la storia può disvelare, di debba il dualismo italiano.

In particolare Armino le individua in una serie di 7 eventi cruciali: "il disastroso esito della rivoluzione giacobina, la mancata conversione costituzionale della monarchia borbonica, la vittoria dei moderati sui democratici risorgimentali, l'altalena di fine Ottocento fra liberismo e protezionismo, la razionalizzazione fascista del sistema produttivo nazionale, la conclusione dell'intervento speciale avviato nel secondo dopoguerra e, da ultimo, la nascita di una fittizia "Questione settentrionale"".

I capitoli si susseguono con contenuto anche diverso, alcuni (la conquista di Garibaldi, la lotta al brigantaggio) con dettagli molto informati su eventi bellici anche minori, altri ricchi di statistiche economiche, ove si esamina il divario con il Nord con una tesi intermedia tra quella del sottosviluppo già marcatamente presente all'Unità, e quello che vede l'asservimento del Sud agli interessi del Nord come causa della sua crescita. In particolare Armino rileva che la sostanziale parità di condizioni fosse venuta meno nel decennio precedente l'Unità, grazie al grande sviluppo del Piemonte nel periodo cavouriano, e che le scelte che effettivamente favorirono gli interessi del triangolo industriale fossero le più funzionali ad ottenere, in condizioni disperate in relazione alle risorse, dei risultati utili.

Pagine interessanti vengono dedicate alla repressione della rivoluzione giacobina e dei successivi tentativi rivoluzionari, quale momenti in cui il tentativo del Sud di risollevarsi da solo venne frustrato anche dell'esito della lotta interna alla sua classe dirigente, nonchè alle riforme operate dai primi governi borbonici.

Il giudizio è positivo tanto sui primi tentativi, in età giolittiana, di interventi straordinari effettuati con le leggi speciali, quanto sull'intervento speciale nel secondo dopoguerra, che con tutti i suoi limiti e (soprattutto) i suoi difetti fu l'ultimo vero investimento per tentare di eliminare, o almeno attenuare, il divario tra le due Italie.

 







mercoledì 22 luglio 2026

La variante di Lunenburg

 di Paolo Maurensig

Qualche mese fa ho ordinato questo libro per onorare uno scrittore della mia città, cui è stato recentemente intitolato il teatro di Feletto.

Per puro caso l’opera appare singolarmente legata alla “Novella degli scacchi” che non molti mesi fa ho scoperto.

Con scelta stilistica originale Maurensig alterna i narratori, che ripercorrono parti della loro vita quali antefatti alla misteriosa morte di un ricco imprenditore tedesco, appassionato di scacchi. Aspetto comune alle vite interessate è il rapporto con il gioco, del tipo coinvolgente in maniera assoluta che si manifesta per taluni giocatori, come già nel romanzo di Zweig. Un maestro spiega all’allievo che l’errore non è contemplato, che ogni mossa deve essere effettuata come se da essa dipenda la vita. Che non sia una metafora lo si comprende quando il maestro, dopo aver narrato il suo breve percorso nel mondo degli scacchi, caratterizzato da una fortissima rivalità ed interrotto dall’introduzione delle leggi razziali, finito in un campo di concentramento ritrova l’antico rivale, che lo obbliga a giocare mettendo a posta, come in una lista di Schindler al contrario, le vite dei compagni di prigionia. Per la vittoria impiega una variante del gioco di sua invenzione. Quella variante, reintrodotta in tornei internazionali dal suo allievo oltre 40 anni dopo, sarà la chiave per far ritrovare il rivale, ora divenuto un ricco imprenditore tedesco.

Itaca per sempre

 di Luigi Malerba

Va di moda l’Odissea, ci prepariamo a vedere il film, e quindi affronto questo libretto consigliato qualche anno fa dalla prof. di greco di Francesco.

Malerba riscrive in forma lievemente romanzata i fatti oggetto del secondo poema Omerico. Interessante scelta stilistica è la continua alternanza quali narratori, per brevi brani, di Ulisse e Penelope, che contribuisce a offrire una visione maggiormente soggettiva degli eventi, e che consente di affiancare alla narrazione degli eventi una retrospettiva emotiva, tra cui spicca il trip psicologico che si apre allorchè Penelope riconosce Ulisse travestito da mendicante, ma resta delusa dal suo mancato rivelarsi e lo tratta freddamente, mentre lui resta del pari interdetto da questa freddezza che fomenta la già presente gelosia. Dopo la strage dei proci l’orgoglioso attestarsi dei due sulle proprie posizioni (e lui, ma allora è cambiato; ho sofferto tutto questo per uno che non è più lui?) rischia di rovinare il lieto fine.

Agli eroi viene data l’umanità, che è il dubbio, la capacità di sbagliare e cambiare. Alla fine, per volersi veramente bene quello che non può mancare è l’ascolto, la comprensione, la disponibilità a rinunciare a qualcosa per il bene di un rapporto.

Nella parte finale, Ulisse alle prese con il cantore Tersiade scrive i due poemi, litigando perché vuole inserire parti di pura fantasia. Per Malerba è lui Omero, la sua voglia di raccontare le cose vissute si confonde con la voglia di viverle per poterle raccontare, è la poesia.

Federico II

 di Hubert Houben

Agile libretto che ripercorre vita, opere e mito dell'imperatore svevo che tanta traccia ha lasciato anche nella storia d'Italia.
L'opera è divisa in tre parti nettamente distinte.
La prima è una classica biografia politica che riassume i momenti principali della vita di Federico, incentrata sulla difficoltà di mantenere al contempo il dominio sull'Impero e sull'Italia, con il papa ed i Comuni del Nord come nemici, giurati, fieri e combattivi.
Nella seconda Houben si cimenta nel difficile esercizio di tratteggiare l'uomo, con sapiente uso delle pochi fonti attendibili.
La terza parla del mito di Federico, di come è stato considerato tanto dai contemporanei, per i quali fu al tempo stesso semidio e anticristo, quanto nella successiva storiografia, specialmente tedesca.




lunedì 20 luglio 2026

Non ne ho azzeccata una

Mi ero figurato di fare un diario mondiale, pensavo di essere come Osvaldo Soriano nel 1990, in suo onore avevo taggato "magical nights".. 

Come prevedibile ho mollato dopo pochi giorni, facendo in tempo a seminare in pochi post formidabili boiate. Ormai, oltre a dover chiedere ai figli dove gioca questo o quello (ottengo sempre risposta), sbaglio tutte le previsioni, sono arrivato quasi ultimo nella riffa mondiale fatta in ufficio.

Uscito male male l'Uruguay di Bielsa, tenevo un po' all'Argentina: ma che non poteva andare sempre bene, una rimonta via l'altra, in fondo lo sentivo. E allora pensavo la vincesse la Francia, oppure l'Inghilterra.

La Spagna campione, meritatamente, non mi ha entusiasmato; anzi mi stanno da un po' sulle palle come i più bravi, quando non ti concedono nemmeno un pretesto per farsi rimproverare di qualcosa.

Il Brasile è stato sfortunato, tra infortuni, sorteggio ed errori clamorosi nella partita che li ha fatti fuori: resto convinto che andando avanti poteva migliorare e finire tra i primi quattro.

Tra le topiche che ho preso è stata l'impressione che potesse essere il mondiale dei ventenni: sono rapidamente scomparsi, persino Yamal, e la scena se la sono presi i grandi attaccanti. Pensavo che l'Inghilterra, che di stelle brillanti ne ha avute due, potesse prevalere, ma poi si è suicidata con l'Argentina in modo che parrebbe inspiegabile se non con il carisma di re Leo. Scaloni ha fatto un miracolo ad arrivare alla seconda finale di fila, con una squadra che ha trovato energie insospettabili, ed è stata forse fregata dalla partita in più: il giorno della finale, proprio non ne avevano più.

La Francia, nettamente squadra con i più alti valori tecnici, con la sua formula tutta attacco era invincibile con le piccole, ma doveva per forza scontare a centrocampo con un avversario di pari livello. A mio avviso incolpevole Didier (3 finali consecutive), alle prese con una abbondanza difficilmente gestibile anche da Gesucristo.

All'Africa, maghrebine a parte, il salto di qualità non riesce, Asia non pervenuta, l'Europa domina ancora alla grande.

Infantino era quasi riuscito a far dimenticare la sua milionaria corruzione (sorridiamo pensando alle piccole mandole che si è fatto uno come Blatter, o ai quatto spicci che avranno dato a Moreno), le sue americanate: con la cancellazione della squalifica di Balogun (Balogun, non Pelè) ha superato un limite che gli costerà il posto.

 

lunedì 15 giugno 2026

Tiki - taka al (Capo) verde

Il bello del pallone è che ognuno può dire quello che vuole. Nella stessa trasmissione Tardelli: "Olanda - Giappone partita noiosa, non mi sono divertito" e Stramaccioni: "grande partita, molto divertente". Inutile dire a chi do maggiore credito.

Giappone onestamente inguardabile, tutto indietro, corsa e disciplina senza mezzo lampo, vabbè qualche buon tocco quel Nakamura, due gol trovati per deviazioni. Non condivido assolutamente l'entusiasmo  per quello, lo dico da antico apprezzatore del calcio difensivo ben fatto e anche del sano catenaccio, che è vero anticalcio. Olanda da rivedere, al solito tanti buoni giocatori, ma manca il fuoriclasse e poi la scelta di mettere dentro un difensore... ma che fai, Rambo?  

Nel frattempo la Germania ha regolato Curacao con una goleada d'antan, mentre la Svezia ha impressionato battendo 5-1 la Tunisia.

Poco fa la invincibile armada spagnola si è arenata contro Capo Verde... temo sia un segno che non è l'anno buono. Magnifica la difesa all'ultimo sangue degli africani, alla fine hanno avuto anche la palla per vincere, ci hanno ricordato quali storie può regalare il mondiale.

Aspettiamo stasera il caro Uruguay.


domenica 14 giugno 2026

A Carlo servirà la calma del forti. Il mondiale dei ventenni?

Come prevedibile, il Brasile ha faticato all'esordio con il Marocco. Primi dieci minuti in apnea, il primo tempo male, con un solo gol preso (da polli) perchè gli africani non hanno infierito. Ma è bastato un numero di Vini per rimettere in pari la partita.

Nella ripresa con i cambi le cose si sono un po' sistemate, con tre attaccanti forse la difesa va protetta di più con centrocampisti muscolari. Alla fine poteva anche vincere

Non parlerei di difficoltà, il Marocco è una delle squadre più ostiche e chi parte troppo forte non arriva in fondo. Per Carlo già dalla prossima bisogna migliorare alcune cose, anche se un centravanti da Brasile non si inventa: Igor Thiago a me ha fatto ricordare Sergino del 1982. Importante è mantenere la calma, credo proprio che Ancelotti non cadrà nel drammatico loop dei mister che perdono la lucidità al mondiale. Onestamente la squadra non sembra da vittoria, vediamo se il nostro si inventa qualcosa e soprattutto se Vini prende in mano il suo destino dimostrando finalmente di essere un numero 1.

Nel Marocco oltre ad Hakimi che è da top 11, si è segnalato Boauddi, centrocampista universale e molto forte. E' un 2007, chissà che non sia il mondiale dei ventenni.

Nell'altra partita del girone, che non ho visto, la Scozia ha battuto solo 1-0 Haiti, segno che non si tratta della squadra materasso che si pensava.

Infine l'Australia stende  2-0 la Turchia, che pure ha creato molto. I socceroos sono un po' l'Udinese del mondiale, alti, grossi e fastidiosi. Montella può riprovarci, con quei trequartisti non può andare sempre male.