di Luciano Sidar
Questa breve ma accurata opera, che risale al 1957, si occupa di un frammento di storia locale collegato all'esistenza, in un comune della nostra Carnia, di una proprietà collettiva di beni attribuita alla frazione di Pesariis, facente parte degli antichi istituti degli usi civici .
L'opera si incentra su una trentennale vicenda giudiziaria che vide contrapporsi, un secolo fa, il Comune di Prato Carnico e la sua frazione, che chiedeva il riconoscimento di un antichissimo diritto di proprietà su boschi e prati.
La puntuale analisi dei processi viene preceduta ed accompagnata da cenni alla storia locale e agli istituti giuridici di riferimento, frutto della profonda cultura dell'autore, per decenni segretario comunale di Prato Carnico, e di ricerche di archivio che, considerato l'anno di edizione del volume, meritano sicura ammirazione.
La vicenda risale al tempo del Patriarcato, e alle donazioni e privilegi attribuite agli abitanti della Carnia (già nel XIII secolo), poi confermati dalla Serenissima nel 1420, a seguito della dedizione di quelle terre al suo dominio. In sostanza la proprietà delle terre veniva formalmente mantenuta dal governo centrale (prima la Patria, poi la Serenissima), che però cedeva possesso ed uso agli abitanti, garantendo anche la tutela di usurpazioni e appropriazioni.
Lasciamo la parola a Luciano, pagina 121: I Patriarchi di Aquileia che ebbero il dominio anche civile sulla Carnia fino al 1420, incominciarono a regolare l'uso dei boschi comunali confermando e legittimando lo stato di possesso, e la Repubblica Veneta subentrando nella detta epoca ai Patriarchi, assicurò ai Carnici che i loro privilegi e consuetudini sarebbero rispettati. Ed in seguito la Repubblica impedì le usurpazioni, le alienazioni e le divisioni dei beni allo scopo di conservare in perpetuo il godimento alla generalità degli abitanti, come si deduce dai decreti Ducali 16 luglio 1420, 16 aprile e 15 febbraio 1726 e dai Decreti in Pregadi 28 giugno 1557 e 9 gennaio 1602. Appunto col Decreto di Pregadi del 9 gennaio 1602 fu stabilito di formare un catasto di beni comunali per rispettare lo stato di fatto e di possesso esistente, di consacrare e confermare con atto di autorità a ciascun Comune il godimento dei fondi che già possedeva. Ed a tale scopo furono incaricati i periti Peretti e Banderini, i quali certamente, oltre ad un esame delle singole località dovevano, in mancanza di titoli e documenti, prestar fede ai merighi ed ai vecchi del tempo i quali deferivano giuramento, in quanto la consuetudine costante, non interrotta, ammessa specificamente da lutti, assurgeva a titolo legale per la affermazione di proprietà.
Dopo la parentesi napoleonica, fu il governo austriaco a rinunciare anche formalmente alla proprietà dei beni nel 1839. La volontà di dare una veste formale a tale proprietà indusse i frazionisti, nel 1894, a richiedere al Re Umberto, che la concesse con R.D. del 1896, l'autorizzazione a mantenere un patrimonio separato da quello del Comune.
Fu poi la mancata esecuzione da parte del Comune del Decreto che vide iniziare una lunga vertenza, con ripetute azioni, appelli e ricorsi di cui l'autore ripercorre con precisione l'evolversi, con malcelata simpatia nei confronti dei frazionisti, facendo diffusa citazione dei contrapposti motivi e riportando ampi stralci dei provvedimenti.
Le argomentazioni delle parti, che sono riassunte in un efficace dialogo immaginario a pagina 134, si fondano sugli antichi documenti, sulla collaborazione di valenti consulenti non solo legali, ma anche storici. Desta interessa che gran parte della causa si concentri sul contenuto della perizia effettuata nel 1606, quale testo di riferimento dell'estensione fisica del diritto di proprietà della frazione.
La durata della causa, che inizia in epoca crispina, vede sullo sfondo il Regno d'Italia passare dallo stato liberale, attraverso la guerra, al regime fascista, portando l'autore a confrontarsi con la legge comunale e provinciale del 1915 e quella del 1934, e terminando in una fase in cui era entrato in vigore il Regolamento 332 del 1928 sul riordinamento degli usi civici.
La lunga amicizia con mio padre, suo collega, e la mia famiglia, ha lasciato il ricordo di un grande numero di belle serate, prima nella casa di Osais, poi in quella che costruì, per i suoi ultimi anni, a San Leonardo, ma anche sul terrazzo dell'appartamento a Lignano City e nella nostra casa, in cui lui e Fiorella sono stati per oltre vent'anni ospiti d'onore la sera di natale. Fin da piccolo ho ascoltato con rapita attenzione i resoconti dei favolosi viaggi, gli spunti tratti dell'ultimo film visto, dai suoi libri, soprattutto su tematiche di storia antica, che così tanto amava, e i racconti del tempo della guerra e del periglioso dopoguerra. Personaggi che alle mie orecchie finivano per diventare quasi romanzeschi erano l'oggetto di aneddoti in cui si esercitava il suo humor inglese; il tono diventava serio quando si faceva questione di onestà e serietà, prerogative che pretendeva dagli altri non senza averle pienamente incarnate in quarant'anni di carriera da segretario che non esito ad additare quale esempio di etica e competenza per qualsiasi pubblico funzionario. La Val Pesarina, che nel libro chiama con aggettivo che mi ha intenerito il nostro canale, è stata, più del paese di origine in cui è tornato tutto sommato riluttante, la sua vera casa, condivisa con Fiorella che per lui lasciò, alla fine degli anni 40, Roma per Osais. Dalla capitale ad una frazione di montagna in cui si parlava solo carnico, per amore: vederli assieme, anche cinquantanni dopo, offriva l'esempio di un sodalizio umano e sentimentale di cui ho conosciuto pochissimi eguali.
Quando veniva da noi, per anni Luciano si presentò non con pastarelle o bottiglie di vino, ma con libri di storia per ragazzi per il bambino di casa, che ero io. Ho sempre pensato di dovere a quei libri la mia passione.
Della gratitudine che non posso più diversamente manifestare prenda il posto il piccolo omaggio che rendo ora.
Gli eredi non si dorranno se scansiono alcuni capitoli dell'opera.

