domenica 29 gennaio 2017

L'America di Donald

Va avanti sulla strada, quello che ha promesso lo vuole fare.
In dieci giorni è riuscito a inimicarsi tutti.
Protezionismo, isolazionismo, razzismo, azzeramento di alleanze settantennali, limitazione dei diritti civili e della tutela dell'ambiente sono scelte legittime in un'ottica democratica.
Certo hanno due caratteristiche fondamentali: sono sbagliate perchè non portano realmente a realizzare gli interessi dichiarati da chi le propugna, e abdicano ai valori bisecolari di una nazione che era la guida del mondo progredito.
Che abbiano la maggioranza negli Stati Uniti (e, temo, in molti Paesi tra cui il nostro) dice molto sulla capacità delle classi dirigenti di fare il loro lavoro, cioè spiegare le cose e convincere le masse di quale è, al di là delle facili apparenze, il loro bene.
God Save America.

sabato 28 gennaio 2017

S'io fossi POTUS...

Dai Corrado.
Ti ho scoperto.
Mi facevi talmente sbellicare quando facevi Bertinotti che la sparava così grossa, ma così grossa. E poi, dicevi: ho raccontato un sacco di cazzate. Facciamo gli scherzi, ci divertiamo.
Non lo posso dimenticare, e ti ho riconosciuto sotto quel pel di carota.
Allora, come hai detto?
Vicepresidente: un antiabortista spianato.
Agli Esteri: un socio di Putin.
All'ambiente:  un negazionista dei cambiamenti climatici.
All'agricoltura: il re dei concimi.
Al lavoro: un sostenitore dell'automazione dei processi produttivi.
Poi un antiadarwinista, un ebreo ortodosso, un simpatizzante del Ku Klux Klan.
Basta Corrado, ci hai fatto ridere dai. Adesso ridacci il Presidente.


venerdì 27 gennaio 2017

Ma dai!

Vediamo se ho capito.
La nostra Costituzione consente una legge elettorale con premio di maggioranza al 40% (ma non più basso), il ballottaggio no, la candidatura plurima sì, ma non con l'opzione, con il sorteggio...
Aveva ragione Pannella quando sosteneva già molti anni fa (è impressionante quanti ragionamenti politici potrebbero iniziare con questa proposizione) che la Consulta poteva essere meglio denominata Corte Anticostituzionale. Per essere precisi, la definiva (lui) la cupola della mafiosità partitocratica.
Diciamo più modestamente che è luogo di decisioni politiche, in cui si compongono equilibri politici, con scelte talvolta rese necessarie dalle vacanza delle sedi preposte (ops, c'è un Parlamento?), e che magari quando accontentano tutti non vengono criticate nemmeno se si spingono clamorosamente oltre quanto sarebbe concesso all'organo garante della legalità costituzionale.
Ma accettare che la Carta del '46 sia violata da un ballottaggio o da una candidatura plurima, che al Parlamento non sia consentita autonomia nella più politica delle leggi è troppo per chi, da questo minuscola angolo di Belpaese, spera ormai soltanto di poter sussurrare: Il Re è nudo!

mercoledì 25 gennaio 2017

C'era un ragazzo, che come me...

... voleva vivere, non diventare un martire politico nè un un'immagine sui manifesti di Amnesty.

La lotta per la verità aiuta ad andare avanti chi resta, e si impone alle istituzioni per il rispetto che devono avere di se stesse.

Ma per quel ragazzo, sarebbe meglio che le luci si spegnessero per sempre.

Ciao Giulio!


sabato 21 gennaio 2017

E' un bel campionato

Bella partita stasera tra due squadre anche un po' simili.
Il Napoli ha probabilmente la fase offensiva migliore d'Europa, molto più divertente del Barcellona, ad esempio. Meno male che con i rischi assurdi che prende dietro lascia aperte le partite. 
La Roma vista al Friuli, tolti i fronzoli delle mezzepunte, ha una solidità granitica che sono indeciso se definire semplicemente spallettiana o forse juventina (aggettivi che, temo, diventeranno un giorno endiadi). Strootman e Naingo come simboli danno l'idea.
Il Milan è una bella realtà, un paio di gradini sotto, con tante soluzioni e quella voglia di giocarsela sempre. E poi con tanti ragazzi italiani.
La Juve... non è più lo schiacciasassi degli anni passati, sembra quasi lasciare uno spiraglio... Mi sa che l'ha chiesto Sky per esigenze di spettacolo. 
Tanto si sa come va a finire.

Coreide (2). Storia di un tifoso


Fra i tanti un coro, non fra i più gettonati, descrive bene la storia della molti di coloro che affollano la Nord.

E' sulle note di "Montagne verdi" e recita:

Mi ricordo le prime volte
quando in campo c'erano loro

Zico, Edinho, Massimo Mauro
Galparoli e Franco Causio.
Ero solo un ragazzino
con in tasca il mio coltellino
ma una freccia colpì il mio cuore
Udinese mio unico amore.
Poi trasferte pericolose
affrontate sempre con onore
ogni stadio che c'abbia visti
sempre stati protagonisti.
Oggi dopo piu di 20 (30) anni
quante gioie quanti dolori
ma il mio cuore ha i tuoi colori 
Udinese vinci per noi

I primi gruppi si sono formati nei favolosi (per il calcio) anni ottanta, quelli del "campionato io ti amo".

In una squadra risalita dalla serie C e riaffacciatasi alla ribalta dopo trentanni, una dirigenza coraggiosa e capace innestò alcuni campioni portando nella piccola Udine addirittura il grande craque del calcio mondiale, il grandissimo Zico. Siamo nel 1983 e con il Galinho giocano oltre ad un altro nazionale carioca un campione di classe mondiale come il Barone, ed un pugno di ragazzi di valore (Mauro, Miano, Gerolin, Virdis). Si parla di scudetto, i 25mila abbonati (quorum ego) si spellano le mani davanti a tanto spettacolo.
I miei otto anni sono i 14-15 dell'autore di questo coro, che entra nei primi gruppi in formazione (gli HTB?). 
Allora menare le mani era normale, il coltellino una dotazione standard, le trasferte pericolose c'erano pure come le frequenti cariche con la polizia e le scazzottate con le tifoserie avverse. Per salvare l'onore non occorreva vincere, bastava esserci e soprattutto non scappare.
Senza coltellino e senza trasferte, magari non in curva, c'ero anch'io, e come lui, che ora sarà quasi cinquantenne, ci sono ancora dopo trent'anni (il numero è stato modificato con il passare del tempo): tante gioie tanti dolori, ma siamo sempre qua, con l'orgoglio di tifare per questa maglia che è un po' parte di noi.  

sabato 14 gennaio 2017

I 10 migliori allenatori di tutti i tempi


Poi nel sottotitolo si spiega che UEFA.com sfoglia i libri di storia e pubblica i profili dei 10 allenatori più influenti in Europa dalla nascita della UEFA

I loro nomi sono:
  • Brian Clough: l'ultimo iconoclasta del calcio
  • Johann Cruyff: l'uomo che reinventò il Barcellona
  • Vicente del Bosque: la "mano morbida" del Real Madrid e della Spagna
  • Sir Alex Ferguson: il più grande tattico dello United
  • Helenio Herrera: il mago
  • Udo Lattek: il pioniere del Bayern degli anni '70
  • Valeri Lobanovskiy: lo scienziato del calcio
  • Rinus Michels: l'architetto del "calcio totale"
  • José Mourinho: lo "Special One"
  • Arrigo Sacchi: il maestro del Rinascimento italiano

  • Gli articoli sono interessanti, e mettono sempre in evidenza soprattutto la capacità di cambiare il calcio e di creare una scuola di questi grandi allenatori

    In queste classifiche che valgono quel che valgono, e in cui conta sempre un po' di "politica", il giochino è sempre chi manca.  
    Oltre ad un francese, mancano mister che hanno allenato la Juve, e molti vincitori di mondiali, Pozzo, Bearzot, Lippi, Beckenabuer e  Low.
    Oltre ovviamente Guardiola (che però non è caposcuola ma allievo di Cruyff come Ancelotti lo è di Sacchi).
    Per ovvia personalissima preferenza mi sembra ingiusto aver escluso Nereo Rocco: due coppe a distanza di 6 anni, una grandissima scuola (Bearzot, Trap, Maldini...), massimo esponente di un calcio all'italiana forse nato demodè, ma al quale un posto nella storia non può essere negato.


    martedì 10 gennaio 2017

    I professionisti dell'antimafia (commenti,30 anni dopo)

    Sul Corriere lo si ricorda come una profezia in un articolo di Cavallaro


    Il massimo conoscitore di giustizia in Italia sintetizza con un non giudizio "in Sicilia le cose non sono mai semplici"

    Interessante controlettura sul Fatto (sul cartaceo replica di basso spessore di Nando dalla Chiesa): esistono anche i professionisti dell'anti-antimafia

    Fra i professionisti, a rischio disoccupazione, ci sono i mafiologi. A Bolzoni che si chiede dove sono i mafiosi oggi, fulminante replica dalla Padovani: "sono in carcere"

    Radioradicale ricorda, ad ogni buon conto, il grande racalmutese

    I professionisti dell'antimafia (articolo integrale,30 anni dopo)




    Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono « eroi della sesta»:
    1) « Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (Il giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).
    2) « Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966).
    Il punto focale . Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s'intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane « ricercatore» dell'Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l'attenzione dell'autore è rivolta non tanto alla « mafia in sé» quanto a quel che « si pensava la mafia fosse e perché»: punto focale, ancora oggi, della questione: per chi - si capisce- sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di un'isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica. Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza (preferibile senz'altro - anche se alluvionata di retorica - all'effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l'impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga, Pirandello e Guttuso. 
    Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l'illusione che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto ricordare, siano serviti - a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia poiché c'è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione un libro) - siano serviti ai tanti, tantissimi che l'hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo i più li abbiano letti, per così dire, « en touriste», allora; e non so come li leggano oggi. Tant'è che allora il « lieto fine» - e se non lieto edificante - era nell'aria, per trasmissione del potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film In nome della legge, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge. 
    Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto, nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò, tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo, completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e, con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo per, il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la « pièce» era stata dal, suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per Fabbri, avvertimento e non a concluderla col trionfo del bene): andava a finir, male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e, vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto, sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un « esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia, venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al, problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un'indagine e un'analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n'è voluto per avere finalmente questa accurata, indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo. 
    Nel primo fascismo. idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l'istanza rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell'invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell'ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi « risorgimentali» - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena, dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l'arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi). 
    Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange « rivoluzionarie» per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - garantire al fascismo almeno l'immagine di restauratore dell'ordine - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti. 
    Le guardie del feudo. E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto. 
    Mori, dice Duggan, « era per natura autoritario e fortemente conservatore», aveva « forte fede nello Stato», « rigoroso senso del dovere». Tra il '19 e il '22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse - quel periodo di ozio - a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che certamente contribuì a farlo apparire come l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana. 
    Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l'innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c'è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica) nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole. 
    Sicché se ne può concludere che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come « mafioso». Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando. 
    E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: « et pour cause», come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico. 
    Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel « notiziario straordinario n. 17» (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da pane del più giovane aspirante". 
    Per far carriera. Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come « la diversa anzianità», che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel « superamento», (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria - è « magistrato di eccellenti doti», e lo si può senz'altro definire come « magistrato gentiluomo», anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna « a lui assolutamente non imputabile»: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza « che comunque non può essere trascurata», anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo « piatisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere». E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava. 
    I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di « magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?


    Leonardo Sciascia

    dal Corriere della sera , 10 gennaio 1987

    lunedì 9 gennaio 2017

    Etica per un foglio

    A quarantadue anni suonati posso riepilogare alcune massime di azione della persona cui vorrei assomigliare.
    Non imperativi categorici, piccole massime "radicali".  

    Pretendi da te stesso quello che chiedi agli altri

    Fai quel che devi, accada quel che può

    Male non fare, paura non avere

    Accetta la responsabilità di quel che fai e pre-occupatene 

    domenica 8 gennaio 2017

    Lampi

    Direi che il dato più probante e preoccupante della corruzione italiana non tanto risieda nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e nella privata, quanto nel fatto che si rubi senza l'intelligenza del fare e che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche e private imprese. In queste persone la mediocrità si accompagna ad un elemento maniacale, di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo segno, ma che alle prime difficoltà comincia a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli. Si può dire di loro quel che D'Annunzio diceva di Marinetti: che sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità: solo che nel contesto in cui agiscono l'imbecillità appare – e in un certo senso e fino a un certo punto è – fantasia. In una società bene ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica di "impiegati d'ordine"; in una società in fermento, in trasformazione, sarebbero stati subito emarginati – non resistendo alla competizione con gli intelligenti – come poveri "cavalieri d'industria"; in una società non società arrivano ai vertici e ci stanno fin tanto che il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia
    Leonardo Sciascia,  24 luglio 1982