sabato 7 marzo 2026

La verità sul calcio degli scienziati spagnoli

Mi ricordo quella volta che Giannnìi Brera, commentando una dichiarazione di Mattheus, lo definì "non propriamente un nipotino di Hegel".

Spesso i grandi giocatori, anche quello che in campo di distinguono per carisma e capacità di lettura delle situazioni, non sono persone di eccelsa intelligenza e ne dà riprova il loro percorso post-agonistico.

Ne è un esempio Ruud Gullit, profeta del Milan sacchiano, pallone d'oro e capitano dell'unica Olanda vincente della storia, uno che stravolse come un uragano una serie A infarcita di campioni, sia per le sue performance eccezionali, sia per la capacità di dire e fare cose che da un calciatore non erano allora attesa (aveva le treccine, suonava la chitarra). 

Si capisce che non sia una cima ogni volta che apre bocca, e dopo la prima esperienza al Chelsea di fatto ha avuto solo la panchina dell'Anzhi.

Oggi è alla ribalta della cronaca per una sua dichiarazione sul calcio moderno.

Ho deciso di smettere di guardare calcio. Non mi piace più il nostro sport. Ho visto Arsenal-Chelsea, che spazzatura di partita!...Vedo giocatori che cercano di conquistare calci d'angolo, che cercano di ottenere rimesse laterali, vedo raccattapalle pronti a dare gli asciugamani ai giocatori. Il calcio è diventato terribile. Spero che non sia questa la direzione che stiamo prendendo... Sto aspettando giocatori che tornino a puntare i difensori, qualcuno come Lamine Yamal. Mi manca la gioia! Non mi diverto più a guardare il calcio. Tutti si limitano ad eseguire i loro compiti in campo. Dove sono i giocatori che dribblano? Dove sono i giocatori con gli attributi? Perché tutti passano? Passaggi, passaggi e ancora passaggi!

Vuoi vedere, ohibò, che il vecchio campione, pur non essendo un nipotino di Spinoza, questa volta ha fatto centro.

Gasperiniane aggressioni sulla trequarti, Kostiani passaggi all'indietro, partite incentrate artetanamente sio corner, guardioleschi tiki taka stanno oggettivamente rovinando il calcio, la sua magia che sta nei colpi unici estratti dalla tecnica (o dalle prestazioni atletiche) dei grandi campioni.

La frase chiave è quella dei calciatori dediti al compitino: se un giocatore della massima serie non ha in testa la giocata, il dribbling, il tiro inaspettato, ma solo l'esecuzione di uno scatto per eseguire lo schema ideato dal suo mister, tanto vale guardare la playstation.

Qualcuno ascolti il vecchio Ruud. 

domenica 1 marzo 2026

Anello del Cumieli - Santa Agnese

A 570 sul livello del mare, sul Monte Cumieli non si può nemmeno dire di essere sulla villipesa (ma a me nondimeno cara) "mezza montagna".

Sapevo che, più di una ascesa montana, stavo affrontando un viaggio pensieroso alle radici della mia famiglia materna.

Il Monte Cumieli è un sasso che fa (relativa) ombra al paese di Ospedaletto, frazione di Gemona dove vivevano i miei antenati, e vivono ancora mio zio e la sua discendenza, in prossimo incremento.

Da bambino, durante le lunghe settimane estive che trascorrevo a Gemona, ci andavo con il nonno, che aveva un pezzo di bosco sul limitare del lago Minisini. Era il solo posto, diverso da casa sua, in cui aveva piacere di stare. "O voi tal lot", diceva, e per ore se ne andava a pulire il bosco, piantumare, fare legna. Bando ai sentimentalismi, per la generazione a cui apparteneva, nata al rombo del cannone, tutto aveva funzioni pratiche e non estetiche: la legna serviva a fare funzionare lo spolert e la caldaia ad alimentazione mista che scaldava la casa. Ricordo in maniera un po' sfuocata una volta che, nel "lot", aveva appena piantato degli steli, così sottili che a me sembrava impossibile potessero diventare alberi, e lui mi spiegò: "la maggior parte morranno, quelli che resistono li taglierete voi tra venti anni".

Da moltissimi anni non ci tornavo. Parto con la dovuta calma dirigendomi dal borgo mulino sulla via del lago. Presto incontro il laghetto, che negli anni 80 era una palude invasa dalle canne, ed è stato oggetto di un'opera di sistemazione meritoria, che dà risalto alla particolarità di un lago alpino a 200 metri di altitudine. Con un po' di emozione mi avvicino al lot, da lontano vedo dei mezzi... il Fiorino dello zio! Lui e Carlo sono all'opera per il taglio (quando "far legna" descrive esattamente l'operazione e non il lavoro di un medianaccio alla Gattuso) insieme ad amici e conoscenti, come la consuetudine dello scambio di manodopera per i lavori rurali prescrive. 

Dopo un breve saluto mi incammino per il sentiero, tralascio l'accesso al Forte e mi dirigo diretto al bivio per la Cima. Non godrò stante la folta foschia di una grande vista dall'alto, ma sono contento di averla raggiunta, lo dirò ad Alberto. 

Rientro sul sentiero che porta a Santa Agnese, altra madeleine proustiana. Ricordo la chiesetta in rovina distrutta dal terremoto, e diverse gite in quella sella dove è posta la chiesetta che è un po' il cuore spirituale di Gemona. La bella ristrutturazione e la facile accessibilità la rendono ora una meta abbastanza frequentata, ed anche in una grigia domenica di inizio marzo vi trovo più di qualcuno. 

L'idea è percorrere, dopo una breve pausa per il caffè, l'anello sul lato nord del Cumieli. Le tracce sono buone ma prive di indicazioni, mi oriento un po' a sensazione e dopo un'oretta scarsa mi collego ad una strada con degli stavoli dove pacifico vive un gregge di pecore. Un agnellino nero (sarà un discolo?) si attacca alle mammelle di mamma pecora mentre il resto della famiglia guarda silenzioso.

Dalla strada è rapido l'arrivo, dal lato superiore al Forte Ercole. Ho portato un libretto e mentre finisco quello che è rimasto nel thermos leggo di questa costruzione nell'ambito delle fortificazioni (volute da Spingardi, guarda il collegamento...) predisposte durante la guerra. Caporetto rese tutto inutile, il forte fu fatto saltare prima di entrare mai in azione, ma i resti sono in buono stato e consentono una interessante visita.

E' tempo di rientrare, chissà se lo zio e Carlo hanno finito. Arrivato al lago vedo un camioncino stipato di una fila ordinata di tronchi, le operazioni sono ancora in corso anche se volgono al termine. Il rancio li attende all'una, si percepisce che non hanno fretta di finire perchè il lavoro non è un peso, ma parte della loro vita. Scambio quattro chiacchiere con lo zio, è reduce dalla celebrazione dei 50 anni del coro, poi scoprirò che è stato anche premiato quale membro anziano. Penso che tra quei tronchi c'è forse qualcuno degli steli piantati dal nonno, che lo zio e Carlo hanno ben raccolto la sua eredità materiale e spirituale, che un cerchio si è chiuso e che un altro se ne aprirà a giugno con la nuova generazione.

Recuperata l'auto non mi trattengo dal fare un salto in paese. Dietro la piazza c'è ancora il campetto di calcetto in erba, che ricordo quel torneo, ma ora anche il murale recentemente inaugurato che riporta un componimento vergato da Luciano Mainardis, "Cjante a Ospedal". Parla della gente di Ospedaletto, con il suo asilo, la sua chiesa, le sue osterie.

Penso a quanto sia veramente unica questa comunità di persone laboriose, oneste, pronte al lavoro come alle occasioni di divertimento assieme, capace di declinare pienamente, senza clamore ed in spirito autenticamente friulano la parola "condivisione".